Per quanto sia stanco, nemmeno Hutch riesce a prendere sonno. Se il pensiero di quel che tormenta i sogni di Cat è, da solo, in grado di tenerlo sveglio, non vuole immaginare cosa debba passare per la testa del ragazzo. Il suo respiro è troppo leggero perché possa supporre che stia riposando; è ben più probabile che si stia arrovellando su qualche questione spinosa, e d'altro canto ultimamente non c'è che l'imbarazzo della scelta.
Un tempo indefinito più tardi Cat struscia una guancia contro la sua clavicola e sospira.
«Posso… aiutarti in qualche modo?» mormora accanto al suo orecchio.
È abbastanza vicino da udirlo deglutire. Un suono che gli dà un'idea di quanto sia ancora troppo nervoso.
«Non credo» è la sua replica, dopo alcuni lunghi istanti. «Ma mi chiedo se potrei approfittare di questa veglia indesiderata per trovare una risposta decente alla domanda che, da un po', continua a ronzarmi in testa.»
«Mh» mugugna Hutch, a cui quella premessa suona abbastanza sinistra. «Sentiamo» decide stoico, già sapendo che non sarà molto divertente.
«Sei nervoso anche tu, ora» rimugina, ascoltando il cuore di Hutch prendere la rincorsa.
«Stai per sottopormi a qualche assurda tortura psicologica. Chiaro che sono nervoso» borbotta seccato.
Cat sbuffa una lieve risata. «Esagerato come al solito. Potresti comunque astenerti dal rispondere.»
«Potrei provarci. Ma sappiamo bene entrambi che sarebbe fatica sprecata. Potresti non ottenere ciò che desideri stavolta, ma torneresti alla carica in un altro momento, magari mentre sono più vulnerabile. So come lavori: ti conosco da anni, ricordi?»
«Giusto. Beh, sappi allora che questo è il secondo tentativo» lo avvisa di buon grado Cat.
«Oh… Merda» pigola, tremando d'angoscia. Lo farà a brandelli, metaforicamente parlando.
«O potresti fuggire. Lontano, in qualche luogo remoto e inaccessibile, così che…»
«Cat» sibila, scontento. «Non prendermi per il culo. Cosa vuoi sapere?»
«Perché non vuoi fare l'amore con me?»
Hutch non si aspettava questo. Boccheggia. Si scosta appena, più per la sorpresa che per una fuga tanto precipitosa quanto inattuabile.
«Io… te lo avevo già spiegato» protesta flebilmente.
Cat soffia uno sbuffo seccato e annoiato. «Quella non era una spiegazione, Hutch. Era un borbottio sconnesso e un cumulo di frasi senza senso, unito a scuse irragionevoli. A me serve qualcosa di serio e che mi dia un'idea del problema.»
«Ma non… Non è un problema!»
«Oh, certo. È per questo che stavi pensando di dartela a gambe, vero? Perché non è un problema» bercia sarcastico.
«Cat» geme Hutch, cercando una via d'uscita che non vede.
«Voglio sapere se è colpa mia, se dipende dalla mia incapacità, se c'è qualcosa che posso fare per rimediare.»
«Cat, no! Non…»
«Voglio sapere se arriverà mai il momento in cui cambierai idea, in cui mi riterrai… adeguato» soffia scosso.
Hutch sgrana gli occhi. «Cosa?» rantola impreparato.
«È chiaro che devo mancare di qualcosa, ai tuoi occhi. Forse sono inadatto a…»
«Basta» sibila, posando il palmo di una mano sulla sua bocca. «Basta» soffia, avvilito. Sospira, sconfitto. «Hai frainteso quel che intendevo dire. E quando ho detto che non è un problema lo intendevo davvero. Comunque non sei tu, il problema.» Sbuffa, frustrato. «Dio, è troppo complicato così. Non so dove trovare le parole adatte.»
«Dici che non è un problema, eppure lo sembra; ne ha tutti i connotati. E se non sono io, allora cos'è? Perché non vuoi parlarmene? Ho sbagliato in qualcosa e… e non sai come dirmelo?»
