Hutch quasi si aspetterebbe, da un momento all'altro, di vedere Cat gettarsi al suolo e baciare la terraferma, al loro arrivo al porto di Le Havre. Ma certe volte dimentica che Cat possiede molto più autocontrollo di quanto possa sospettare. Nel tempo, con pazienza e perseveranza, ha imparato a intravederlo nei più semplici gesti. Per esempio ora, dopo oltre due settimane rinchiuso in un guscio di metallo galleggiante, tutto quel che mostra alle facce sconosciute sul ponte e in banchina è un cipiglio seccato, sottolineato dalla piega tesa delle sopracciglia e dalla marcata contrattura della mascella. Hutch è cosciente che Cat sta scalpitando, ormai smanioso di abbandonare il piroscafo per la solida terra qualche metro più in basso, ma non ha ancora detto una sola parola al riguardo, e neppure la dirà; rimarrà in attesa, come tutti quelli che li precedono e li seguono, che venga il loro turno di sbarcare, semplicemente. Solo che in quel caso non c'è proprio nulla di semplice, non per Cat. Allora Hutch rimane saldamente al suo fianco, sfiorando di quando in quando il suo braccio per ricordargli che lui è lì, come sempre, nel caso avesse bisogno di sostegno.

Si sono ricongiunti a Maloney quando è stato annunciato ai passeggeri l'arrivo ormai prossimo sulla costa francese. Il dottore, alla loro comparsa, si è limitato a lanciare a Hutch uno sguardo interrogativo, cui ha risposto con un cenno affermativo del capo, a indicare che fino a quel momento tutto è sotto controllo. Ora si trovano tutti e tre sulla fiancata, lungo il ponte principale, in fila per le operazioni di sbarco e recupero dei bagagli. Maloney li ha informati, lungo il tragitto, di aver spedito un nuovo telegramma al dottor Pearce giusto il giorno precedente, per informarlo del loro ormai prossimo arrivo in Europa. Si propone di aggiornarlo entro le prossime ventiquattr'ore, una volta chiaro quanto a lungo si fermeranno sulla costa, prima di intraprendere la via verso la capitale.

Un sospiro più marcato riporta Hutch al loro presente. Sposta l'attenzione sul ragazzo, trovandolo fremente. Arrischia un ulteriore avvicinamento e sfiora il dorso della sua mano con le dita. Osserva con un certo nervosismo il suo pomo d'Adamo muoversi su e giù lungo la sua gola con un po' troppa frenesia per i suoi gusti. Dà un'occhiata alla fila, provando a calcolare i tempi. Mezz'ora, non di più. Quanto diavolo possono sembrare lunghi trenta maledetti minuti?

«Va bene. Non manca molto» prova come può a rassicurarlo.

«Speriamo» soffia, letteralmente vibrando di trepidazione.

«Tra meno di un'ora saremo su quel pontile. Pazienta solo un altro po'.»

Cat si limita ad annuire e a trarre una più lunga e profonda boccata d'aria.

Sei giorni prima erano riusciti, più per una miracolosa coincidenza che per reale destrezza, a venire a conoscenza dell'ultimo spostamento noto degli uomini che stanno cercando da mesi. In mancanza di indicazioni diverse, senza badare più di tanto all'idea di dover cambiare continente, si sono imbarcati sul primo piroscafo che li potesse condurre alla medesima destinazione o alla più vicina a disposizione. E ora si trovano in mezzo all'oceano, quasi a metà strada fra le coste americane e quelle europee, ormai convinti a non lasciarseli sfuggire di mano.

Hutch aiuta Cat a salire sul fiacre noleggiato da Maloney, il quale si attarda a dare indicazioni al conducente del veicolo, prima di raggiungerli all'interno. Il tempo di richiudersi lo sportello della vettura alle spalle e nota con la coda dell'occhio un veloce movimento sui sedili di fronte.

A quanto sembra Cat ne ha avuto abbastanza di attendere i comodi altrui e, bando a ulteriori indugi, si è arrampicato in grembo a Hutch, e ora ha le ginocchia strette contro i suoi fianchi, le mani aggrappate alla sua schiena e il viso seppellito fra il suo collo e la sua spalla.

Inizialmente Hutch si è trovato del tutto spiazzato dal brusco e inatteso cambio di scena. Non impiega comunque che pochi istanti per riprendersi dalla sorpresa. Per prima cosa, onde mettere in chiaro la situazione, riserva al dottore la sua peggiore occhiata mortifera, così da scoraggiare ogni tentativo di intervento. Subito dopo stabilisce che sia giunta l'ora di prendersi cura del suo Cat, quindi lo circonda con le braccia, stringendolo maggiormente a sé, poi prende ad accarezzargli la schiena rigida e le spalle contratte, sperando di infondergli calma e serenità.

