Quella stessa mattina, dopo che Maloney si è degnato di unirsi a loro, si sono solennemente riuniti al fine di stabilire se il luogo prescelto e visitato il giorno precedente rispecchiasse le loro aspettative e necessità. E da quanto è emerso, contrarietà per le condizioni dell'abitazione e per l'acqua a parte, difficilmente si sarebbe potuto trovare di meglio in altro luogo sufficientemente vicino alla clinica in caso di necessità. Pertanto, di unanime accordo, la nuova abitazione è stata promossa e i tre uomini ci si trasferiranno entro la fine della settimana.
«La partenza imminente ti rende irrequieto. Lo vedo, sai.»
«Beato te» borbotta Cat, ombroso.
Hutch sbuffa. Dev'essere una delle battute di spirito peggio riuscite della storia. Oppure lo ha appena insultato? Vai a saperlo.
«So che non è il viaggio in sé, né il cambio di abitazione. Hai trascorso anni a spostarti per il paese. Parla con me, Cat. Per favore.»
«Non è niente» si intestardisce, incupendosi ulteriormente.
Leva gli occhi al cielo. «Se davvero fosse come dici, a quest'ora non saresti qui a tenere il broncio e a rispondermi a monosillabi» fa notare gentile.
«Non ne voglio parlare» prorompe irritato.
Sospira, ma è costretto a prendere atto del pessimo umore dell'amico. «Capisco. Se dovessi cambiare idea, io sarò comunque qui.»
Cat si limita a sbuffare impaziente e a tornare ai suoi pensieri sicuramente angosciosi.
«Giudicando dalla vostra espressione, ritengo non siate riuscito nel vostro intento di estorcergli informazioni sul suo stato di tensione emotiva» lo accoglie Maloney.
«Tsk! Non serve certo essere un indovino per saperlo. È passato da un semplice cattivo umore direttamente all'istrice incazzato, ma di spiegazioni nemmeno l'ombra.»
Il dottore si stringe nelle spalle. «Probabilmente, a questo punto, è saggio lasciargli i suoi spazi.»
«Non che io abbia altre alternative» borbotta contrariato.
«Avete riflettuto sul fattore logistico?»
«Di che parlate?» inquisisce Hutch.
«Il posto non è raggiungibile in carrozza, dato che non esistono vere e proprie strade. Un tempo, forse, c'era un sentiero, ma ora come ora ci sono solo boschi e sterpaglie. Saranno necessari, probabilmente, diversi viaggi a dorso di cavallo o dei vostri muli per trasferire tutto quanto fino alla villa.»
«Il tempo non ci manca davvero. In una giornata dovremmo farcela… spero.»
Come di sovente accade, le previsioni ottimistiche deludono. Il veicolo preso a noleggio alla stazione di arrivo è grande a sufficienza per contenere loro e i loro bagagli, ma questi ultimi sono troppo numerosi e pesanti per poter essere trasportati tutti quanti alla villa entro la fine della giornata. Pertanto tirano a sorte per decidere chi rimarrà alla carrozza durante la notte per sorvegliarne il contenuto, e la fatalità ricade sul dottore.
«Quella moneta dev'essere truccata» sibila bisbetico, arricciando il naso alla prospettiva di dover accartocciare le proprie membra lunghe e spigolose all'interno del veicolo per la notte.
Hutch si rigira fra le dita la luccicante moneta d'oro che hanno utilizzato per la loro decisione. «Truccata non direi. Probabilmente maledetta» pondera semiserio. «Oppure la dea bendata ce l'ha con voi» rilancia divertito.
Tra l'altro hanno dato il compito a Cat di far volteggiare la moneta in aria. Ovviamente non l'ha potuta riacchiappare al volo, ma di certo non ha neppure avuto la possibilità di barare. Beninteso, Cat non era in lizza, la sfida era unicamente fra Maloney e Hutch e nessuno dei due si sarebbe mai sognato di lasciare a guardia dei loro beni un ragazzo cieco e claudicante, a meno di non volersi ritrovare con qualche foro in sovrannumero la mattina seguente al loro ritorno al veicolo.
