Sono giunti al porto di Le Havre da ormai tre giorni, dopo una lunga traversata piuttosto movimentata a causa di tempo instabile e numerosi episodi di burrasca che non hanno granché contribuito a rallegrare il viaggio.

Fino a quel momento non sono riusciti a ricavare alcun tipo di informazione riguardo ciò che stanno cercando, ma può darsi che quel pomeriggio riservi loro una buona sorpresa. Sono infatti appena incappati, nel bel mezzo del mercato del pesce, in uno strano soggetto proprietario di un ventre prominente e di una lingua molto sciolta. Vengono a sapere che il personaggio in questione è cuoco presso uno degli alberghi più frequentati della città. A quanto pare, tra le numerose frequentazioni, poco più di una settimana prima vi erano annoverati tre uomini che pare si siano trattenuti appena ventiquattr'ore o poco più e che, nonostante la brevissima permanenza, sono rimasti impressi nei ricordi di questo cuoco chiacchierone per le loro vistose particolarità: il più giovane, un ragazzo che non poteva avere più di venticinque anni, reduce da un lungo periodo di convalescenza e desideroso di trascorrere qualche settimana di tranquillità sulla loro costa, accompagnato da un medico piuttosto loquace che conosceva piuttosto bene la lingua locale, e da un tizio massiccio che invece non capiva una sola parola di francese.

Tra una platessa, un'orata e una piovra, sono riusciti a ottenere una preziosa informazione: il trio ha preso alloggio in una piccola località di pescatori poco lontano, lungo la Costa d'Alabastro, il cui nome è Étretat.

Hutch ha appurato che Cat non gradisce rimanere confinato nella piccola camera dell'altrettanto piccola locanda del minuscolo villaggio nel quale si sono insediati; l'essere rinchiuso fra quattro mura lo rende nervoso e scorbutico. Per questo si è affrettato a proporgli alcune valide alternative. Il ragazzo si è rivelato entusiasta all'idea di riprendere l'allenamento sul lancio dei coltelli, decisamente meno a quella di bazzicare per il paese senza una meta ragionevole. L'alternativa che gli ha offerto è stata quella di passeggiare lungo la costa; ma quella costa in particolare è atipica rispetto a tutte quelle incontrate in precedenza, quindi si ritrovano a scarpinare su e giù dalle scogliere che spezzano le piccole spiagge ciottolose. La buona notizia è che il movimento che sono costretti a fare per arrampicarsi giova in qualche maniera alla salute fisica di Cat, il quale ammette che da un paio di giorni la sua gamba sinistra gli dà meno noie. Hutch è lieto di apprendere dei suoi miglioramenti, e anche di ammirare le sue natiche sode mentre si inerpica su per la falesia di fronte ai suoi occhi deliziati; pazienza se per ottenere ciò deve sprecare quantità considerevoli di fiato: la vista ripaga completamente di tutta la fatica fatta.

Insolitamente previdente, Hutch durante le loro uscite si porta appresso alcune provviste, così che giunti in cima alla falesia, o lungo le rive della spiaggia, si possano accomodare e prendersi una pausa pranzando di fronte allo spettacolo che la natura offre loro. Non che Cat possa beneficiare del panorama, ma a volte Hutch lo sorprende mentre è intento ad ascoltare il mare che si infrange contro il fondo della scogliera, o spumeggia sui tondi ciottoli grigi di un'insenatura. Non sembra essere irrequieto, quando ciò accade; piuttosto incuriosito, o assorto.

«Che cosa senti?» mormora un primo pomeriggio Hutch, mentre prepara un sandwich al ragazzo in sua compagnia.

Osserva le narici di Cat dilatarsi mentre inspira una profonda boccata d'aria salmastra e traccia con le dita linee casuali fra una pietra e l'altra.

«Il vento. Porta con sé il grido di uccelli marini, sule credo, e i richiami dei delfini.»

Hutch sfarfalla le palpebre, sorpreso. «Ci sono i delfini?»

«Suppongo che sia così. E ricordo di averlo letto, da qualche parte, tempo fa.»

«Oh… E come sai che suono fanno?» si incuriosisce.

«Li ho sentiti mentre attraversavamo l'oceano. Inoltre qualcuno, a bordo, deve averli avvistati. Ho semplicemente fatto due più due.»

Sbuffa. «L'ho sempre detto che sei troppo intelligente, certe volte.»

«Mi prendi per il culo, per caso?»

«No. Dico semplicemente che potevano lasciarne un poco anche per me» borbotta Hutch, con il broncio.

A Cat sfugge un sorriso divertito. «Hutch, tu non sei stupido, e comunque hai altre ottime qualità» fa notare, persino con gentilezza.

«Se ce le ho, sono poco utili» protesta demoralizzato.

«Questo lo dici tu. Io trovo che lo siano parecchio. Almeno, per quanto mi riguarda si sono rivelate piuttosto utili in questi ultimi mesi.»

Hutch lo guarda incerto, con il dubbio che stia apertamente raccontando frottole. «Fammi un esempio» pretende, almeno per capire se le sue parole abbiano un fondamento.

«Hutch…» sospira, scuotendo la testa. «E va bene, se ti fa piacere. Tu sei empatico: senti la gente che ti sta attorno e provi a comprenderla e, se possibile, aiutarla.»

«Uhm… Beh, non è quel che fanno tutti?»

