«Bentornati, signori. Avete trascorso una piacevole giornata?» li accoglie Maloney, condendo i saluti con una smorfia beffarda.
«Suppongo migliore della vostra» replica a tono Cat. «Sabbia a parte.»
Hutch rotea gli occhi esasperato. «Prometto solennemente di tenerlo a mente per la prossima occasione. Va bene così?»
«Ci conto» conferma il compagno con un sorrisetto intrigante che fa bruscamente accelerare il cuore del suo uomo.
«E quindi? Non intendete raccontare proprio nulla? Neppure un aneddoto divertente?» protesta il dottore, sperando in qualche notizia succulenta per il suo costante desiderio di nuovi pettegolezzi.
«Doc, siete peggio di una vecchia comare, certe volte. Ma non vi stancate mai di mettere il naso ovunque?»
«Uhm…» finge di riflettere Maloney. «No.»
«C'era un mucchio di sabbia fine che si appiccicava ovunque. Nessun procione in vista. Beh, questo lo ha riferito Hutch, io di certo non ho visto neppure la sabbia. Che altro? Oh, giusto: il mare era calmo e io pure.»
«Più o meno» puntualizza Hutch.
Cat arriccia il naso, stizzito. «Che vorresti dire, scusa? Messo a parte quella piccola défaillance durante l'andata, sono stato buono e tranquillo. A eccezione di quando non era necessario che mi controllassi. Non ti ho procurato guai, mi sembra.»
«Beh, se ben rammento volevi infilzare un povero pennuto sostenendo di aver udito un fruscio sospetto. E non mi hai creduto affatto quando ti ho fatto notare che non c'era in giro nessun alligatore.»
«C'era» si impunta Cat.
«Non puoi saperlo. Io non l'ho visto» rimbecca Hutch.
«Allora per quale motivo quel piccolo stormo di uccelli migratori ha preso il volo in quel modo?»
«Te l'ho detto: saranno stati spaventati da qualche rumore molesto.»
«Appunto. E siccome avevi già mangiato, quel rumore non poteva essere il tuo stomaco. Quindi era per forza un alligatore. Se fosse stato un semplice procione non si sarebbero presi la briga di sloggiare in massa.»
Hutch geme, stremato. «D'accordo. Hai vinto tu: doveva essere un alligatore. Ma non lo abbiamo visto… cioè, io non ho visto nessun grosso lucertolone dai denti appuntiti, quindi non c'era motivo di fare tanto chiasso. Non era in ogni caso con noi che voleva cenare.»
«Se fossimo rimasti avrebbe potuto farci un pensierino, e io non avevo nessuna intenzione di finire i miei giorni fra le fauci di un rettile viscido e puzzolente!»
Dall'altra parte del salotto Maloney si è messo comodo nella sua poltrona e mangiucchia intere manciate di arachidi e uva passa, seguendo con avidità e un certo gusto i battibecchi dei due amanti.
Il nuovo giorno dev'essere iniziato da non più di tre ore, a voler essere proprio ottimisti, quando viene ridestato da un grido strozzato. Non che lo abbia compreso a dovere, ma il suono si è ripetuto una seconda e poi una terza volta, e a quel punto Hutch è più che sveglio, e anche abbastanza allarmato. È buio pesto in camera, le imposte sono ben chiuse in quanto sono tutti e tre decisamente allarmisti, per non dire affetti da paranoia dilagante, e nessuno di loro desidera davvero ritrovarsi in casa perfetti sconosciuti con intenzioni poco onorevoli. Quindi… Ah, diavolo, l'ha già per caso detto che è buio? Sì, certo che l'ha fatto. Molto bene, perché i suoi neuroni si sono finalmente messi in moto a dovere e gli hanno dato modo di capire che il suono che lo ha svegliato di soprassalto proviene da Cat, e Hutch sta disperatamente cercando la maledetta lampada che doveva aver lasciato più o meno sul comodino lì a fianco, ma non riesce a trovarla, accidentaccio! 'Fanculo alla lampada.
«Cat» chiama, posando con cautela una mano sul suo petto.
Nessuna risposta giunge in suo soccorso. Nel frattempo è riuscito a risalire gradualmente con le dita fino a sfiorare il suo viso, trovandolo accaldato e sudato. Un maledetto incubo, per gentile concessione del figlio di puttana che ha messo al mondo Cat, o in alternativa di quel bastardo di Bill. In ogni caso un brutto affare.
