«Hutch!»

L'interpellato si risveglia di soprassalto, trafelato e con gli occhi fuori dalle orbite. Per poco non si spiaccica sul parquet della cabina, dimentico di trovarsi nel letto superiore. Accidenti a lui e alla sua idea idiota. Eppure doveva saperlo che non sarebbe stata una buona notte.

«A-arrivo» rantola, mentre prova, al buio, a discendere la scaletta del letto a castello senza rompersi l'osso del collo.

I due giorni precedenti sono stati piuttosto tranquilli, complice un mare calmo e un cielo turchese dall'aria piacevolmente fresca e rigenerante. Ma quel pomeriggio il tempo si è guastato e il cielo è stato ricoperto da grigie e pesanti nuvole, presagio di maltempo imminente. Di fatti in serata la pioggia ha preso a ticchettare sul ponte del loro piroscafo, seguita dal vento che è un poco rinforzato; non troppo, ma sufficiente per causare un moto ondoso più marcato rispetto alle precedenti giornate. Non è stato però necessario attendere l'incresparsi della superficie dell'oceano; è bastato l'odore di ozono portato dal vento umido per far impallidire Cat, un momento prima intento a percorrere con pacata attenzione il ponte superiore.

«Eccomi! Sono qui. Va tutto bene» soffia, finalmente giunto al suo fianco, stringendolo a sé.

«La… L-la pioggia» affanna.

«È là fuori. Non ti farà nulla. E il mare è abbastanza calmo. Sei al sicuro, qui.»

«M-ma…»

«Shh… Va tutto bene» ripete, in un gentile mormorio contro il suo orecchio. «Va tutto bene» soffia dolcemente, accarezzando i suoi capelli e nel mentre prova, con qualche contorsione, a riaccendere il lume appeso nella loro cabina.

«Oddio» mugola Cat.

«Ehi. Stai bene?»

«Non… Ho dato di nuovo i numeri» lamenta sconfortato.

«Un po' sì» concorda Hutch, con una lieve risatina, posando un bacio soffice sulla sua tempia sudata.

«Merda.»

«Bah, non è così grave. Sei tornato in te piuttosto in fretta» lo consola ottimista.

«Ti ho svegliato, però. E senza un buon motivo.»

«Il motivo l'avevi. Forse non era troppo reale, ma nella tua testa era abbastanza urgente da svegliarti.»

«Sono senza speranze» decreta tetro.

«Cat, questo non è affatto vero. Adesso stiamo discutendo ragionevolmente di qualcosa che ti è accaduto da meno di dieci minuti. Solo due mesi fa avresti avuto bisogno di almeno un'ora per riprenderti a sufficienza da ragionarci su» obietta con forza, seppur in tono pacato.

«Nh… Quindi supponi che ne uscirò, prima o poi?» dubita, combattuto fra la speranza di poter tornare ad avere una vita normale e la delusione di aver nuovamente ceduto al panico.

«Cat… Te l'ho già detto: tu sei forte abbastanza da poter superare i tuoi limiti. Ricordi, la prima volta in cui hai avvertito la spuma di un'onda sulla tua pelle? Ricordi quanto eri spaventato?». L'osserva annuire, ascoltando con attenzione la sua voce. Sorride, perché è concentrato sul loro scambio e la paura lo ha abbandonato già da tempo. Perfino il ricordo non lo turba più a sufficienza da distrarlo. «Ma ora, nonostante l'ansia che ti mette addosso, puoi lasciare che ti circondi, puoi perfino nuotare. Cat, non lo vedi tu stesso che ne stai già uscendo?»

Trae una profonda boccata d'aria, una boccata che sa di fiducia e aspettativa. Come un buffo micio coccolone gli si acciambella in grembo e struscia piano la punta del naso lungo il suo collo. Cat Stevens, o come un maschio umano adulto è in grado, in meno di un quarto d'ora, di passare da spinosa fiera in gabbia a morbida palla di pelo fuseggiante. Hutch a quel punto dovrebbe esserci avvezzo, eppure ogni volta rimane sorpreso, qualche volta in modo piacevole.

Navigano da ormai una settimana. Tutto intorno si vede solo acqua e cielo. E banchi di pesci, di tanto in tanto anche uccelli migratori che li sorvolano senza degnarli di un solo sguardo. Poi nuvole, a volte grigie, più spesso bianche come ciuffi di panna. Qualche volta Hutch prova a descrivere a Cat quel che i suoi occhi scorgono, ma sente di non essere in grado di rendere giustizia a ciò che li circonda, non senza far impallidire di sconforto il suo ragazzo.

