«Vuoi parlarmene?» mormora piano contro la sua spalla.

La punta del suo naso gli solletica la clavicola, e un piccolo sospiro caldo gli fa fremere la pelle.

«Hai mai l'impressione di trovarti nel luogo sbagliato?» prova infine la voce incerta di Cat.

Hutch non riesce a impedirsi di ridere. «Praticamente sempre» replica, beccandosi uno sbuffo diritto al petto.

«Va bene. Colpa mia. Probabilmente ne sto discutendo con la persona meno indicata.»

«No, no! Dai, scherzavo. Scusa» pigola Hutch, già pentito e spaventato all'idea di aver rovinato tutto come suo solito.

«È una sensazione abbastanza strana» riprende la parola Cat, dopo lunghi minuti di pensieroso silenzio. «In alcuni momenti diventa fastidio, in altri oppressione. Qualche volta mi sento come se… Non sono certo di poterlo spiegare in un modo comprensibile, ma è quasi come se mi sentissi soffocare, troppo stretto dentro al mio corpo, troppo… limitato, come in una gabbia piccola e asfissiante.»

Hutch ha trattenuto il fiato per gran parte della spiegazione, convinto che il minimo cambiamento di pressione potesse interrompere le riflessioni a voce alta di Cat. Ora, con il silenzio di nuovo stabile nella loro piccola cabina, non sa bene cosa dire che non suoni sciocco e privo di spessore. Può essere colpa dei suoi occhi ciechi? Oppure dell'acqua che li circonda, apparentemente infinita? Se invece dipendesse da lui? Se lo avesse maldisposto, in qualche modo? Potrebbe averlo fatto sentire soffocato con la sua vicinanza continua e non sempre richiesta? Spera tanto che non sia così; è stato particolarmente attento a non invadere i suoi spazi quando non sembrava dell'umore, il che significa più o meno sempre nelle ultime quarantotto ore. Adesso, per esempio, è una piacevole eccezione che gli abbia permesso di rimanere accanto a lui, di tenerlo stretto.

«Se…» prova esitante. «Se ho agito in una maniera che ti ha dato fastidio, mi dispiace. Non l'ho fatto apposta, non me ne sono neppure reso conto e… Scusa, sono uno stupido, non…»

«Hutch» sibila la voce alterata di Cat, facendolo sussultare. «Non te ne sto parlando perché sono incazzato con te. Te ne sto parlando perché ho bisogno di dirlo ad alta voce a qualcuno, e non avrei idea di chi altri potrebbe avere la pazienza sufficiente a darmi retta.»

«Uhm… Beh, Maloney credo ce l'avrebbe. Ma scordati che gli permetterò di tenerti fra le braccia» ringhia geloso.

Cat ridacchia contro il suo collo, facendolo rabbrividire. «Preferirei parlare da solo come un folle» commenta divertito. «Quel che cerco di spiegarti è che non è qualcosa che dipende da te. O meglio: devo ammettere che quando sei vicino, in questo modo, la sensazione sbiadisce. Solo che…» Sospira, scuotendo la testa con evidente mestizia. «Lo sai come sono. Non riesco a sostenere una relazione stretta troppo a lungo prima di sentirmi…»

«Intrappolato» termina per lui Hutch, comprendendo quel punto con fin troppa chiarezza.

«Già» soffia afflitto. «Ma, Hutch, non sei mai stato tu il problema. Quello sono io. E non so neppure come risolverlo. È qualcosa che mi capita, a volte senza nemmeno rendermene conto, e non… Mi dispiace, sai. So che ti faccio del male quando mi comporto in quel modo, e la consapevolezza di ferirti dà dolore anche a me. Solo, a volte non riesco a controllarlo.»

Hutch annuisce in silenzio, riflettendo sulle parole di Cat, sul modo in cui le ha pronunciate, con l'angoscia nel tono cupo e rassegnato. «Hai idea da cosa derivi la sensazione di cui mi parlavi prima, quella di soffocare?» indaga, dato che a quanto pare non dipende da un suo comportamento sbagliato.

«No. O meglio, non ne ho la certezza. Penso possa essere una concatenazione di cause sommate insieme. Esisteva anche prima di…»

«Quel casino sulla collina» viene di nuovo in aiuto.

«Sì, quello. Ma non era così intensa.»

«Quando scomparivi per giorni e finivo per ritrovarti in qualche angolo sperduto?» tenta, cercando di comprendere.

Cat accenna un piccolo sorriso. «Sì. Direi che quello che hai descritto era uno dei sintomi più comuni quando ero un ragazzino. Come vedi, è storia vecchia. Si è solo evoluto con il sommarsi dei problemi.»

«Posso esserti di aiuto. Se vuoi permettermi di fare qualcosa per te» prega Hutch.

«La vuoi sapere una cosa buffa? Mi piacerebbe poter risolvere tutto questo pasticcio con il tuo aiuto. Peccato non abbia idea di come.»

«Oh» soffia sorpreso e sconfortato.

«Già. Una bella fregatura, vero?» concorda con sarcasmo.

Hutch lo stringe con più forza fra le braccia, il naso seppellito nei suoi capelli. «Almeno non mi allontanerai, quando sentirai di averne bisogno?»

