Alla fine, dato che Cat non era palesemente disposto a lasciare che Hutch se ne andasse in avanscoperta mollandolo in balia di Maloney, è stato stabilito a insindacabile giudizio che sarebbero partiti tutti e tre, che il dottore e il ragazzo si sarebbero fermati prima di raggiungere la costa e che Hutch avrebbe dato un'occhiata più da vicino per accertarsi dell'adeguatezza del luogo scelto. Cat ha comunque reagito con un broncio scontento, ma ha infine capitolato, d'accordo sul fatto che non avrebbe avuto piacere di visitare il posto senza un'adeguata preparazione, cosa che non avrebbero avuto il tempo di organizzare; inoltre se anche avesse voluto, Cat non avrebbe in ogni caso potuto seguire Hutch, primo perché non si è ancora affrancato dall'aiuto delle stampelle per muoversi, secondo perché non conoscendo il luogo designato (che ha sede nella contea di Harrison) non ha alcuna possibilità di orientarsi. Quindi, seppur infelice, ha accettato il programma.

Il giorno seguente prendono il treno locale fino alla stazione più vicina, poi noleggiano una carrozza che li conduce a poca distanza da quella che ha tutta l'aria della dependance di una villa coloniale.

«È quella?» si informa Hutch rivolgendosi al dottore, che aveva suggerito il luogo.

«Direi di sì. Anche se ammetto che qualche anno fa aveva un aspetto migliore.»

«Da qui non sembra male» commenta Hutch, perplesso.

Maloney lo osserva interessato. «I vostri standard non devono essere troppo elevati.»

«Mi accontento del minimo indispensabile» conferma, chiedendosi di cosa avrebbe bisogno un uomo per sentirsi soddisfatto. A Hutch basterebbe un posto tranquillo e fuori dai guai, molto meglio se con Cat intorno. Cruccia la fronte al pensiero. No, in verità ora come ora il posto è irrilevante, quel che conta è che possa avere con sé Cat. Annuisce soddisfatto, sorridendo e riempiendo di perplessità il dottore. «Bene. Io vado, allora. Ci vediamo più tardi» annuncia deciso.

«No.»

Hutch e Maloney si voltano e fissano interdetti Cat.

«Pensavo fossimo d'accordo. Ne abbiamo discusso» protesta Hutch in tono flebile, già sentendo odore di grane.

«Ho cambiato idea.»

«Ma…» tenta di protestare Hutch.

«Verrò anche io.»

«Ma, Cat, non siamo ancora pronti, è troppo presto.»

«Invece è proprio il momento giusto. Se devo fare sul serio questa cosa, tanto vale iniziare subito. Non mi serve a nulla temporeggiare, tanto alla fine lo sappiamo tutti quanti che non ho un'altra scelta.»

Si accinge ancora una volta a protestare, ma è obbligato a interrompersi prima, perché quello che ha detto Cat è la pura verità e il solo motivo per cui hanno concordato quel piano di azione è perché Hutch nutriva ancora la speranza di proteggere Cat il più a lungo possibile. Ma il tempo non attende i loro comodi, purtroppo.

Sospira e, anche se a malincuore, annuisce. «D'accordo» capitola, infelice.

Hutch ha aiutato Cat a montare in sella in quanto la residenza prescelta sarebbe piuttosto difficoltosa da raggiungere a bordo di un veicolo, e ancora troppo lontana a piedi.

«Stai bene?» si accerta, dopo aver visto la smorfia comparsa sul viso del ragazzo.

«Non sono molto in forma» scherza Cat, massaggiandosi la gamba. «Ma suppongo di poter sopravvivere senza danno (non troppo, per lo meno).»

«Va bene» conviene Hutch, ma tituba ancora alcuni secondi, chiedendosi se non sarebbe più semplice se salisse in sella dietro di lui.

«Andiamo, Hutch. Posso farlo» lo sprona, sogghignando al suo indirizzo.

