Com'era del resto prevedibile, il primo tentativo di galleggiamento non è propriamente andato in porto. Sarebbe più corretto dire che è naufragato in modo spettacolare, e con "spettacolare" Hutch intende letteralmente. A Cat sono occorsi tre interi, penosi, lunghissimi e angosciosi giorni per riprendersi dal trauma. È stato a dir poco orribile, e non solo per Cat, beninteso. Nelle ultime settantadue ore Hutch ha più volte considerato l'idea di chiedere a Maloney di spacciargli qualche tipo di tranquillante, uno qualsiasi, purché fosse in grado di metterlo fuori combattimento per qualche benedetta ora, prima che la sua crisi di nervi incipiente potesse virare in modo brutale a esaurimento nervoso. Non è accaduto nulla del genere solo in considerazione del fatto che, in tal caso, Hutch non sarebbe stato fisicamente e mentalmente presente se Cat ne avesse avuto il bisogno, ma questo non l'ha reso più facile, proprio il contrario semmai.

«Dovreste riposare, signor Bessy» propone la voce calma e gentile di Maloney, prendendolo di sorpresa e facendolo sussultare.

«Lo so. Io… non ci riesco. Ho il terrore che possa accadergli qualcosa di brutto in un momento qualunque del mio stupido pisolino.»

Il dottore offre un piccolo sorriso comprensivo. «Sapete bene che, nel caso, vi avviserei. Siete sveglio da troppo tempo. Vi state facendo del male.»

Il volto di Hutch si accartoccia in una smorfia infastidita e costernata.

«È colpa mia» sibila, serrando i pugni.

«No, non lo è. Ricordo perfettamente i vostri reiterati tentativi per dissuaderlo» dissente.

«Non ho tentato con sufficiente convinzione, evidentemente. Forse avrei dovuto legarlo al letto.» Un inatteso lampo di un'immagine incongrua e del tutto fuori luogo lo fa boccheggiare. «Oh, merda» soffia, scuotendo la testa mortificato.

«Vi sentite bene?» domanda, preoccupato per l'incomprensibile comportamento dell'uomo in sua compagnia.

«No, per niente. Mi sa tanto che avete ragione voi: devo proprio riposare.»

«Questo è evidente» commenta asciutto, senza specificare quale delle due asserzioni lo sia. «Andate, ora. Prometto solennemente di buttarvi giù dal letto qualora lo ritenessi necessario» è il poco rassicurante impegno che gli tributa Maloney, prima di spingerlo via.

Il sogno è quanto meno stravagante ma non privo di un certo fascino. A quanto pare anche il suo subconscio sente la mancanza fisica di una certa persona, e se n'è appena fabbricato una copia onirica che, non solo gli somiglia come una goccia d'acqua, ma ha anche lo stesso odore e consistenza. Adesso il gemello onirico è strettamente avvinghiato al suo subconscio come una piovra e non dà affatto l'idea di volersi staccare molto presto.

«Mh… Cat» mormora tra il sonno e la veglia.

«Nh.»

Hutch spalanca gli occhi. È buio, ma ha appena realizzato che il gemello onirico non esiste affatto, e che non ha prodotto lui la copia, ma si è prodotta da sola, strisciando nottetempo nel suo letto, sotto le sue lenzuola.

«Che cazzo!» sbotta a un soffio dall'arresto cardiaco, levandosi a sedere bruscamente e provocando in tal modo un borbottio molto contrariato da parte del ragazzo-piovra abbarbicato a lui.

Sta delirando, ne è cosciente solo a tratti. Cat invece non sembra troppo cosciente, in compenso sembra molto deciso a non mollare la presa. Hutch si piega, tentando invano di dare un'occhiata più ravvicinata all'amico.

«Cat? Che succede? Non stai bene?»

L'amico si aggrappa ai suoi vestiti spiegazzati che ha scordato di levare prima di coricarsi e si arrampica su di lui, raggiungendo con un po' d'impiccio il suo collo e strusciandoci contro il naso, prima, poi le labbra.