«No! Merda… Come faccio a… Ti sembrerà un'idiozia» lamenta infelice.
Cat cruccia le sopracciglia, turbato. «Se ti dà tanti pensieri, vuol dire che per te è importante. Quindi fregatene se pensi che potrei non capire. Dimmelo e basta, e lascia che sia io a giudicare.»
«E va bene. Hai vinto tu.» Sospira. Prende una lunga boccata di ossigeno e annuisce a sé stesso, convincendosi che Cat dopotutto ha ragione: tanto vale lasciar giudicare a lui se si tratta di una fesseria o meno. «Vorrei che tu… che potessi vedermi. Quando… saremo insieme in quel modo, vorrei che tu potessi guardarmi in faccia, incrociare i miei occhi ed essere certo che… che è ciò che veramente vuoi. Che io sono ciò che vuoi davvero. E se poi… se andrà male, se non dovessi riacquistare la vista, allora sceglierai tu quel che vuoi fare. Ma almeno… avremmo tentato» soffia, tremando.
Il silenzio che segue le sue parole, la sua ammissione, sembra inghiottirsi ogni suono e durare un tempo infinito. Un pesante sospiro è il primo rumore che riesce a spezzarlo.
«Quanto sei idiota» borbotta la voce di Cat, che ha un curioso timbro divertito, quasi addolcito. «Io voglio te, sciocco bestione. Speravo che in questo tempo trascorso assieme lo avessi compreso.» Hutch ha già aperto bocca per protestare, ma le labbra di Cat si posano sulle sue in un lieve tocco fugace. «D'accordo.»
«C-cosa?» balbetta interdetto e abbastanza smarrito.
«Posso aspettare. Adesso per lo meno so perché devo attendere, e allora va bene: aspetterò, se è ciò che vuoi.»
«Davvero?» soffia intontito.
Cat sbuffa una mezza risata. «Sì, zuccone, davvero. Ma voglio che tu sappia una cosa: io dubbi non ne ho affatto. So ciò che desidero, e quello sei tu. Ma me ne starò buono e aspetterò, perché è ciò che ti preme, perché so che lo fai per proteggermi. In più so anche che sarebbe troppo faticoso cercare di farti cambiare idea prima che la tua testaccia dura se ne sia convinta da sé» aggiunge con un sorriso, per poi posare un altro piccolo bacio sulla sua bocca.
Sono trascorsi ormai tre mesi dal loro arrivo sulla costa. Il problema con l'acqua di Cat non è di certo risolto ma, se non altro, lo si può ritenere sotto controllo e non costituirà pertanto un ostacolo insormontabile per il futuro. La sua gamba è in buone condizioni, anche se vi sono momenti in cui ancora duole, soprattutto quando il tempo si mette al brutto.
I tre uomini, dopo essersi consultati, convengono che attendere oltre non produrrebbe miglioramenti significativi, quindi hanno concordato di inviare una missiva al dottor Pearce nella quale lo informano che prevedono di partire per l'Europa da lì a tre settimane circa, e che si prenderanno un breve periodo di riposo in seguito al loro arrivo in Francia, prima di recarsi alla capitale e procedere alla prima visita oculistica di Cat. Una, forse due settimane, in base alle condizioni in cui giungerà allo sbarco il ragazzo.
Il pensiero non manca mai di innervosire quest'ultimo, ma fa in modo di scacciarlo a ogni sua nuova comparsa, per evitare di vivere gli ultimi giorni alla villa con i nervi a fior di pelle. Hutch, d'altra parte, si dà molto da fare per distrarre Cat a ogni buona occasione, proponendo nuovi o già collaudati svaghi.
«Ehi, Cat. Che ne dici se facessimo un'ultima visita alla tua isola? Probabilmente non ripasseremo mai più da qui. Sarebbe un peccato non dirle addio in modo degno» propone in tono allettante e suggestivo.
Cat reclina il capo, pensieroso. Poi dà il proprio verdetto. «D'accordo. Ma porto il set di coltelli da lancio.»
Hutch ride, immaginando un povero alligatore ridotto a puntaspilli per aver irritato l'amico.