«Bene. Allora è deciso. Mi raccomando: fate buona guardia» lo prende impunemente per i fondelli Hutch.
L'unica replica udibile è un grugnito infastidito. Il resto è tutto nella testa del dottore, e a giudicare dalla sua occhiata inceneritrice, deve trattarsi di un bel mucchio di insulti e maledizioni assortite.
Hutch fa spallucce e se ne frega beatamente. Invece solleva Cat e lo issa in sella a uno dei due cavalli, poi lo osserva con attenzione per accertarsi che sia a posto.
«Andiamo, Hutch» conferma Cat come se ne avesse avvertito lo sguardo su di sé.
Con un'ultima occhiata di avvertimento al dottore, monta a sua volta sul cavallo nero che era stato di quel figlio di buona donna di Bill e imboccano l'invisibile sentiero fra gli alberi che li condurrà alla dimora da loro prescelta per i prossimi mesi.
Las Cruces non si rivela molto comunicativa. I residenti riservano occhiate torve all'uomo in nero e ai suoi svariati tirapiedi. La pazienza fa sì parte delle sue molteplici virtù, ma infine una buona minaccia sapientemente indirizzata vale bene qualche informazione. Si parla di un dottore fuggito di recente senza lasciarsi dietro nulla, neppure il suo ultimo paziente. È un inizio, si può lavorare su questo. Da lì sguinzaglierà un po' di quella marmaglia che, senza altro da fare, rimarrebbe sfaccendata e fastidiosamente in mezzo ai piedi.
Ha appena aperto la porta della camera di Cat, quando è costretto a richiuderla bruscamente di fronte a sé.
«Cat! Che cazzo. Vuoi per caso farmi allo spiedo?» sbotta inviperito.
«Scusa» mormora avvilito.
Hutch increspa le sopracciglia. «Posso entrare?» chiede cauto.
«Nh… Suppongo di sì» concede controvoglia.
Riaprendo la porta ci trova piantato più o meno ad altezza torace uno dei coltelli da lancio del ragazzo. Deglutisce, ringraziando la sua buona stella per non essere al posto di quel povero uscio, e decide di recuperare la lama.
«Ecco» mormora, poggiandola sul palmo di Cat. «Magari la prossima volta busso. Non si sa mai.»
Finalmente ottiene una reazione degna di nota. Un angolo delle labbra dell'amico si solleva denotando divertimento.
«Forse è il caso» concorda.
«Che succede?» indaga Hutch, scorgendo la ruga fra le sue sopracciglia.
«È più complicato del previsto.»
Non ha veramente idea se si stia riferendo al lancio dei coltelli, che in effetti sì, dev'essere piuttosto critico senza poter vedere dove è diretto il tiro né dove va a finire, oppure al loro soggiorno sul mare.
«Da quando hai ripreso ad allenarti con i tuoi coltelli?» si decide a chiedere, iniziando forse con la questione più semplice.
«Circa una settimana. I risultati non sono dei migliori» ammette frustrato.
«Uhm… Forse potresti dedicarti a questo genere di allenamento al di fuori della camera» propone fiducioso.
«Non intendevo allarmarti» soffia contrito.
Hutch si siede di fianco alle sue gambe e poggia una mano sul suo ginocchio. «Non è questo il motivo. Fuori avresti più spazio. E potrei darti una mano con qualche utile coordinata.»
Cat solleva la testa, sembrando incuriosito. «Davvero? In che modo?» si informa, nel tono un lieve ma comunque percepibile moto di desiderio.
«Beh, ti indicherei un punto e ti direi se hai mirato giusto. Non sembra troppo difficile come compito. Che ne pensi?»
Quello che ne pensa non lo sa ancora con precisione, ma sembra che l'idea lo abbia compiaciuto parecchio, almeno a giudicare dal modo in cui tenta di levargli l'ossigeno con la sua bella bocca demoniaca.
