Il porto è una cacofonia di suoni disparati e improbabili, odori per lo più sgradevoli e un gran trambusto di vetture, facchini, aspiranti viaggiatori e una strabiliante quantità di valletti, la maggioranza dei quali scomodamente in mezzo ai piedi. Cat è combattuto tra il fastidio dilagante di avere troppa gente sconosciuta attorno e una moderata ansia incipiente per la loro prossima partenza. Per sua fortuna alle sue spalle si trova Hutch che vigila affinché nessuno si avvicini troppo e non finiscano eccessivamente a ridosso dell'attracco.

«Probabilmente avremmo fatto meglio a presentarci in elegante ritardo» considera Maloney lì accanto.

«A parte il fatto che il ritardo ha poco o nulla di elegante, cosa vi fa credere che ci avrebbero aspettati?» contesta Hutch.

«Abbiamo pagato i biglietti» fa notare ragionevole.

Hutch sbuffa ma non ribatte. Avrebbe desiderio di circondare Cat con le braccia, ma non osa tanto, non nel bel mezzo di una folla di volti sconosciuti e curiosi, così si tiene a un'adeguata distanza, tale da poter essere d'aiuto senza al contempo infrangere qualche stupido codice morale. Ma Cat, tutto sommato, sembra cavarsela egregiamente; è un po' spazientito dall'affollamento e dalla confusione che li circonda, ma non troppo ansioso, almeno per il momento. Dovrà prestare maggiore attenzione durante l'imbarco. E a tal proposito: che diavolo staranno aspettando a dare il via libera per far salire i passeggeri?

Mentre i tre viaggiatori attendono impazienti sul molo dal quale salperà il piroscafo diretto a Le Havre, in un piccolo paese di campagna nella contea di Harrison due uomini dall'aria stanca e un po' trasandata ma al contempo determinata si aggirano per le piccole strade, attirandosi addosso l'attenzione degli abitanti. Cercano un ragazzo; si dice che abbia perduto la vista in un incidente e che sia accompagnato da due uomini, di cui uno difficile da non notare a causa della sua ragguardevole stazza.

Non se l'aspettava così alta, così irrimediabilmente sospesa fra la solida terra alle proprie spalle e un'immensità fatta di schiuma, aria e acqua davanti a sé. Con il piede sul trentesimo gradino, si domanda se stiano scalando il cielo o arriveranno infine a raggiungere qualcosa di solido. Pensandoci bene, forse preferirebbe il cielo; il ponte di una nave sembra alle sue percezioni tutto fuorché solido.

«Cat» lo sorprende una voce dietro la sua schiena.

Ed eccolo di nuovo su quella passerella fatta di gradini, diretto verso l'interno del piroscafo. La voce, naturalmente, era quella di Hutch.

Annuisce, seppur titubante. «Ci sono. Ora salgo, scusa.»

«Non c'è fretta» lo blandisce. «Ma me lo dirai, se stai per dare i numeri, vero?»

Cat sbuffa ma non può fare a meno di sorridere. Un poco dell'ansia che lo aveva colto evapora nel nulla. «Lo prometto.»

«Bene, bene. Allora, coraggio: vai su, un piede dietro l'altro.»

Annuisce di nuovo, questa volta con una nuova certezza: Hutch è proprio lì, dietro le sue spalle, a pochi passi da lui, come sempre pronto a sorreggerlo se dovesse cadere. Stringe il corrimano fra le dita e riprende la scalata sapendo che, se anche andrà male, qualcuno sarà al suo fianco, che non sarà solo di fronte all'ignoto, non più.

«Non si muove come la barca che avevi preso in prestito» commenta Cat, dopo aver cautamente gironzolato per un breve tratto del ponte della nave.

«Perché è più grande. Ci vuole più forza per farla ondeggiare. Col maltempo lo fa di certo. Se siamo fortunati non sentiremo molto, a parte qualche lieve dondolio in alto mare.»

Hutch sta cercando di tranquillizzarlo come può. Lo osserva con attenzione, mentre il ragazzo si ambienta nel nuovo elemento. Naturalmente è nervoso, ma non tanto da lasciarsi vincere dal panico. La sua respirazione è tranquilla. Sembra pensieroso, tutto qui. Vorrebbe chiedergli cosa occupa la sua mente in quella circostanza, ma per il momento decide di lasciarlo in pace.

