«Per quanto ho potuto documentarmi, la soluzione meno invasiva e più duratura per superare un trauma della portata di quello che mi avete illustrato sarebbe un graduale avvicinamento all'elemento di disturbo, con costanti relazioni sui risultati e sui passi in avanti.»
Hutch sta fissando Maloney come se avesse una testa di cavallo trapiantata sul collo.
«Doc… Senza offesa: non ci ho capito un cavolo.»
Maloney sospira, per la milionesima volta circa. «Bene. Riproviamo in modo più semplice. Il signor Stevens ha un problema con l'acqua. Ovviamente non possiamo sperare che riesca a imbarcarsi e ad attraversare l'Atlantico senza batter ciglio.»
«Darebbe di matto» concorda Hutch, facendogli segno di continuare.
«Giustappunto. Pertanto, dato che comunque la partenza non è imminente, suggerisco di fare in modo che affronti il problema a piccole dosi.»
«Uhm… Piccole quanto?»
«Serve iniziare con molto poco. Direi che la soluzione migliore sia trovare un alloggio che sia abbastanza vicino alla costa da potersi scorgere il mare, ma abbastanza lontano da non poterlo udire. Man mano che si abituerà all'idea di averlo a portata, si procederà a un maggiore avvicinamento. In parole povere, e dato che in verità non può vederlo per ovvie ragioni, dapprima potrà sentirne l'odore, in seguito il suono. Quando riterrete che sia pronto, sarà il turno del tatto: servirà che tocchi l'acqua.»
Hutch ha le labbra strette e un'espressione contrariata. «Non credo voglia… toccarlo. È proprio quello il problema: non gli garba che l'acqua lo raggiunga fisicamente.»
«Lo capisco. Ma se davvero vogliamo portarlo in Europa serve che superi il suo timore, e non succederà se non verrà a patti con l'elemento che glielo scatena, capite?»
«Io sì. Ma dubito che valga anche per lui.»
«Posso immaginarlo» concorda Maloney. «Ma dobbiamo provare. Ci vorrà pazienza. Molta.»
Hutch sogghigna. «Sto diventando un vero maestro nell'arte della pazienza. Qualche mese ancora e mi daranno una medaglia alla pazienza.»
Maloney ridacchia. «È un buon passo avanti. Bisogna perseverare. Soprattutto, serve trovare il modo per spiegarlo al signor Stevens.»
Hutch trema al solo pensiero. E c'è di più: sa che dovrà essere lui a parlargli, a spiegargli come fare per superare l'impasse. Cat se lo mangerà in un boccone, come un gatto selvatico con un passerotto. Non scommetterebbe di poterne uscire vivo.
«Va bene» tituba, nervoso, sapendo che niente va davvero bene negli ultimi tempi.
«Pensate di potercela fare?» chiede Maloney con gentilezza.
«No. Mi farà a pezzettini piccoli piccoli. Ma, ehi, posso sopravvivere… Credo.»
Maloney gli sorride con simpatia. «Ricordate che, se serve, posso darvi una mano.»
Hutch grugnisce. «Guardate, Doc, magari io potrei anche apprezzare l'aiuto, ma dubito che sarebbe lo stesso per voi, o per lui. E penso che comunque il vostro sarebbe un sacrificio inutile. Lasciate provare prima me. Se dovesse andare male… beh, sarà tutto vostro.» Sgrana gli occhi, sorpreso dalle sue stesse parole, e scuote la testa, arricciando le sopracciglia. «Dimenticate l'ultima cosa che ho detto. Cancellatela proprio» intima secco.
«Come desiderate» strascica il dottore, offrendogli un sogghigno saputo e impertinente.
«Non mi guardare così» mugola infelice.
«Non ti sto guardando affatto, idiota!» bercia Cat.
Accenna a una protesta, ma subito ci ripensa. Lo ha già fatto incazzare a sufficienza per quel giorno; non ci tiene a peggiorare la situazione. Eppure non riesce a fare a meno di rabbrividire, pur sapendo che i suoi occhi non lo vedono per davvero.
