«Pensi che… potrei imparare a nuotare?»
Il fiato gli si incastra in gola per un attimo che a Hutch sembra eterno.
Sono entrambi in piedi fra le onde basse che sciabordano poco sopra le loro caviglie. Non si è ancora mai risolto a lasciarlo andare, Hutch, e a Cat sembra star bene l'essere stretto contro di lui. Ma sono passati solo pochi giorni dalla prima volta in cui il ragazzo è riuscito a mettere in ammollo la punta dei piedi senza uscire di testa, appena una settimana o poco più, e da allora non si sono mai arrischiati nell'allontanarsi da riva per più di pochi passi.
Hutch si schiarisce la gola, turbato. «Immagino di sì, con un po' di preparazione.» Un bel po', riflette fra sé.
Cat si volta per fronteggiarlo, e in volto sfoggia un sogghigno che è a metà fra uno sbeffeggio e una smorfia di afflizione.
«Credi che io sia completamente folle, non è vero?»
«Cat! No, non lo credo. Solo… Cat, so che potresti farlo, ma non adesso. È troppo presto» dissente con forza.
«Lo so» soffia, artigliando la camicia di Hutch fra le dita. «Lo so» ringhia, un suono cupo e ferito.
«Cat» prova, cauto e delicato.
«È sempre troppo presto. Troppo maledettamente presto, per qualsiasi cosa!» sbotta, tremando di rabbia fra le sue braccia.
«Cat, per favore» supplica.
«Sono bloccato qui dentro! Cazzo! Da più di quattro mesi, non riesco a fare nulla. Nulla! Prigioniero di me stesso e… inerme, di fronte a tutto quello che esiste là fuori.» Grida, ed è un suono lacerante e disperato.
Hutch chiude gli occhi, perché percepire e ascoltare il suo dolore è già troppo, e proprio non riesce anche a sopportare di vederlo. Non c'è niente che possa dire, né fare, per alleviare la sua pena. Così si limita a trattenerlo a sé, impedendogli di scivolare via assieme alla sua sofferenza.
«Scusa» pigola Cat un po' roco, dopo aver consumato gran parte della voce e aver nel suo piccolo contribuito all'aumento dell'acqua salata dell'oceano.
«Non ti scusare. Non ne hai motivo.»
Una piccola risata singhiozzante scuote il suo petto affaticato. «Sono patetico» soffia mortificato.
«Non lo sei» lo rimprovera Hutch. «Andrà meglio, Cat. Devi solo convincertene. Tu sei forte, allora raccogli la tua forza e saprai superare ogni ostacolo.» Osserva la testa di Cat muoversi titubante, annuendo piano. Il suo respiro è ancora troppo irregolare. «E se…» deglutisce, nervoso. «Se vorrai, io sarò al tuo fianco.»
«Non so come potrei fare, senza la tua presenza, Hutch. Sei… sei tu, sai?»
«Che cosa?»
«L'unico motivo per cui, al risveglio, riesco a raccogliere un poco del mio coraggio e… andare avanti.»
Hutch serra le labbra e accarezza piano la nuca perennemente scompigliata di Cat. «E allora farò l'impossibile per offrirtelo sempre, quel motivo.»
Il soffice sospiro che gonfia il petto di Cat gli fa tremare il cuore. Posa un altro delicato bacio sulla sua spalla, solletica la sua gola con la punta del naso, scivola lungo il suo sterno e inspira, riempiendosi i polmoni del dolce odore della sua pelle. Piano, in punta di dita, accarezza il suo fianco, la sua anca, risale leggero lungo la coscia, il ginocchio, solletica l'ombelico e scivola sotto la schiena. Un piccolo gemito languido fa vibrare le sue labbra tumide. Con il palmo un po' calloso della mano, scivola dalle reni giù verso le sue natiche lattee e le dita vi affondano piano, tastandone la consistenza burrosa.
«Nh» ansima cedevole.
«Condivido» mormora, mordicchiando appena il suo mento, solleticando la sua mascella.
«Earp» soffia sperso.
«Qui. Come sempre» conferma, titillando un'areola con la punta della lingua.
«Oh» boccheggia, mentre Hutch risucchia dolcemente un capezzolo.
