Sono seduti sul fondo del mare, a pochi passi dalla riva, in modo che l'acqua arrivi alle spalle di Cat o poco sopra ma non sia al contempo costretto a lottare con le gambe per rimanere a galla. Si stanno allenando a muovere le braccia nel modo corretto, senza l'apprensione di poter finire sott'acqua da un momento all'altro.
«Così va meglio. Fai in modo di trattenere l'acqua nei palmi e sulle dita, così da darti la spinta giusta per mantenerti stazionario sul posto, quando sarai a galla. E rimani più morbido con le braccia, o si stancheranno troppo presto.»
«Va bene» conferma serio e concentrato.
Hutch non riesce affatto a distogliere lo sguardo da lui. Non è una questione di allenamento. È una questione di Cat. Le sue sopracciglia leggermente crucciate, mentre si sforza di rimanere con la mente sui movimenti giusti; la piccola smorfia delle labbra, tese al raggiungimento del suo obiettivo; la sua testa scompigliata, che di tanto in tanto si piega, come cercando di afferrare il pensiero giusto. Tutto, di lui, concorre a calamitare la sua completa attenzione. Allunga una mano e fa scivolare un dito sulla sua mascella contratta.
Cat sussulta, preso allo sprovvista, e un piccolo singhiozzo sorpreso rompe la tensione delle sue labbra. «Che succede? Ho sbagliato in qualcosa?» chiede ansioso.
«No. Perdonami, mi sono distratto guardandoti.»
«Oh» soffia interdetto, e le sue gote si tingono di un delizioso rosa che gli ricorda l'alba sul mare.
Gli sta insegnando il galleggiamento sul dorso. O almeno, ci sta provando. Non si tratta solo del nervosismo di Cat, che con il trascorrere dei giorni e l'aumento dell'esperienza, sta gradualmente diminuendo. Si tratta, di nuovo, di Cat. Forse avrebbe fatto meglio a fargli indossare almeno i pantaloni; così com'è è davvero, davvero complicato rimanere attento al suo compito e non derivare su… altro. Ma lo avrebbero intralciato, e si sarebbero inevitabilmente appesantiti con l'acqua. Prova a chiudere gli occhi, ma non si rivela molto utile, perché le sue mani continuano a sostenerlo.
«Hutch.»
«Sì?»
«Ti sei perso anche tu? Da un sacco di tempo non dici nulla. Forse sto facendo qualche errore?» domanda turbato.
Sospira. «Vorrei sapertelo dire. Ma sto pensando ad altro.»
«Beh, simpatico da parte tua. Non dovresti insegnarmi a nuotare?» protesta piccato.
«Dovrei, è vero. Ma ho recentemente scoperto che è più complicato del previsto restare concentrato sul nuoto se tu sei nudo fra le mie braccia.»
«Mh… Ottimo argomento. Ma se mi rivesto vado a fondo.»
«Già» conviene.
«Quindi che si fa?»
«Se me lo chiedi, qualche idea io l'avrei.»
Sbuffa, seccato. «Hutch! Sii serio.»
«Oh, ma io sono serio» assicura.
«Sei un maledetto bestione insopportabile, certe volte» si ribella, imbronciato.
«Questo è vero. Però sono il tuo bestione insopportabile.»
Un piccolo sorriso sostituisce il suo precedente broncio. «Sì, hai proprio ragione. Va bene, penseremo poi al nuoto. Ora baciami.»
Qualche volta Hutch è veramente felice del lato autoritario di Cat. Senza porre ulteriore indugio, si affretta a obbedire ai suoi ordini.
«È certo che il nuoto è proprio un'attività faticosa» lamenta Cat, mentre Hutch lo trascina a spalla fino alla spiaggia.
«Quello e il fatto che consumiamo una buona quantità di energie in attività che non contemplano il nuoto» rettifica, sistemandoselo meglio sulla schiena.
«Punto per te. Ma non ti ho sentito lamentarti per questo spreco di cui parli.»
«E non mi sentirai neppure in futuro, se chiedi la mia opinione» assicura convinto.
«Andiamo a fare un riposino, quindi?»
«Assolutamente sì. E poi ti preparo la cena, così recuperi le forze.»
«Mhh… Va bene, mamma» mugola contro la sua spalla.
Sorride, mentre lo posa sulla sabbia asciutta e lo avvolge in un largo telo caldo. «Cat, saresti il moccioso più pestifero sulla faccia della Terra» scherza, frizionandolo con attenzione per riscaldare la sua pelle fredda.
«Una volta ero meglio, sai. Mia madre sosteneva fossi un bambino educato. Non che avessi molta scelta al riguardo, sia chiaro. Poi è finita male e sono diventato un mezzo selvaggio. Che poi, a ben vedere, una parte della colpa è anche tua.»
«Ehi, e io che c'entro, scusa?»
«Mi hai dato un cattivo esempio. Voglio dire: ero solo un ragazzino, all'epoca. Se volevi una personcina a modo, avresti dovuto occupartene meglio.»
Sbuffa, e poi ridacchia. «Ma, Cat, io non ho mai voluto una personcina a modo. A me bastavi tu, e certe volte avanzavi pure, tipo quando scatenavi certi finimondo e rimaneva indietro solo roba da buttare e una nuova abitazione da trovare.»
Il broncio che gli propina Cat è assolutamente delizioso, tutto da divorare. «Ma non era colpa mia!» protesta contrariato. «Almeno… non sempre.»
«Ah, ecco. Volevo ben dire.»
«Sei… cattivo… e… e…»
«E tu sei stanco morto e stai proprio straparlando. Comunque non sono cattivo» si impunta.
«No, è vero: non lo sei per davvero. Però… non mi lasci da solo, vero?» si accerta preoccupato, sperando in cuor suo di non averlo offeso troppo.
Sorride, gli accarezza il viso e con calma gli infila i vestiti asciutti. «Certo che no. Come potrei abbandonare un micetto così carino e che ha tanto bisogno di affetto?»
Gonfia le guance, piccato. «Non sono un micetto! Se proprio devi insistere con questa storia del gatto, almeno posso essere un ocelot?»
«Ehm… Volentieri, se sapessi di cosa stai parlando.»
«Uff, devo sempre spiegarti tutto. È un piccolo leopardo, poco più grande di un gatto selvatico, che trovi nelle Americhe centro meridionali. O che troveresti, ma dubito si farebbe vedere da te.»
«E perché mai? Mica gli faccio nulla!» borbotta.
Appare impermalito, invece in cuor suo è molto divertito dal modo in cui Cat sembra prendere tremendamente sul serio questa discussione senza capo né coda. Inoltre, a voler essere fiscali, il ragazzo ha gonfiato il pelo per la questione del micetto, ma non ha pronunciato verbo riguardo all'essere bisognoso di affetto. Quindi Hutch si sente più che autorizzato a coccolarlo un po'. Difatti una volta riaggiustati per bene gli abiti lo solleva dal terreno e se lo rimette in spalla, diretto alla villa.
«Hutch» soffia piano, già sulla via dei sogni.
«Dimmi.»
«Ti amo.»
È solo la seconda occasione in cui Cat gli rivolge quelle parole. Avverte una sensazione stupenda, come se potesse spiccare il volo da un momento all'altro. Quando rientrano in casa Cat dorme già e Hutch ha in volto un sorriso radioso e si sente l'uomo più felice del mondo.