Quel giorno Cat si è piazzato sul ponte di prua, deciso ad ascoltare il suono dell'oceano. Hutch rimane silenzioso alle sue spalle, poco discosto, e osserva. Osserva le sue dita sottili ed eleganti aggrappate strettamente al parapetto, le sue sopracciglia ripiegate in una curva marcata che gli dà un'espressione un po' pensierosa, la sua mascella levigata e contratta, le sue iridi che brillano dello stesso blu del cielo che li sovrasta. A cosa pensa, Cat? Non ha modo di saperlo e dubita che, anche chiedendoglielo, ne ricaverebbe qualche risposta. Hutch invece sta pensando che se si trovasse nei panni di Cat, se fosse finito in fondo a un pozzo e ora si trovasse sull'orlo di un baratro che porta direttamente verso le ignote profondità oceaniche, ebbene, poco ma sicuro che non se ne starebbe a contemplare il buio ascoltando le onde infrangersi contro la ciglia; oh, no, lui se la starebbe facendo addosso, letteralmente. Ma lui non è Cat, e al momento la sua unica paura è quella di vederlo allontanarsi da lui. Tanto peggio; affronterà un problema per volta: prima l'Europa, poi l'intervento, in seguito scoprirà quel che può fare per trattenerlo a sé senza il rischio di fargli involontariamente del male.

Sospira e torna lentamente a prestare attenzione all'ambiente che li attornia. «Cat» mormora soprappensiero fra sé. Pensava di averlo quasi immaginato, ma è costretto a ricredersi quando scorge le spalle del ragazzo sussultare.

«È accaduto qualcosa?» domanda Cat, stranito, il viso ora rivolto a lui e l'espressione chiaramente preoccupata.

«No» bisbiglia Hutch, incassando la testa fra le spalle. «Scusa. Mi sono distratto e ho distratto anche te.»

Osserva Cat tentennare, un incerto passo in avanti verso di lui, il capo reclinato come ad ascoltare qualcosa. Quando le sue labbra si arricciano in una posa scontenta, sa che qualcosa di negativo sta per capitare. Avrebbe dovuto limitarsi a stare lì accanto in silenzio, invece ha commesso l'errore di interferire e ora dovrà proprio rassegnarsi a pagarne le conseguenze.

«Ti ho trascurato in questi ultimi due giorni, non è vero?» sono invece le inaspettate parole di Cat.

Hutch si acciglia, senza ben comprendere il nesso con quanto appena capitato. «Di che parli?» decide di accertarsi.

«Di te» specifica, provando invano a formare un sorriso. «Troppi pensieri. E tu… Ah, l'ho fatto di nuovo, non è forse così?» sbotta, allargando le braccia.

«Non capisco» ammette Hutch.

«Continuo a darti per scontato. L'ho fatto a New Orleans. Lo sto facendo ancora una volta qui, sull'oceano. Non sembra che io sia in grado di imparare dai miei errori, dopo tutto» commenta amareggiato.

«Ma, Cat» prova a protestare.

«È colpa dei pensieri. Non riesco a fermarli. Si accumulano, tutti insieme, e… Dannazione!»

«Puoi… p-parlarmene» prova impacciato, sentendosi un po' mortificato perché ha una mezza idea di aver inavvertitamente provocato tutto quell'improvviso malessere. Oppure non è così improvviso e Hutch, come suo solito, non ha visto proprio nulla fino a che non è stato troppo tardi? Niente di più facile.

«E tu… mi ascolteresti?»

Il tono che ha appena usato Cat è abbastanza strano. Non riesce a capire se dalle sue parole trapela del dubbio, dell'incredulità o della speranza. Inutile sottolineare che, potendo, preferirebbe quest'ultima eventualità.

«Certo che sì! Non ti assicuro che potrò capire tutto quanto. E ho dubbi sulla possibilità di esserti di qualche utilità. Ma comunque… io sono qui, lo sai.»

Ecco, ora ci è riuscito: Cat gli sta sorridendo, anche se sembra affranto. Forse non doveva specificare l'inutilità di parlargli. Ma ormai la frittata è fatta e non può rimangiarsi tutto quanto.

«So che sei qui. Lo sei sempre. Devo solo trovare il modo di tenere a mente che il tuo essere presente non è scontato.»

«Diavolo, certo che lo è!» protesta Hutch, un po' offeso per quelle parole.

Un lieve risolino gli fa increspare la pelle in un brivido non del tutto spiacevole. Ama davvero sentirlo ridere. È un bel suono, uno che lo fa star bene.

«Hutch, non stavo cercando di sminuirti. Tutto il contrario. Mi capita troppo spesso di essere concentrato unicamente su quel che ho in testa, e finisco col dimenticare che c'è qualcosa là fuori. Certo, l'oceano lo dimenticherei più che volentieri, ma preferirei non scordare che invece tu sei qui, da qualche parte.»

«Più vicino che posso» assicura.

La piega delle labbra di Cat, ora, gli suggerisce qualcosa che è molto lontano da riflessioni cupe e angosciose. È piuttosto qualcosa di interessante, per cui vale certamente la pena di fare un pensierino. Le successive parole di Cat glielo confermano senza ombra di dubbio.

«Allora che ne dici se tornassimo in cabina e provassimo un ulteriore ravvicinamento senza interferenze esterne?»

Il cuore di Hutch parte per la tangente.