«Potremmo portare qualcosa da mangiare, e pranzare direttamente lì» propone Hutch, mentre sono impegnati a organizzare la loro imminente gita su Cat Island.

Si sono procurati una piccola mappa del posto e delle carte nautiche per ogni evenienza. Hutch si è anche assicurato, a più riprese, che l'imbarcazione fosse affidabile e in buono stato, così da poter rassicurare Cat e sollevarlo dalle sue preoccupazioni.

«Stai suggerendo una sorta di picnic, mi sembra di capire.»

Hutch si gratta la testa, incerto. «Beh, credo di sì» prova cauto.

«D'accordo.»

«Uhm?» dubita, incerto.

«Mi sta bene» chiarisce Cat, divertito.

Il viso di Hutch si apre in un enorme sorriso felice. Sta riflettendo sul fatto che quella sarà la loro prima, vera uscita insieme. Un appuntamento in piena regola, perdinci. Troppo romantico? Bah, chissenefrega! È fantastico. Bisognerà impegnarsi e fare le cose per bene, decide risoluto, perché quella dovrà essere una giornata veramente speciale.

Nel frattempo Cat ridacchia fra sé, rasserenato dal buon umore del compagno. Se ci riflette con serietà e in maniera obiettiva, deve ammettere che, messa a parte l'ansia per la futura partenza per l'Europa e le ovvie limitazioni che gli impone la sua cecità, non ricorda di essersi mai sentito così bene. O forse, può darsi, durante qualcuno dei viaggi intrapresi con la madre? Ma era troppo piccolo, allora, e i suoi ricordi potrebbero non essere così precisi e imparziali. Non che i suoi attuali sentimenti siano davvero imparziali, ben inteso. Ma, in fondo, quando lo sono veramente? Non è così importante; si sente felice, o comunque molto vicino alla felicità, e null'altro conta davvero.

Quando Maloney ha avanzato la proposta di accompagnarli, Hutch lo ha guardato malissimo e ci è mancato tanto così che lo azzannasse alla gola. Per fortuna il dottore ha capito al volo l'antifona e ha ritrattato la proposta senza fare troppe storie. Cat, beh, lui si è divertito un mondo senza neppure aver bisogno di vedere la reazione di Hutch; gli è stato sufficiente il silenzio di tomba e poi il ringhio cupo che hanno fatto seguito alla proposta per immaginarsela. In alcuni momenti si sente un po' sciocco pensando al proprio comportamento in quei frangenti. Si rilassa ritenendo che debba essere abbastanza normale (o almeno sperandolo).

La mattina della partenza si trovano al piccolo molo di buon'ora. Cat cerca di non darlo a vedere, ma è nervoso e pieno di ansia, e non è a causa dell'appuntamento.

«Cat, stai bene?» lo sorprende la voce di Hutch, mentre l'uomo sta preparando la piccola imbarcazione per la loro prossima partenza.

Cat non si attendeva quella domanda. Sperava di non aver lanciato segnali di instabilità. A quanto pare si era illuso. E la sua reazione sbigottita al giungere della domanda non concorre a migliorare la situazione.

«Sì» si affretta a rispondere. Si mordicchia un labbro, indeciso. «Non proprio. Ma è solo un po' di ansia» si giustifica.

Il tepore di Hutch lo circonda un momento dopo e una parte di quella stessa ansia retrocede, permettendogli di distendere i nervi e tornare a respirare con regolarità.

«Non serve che ti preoccupi. Andrà tutto bene. Il posto non è troppo lontano e saremo lì in pochissimo tempo. In aggiunta sarò sempre con te» prova a tranquillizzarlo, massaggiandogli le spalle tese.

«Lo so» conferma in un bisbiglio appena. «Lo faccio senza pensarci, non dipende in nessun modo da mancanza di fiducia» assicura, sperando di non averlo offeso senza volere.

Hutch posa un bacio sulla sua fronte, poi uno sullo zigomo. «Bene. Allora prova a pensare a quando saremo sull'isola» suggerisce evocativo, e mentre Cat arrossisce posa un terzo bacio sulle sue labbra appena schiuse per la sorpresa.

«Dondola» annaspa Cat, stringendo la fiancata con sufficiente forza da far sbiancare le dita.

«È normale, Cat, siamo sul mare, non può stare ferma. Prova solo a… rilassarti, d'accordo?»

«La fai facile, tu. Io la barca non la vedo, e neppure il mare» borbotta stralunato. L'imbarcazione beccheggia in modo più pronunciato e a Cat sfugge un singulto allarmato. «Merda» sbotta annichilito.

Hutch adocchia le sue mani e una smorfia preoccupata distorce il suo viso. «Sei troppo teso, finirai col romperti le dita, di nuovo. O sfasciare la barca.» Un istante dopo realizza di aver detto la cosa più sbagliata nel momento peggiore. Come sempre, del resto.