«Va tutto bene, piccolo. Niente più nave, il mare è lontano e tra poco saremo comodamente sistemati in una camera d'albergo» mormora direttamente al suo orecchio.

Il ragazzo appare molto titubante, ma annuisce comunque e non sembra minimamente intenzionato a riprendere posto al suo fianco. A Hutch sta bene così; adora avere il suo odore addosso.

Sul sedile di fronte, Maloney finge di osservare il panorama che scorre oltre il vetro del fiacre, ma il sogghigno che gli solleva un angolo della bocca rende palese il suo divertimento per la loro attuale situazione. Hutch dovrebbe esserne seccato, ma una piccola porzione della sua mente si sofferma a riflettere che, tutto sommato, è una fortuna che il loro dottore depravato non sia anche uno di quei fastidiosi bacchettoni puritani, o avrebbe dovuto prendersi l'incomodo di spezzargli le gambe per convincerlo a tacere.

Si sono momentaneamente sistemati in un albergo di Le Havre, una sosta di un giorno, al massimo due, in attesa di capire per quanto tempo si fermeranno sulla costa prima di dirigersi alla capitale. Hutch, scrutando pensieroso Cat, ha il presentimento che serviranno più delle due settimane ipotizzate alla loro partenza da New Orleans. Ha una gran brutta cera e una smorfia in volto che gli dice chiaramente che sente dolore. Sperava che la sua gamba fosse infine in condizioni accettabili, se non buone, ma durante il trasferimento in carrozza ha iniziato a piovere, e questo ha peggiorato non solo l'umore di Cat, ma perfino le sue condizioni fisiche.

«Mi dispiace» soffia la voce incrinata di Cat, spezzando il silenzio che da lungo tempo si era stabilito nella camera.

Hutch scuote la testa, desolato. «Già te l'ho detto: non dispiacerti per qualcosa che non dipende da te.»

«Sono sempre d'intralcio» rimarca, afflitto.

«Cat, non per contraddirti, ma siamo arrivati in Francia. E il motivo sei tu. In che modo, per l'esattezza, ritieni di essere di intralcio?»

«Ra-rallento il viaggio. E creo disturbo. E… e… Mi fa male la gamba» mugola infelice.

«Lo vedo benissimo che ti fa male. Ma questo che diamine c'entra con le cazzate che racconti?»

Cat si mordicchia le labbra e Hutch si rende conto di essere stato troppo brusco. Il ragazzo non sta bene e lui lo sta maltrattando solo perché si sente frustrato, senza prendersi la briga di chiedersi se lo sia anche Cat. Beh, lo è, a meno che la sua espressione mortificata non lo stia traendo completamente in inganno. Sibila mentalmente una manciata di insulti tutti indirizzati al sé stesso idiota che sembra proprio non imparare mai dai propri errori, raggiunge Cat sul divano sul quale è malamente disteso, lo agguanta per i fianchi e se lo trascina in grembo.

«Ehi… Perdonami, sai che ogni tanto mi comporto da perfetto imbecille.»

«Non importa. Mi basta che tu non te ne vada.»

«Non ci penso nemmeno» garantisce.

«Immaginare di rimanere da solo mi dà i brividi. Il che, se ci rifletti bene, è ridicolo. Voglio dire: ho trascorso anni per lo più solo con me stesso. E ora, l'idea che tu non sia qui vicino mi spaventa da morire.» Ride, anche se è un suono che sa tanto di disperata angoscia. «Lo vedi, perfino il semplice pensiero mi fa tremare.»

In effetti Hutch avverte il suo corpo fremere nella stretta delle braccia. Passa dolcemente le dita fra i suoi capelli e lo sente sospirare piano. «Credo che potremmo rimanere un po' più a lungo qui sulla costa. Magari ci troviamo uno di quei noiosissimi paesini ridenti e ci rilassiamo per qualche tempo, prima di incasinarci la vita in città. Ho sentito che c'è un mucchio di gente, laggiù, proveniente un po' da tutto il mondo» considera, con una certa preoccupazione.

Cat annuisce. «Parigi è una metropoli, unisce molte differenti culture. Tempo fa ricordo di aver letto che è molto bella. Spero che… che potrò vederla.»

«Sono sicuro che la vedrai» rimarca granitico.

Sorride e scuote la testa. «Ancora non mi spiego da dove tu prenda tanta sicurezza.» Hutch sta per aprire bocca per protestare, ma Cat lo anticipa sul tempo. «Ammetto però che è bello il pensiero di avere qualcuno che ripone tanta fiducia nelle mie opportunità.»

«Qualunque cosa accada, potrai sempre contare sul mio appoggio.»