«Cosa ne pensate?»
Maloney distoglie l'attenzione dal panorama esterno che si scorge dall'ampia vetrata sul retro dell'abitazione e la rivolge verso Hutch.
«Servirà del lavoro, ma la sistemazione è certamente adeguata ai nostri scopi. L'unico vero svantaggio è il suo isolamento. Ma ammetto che da un lato è un privilegio.»
Hutch annuisce. «Potremmo trovare il modo per farci consegnare le provviste dal centro abitato più vicino. Non è davvero lontano; un'ora al più.»
«È una buona idea» concorda il dottore. «Il signor Stevens cosa ne pensa?» chiede, quasi certo che il suo cane da guardia personale sia già al corrente.
Sospira. «Sta valutando. L'ho lasciato sulle scale del portico qui accanto. Avrei preferito rimanere, ma dalla sua espressione ho dedotto che gli servisse un po' di spazio per riflettere. Ve l'avevo già accennato che Cat è un tipo riflessivo, giusto?»
Maloney sorride divertito. «Qualche volta, in effetti. Ma il luogo è ideale. Dovrà unicamente scendere a patti con l'idea di un lungo soggiorno accanto a una così vasta distesa di acqua.»
«Con tutto il rispetto, Doc, qui parliamo di tutto fuorché di una questione di "unicamente". A ogni modo sono più che disposto a fare di tutto perché lui possa superare la sua paura» assicura con serietà.
«Ne sono ben cosciente. E contiamo su di voi, io ma soprattutto il vostro amico.»
Il sorriso maligno che Hutch gli rivolge non sembra intaccare le certezze del dottore. Sbuffa. «Ne prendo debita nota. Ora, se non vi dispiace, vado a recuperare Cat.» Ciò detto, senza attendere replica, lascia il dottore alla finestra ed esce in veranda.
«Ehi, Cat, va tutto bene?»
Il ragazzo annuisce, anche se sembra distratto da qualcosa. «Tu lo vedi?»
Hutch solleva lo sguardo e osserva l'oceano che poco prima era negli occhi di Maloney. «Sì. È laggiù. Non si sente ancora, ma…»
«Posso avvertire il suo odore.» Sorride, ma sembra triste. «Se non sapessi che gli appartiene, potrei pensare a qualcosa di bello.»
«È bello. Ma devi sapere come trattarlo.»
Le labbra di Cat si storcono in una smorfia amareggiata. «E io non lo so.»
«Te lo insegnerò io. Un po' lo conosco.»
Cat solleva su di lui i suoi occhi ciechi, sorpreso. «Davvero?»
Hutch non è sicuro di quale sia la domanda. Vorrà sapere se conosce l'oceano, oppure se avrà la pazienza di insegnargli come interagirci? In entrambi i casi, la risposta è comunque la medesima. «Sì.»
«Credo sia il caso di avviarci. Dobbiamo fare ritorno in città e si sta facendo tardi» mormora Hutch, non volendo disturbare i pensieri di Cat.
Quest'ultimo, dopo un lungo momento di silenzio, annuisce. «Il posto va bene?»
Hutch fa spallucce. «Doc dice di sì. Secondo lui c'è del lavoro da sbrigare per migliorare l'abitazione. Ma lo sai com'è: ha sempre questa tendenza a volere le cose ben fatte e comode.»
Cat ridacchia e poi si rimette in piedi. «Suppone che tu ti offra per aiutarlo?»
Hutch storce il naso. «Suppone male, nel caso. Se davvero gli serve una mano… beh, dovrà chiederla, e nel modo giusto per giunta» borbotta disgustato.
Il sorriso di Cat assume una sfumatura furba. Gli si avvicina e circonda i suoi fianchi con il braccio destro. «E se servisse a me, una mano? Saresti disposto a offrirmela?» chiede malizioso.
Hutch deglutisce e la punta delle sue orecchie si imporpora. «Sai che è così» soffia in un fremito.
La mano di Cat si sposta dal suo fianco al suo petto, poi le dita si aggrappano allo scollo della camicia e strattona lievemente per farlo piegare appena un po' in avanti. «Mi piace sentirlo con le mie orecchie» soffia sulle sue labbra, prima di posarci le proprie.
Quando fanno ritorno all'appartamento di New Orleans Cat appare visibilmente affaticato, così Maloney e Hutch, di comune accordo, stabiliscono di lasciare che riposi e di rimandare la decisione finale all'indomani.
«Vi ha confidato qualche impressione, il vostro amico, che possa esserci di aiuto?» si informa il dottore, mentre pensierosi si sono accomodati entrambi in soggiorno.