Cat sembra furioso. In realtà è piuttosto terrorizzato. La proposta che gli ha portato Hutch non lo ha reso per nulla felice, proprio l'opposto in effetti. Ciò nonostante, più ci riflette e più è costretto ad ammettere di non avere molte scelte a sua disposizione. Può rassegnarsi a rinunciare all'unica opportunità di tornare a vedere, oppure può raccogliere il coraggio per fare qualcosa, anche se è la cosa più difficile e spaventosa a cui riesca a pensare.
«Non so se potrò riuscirci» ammette con un filo di voce.
«Non devi farlo da solo» gli risponde Hutch, sembrando deciso e delicato insieme.
Non ha idea di cosa abbia potuto fare per meritare l'interesse e quell'inspiegabile devozione che gli mostra ogni volta, chiaramente, lo sciocco bestione. A ruoli invertiti avrebbe già perso la pazienza da molto tempo. Per essere onesti Hutch ha perso la pazienza con lui innumerevoli volte, ma si è sempre trattato di defezioni brevi seguite da precipitosi ritorni conditi da sciocche scuse insensate, soprattutto considerando che la colpa per quegli episodi è sempre stata di Cat. Comunque sia non può lasciarsi sfuggire l'occasione di avere l'appoggio di Hutch; senza non saprebbe in che modo uscirne.
Annuisce, titubante e per nulla tranquillo riguardo al futuro. «D'accordo, io… p-penso di poterci provare» concede.
Hutch sgrana gli occhi, incredulo, dimentica prudenza e ragione e si precipita sul povero ragazzo, stritolandolo in un abbraccio asfissiante.
«N-non res-piro» protesta flebile.
«Oh! Scusa!» si pente, lasciando la presa quel tanto da permettere a Cat di tirare il fiato. «Non intendevo farti male» prova cauto.
«Non lo hai fatto. Sei solo stato un po' troppo irruento. Sono ancora vivo e vegeto» assicura con un piccolo sorriso che gli solleva un angolo della bocca.
«Ti prometto che non ti lascerò di un solo passo.»
«Questo sì che è inquietante» considera Cat, ma dal linguaggio del suo corpo pare evidente che il suo commento sarcastico sia solo una facciata e che in realtà sia sollevato sapendo che potrà contare sul suo sostegno. «Avete già un'idea del posto ideale?» si informa con trepidazione e inquietudine insieme.
«Più o meno. Vorrei dargli un'occhiata, prima di decidere se va bene davvero.»
«Da solo, intendi?» si allarma Cat.
«Sì. Ma non è troppo distante. Ci metterei un giorno, forse uno e mezzo.» Hutch osserva Cat e nota il suo disagio evidente. «Ehi, tranquillo. Ho già parlato di questo a Maloney. Se dovessi avere bisogno di qualsiasi cosa potrai far conto su di lui, mentre sarò via. Se lo credi utile posso rimarcare il concetto» propone, deliziandosi all'idea di maltrattare un poco quel depravato del dottore.
«No, io… Credo di poter sopravvivere un paio di giorni da solo» considera, anche se nella propria testa l'idea di saperlo lontano gli dà già il panico. Il che è ridicolo: è rimasto solo per anni, vagando per il paese e incasinandosi la vita; può ben sopportare quarantotto misere ore di distacco. Non sarebbe neppure realmente solo. Ma quando Hutch slaccia le braccia dai suoi fianchi un'inattesa ondata di panico lo assale. «Aspetta» rantola, stringendosi al suo petto.
«Cat?» domanda confuso.
«Non andare via. Ti prego.»
Hutch non è troppo sicuro di cosa stia capitando realmente, ma Cat sembra davvero spaventato, quindi la prima cosa da fare non è chiedersi perché, ma fare in modo di placare le sue paure.
«Sono qui con te, Cat» sussurra al suo orecchio, avvolgendolo di nuovo piacevolmente nella sua stretta famigliare.