«Vieni? Andiamo a controllare com'è la cabina che ci hanno riservato» propone allegro.

«D'accordo. Fai strada» acconsente Cat.

Hutch non ha del tutto finto allegria. È piuttosto soddisfatto perché, con la scusa di dover guidare l'amico che non può chiaramente vedere dove sta andando, ha l'opportunità di rimanergli vicino più di quanto sarebbe normalmente concesso. Chi altri potrebbe tenere un braccio attorno alla vita e una mano posata sul fianco di un altro uomo, senza essere guardato con disapprovazione? Nessuno, a parte lui che ha la giustificazione perfetta e a prova di bomba… Ops, questo era meglio non pensarlo.

«Che cosa ti fa essere tanto gioioso?» lo rimbecca Cat.

Non ha la più pallida idea di come faccia a sapere che sta saltellando e ridacchiando all'interno della propria testa, in tutta onestà. A volte pensa che quel ragazzo sia un mezzo stregone. Che gli abbia frugato nei pensieri? Nah, impossibile, o a quel punto sarebbe più rosso di un'aragosta bollita.

«Riflettevo che sono molto fortunato.»

«Uhm. Il motivo, se è lecito?» dubita Cat.

«Il motivo è che non sono costretto a rimanere a una distanza socialmente accettabile da te e dal tuo fantastico corpo.»

Ecco, adesso sì che è arrossito. Almeno ora è certo che non può leggergli nel pensiero, visto che i suoi pensieri sono molto più spinti di quel che ha appena finito di esternare a voce.

«Hutch» sibila.

Sbuffa e leva gli occhi al cielo. «Sì, sì, lo so: profilo basso. Evitare di farsi notare. Eccetera, eccetera.»

«Sarà meglio» borbotta palesemente contrariato.

«Secondo te le cabine sono acusticamente isolate?»

Cat spalanca la bocca in maniera poco elegante ma molto giustificata. «Ma… Hutch! Per l'amor del cielo!»

«Oh, ma Cat…» pigola, infelice. «Parliamo di più di due settimane. Davvero credi che possa non pensarci per tutto questo tempo? Sarò morto di impazienza ben prima» protesta, mortificato e un po' deluso.

«Sei impossibile. IM-POS-SI-BI-LE!»

Hutch si imbroncia. «Vuoi farmi deperire. Sei proprio crudele. Finirò col consumarmi.»

«Otto o nove libbre in meno non ti uccideranno» commenta Cat, poco toccato dalle sue considerazioni melodrammatiche.

Due passi dopo si rende improvvisamente conto di non avvertire più il conosciuto peso della mano di Hutch sul suo fianco. Rabbrividisce.

«Hu-Hutch?» soffia sperso.

«Sì» mugugna la sua voce da poco distante.

Allunga un braccio, ma incontra solo aria. Fa un passo nella direzione da cui gli è giunta la voce, e il suo palmo proteso va ad appoggiarsi su di un solido petto, quello di Hutch che riconoscerebbe fra un milione. Espira, in un lieve tremolio sollevato.

«Non… N-non lo rifare, ti scongiuro» soffia, rabbrividendo un'ultima volta.

«Rifare cosa?» lo interroga Hutch, che in tutta evidenza non è riuscito a seguire il corso dei suoi pensieri.

«Allontanarti. Ho pensato che… fossi sparito.»

Hutch soffia uno sbuffo che gli suona abbastanza divertito. «Scherzi? Non saresti l'unico, su questa nave, a dare di matto se dovessi perderti d'occhio per qualche malaugurato caso.»

«Questo mi rincuora molto» ribatte Cat, tra l'ironico e il rasserenato. «Quindi, questa cabina?» indaga, a quel punto impaziente.

Questa volta il suono che ode è indiscutibilmente quello di una piccola risata mal trattenuta.

«Anche tu sembri piuttosto ansioso di mettermi le mani addosso, in fin dei conti» insinua Hutch.

Le gote di Cat si tingono di un rosa acceso. Non apre bocca in merito, ma scuote la testa con fare rassegnato e invita il compagno, con un gesto della mano, a proseguire il loro cammino per trovare, finalmente, la cabina che li ospiterà per i prossimi giorni di navigazione.