Cat impallidisce alla velocità della luce e Hutch non può fare a meno di sorprendersi del fatto che non sia già privo di sensi.

«Forse non è stata un'idea eccellente» dubita a un certo punto.

Il ragazzo stringe i denti, serra strettamente le palpebre e inspira una brusca e profonda boccata d'aria. «N-no, io… Scusa. Posso farcela, davvero» soffia, tremando come una foglia.

Hutch rinserra le labbra, scontento. Si guarda attorno, cercando di capire se può abbandonare per breve tempo i comandi dell'imbarcazione. Con cautela si sposta, accucciato, lungo il piccolo scafo fino a raggiungere il compagno.

«Ehi» sussurra, posando un palmo sulla sua guancia. «Ora calmati. È tutto a posto, il mare è tranquillo e nessuno si farà male. D'accordo?»

Cat deglutisce, visibilmente nervoso. «Da-d'accordo» soffia scosso. «Scusa.»

«Non è nulla. Va tutto bene. Rilassati, tra poco arriveremo alla tua piccola isola. Allora avrai tutto il tempo per riprendere fiato.»

Il posto che raggiungono, dopo essere riusciti ad attraversare sani e salvi un tratto di mare che quel giorno deve aver deciso, in uno slancio magnanimo e per il loro bene, di essere calmo e tranquillo, è abbastanza bizzarro. Hutch prova a descriverlo a Cat, ma non è un granché né come narratore né tantomeno nel raccogliere delle idee chiare. Cat è perplesso, e si vede.

«I procioni ci sono, almeno?»

«Non ne ho ancora visti. Forse se la sono svignata.»

«Non mi sorprende. Devono averti avvistato mentre sbarcavamo e avranno pensato a qualche invasore senza scrupoli» scherza Cat.

«Ah, è così che mi vedi?» replica oltraggiato.

«Io no. Ma loro sono piccoli e pelosi. Potrebbero averti scambiato per un pericoloso predatore, magari un orso.»

Hutch rimane a bocca aperta, senza sapere bene cosa pensare. Cat, dopo qualche momento di inquietato silenzio, abbozza un piccolo sorriso.

«Stavo solo scherzando, sciocco bestione» mormora in tono dolce.

«Mh» mugugna, poco persuaso. «Non volevo spaventare nessuno.»

Allora Cat si aggrappa alla sua camicia, prima, poi intreccia le dita ai suoi capelli e, sulle sue labbra un poco imbronciate, soffia «Posso assicurarti che non hai spaventato nessuno. Ma, se vuoi, puoi provare con me.»

«Forse dovremmo mangiare qualcosa?» dubita Hutch, oltre due ore dopo.

«Forse» concede Cat. «Hai idea di come levarci di dosso tutta questa sabbia? Ne ho ovunque» borbotta, stiracchiandosi e soffiando un lieve gemito.

«Ho portato dei teli» tentenna.

«Nh, probabilmente sarebbero stati utili per evitare di ricoprirci di sabbia.»

«Oh… Scusa, non ci avevo pensato.»

Cat leva gli occhi al cielo e scuote la testa, ma poi lo afferra per la collottola e se lo trascina addosso. «Non sembra proprio una novità, non è vero? Beh, poco importa. Non rifletti spesso, ma di certo quando lo fai finisci con l'essere la persona migliore del mondo.»

Il viso e le orecchie di Hutch si imporporano sia per l'imbarazzo che per quello che suppone sia un complimento.

«È una cosa buona, vero?» si accerta.

Ride, e sa di amare quell'uomo. «Lo è, sciocco bestione.» Poi lo bacia. E un momento dopo lo stomaco di Hutch brontola. «Va bene, direi che è il caso di pranzare… o cenare. Che diavolo di ore saranno?»

Hutch dà un'occhiata al sole. «Penso più o meno le tre.»

«Ah, ecco. Abbiamo saltato la colazione e anche il pranzo. Questo spiega i rumori molesti che provengono dal tuo stomaco. Se i procioni non ci hanno fregato le provviste possiamo rimediare.»

Si attarda ancora un breve momento con il naso immerso nel suo odore. Sorride e annuisce. «Va bene.» Fruga del loro bagaglio e gli allunga un telo. «Ecco. Per la sabbia. Io recupero i viveri.»

La mezz'ora seguente la trascorrono nutrendosi di frutta, di tramezzini e dei loro rispettivi fiati, crogiolandosi nella fragranza del loro abbraccio.

In quello stesso momento, in un quartiere molto popolare della città di New Orleans, due uomini impolverati e con degli Stetson ormai logori, girano per locali in cerca di informazioni riguardo un ragazzo dagli occhi azzurri e abile con le carte da gioco e i coltelli da lancio.