"Speriamo" si trova a pensare, recuperando la sua cavalcatura e controllando che Maloney sia a posto. «Bene, in marcia» annuncia, facendo strada e afferrando le redini del cavallo di Cat.

«Posso sapere perché a me è toccato uno dei vostri muli?» si lagna Maloney lungo la via presa per recarsi all'alloggio prescelto.

Hutch leva gli occhi al cielo, esasperato, e poco dietro sente Cat ridacchiare discretamente.

«Speravo vi potesse essere di qualche aiuto per farvi entrare un poco di sale in zucca. Ma vedo bene di essermi ingannato. In ogni caso, di cavalli ne avevamo soltanto due.»

«State cercando di farmi capire che sono di troppo in un modo più discreto del solito?» ipotizza il dottore con un lieve sogghigno di divertimento.

«Doc, l'avete detto voi, non io. Tenetelo a mente, per il futuro» borbotta, scuotendo mestamente la testa con una certa rassegnazione.

Di tanto in tanto Hutch si volta indietro per tenere d'occhio Cat. Sembra stia bene, nei limiti delle sue attuali condizioni, ma non può comunque fare a meno di essere in pensiero per lui più o meno in continuazione. Al suo ultimo esame lo scopre con il naso in aria e aggrotta la fronte.

«Tutto a posto?» indaga cauto.

Cat distoglie l'attenzione da qualunque fosse la sua precedente attività e la sposta sull'amico. «Abbastanza.» Ma le sue sopracciglia di incurvano in modo bizzarro. Sembra perplesso. «Questo… Quello che riesco a sentire, è il suo odore, giusto?»

Ora anche Hutch è confuso. Non sa bene cosa pensare di quella richiesta. Ma a quanto sembra Maloney ne ha invece compreso il significato.

«Sì, è l'oceano» è infatti la sua replica alla domanda del ragazzo.

Cat stringe le labbra, poi lentamente abbassa le palpebre e annuisce, adeguandosi apparentemente a quell'idea che, in tutta evidenza, non deve apparirgli proprio allegra.

Hutch decide di rallentare la sua cavalcatura per farsi accosto all'amico e provare ad accertarsi del suo effettivo umore.

«Vuoi parlarmene?» domanda con prudenza.

«Una volta, lo ricordo in modo vago, l'ho visto. Non era questo, era il Pacifico. Ho questa memoria di mia madre che sosteneva fosse la più vasta distesa d'acqua del mondo.» Deglutisce, nervoso, e ha un lieve fremito di disagio. «Eravamo ancora in Messico, allora, avevo solo sei anni. Il posto… credo fosse Mazatlán. Tutto quel che mi è rimasto in mente era il suo colore: come quello del cielo, ma più cupo in certi punti, e in altri risplendente. Allora pensavo fosse l'altra parte del cielo, e altrettanto infinito.» Un ansito strozzato sfugge alle sue labbra.

Nel momento in cui lo vede scosso da un violento brivido ferma entrambe le loro cavalcature, si allunga e lo afferra come un avvoltoio, traendolo a sé.

«Va bene. Respira, ora. Non hai nulla da temere, non ho intenzione di lasciarti alle sue grinfie» tenta di rassicurarlo.

«Mi auguro di no. Non sono sicuro di quanto tempo riuscirei a sopravvivere, altrimenti.»

«Cat» protesta in un gemito costernato.

«Dieci minuti?» propone, speranzoso, ignorando la preghiera di Hutch. «Nah, troppo ottimistico.»

«Smettila» sibila scontento.

«Troppo diretto?» chiede in un mesto sorriso di scuse.

«Troppo pessimista. Detesto quando lo fai.»

«Molti lo definirebbero realismo, sai.»

«Per tua sfortuna io non sono molti» borbotta seccato. Cat, con sua sorpresa, gli sorride, e il suo cuore fa un brusco balzo e una capriola nel petto.

«Di questo, credimi, sarò eternamente riconoscente.»