Con poche falcate raggiunge la porta che dà sulla veranda, la spalanca e si precipita fuori, senza curarsi di richiudere dietro di sé. Qualche misero passo oltre il porticato ed è già fradicio. Si guarda intorno, accecato dalla pioggia battente, assicurandosi di non essersi ingannato, che per qualche miracolo lui non si trovi nei paraggi. Ma no, di Cat non c'è proprio traccia. Allora si mette a correre, senza più porsi inutili domande, solo con l'intento di arrivare alla sua destinazione il prima possibile. Solo che, quando infine la raggiunge, ansante e grondante acqua, sente le ginocchia tremare e deve fermarsi un momento.

Lui è lì. Lo ha trovato, infine. È scompostamente seduto sulla sabbia impregnata d'acqua. La linea della marea ha raggiunto un punto dell'entroterra che normalmente non viene bagnato dal mare. Quindi, nonostante Cat si sia fermato a una distanza di norma ragionevole, il mare riesce comunque a lambire le sue gambe ripiegate.

Il mare. Quel giorno ha un aspetto decisamente poco rassicurante, di quelli che non avresti affatto piacere di vedere se ti trovi al largo, su una barca ma, a ben vedere, anche su una nave. L'acqua è il riflesso del cielo: grigio piombo e blu, a tratti dai riflessi violacei, la spuma argentea sulla cresta delle onde, il suono assordante e minaccioso che si fonde con l'urlo sinistro del vento.

Uno scroscio di pioggia più violento lo riscuote dal suo intorpidito turbamento e lo spinge a rimettersi in cammino. Così, un po' a fatica, raggiunge il ragazzo e si accascia accanto a lui.

«Cat» affanna, a corto di aria.

Non ottiene alcuna risposta, ma sa che è desto. Le sue ciglia sfarfallano a tratti, appesantite dall'acqua, e il suo corpo rabbrividisce.

«Cat! Accidenti a te» sbotta, nonostante non gli riesca di udire la propria voce con chiarezza.

Posa una mano sulla sua spalla, ma lui non si muove. Si risolleva in ginocchio e, con un po' di impaccio, si trascina di fronte a lui. Poi trema, con violenza, mentre immerge lo sguardo nei suoi occhi che sembrano contenere ogni suo singolo tormento.

«Cat! Cat, mi senti?» riprova.

Ma sembra proprio che non lo possa sentire, e non è per nulla sicuro se dipenda dal frastuono che li circonda o dalle ossessioni che lo tengono asservito. Contrae la mascella e sibila alcune meritevoli imprecazioni. La sua pelle sembra fatta di porcellana, e quando posa un palmo sul suo viso scopre che è anche gelata. Il cielo solo sa da quanto tempo si trova lì fuori ad affogare sotto la pioggia torrenziale.

«Beh, 'fanculo» sbotta.

Si rimette in piedi, un po' traballante a causa delle raffiche di vento che lo scuotono e sospingono da tutte le direzioni, afferra un braccio di Cat e lo strattona un po', sollevandolo parzialmente da terra, poi si piega sulle ginocchia e se lo carica in spalla. Un grugnito contrariato abbandona la sua gola. Digrigna i denti, mentre il desiderio di eviscerare l'uomo che Cat chiama padre si fa sempre più prepotente dentro di lui. Infine piano, con attenzione, trascina entrambi di nuovo verso il riparo della loro villa.

«Doc! Dove cazzo siete? Muovete il culo!» ringhia, mentre si fa largo verso il corridoio che porta al salotto, bagnando tutto lungo il suo passaggio.

«Che succede, stavolta?» si informa Maloney, un po' infastidito dal tono usato dal coinquilino. Il fastidio non ha lunga durata; gli è sufficiente un'occhiata al problema per sapere che sarà un interminabile e faticoso pomeriggio, che con buona probabilità si protrarrà per il resto della notte. «Santo cielo, ma cos'è accaduto?» si allarma, infatti.

«Ci pensiamo dopo, ora lasciate perdere le domande. Dobbiamo aiutarlo.»

Insieme lo portano in cucina, l'unico locale abbastanza ampio, dotato di un tavolo resistente e soprattutto di un sistema di riscaldamento sempre attivo. Maloney si precipita a recuperare i suoi medicinali e attrezzature, mentre Hutch si dà da fare per levargli gli abiti zuppi, operazione non troppo agevole, dato che sono incollati alla sua pelle gelata ed esangue.

«Recuperate degli asciugamani. E anche dell'altro combustibile» lo istruisce Maloney.

Hutch posa un altro istante lo sguardo su Cat, poi corre via per procurarsi il necessario.

Sia Maloney che Hutch sono seduti all'interno della camera del ragazzo, entrambi pensierosi, mentre osservano il leggero velo di sudore che brilla sulla sua fronte alla fioca luce della lampada adagiata sul comodino accanto al letto di Cat.

«Credete sia una cosa grave?»

«Spero di no. Nell'ultimo mese ho notato un netto miglioramento. Dovrebbe essere abbastanza in forze per non avere complicazioni. Piuttosto, avete idea del perché abbia agito in un modo simile?»