Hutch offre un breve diniego. «So che è preoccupato. Ma questo l'avevamo messo in conto. Se fosse lo stesso uomo che conoscevo pochi mesi fa vi avrei detto che avrebbe trovato il modo per superare qualunque problema. La verità è che ora come ora non sono più certo di nulla. In alcuni momenti ho l'impressione che abbia perduto la fiducia nelle sue reali possibilità. So che di norma è una persona che non si tira indietro se qualcosa va fatto. Ma questa non è la norma, quindi… Sarà difficile.»
«Ma non impossibile» offre Maloney.
Hutch lo fissa per un lungo istante, crucciato, poi scuote la testa. «No. Sono certo che non sia impossibile. Solo, complicato. Più del solito.»
Il dottore reclina il capo, interessato. «Di solito è complicato?»
Quel che ottiene da principio è una risata un po' allucinata. «Complicato non è l'aggettivo giusto, Doc. È per lo più una gran rogna. Una volta pensavo che fosse un attira guai senza eguali. Oggi so che almeno la metà di quelli che finivano per rovinargli addosso lo pedinavano da un po' senza che lui ne avesse il sentore né tantomeno avesse mosso un dito per richiamare la loro attenzione. Questa volta, però, è molto differente, Doc» ammette sconfortato.
Maloney annuisce concorde. «Sì, lo è. Il problema se lo porta dietro dall'infanzia e non solo non è mai stato risolto, ma neppure preso seriamente in considerazione. Inoltre c'è la questione che non è in grado di nuotare. Forse, se avesse potuto farlo, le cose sarebbero andate diversamente» ipotizza incerto.
«Non lo so» replica Hutch, scuotendo la testa. «Ve lo immaginate, voi, un ragazzino di dodici anni che cerca di rimanere a galla con un braccio rotto e una caviglia slogata per più di dodici ore? Di sicuro, se ne fosse uscito vivo, qualche strascico se lo sarebbe comunque portato appresso. Dubito che avrebbe avuto in gran simpatia l'acqua in ogni caso.»
Sospira e annuisce. «Già, suppongo abbiate ragione. Non ci rimane che augurarci che abbia sufficiente forza d'animo per uscirne.»
Storce le labbra in una smorfia dolente. «E io mi impegnerò perché abbia un appoggio sicuro su cui contare.»
«Hutch?»
Niente. Nessuna risposta. Aggrotta la fronte. Rimane in silenzio per qualche lungo momento, aguzzando l'udito, ma non ha l'impressione di sentire nulla di rilevante. Non ha la più pallida idea di che ore siano, ma si sente molto più riposato rispetto alla sera in cui sono rientrati dalla loro gita sul mare, quindi dev'essere trascorsa qualche ora. Potrebbe essere mattina? Sbuffa, perché non ha nessuna risposta alle proprie domande. Allora decide di alzarsi e andarsi a procurare qualche buon riscontro.
Spostarsi è ancora un affare complicato, ma sta diventando meno faticoso con il trascorrere delle settimane. Forse, se sarà fortunato a sufficienza, entro il mese seguente potrà tornare a camminare senza essere aiutato dalle stampelle. Un tenue sorriso speranzoso sfugge alle sue labbra mentre la sua mente si diletta con quel pensiero confortante.
Fa il proprio ingresso in soggiorno e ora può finalmente udire qualcosa che non sia il ritmico ticchettio dei suoi attrezzi sul pavimento: il respiro pesante di una persona, e se non si inganna deve proprio trattarsi del russare di Hutch. Il suo piccolo sorriso si allarga. Sta per apostrofarlo con qualche battuta salace, ma prima di aprire bocca si ferma un attimo, incerto. Se sta dormendo, perché si trova in salotto? Poteva benissimo stendersi sul letto, sarebbe stato ben più comodo per la sua stazza non indifferente. Stringe le labbra, pensieroso, chiedendosi quando è stata l'ultima volta in cui lo ha sentito dormire; ma la verità è che non lo ricorda, e non lo rammenta perché non vi ha prestato attenzione. Da troppo tempo è completamente immerso nei propri incubi per trovare anche il modo e il tempo di preoccuparsi d'altro. Ma avrebbe almeno potuto trovare il tempo di preoccuparsi di Hutch, no? Insomma, sono ormai mesi che l'amico gli sta alle costole per assicurarsi che sopravviva decentemente, e Cat… lo ha dato per scontato.
«E il primo premio per l'idiozia va a Cat Stevens» bercia fra sé in un fievole mormorio disgustato.
Adagio, lentamente e il più silenziosamente possibile come ha appreso a essere nelle ultime settimane, si avvicina al divano che ospita l'amico, lo aggira e, con cautela, si siede accanto ai suoi piedi. Poi attende, chiudendo gli occhi e ascoltandolo russare piano.