La gola sottile trema, il petto si solleva con più forza, le mani si allungano cercando le sue braccia massicce e vi si aggrappano tenaci. Geme, un suono intrattenibile, e inarca la schiena alla ricerca di più aria. Un piccolo guaito frastornato sfugge alle sue labbra. Serra con forza le palpebre e affonda le unghie nella pelle dorata delle sue braccia. Ha l'impressione che qualcosa di tangibile danzi, di fronte ai suoi occhi chiusi, ma presto sprofonda di nuovo, con affanno, nell'ormai conosciuta oscurità.
«Sei sicuro, quindi?» domanda, forse per la cinquantesima volta, Hutch, visibilmente incerto.
«Sì, Hutch, lo sono» rimarca, i tratti del volto un po' tesi, se per il nervosismo di ciò che si appresta a fare oppure per l'irritazione a quella domanda, non lo sa più nemmeno lui. «Se andrà male, ebbene, ci riproverò una seconda volta. Sempre che tu non abbia intenzione di affogarmi prima.»
Hutch storce il naso, contrariato. «Ovvio che no. Sono solo preoccupato.»
«Lo so» ammette Cat. Si volta verso di lui e afferra una sua mano, stringendosela al petto. «È una cosa che sento di dover fare. So che sei in pensiero. E anche io lo sono, come sono certo puoi ben vedere da te. Ma… non posso tirarmi indietro adesso. Devo provare, capisci?»
Hutch sospira un po' troppo bruscamente, facendo vibrare con forza le narici. «Sì, lo capisco. Ma non è che questo lo renda migliore, sai.»
Cat ride, ed è un suono che riesce a farlo star bene anche quando sono nella merda fino al collo. E adesso lo sono proprio.
«Immagino di no. Ma posso contare su di te, no?»
«Diavolo, certo che sì!» sbotta, incredulo per quella domanda del tutto superflua, a suo modesto parere.
Annuisce, sollevato. «D'accordo. Se do di matto ti autorizzo a darmi una botta in testa» scherza, con un piccolo sorriso titubante.
«Se dai di matto ti carico in spalla e ti porto in casa senza chiedere il resto» lo informa Hutch, asciutto.
«Molto confortante» commenta divertito. «Ehi…» mormora, avvicinandosi ancora e poggiandosi contro di lui. «Volevo dirti una cosa importante, prima che sia tardi e che il mio cervello vada a farsi friggere.»
Hutch si limita a un grugnito insoddisfatto. Ha un gran brutto presentimento. Quell'idea non gli è andata a genio fin dal primo momento in cui l'ha sentita, ed era solo un piccolo embrione ancora indeciso su cosa sarebbe diventato da grande. Ora che è un piano stabilito, beh, è ancora peggiore. Ma, per quanto abbia protestato, Cat si è dimostrato irremovibile e deciso ad andare avanti con quel progetto scellerato di voler… pfui… imparare a restare a galla e poi a nuotare. Fesserie! Non gli arriverà nemmeno alle spalle, l'acqua, prima di perdere del tutto la bussola. Avrebbero avuto bisogno di qualche altra settimana di allenamento, prima di questo. Perché Hutch crede fermamente che Cat possa farlo, ma non così presto, non in quel modo, non senza un'adeguata preparazione. Dannazione!
«Sento i tuoi pensieri contrariati, Hutch.»
«Senti anche che ti sto mandando mentalmente a 'fanculo, per caso?»
Cat reclina il capo e arriccia le labbra in un sorrisetto impertinente. «Ora che mi ci fai pensare, credo proprio di sì.»
Hutch sbuffa, molto frustrato e tanto, tanto incazzato. «Bene. Allora facciamola finita e dimmi quel che dovevi dirmi.»
Cat si avvicina ulteriormente, cosa che Hutch non credeva fosse possibile, non con i vestiti addosso almeno, e posa le labbra sulle sue. Già quell'azione in sé sarebbe sufficiente a liquefare qualsivoglia processo mentale in atto nella sua testa, ma a uccidere definitivamente ogni cellula cerebrale superstite ci pensano le sue poche parole, che mormora sulle sue labbra una volta scostatosi di un soffio appena.
«Anche io ti amo, stupido bestione.»