Hutch sposta un momento l'attenzione su Maloney, poi la riporta su Cat, impegnato a respirare in maniera pesante.

«Ho qualche idea. Ma non posso esserne certo.»

«Immagino abbia ancora a che fare con la sua fobia dell'acqua» ipotizza Maloney.

Annuisce, seppur con incertezza. «Credo che sia così. È a causa del maltempo, o almeno, suppongo che lo sia. Ho il sospetto che stesse tentando di… beh, mettere alla prova il suo equilibrio…» Scuote la testa, adombrato. «Se solo me ne avesse parlato. Ma forse sto pretendendo troppo da lui. Non è questo il suo modo di agire: non dice mai nulla a nessuno, né pensa di confidarsi. Non di sua spontanea volontà, per lo meno.» Sposta lo sguardo sulla pioggia che ancora imperversa fuori dalla finestra. «O magari avrei fatto meglio a tenerlo d'occhio, con quel che c'è là fuori… Chi può sapere che gli passa per la testa.»

«Adesso siete voi che state pretendendo troppo da voi stesso, signor Bessy. Se deste retta alle vostre parole dovreste dedicare gran parte del vostro tempo a tenere sotto osservazione il vostro amico.»

Hutch sbuffa e sogghigna. «Lo dite come se fosse una brutta eventualità. Di certo, se dovessi scegliere cosa guardare in continuazione, ebbene, penso proprio che sceglierei lui. Senza offesa, eh.»

Maloney leva gli occhi al cielo. «Tranquillizzatevi: non mi avete affatto offeso. Farò felicemente a meno della vostra costante attenzione.»

È ormai notte fonda, quando un tenue mugolio lo ripesca dal suo dormiveglia agitato.

«Cat» soffia rauco, rabbrividendo colto da angoscia.

«Nh» giunge l'incerta conferma.

Sgrana gli occhi, incespica e si allunga per fare maggior luce e dare un'occhiata all'altro occupante della camera. Piano, posa una mano sulla sua fronte, trovandola solo leggermente tiepida, e tira un sospiro di sollievo.

«Siamo a casa?» mormora la voce gracile di Cat.

«Sì, lo siamo. Come ti senti?»

Per qualche lungo minuto non apre bocca. Hutch non riesce a capire se si è riaddormentato, oppure sta cercando una risposta per lui.

«Non troppo bene» riesce finalmente ad ammettere Cat.

«Lo vedo» ribatte asciutto.

Vorrebbe subissarlo di domande, e di rimproveri anche. Si trattiene perché il ragazzo che si trova disteso sul letto lì accanto ha un aspetto esausto e soprattutto spaventato. Le sue insistenze inopportune non migliorerebbero la situazione, tutt'altro.

«Ho combinato un altro casino, eh?» prova tentennante.

«Qualcosa del genere» concorda.

«Scusa» soffia avvilito.

«Cat…» esita, incerto.

«Non volevo che stessi in pensiero» prova a spiegare. «Ma è chiaro che ho ottenuto l'effetto contrario.»

Hutch è bruscamente impallidito perché ha appena realizzato di non aver capito assolutamente nulla, come da copione naturalmente.

«Cat» riprova con voce tremante. «Ho un problema. Io sto in pensiero anche quando sono a due passi da te. Se scompari nel nulla senza dirmi una parola, io non sto in pensiero, perdo direttamente la testa. Non so se mi spiego.»

«Sì» ansa costernato. «Mi dispiace.»

«Puoi…» Si schiarisce la voce, perché gli è uscita un po' gracidante. «Puoi parlarmi delle tue intenzioni. E se poi, davvero, hai bisogno di essere da solo, io rimango a controllare da lontano, così tu sei felice e io sopravvivo all'angoscia. Che ne dici?» propone speranzoso.

«Hutch» soffia, facendo tendere l'interpellato. «Non sono mai stato felice, andandomene in giro da solo. Supponevo di stare meglio. Ma ho l'impressione di essermi sempre illuso, a questo punto. E di certo l'ultima cosa che ho provato su quella spiaggia era felicità. Quindi…»

«Perché?» lo interrompe Hutch.

Le sopracciglia si contraggono per la perplessità. «Cosa?»

«Perché lo hai fatto?» chiarisce.

Stira le labbra in una smorfia desolata. «Intendevo scoprire se potevo tenere a bada gli incubi. In tutta evidenza, no.»

Lo fissa scontento. «Non avresti dovuto farlo da solo» non può impedirsi di rimproverarlo.

«Forse hai ragione» soffia stremato.

«Togli il forse» rimbecca testardo. Ma infine sospira e, incapace di resistere oltre, si fa più accosto, fa scivolare una mano sotto il suo capo e, con delicatezza, lo solleva, facendo in modo che le loro fronti siano a contatto. «Ti scongiuro di non rifarlo, non senza che io ne sia al corrente e, possibilmente, che sia lì con te. A meno che tu non voglia farmi morire di crepacuore.»

«D'accordo» mormora piano a un soffio soltanto dalle sue labbra.