«C-Cat?» balbetta, incerto e confuso.

«Dopo le domande. Ora baciami» borbotta direttamente nel suo orecchio, facendolo rabbrividire.

E, diavolo, come si può negare un po' di conforto a un povero ragazzo bisognoso?

«Avresti dovuto svegliarmi» lo rimprovera, senza smettere di accarezzare la sua fronte che, infine, è tornata fresca e levigata.

«Ci ho provato» lamenta flebile. «Hai il sonno pesante» spiega imbarazzato.

Hutch sgrana gli occhi, stordito. «Oh… Mi dispiace, non ho sentito nulla» si rammarica.

«Non importa. Posso immaginare che ti servisse un po' di riposo. Avevo solo… bisogno di essere un po' più vicino. Adesso va molto meglio.»

Sorride, e torna a sfiorare la sua pelle con le dita. «Sono contento di sentirlo. Lo sai, mi ha fatto perdere almeno dieci anni di vita con la tua esibizione, laggiù in mare.»

Le labbra di Cat si storcono in una smorfia amareggiata e contrita. «Mi dispiace. Non credevo sarebbe stato tanto…» Deglutisce, stringendosi un altro po' a lui. «Spaventoso.»

Lo avvolge fra le braccia e sospira. «Ti avevo detto che serviva maggiore preparazione.»

«Lo so. Scusa. Ho… sottovalutato il problema. Cercherò di evitarlo, per il futuro» promette, il tono un po' demoralizzato.

«L'importante è che tu stia bene, adesso. Stai bene?» si accerta, ansioso.

Cat annuisce e sospira contro la sua pelle. «Abbastanza, sì. Ma, sinceramente, non penso di volerla avere di nuovo intorno entro le prossime ventiquattr'ore» ammette, riferendosi all'acqua e tremando alla sola idea.

«Mi trovi d'accordo. Possiamo ben permetterci un giorno di riposo, penso.»

Per la verità di giorni di riposo se ne sono già concessi tre, ma non sono stati sul serio riposanti, solo lontani dall'acqua. Hutch ha rischiato più volte il tracollo del suo sistema nervoso; a Cat, decisamente, è andata peggio e ha trascorso i primi due giorni in uno stato semi-delirante e con febbre intermittente. Quindi, sì, un po' di vero riposo è certamente il benvenuto.

Cat non dà affatto l'idea di essere a suo agio; tutto il contrario, in effetti. Sono passati due giorni e, al momento, sono bloccati sulla sabbia, a metà strada fra la villa e l'oceano, e non pare ci sia verso di fare un solo passo in una direzione qualunque.

Hutch sospira, avvilito. «Probabilmente avremmo fatto meglio ad attendere almeno un altro giorno» considera soprappensiero.

«O i prossimi due o trecento anni» ribatte sarcastico Cat, rabbrividendo al frusciare della risacca.

Si volta a guardarlo in faccia e storce la bocca in una smorfia contrariata. «Dammi un po' di tregua dal tuo pessimismo. Mi fai venire l'emicrania.»

«Scusa» mormora mortificato.

Piantato solidamente davanti a lui, solleva il suo mento e poggia la fronte sulla sua. «Ehi… Non è la fine del mondo. Recupereremo il terreno perso. Pazienza, ricordi?»

«Pazienza, o una botta in testa» rettifica.

«Mh… Preferisco l'idea delle corde» considera Hutch.

Un sopracciglio si inarca, perplesso. «Quali corde?» domanda dubbioso.

«Oh, è una storia bislacca. Si tratta, credo, di uno dei miei deliri di qualche giorno fa, non ricordo nemmeno più quanti. Ero un po' incasinato con la testa» prova a spiegare, con un certo impaccio.

«Ed era interessante, questa idea?» si informa, curioso.

Hutch arrossisce. Per sua fortuna Cat non ha la possibilità di notarlo, invece ravvisa il lungo momento di titubanza e, lentamente, un piccolo sorrisetto sfacciato arriccia le sue labbra.

«Raccontamela, mentre tento di farmi passare la tremarella.»