Si perde il momento del risveglio di Hutch, ma non il successivo istante, che difficilmente potrebbe passare inosservato.
«Oddio, Cat! È successo qualcosa? Stai bene?» si allarma infatti Hutch, trovando il ragazzo accanto a sé con gli occhi chiusi.
Non riesce a evitarsi un sospiro amareggiato. Si scosta appena dallo schienale cui era appoggiato in attesa. «Sì, certo che sto bene. Perché non dovrei?» replica con quanta calma riesca a metterci.
«Oh! Scusa, ma ti ho visto qui e… ho pensato fosse capitata qualche altra disgrazia. Mi dispiace.»
Un principio di irritazione lo coglie, e ne lascia filtrare una parte. «Perché diamine ti scusi, ora, sciocco bestione?»
Hutch incassa la testa nelle spalle. Deve aver fatto qualcuna delle sue solite sciocchezze, solo che non ricorda di cosa possa trattarsi. Quel che è certo è che ha fatto incazzare Cat.
«Non lo so» soffia a disagio. «Forse ho scordato qualcosa di importante» propone nella speranza che l'amico gli spieghi che diamine ha combinato e, in tal modo, possa porvi rimedio.
Sospira, si passa stancamente una mano nei capelli. «No, non hai dimenticato nulla, né hai motivo alcuno di scusarti. Ho solo bisogno di capire una cosa.»
«Che c-cosa?» pigola incerto.
«Perché sei qui? Potevi dormire in camera da letto.»
È una domanda abbastanza sciocca, la sua. In fondo lo sa perché si trova sul divano anziché nel letto. Ma, di nuovo, ha bisogno di sentirlo con le sue orecchie per averne la conferma.
«Ah. Beh, io ero un poco stanco, ma non volevo disturbarti mentre dormivi, così ho pensato di stendermi un momento sul divano e… Ecco, mi sono appisolato, immagino. Ma alla fine è meglio così, perché poi ti avrei svegliato russando.»
Cat serra la mascella. Inspira piano. Prova invano a tranquillizzarsi, ma è abbastanza difficile, tutto sommato.
«Hutch.»
Ne è uscito un sibilo, e l'interpellato si tende di riflesso, pronto al peggio.
«S-sì?» lo invita a proseguire con temerario coraggio.
«Hutch» riprova in tono più mite. «Non mi avresti affatto disturbato. Ero convinto fossi con me, invece ti ho trovato in salotto dopo aver inutilmente chiesto alla camera vuota.»
«Oh! Io… Mi di-dispiace… Non…»
«Hutch!» ringhia imbestialito. «Non mi ascolti. Ti sto dicendo che non hai fatto nulla per cui tu debba chiedermi scusa.» Trae un altro respiro, più lungo, per provare a darsi una calmata. «Ti sto facendo del male, Hutch» ammette desolato.
«Cosa? No, non è vero!» protesta.
«Lo è, invece. Non fai che preoccuparti per me, e dimentichi di prenderti cura di te stesso.»
«Ma…»
«È così. L'ho finalmente capito. E mi dispiace di averci impiegato così tanto tempo. Ti ho costretto a essere a mia disposizione senza nessuna pausa, e questo è ingiusto. Io sono stato ingiusto, ed egoista.»
«Sono cazzate» ringhia Hutch, tremando di sgomento. «E se tu sei egoista, ebbene sappi che lo sono anche io. Ho bisogno di sapere che sei qui accanto, per accertarmi che tu stia bene, poterlo vedere. Non riesco a pensare ad altro se non a te. Capisci? È folle, lo so; eppure la sola idea di perderti, in un qualunque modo, mi fa impazzire. Non puoi davvero chiedermi di prendermi i miei spazi, perché al momento sei tu il mio unico spazio, l'unico che conti.»
Le labbra di Cat tremano. È disorientato, turbato, smarrito. «Mi sento abbastanza confuso» riconosce con una nota di disperazione nella voce.
Con sua sorpresa, Hutch ride, anche se è un suono piuttosto acquoso. «E allora, ancora una volta, siamo in due. Ma credo che siano due generi differenti di confusione, non è vero?» domanda in tono gentile.
Annuisce, titubante. «Allora… che cosa devo fare?» lo interroga, sperando che l'amico abbia una risposta da dargli.
«Oh, questa è facile. Devi concentrarti per guarire, e permettermi di essere al tuo fianco per poterti sostenere quando da solo sentirai di non farcela.»
«Perché?» chiede, dato che il senso di smarrimento ancora non lo ha abbandonato.
«Cosa vuoi sapere, davvero?»
«Perché ti importa di me, di quel che ne sarà? Che cosa sono, io? Cosa posso aver fatto per… spingerti a preoccuparti per me?»
«Cat» mormora. È un suono delicato; il modo in cui pronuncia il suo nome lo fa rabbrividire, ma è un brivido piacevole. «Veramente non lo sai? Poco fa, quando ti angustiavi per il mio benessere, a cosa pensavi? Avrai avuto una ragione per farlo, no?»
Stropiccia il tessuto dei pantaloni che gli ricoprono le cosce con le dita nervose. «Pensavo di essere stato scorretto e crudele e… E mi sono sentito in colpa, perché credevo di averti fatto del male, di aver danneggiato l'unica persona che si fosse mai curata di me, l'unica persona a cui tengo davvero.»
«Esatto. Allora sappi che per me vale lo stesso, Cat. Tu sei l'unica persona al mondo che sia veramente importante per me. L'idea che tu possa soffrire, mi fa soffrire. Il pensiero di poterti perdere mi fa uscire di testa. Sono qui, con te, perché essere da qualsiasi altra parte sarebbe inconcepibile. Allo stesso modo, mi prendo cura di te nel tentativo di ritrovare l'uomo che amo, di riportarlo da me, e non lasciarlo mai più andar via. Adesso, dimmi di nuovo chi è fra di noi l'egoista» mormora con un timbro di voce abbastanza divertito.
Il suo respiro è leggermente affannato, e ha la ragionevole certezza di essere miseramente arrossito. «È questo, allora? Questo è il tipo di sensazione che chiami amore?» cerca disperatamente di comprendere.
Hutch sorride e accarezza con la punta delle dita la sua gota arrossata. «Questo e molto altro, in effetti. Ma sì: essenzialmente è l'insieme di egoismo e dedizione, e una tensione continua per rimanere in qualche modo aggrappati all'essenza della persona cui si tiene. Troppo complicato, davvero, per poter essere spiegato con le sole parole, soprattutto se sei una frana con le parole come lo sono io.»
Con cautela si mordicchia le labbra, incerto. «Non lo so se è questo il sentimento che provo. Ma so che è troppo difficile pensare di andare avanti senza averti al mio fianco. L'idea mi fa tremare di angoscia. È come se… tu fossi diventato essenziale, proprio come lo è l'aria.»
Avverte, tiepido, il respiro di Hutch sulle labbra, e viene scosso da un altro fremito, di quelli piacevoli.
«Questa, Cat, è in assoluto la dichiarazione più dolce ed emozionante che mi sia mai stata fatta» afferma felice.
Le sopracciglia di Cat si increspano, crucciate. «Perché, chi diavolo d'altro te l'ha fatta?» sbotta impermalito e sospettoso.
Hutch getta la testa all'indietro e scoppia a ridere. «Nessun altro di cui mi sia mai davvero importato. Eccetto te» ammette con candore.
