Cat non si è fatto più vedere per il resto della giornata. Hutch avrebbe voluto andare da lui e cercare di tirarlo su di morale, ma la sua espressione rabbuiata prima di lasciare la sala principale non lo ha fatto ben sperare né lo ha incentivato a rischiare una o più parti anatomiche nell'audace tentativo. A sera, quando è palese a tutti che non lo vedranno per cena, la testa di Hutch è divisa in parti uguali fra tristezza, desolazione e preoccupazione. Maloney chiacchiera tutto il tempo, provando senza troppo successo a rallegrare l'atmosfera, ma a metà del pasto Hutch si scusa e lo lascia solo al tavolo al pianterreno della locanda e torna di sopra in camera, trovandola buia e silenziosa. Una smorfia di amarezza storce le sue labbra. Sospira e decide di farsi una doccia e cambiarsi per la notte; ormai quella giornata è finita abbastanza male, tanto vale lasciarsela alle spalle e dormirci su.
Dato che dividono la stessa stanza con due letti singoli, si sforza di essere silenzioso nel raggiungere il proprio giaciglio, eppure nonostante le sue precauzioni qualche rumore molesto deve averlo comunque prodotto perché, di lì a pochi istanti, avverte le coperte del letto accanto frusciare e il materasso cigolare piano.
«Hutch?» soffia la voce incerta di Cat, facendolo irrigidire.
«Io… Sc-scusa, ci ho provato a non fare baccano, ma…»
«Hutch» ripete, stavolta in tono desolato.
Serra strettamente le palpebre, maledicendosi per averlo importunato, e aspetta, sperando che non decida di insultarlo. "Per favore, no, almeno questa volta" prega in silenzio. Un momento dopo il suo materasso si abbassa incurvandosi verso l'esterno e Hutch trasale, già pronto a balzare giù allarmato.
«No, resta» soffia piano la voce di Cat accanto al suo orecchio.
«M-ma…» tituba, il respiro accelerato.
«Shhh… Calma, non è nulla» mormora, scivolando con cautela accanto a lui.
Hutch avverte il cuore pulsare con prepotenza nel petto e un'importante carenza di ossigeno che lo lascia senza fiato. Le gambe di Cat, nel frattempo, si sono avvolte attorno alle sue, così come stanno facendo le braccia attorno al petto di Hutch.
«Ti chiedo perdono» torna a sommergerlo la voce del ragazzo.
«Per… p-per che cosa?»
«Per ciò che è capitato oggi. Sono stato scostante e spiacevole, ti ho offeso e maltrattato senza motivo» si interrompe, ascoltando, e sospira alle sue spalle. «Continuo a farti del male» mormora, mentre il petto di Hutch sussulta fra un singhiozzo e un gemito. «Per quanto mi impegni, sembra proprio che non riesca a fare altro» constata amareggiato.
«V-volevo solo che tu stessi bene, e che… che fossi sereno.»
Cat stringe le labbra, contrariato. «La mia serenità non può né deve precludere la tua» obbietta.
A Hutch sfugge una risata allucinata e acquosa. «Cat, la mia serenità è la tua. Lo sai, te l'ho già spiegato.»
Respira piano, arruffando i corti capelli sulla sua nuca. «Ho… avuto paura, e sono fuggito come un vigliacco. Ti ho lasciato indietro, e poi ignorato. E mi dispiace, Hutch. So di averti ferito. Non sono riuscito a riflettere, in quella circostanza. L'ho fatto in un secondo momento, ma a quel punto era già troppo tardi.»
«Puoi chiedermi aiuto, quando sei spaventato. Sai che puoi farlo» protesta disperato.
«Lo so a mente lucida. Ma in certe situazioni lo dimentico, semplicemente. L'unica cosa che ho in testa in quei momenti è… l'odore di pioggia» soffia, tremando contro la sua schiena.
Hutch sospira, demoralizzato. «Avrei dovuto arrivarci da solo.»
«Hutch, no. Non posso pretendere che tu sia nella mia testa, quando a volte capita persino a me di non capirci nulla.»
Lentamente, con attenzione, Hutch si rigira sul materasso fino a trovarsi faccia a faccia con Cat. «Se vorrai permettermelo, possiamo lavorare insieme per trovare una soluzione a questo problema» offre, abbozzando un lieve sorriso speranzoso.
Cat deglutisce, nervoso e pieno di ansia e aspettativa. «Supponi che… potremmo farcela?»
Sfiora la sua guancia in punta di dita, poi posa il palmo sul suo viso, affondando le dita fra i suoi capelli. «Io non suppongo nulla. So che possiamo farlo. So che tu puoi farlo. Hai raggiunto molti traguardi in questi mesi, perfino in questi anni. Quel che ci proponiamo non è che uno fra i tanti già superati.»
Ancora un poco titubante, Cat annuisce e sporge il viso premendolo contro il suo palmo caldo e rassicurante. «D'accordo. Facciamolo» concorda, guadagnandosi un bacio che gli leva il fiato per i seguenti, lunghissimi minuti.
Sono di nuovo sulla riva del mare, questa volta hanno scelto una piccola insenatura poco frequentata. Nel peggiore dei casi incontreranno qualche pescatore di ritorno da una nottata di lavoro; d'altra parte il cielo quella mattina non promette una giornata radiosa, semmai il contrario. Cat è nervoso, lo nota con facilità; l'aria è umida e frizzante, e le nuvole sono grigio piombo e pesanti. Ma si trovano lì per un motivo, e il ragazzo si sta sforzando di non rimettersi in piedi e darsela a gambe.