Cat ride, gettando indietro il capo e attirando lo sguardo di Hutch sul suo collo. «No, sciocco bestione. Se proprio lo vuoi sapere sono davvero pochi quelli che lo fanno sul serio. Io per esempio non ci sono mai riuscito. So quel che ha in mente la gente perché ascolto con attenzione, e quando ci vedevo osservavo con altrettanta attenzione. È molto diverso, capisci?»

«Credo di sì. E questo… è stato utile?»

«Per gli altri non posso parlare. Ma ti posso garantire che lo è stato molto per me» assicura con un piccolo sorriso.

Annuisce, e inconsciamente risponde al sorriso di Cat. «Bene. Questo è quel che importa.»

Hutch sta per porgere finalmente a Cat il panino che ha terminato di preparare, ma prima che ne trovi il tempo Cat solleva il viso e punta il naso al cielo.

«Sarà meglio andare, sta arrivando la pioggia» avvisa laconico, rimettendosi in piedi.

«Ma… E il pranzo?» protesta Hutch, fissando sconsolato i viveri intatti.

«Ce lo mangeremo in camera. Avanti, muovi il culo. Se mi bagno sarà peggio per te» lo avvisa in un sibilo seccato, prima di dirigersi, più o meno, verso la locanda.

Hutch sbuffa, scontento, ma si affretta comunque a raccogliere il loro pranzo al sacco intoccato e a raggiungere Cat prima che finisca per farsi male.

«Già di ritorno?» si stupisce Maloney, vedendo rientrare i suoi due compagni di viaggio a un orario anomalo per le abitudini degli ultimi giorni.

«Pioggia in vista» commenta conciso Hutch, ancora un po' deluso per non aver potuto condividere un po' più a lungo con Cat quella giornata.

Il dottore sgrana gli occhi, sorpreso. A quanto sembra, troppo assorbito dalla sua nuova lettura, non aveva affatto notato la scomparsa del sole in favore del grigio delle nuvole, ma una volta appurato il problema non necessita di ulteriori spiegazioni per comprendere l'inattesa presenza dei due. Regala perfino a Hutch un sorriso comprensivo e incoraggiante.

«Sono certo che domani andrà meglio» si arrischia.

Notando con la coda dell'occhio che il ragazzo, a tentoni, si è defilato in cerca della stanza, comprende che il problema con l'acqua è ben lungi dall'essere risolto e, alla luce degli ultimi eventi, non è particolarmente sotto controllo.

«Ho dovuto rincorrerlo per tutta la strada verso la locanda. Non so neppure come riesca a orientarsi, eppure non sono per niente riuscito a farmi aspettare. La dannata pioggia lo ha di nuovo scombussolato» lamenta scoraggiato.

«Dovete avere pazienza, signor Bessy.»

«Ce l'ho! Se così non fosse a quest'ora avrei tutta una serie di bernoccoli in fronte per aver ripetutamente colpito la parete con la testa, e più nessun capello in cima al cranio.»

Maloney, per quanto ci provi, non riesce proprio a trattenere un risolino divertito a quella prospettiva, e si guadagna un'occhiataccia da parte di Hutch, l'ennesima e, prontissimo a scommetterci, nemmeno l'ultima.

«Come diamine faccio ad aiutarlo? Se dipendesse da me gli starei alle costole ventiquattr'ore su ventiquattro. Ma Cat mi ammazzerebbe se solo ci provassi. Lo avete visto? Aveva quella tipica espressione di chi è pronto a fare a brandelli il primo che emette fiato nel momento e nel modo sbagliato. Cazzo» soffia, rabbrividendo ansioso.

Maloney, nonostante tutto, lo guarda con simpatia. «Signor Bessy, per conto mio ritengo abbiate fatto e stiate facendo un ottimo lavoro. Il signor Stevens è innegabilmente di malumore, ma nei giorni scorsi ho notato che tali episodi si verificano con minor frequenza e hanno durata molto limitata nel tempo. Sbagliate se credete che il vostro intervento e la vostra presenza e costanza non sortiscano risultati degni di nota. Lo hanno fatto in passato e lo stanno tuttora facendo. Dovete solo perseverare, non perdervi d'animo per qualche momentanea ricaduta. Vi ha forse fatto capire, in modi più o meno palesi, che il vostro aiuto non è apprezzato?»

Hutch, nervoso e imbarazzato, dondola la sua pesante mole da un piede all'altro in maniera inconsolabile. «Non proprio. A volte diventa spigoloso e scostante.»

«E ciò vi turba» deduce Maloney.

«È difficile non farci caso. Ma, sapete, non me la prendo troppo, e mai a lungo, anche se qualche volta sa essere crudele. Non so se l'avete notato…»

«Oh, l'ho notato eccome, non temete. Eppure ho l'impressione che, nel tempo, si sia un poco ammorbidito. Mi sbaglio, forse?»

Hutch aggrotta la fronte, pensieroso. «Può darsi» tentenna. Scrolla il capo, un po' demoralizzato. «Alla fine credo dipenda dalle mie belle speranze infrante e dalla mia tendenza a diventare trepidante. So che lui diviene difficile e sgradevole in certi contesti… e ho il sospetto di aver fatto trapelare aspettative un po' troppo al di sopra delle sue possibilità.»

Il dottore torna a sorridergli. «Vedete? Vi siete dato una risposta da solo: dovrete rammentare di non cercare di affrettare i tempi. Tutto qui.»

«Se fosse facile…» sospira Hutch, frustrato.