«Cat. Svegliati, per favore» cerca di riscuoterlo, senza ottenere grandi risultati per la verità. «Cat, andiamo, è un sogno» protesta, arrischiando a scuoterlo con un po' più di vigore e pregando di non fargli male. Si allunga su di lui, poggia un gomito accanto alla sua testa e usa la mano libera per accarezzargli la fronte e una guancia. «Cat, lo so che è difficile, ma non puoi lasciarglielo fare» mormora contro la pelle umida del suo viso. «Ti hanno già fatto del male a sufficienza. Ora basta, devi reagire, Cat. Ti prego.»
Ascolta il suo respiro spezzato e i suoi occasionali mugolii con apprensione e dolore, ogni suono sofferente e spaventato sembra a Hutch una coltellata nello stomaco.
«Cat» soffia desolato, posando un bacio sulla sua fronte. Un istante dopo un rantolo soffocato scuote il petto di Cat e lo fa bruscamente risvegliare. Affanna, tentando di sfuggire a qualcosa che non è lì, cercando invano di divincolarsi dalle braccia di Hutch che invece lo stringono con più decisione. «Calma! Sono io, Hutch. Respira.»
«Htc!» ansima scombussolato.
«Sì. Tranquillo. Non è nulla. Shh… Va tutto bene. Sei al sicuro» mormora pacato, tentando di rincuorarlo come può.
Nonostante il suo impegno e le sue speranze, deve attendere lunghi, angosciosi minuti, prima che, lentamente, il respiro di Cat ritrovi un ritmo regolare. E nonostante tutto ancora lo avverte tremare contro di sé, tanto che ha il timore anche solo di provare a immaginare quel che deve aver passato perché un semplice sogno, per quanto vivido e orribile, possa ridurlo in quello stato.
«Mi dispiace» mormora Cat, ancora scosso dagli ultimi scampoli di tremito.
Hutch aggrotta la fronte, confuso. «Per che cosa ti dispiaci?»
«Per aver…» Deglutisce. Rabbrividisce. Si preme con maggior forza contro il petto caldo e rassicurante di Hutch. «Per averti svegliato.»
Vorrebbe ridere. Ma la verità è che non c'è proprio nulla di divertente in tutta quella situazione. Sta per ringhiare qualche oscenità, ma si interrompe prima e sospira. «Cat…» soffia afflitto. Accarezza i suoi capelli incasinati. Vorrebbe poterlo tenere sempre al sicuro, racchiuso nel proprio abbraccio, ma è una sciocchezza; sa fin troppo bene che non è possibile, che Cat non lo permetterebbe a lungo e prima di quanto auspichi gli si rivolterebbe contro. «Non chiedermi scusa per qualcosa di cui non hai colpa. Non farlo mai. Capito?»
«Ma, Hutch…»
«Shht! Niente ma. Nulla di quel che è accaduto dipende da te. Vorrei solo che tu potessi riposare decentemente, invece…»
«Non riesco a controllarlo» sospira Cat, sembrando stremato e scoraggiato. «Ed è ingiusto che arrechi disturbo anche a te» cerca di spiegare.
Digrigna i denti scontento. «Cat.»
«Per questo sono dispiaciuto Forse dovrei…»
«Cat» sbotta, in maniera più brusca di quanto intendesse, avvertendolo sussultare nella sua stretta. «Basta, ora. Se mi trovo qui è perché l'ho deciso io. Non ho nessuna intenzione di abbandonarti, né permetterò che tu ti allontani con qualche sciocca scusa. Spero di essere stato abbastanza chiaro.»
Con cautela, annuisce, poi spinge la fronte contro il collo di Hutch. «Non sono certo di poter riprendere sonno» ammette desolato. Vorrebbe scusarsi di nuovo, ma rinserra le labbra e tace.
«Troveremo la maniera di rifarci domani» promette Hutch, posando un bacio fra i suoi capelli. «Puoi comunque riposare. Io non vado da nessuna parte.»
«Sei… certo che io non sia un peso, per te?»
«Sono certo che tu sia l'unico buon motivo per cui vale la pena di vivere in questo mondo, Cat. Hai forse scordato che ti amo?»
Sente un'emozione diversa sbocciare nel suo petto quando avverte le labbra di Cat incurvarsi verso l'alto: speranza.
«Anche volendo, non credo che potrei. Lo stesso vale per me, d'altronde.»
Deve correggersi: speranza e felicità.