«Mi sforzerò di essere più equilibrato e… proverò a rammentarmi di cercare la tua presenza quando non sarò troppo sommerso di pensieri contrastanti. Ti devo avvertire, però, che la vedo abbastanza difficile.»

«Mh… Grazie per l'avvertimento. Penso di poter sopravvivere. Graffio più, graffio meno» scherza impacciato.

«Ehi, piantala un po' con questa storia del gatto» borbotta Cat, esasperato.

«Beh, devi ammettere che ti comporti da gatto anche quando hai le palle girate» fa ragionevolmente notare. «Se mi concentro, sono abbastanza certo di sentire ancora pungere la pelle da quella volta in cui mi hai ricoperto di graffi e morsi su quella spiaggia.»

Sbuffa. «Sei crudele. Ti ho già chiesto scusa per quell'episodio. Ero un po' fuori di testa, non l'ho fatto apposta!» protesta impermalito.

Hutch sorride e posa un bacio sulla sua fronte. «Lo so, ma mi diverte tormentarti un po' e vederti imbestialito per questa sciocchezza del gatto.»

«Sei proprio sadico, quando ti ci metti» borbotta.

Poi, in maniera del tutto incoerente con le sue precedenti parole, avvinghia le gambe attorno ai fianchi di Hutch e prende a fare le fusa, reclamando coccole. E ha perfino il coraggio di protestare, quando Hutch lo paragona a un gatto!

«Hutch…» mugola Cat, mezzo addormentato sul suo petto.

«Sì, piccolo?»

Il ragazzo gli ha di nuovo permesso di rimanere con lui nel letto di sotto. Non è certo se dipenda dal maltempo che c'è stato durante la giornata, o dalla loro recente chiacchierata. A Hutch importa poco del motivo, gli basta non dover tornare in cima al letto a castello, a rigirarsi fra le lenzuola tutta la notte pensando a Cat.

«Non te ne vai, vero?»

Lo fisserebbe interdetto, se ci vedesse qualcosa, ma hanno spento la lampada e la luce che filtra sotto la porta dal corridoio non basta neppure per vedere il pavimento, figuriamoci l'espressione di Cat.

«Ehi, perché dovrei andar via? Finché non ti stancherai di avermi attorno, non ci penso neppure ad allontanarmi.»

«Non vorrei davvero allontanarti, sai. È solo che… certe volte diventa tutto così difficile e pesante, e io… non voglio farti del male.»

Hutch si sta rigirando in testa le parole di Cat, anche se non è sicuro di aver capito nel modo corretto. Se si arrischiasse a chiedere chiarimenti, ora, li otterrebbe? Ma rimanere nell'incertezza inizia a farsi frustrante.

«Cat, stai dicendo quel che penso?»

Cat soffia uno sbuffo contro il suo orecchio, un suono un po' rauco e desolato. «Ho sonno» lamenta scontento.

«Per favore, solo… solo questo, poi ti giuro che potrai dormire per il resto della notte» tratta, abbastanza disperato.

Lo sente sospirare. «Allora chiarisci: cosa ti serve sapere, esattamente?»

Tentenna, solo pochi secondi. «Il motivo per cui mi allontani. Quello vero.»

Silenzio. Per un tempo che gli pare prolungarsi l'intera notte. Si chiede se, a dispetto di tutto, si sia addormentato, in fin dei conti. Ma no, dopo lunga attesa lo sente nuovamente sospirare, solo che questa volta è un suono più lieve, tremulo.

«Qualche volta capita che tu mi faccia infuriare sul serio, in effetti. Ma in verità nella maggior parte dei casi accade perché cerco di evitare di rovinarti l'esistenza più di quanto già succeda di norma. Probabilmente lo avrai notato da te già da diverso tempo: sono una persona abbastanza complicata, spesso intrattabile. Negli ultimi mesi hai dovuto sopportarmi più spesso di quanto fosse per te salutare. Non che potessi evitarlo, purtroppo. Sembrerà sciocco, ma ti impedisco di rimanermi vicino, rischiando ogni volta di ferirti, per evitare che tu ti faccia maggiormente del male. Lo so: sono una brutta persona» conclude con un tono un po' ironico.

«Cat… No che non lo sei. Ma, sai, preferirei se lasciassi che sia io a decidere se o quando ne ho abbastanza. Ti assicuro che posso cavarmela, non sono così smidollato, nonostante quel che puoi pensare di me.»

«Non lo penso!» protesta affannato.

«D'accordo, beh, qualche volta lo sembra» fa notare.

«Lo so» soffia, poggiando la fronte sulla sua spalla. «Merda, lo so!» sbotta frustrato. «Scusa» mugola contrito.

«Ehi, è tutto a posto. Non è come se non ci conoscessimo da anni. Tu mi gridi addosso, io ci resto male per la prima mezz'ora, poi torno da te e…»

«Scodinzoli perché io ti gratti dietro le orecchie» mormora divertito.

«Cat, sembra tu stia parlando di uno stupido botolo pulcioso. Dovrei essere offeso.»

«No, non dovresti. Perché sei il mio grosso cucciolo peloso. E non ho nessuna intenzione di dividerti con chicchessia.»

«Oh!» esclama sorpreso Hutch, e arrossisce, prima di tuffarsi sulle labbra di Cat come un naufrago sul salvagente.