«Stai tranquillo. Non sei da solo, ci sono qui io con te» tenta come può di tranquillizzarlo Hutch.
«È l'unico motivo per cui non sono già nella stanza sopra la locanda, Hutch. Ma non ti illudere che questo faciliti granché la situazione» borbotta Cat.
Hutch si lascia sfuggire un sorriso divertito. Non che ci sia davvero qualcosa di buffo, però Cat gli ha più o meno involontariamente fatto capire che ritiene la sua presenza un fattore essenziale e imprescindibile, e se ci pensa bene sembra quanto di più improbabile possa verificarsi nella loro coesistenza. O almeno, lo sarebbe sembrato una manciata di mesi prima. Adesso Hutch nutre speranze fondate che quel loro bislacco rapporto possa essere realmente destinato a durare nel tempo, che abbia un futuro. Insomma, un pensiero che non avrebbe mai avuto la forza di attecchire in precedenza. È strano come la speranza possa nascere e germogliare da circostanze del tutto sfavorevoli e da accadimenti spiacevoli.
Un brusco respiro riporta la mente di Hutch sulla spiaggia di ciottoli grigi. Cruccia la fronte, una goccia d'acqua atterra fredda su quella stessa fronte. Un piccolo gemito costernato lo fa tendere d'ansia.
«Hutch» affanna la voce di Cat.
L'interpellato si allunga e circonda con un braccio i fianchi del ragazzo. «Va bene. Sono qui. Ora respira. Piano, piano» lo istruisce paziente.
«Pio-pioggia.»
«Lo so. Siamo qui proprio per quello, ricordi? Cat? Cat, ascolta. Concentrati.»
Cat però sta tremando nella sua stretta. Hutch inizia a dubitare della bontà del loro piano. All'interno della loro camera aveva un certo senso. Ora… A dirla tutta sembra piuttosto una sorta di perfida tortura. Serra la mascella, contrariato, e rinserra la presa delle braccia sulla schiena del ragazzo. Non cambia nulla. Sta ancora rabbrividendo. Peggio, il suo respiro si sta facendo affannoso. Ringhia, frustrato. Sta per decretare la resa, ma un pensiero repentino lo coglie un attimo prima. Fruga nella bisaccia che si è portato appresso nel caso in cui il tempo, in quella zona molto instabile, avesse deciso di cambiare volgendo al bello, e ne strattona fuori il plaid che avrebbe potuto servire loro per un eventuale pic-nic improvvisato. Con gesti bruschi, dettati dall'ansia, lo dispiega e lo drappeggia sulle spalle di Cat, avendo cura di coprire anche la sua testa, e una volta portato a termine il compito torna a stringerlo a sé.
Lentamente, con evidente esitazione, i brividi di Cat si attenuano e il suo respiro diviene meno pesante e affrettato. Un piccolo sospiro scombussolato e tremante sguscia dalle labbra del ragazzo.
«Va meglio?» mormora Hutch, una mano poggiata sul suo capo coperto.
«C-credo di sì. Io… mi ero perso?» dubita.
«Ho paura di sì. Ma ora sembri di nuovo qui.»
Cat annuisce, titubante, poi arrischia a mettere il naso fuori dalla coperta e dal petto di Hutch.
«Piove ancora» bisbiglia.
Il suo tono sembra impressionato, sbalordito e un po' spaurito. Hutch leva il naso in aria e lo arriccia, valutando criticamente il cielo.
«Direi che ne avrà ancora per una mezz'ora» valuta, prendendo a esempio gli episodi di maltempo dei giorni precedenti.
«Dovresti coprirti anche tu. Non mi va che tu ti prenda un malanno per colpa mia.»
«Ne ho solo uno di plaid» spiega pacato. «Comunque penso di poter sopravvivere a un po' di umidità. Ci faremo dare una tisana da quelli della locanda al ritorno» propone accomodante. Prova a dargli un'occhiata valutativa, ma ha il viso seppellito fra la coperta e la camicia di Hutch. «Mh… Se preferisci possiamo tornarci subito» tenta, a quel punto abbastanza avvilito.
Peccato che, alle sue parole che tutto sommato gli erano parse ragionevoli, Cat si irrigidisce come una statua di sale e gli pianta le dita nei fianchi con un po' troppa energia.
«N-no» rantola, riprendendo a tremare.
«Ehi, calma» si allarma definitivamente.
«Non andartene. Ti prego, non andar via.»
«Cat, no. Non vado da nessuna parte. Ora, per l'amor del cielo, calmati.»
Ha però il fondato dubbio che non lo senta, o non lo stia affatto ascoltando. Lo sconforto lo assale all'improvviso, quando si rende conto di un fatto che non era più accaduto da almeno tre mesi: Cat sta piangendo. Cosa ha fatto? Come ha potuto essere tanto stupido e crudele da credere di poter risolvere tutto con un paio di parole? E, maledizione, ora non sa proprio cosa fare. Non può certo portarselo appresso per tutto il villaggio in quelle condizioni; per quanto comprensiva, la gente del posto non capirebbe il loro comportamento, e la loro villeggiatura finirebbe molto male. Ma neppure può sperare di costringerlo a rimanere lì, raggomitolato contro di lui finché non cesserà di piovere. Se le sue previsioni si rivelassero una cantonata, e il maltempo si protraesse più a lungo? Digrigna i denti, amareggiato. Si guarda intorno, alla ricerca di qualche improbabile aiuto, ma nei dintorni ci sono solo scogliere, ciottoli lisci, mare e nuvole; ci sono anche, un po' in lontananza, un paio di piccole barche tirate in secca e… Strizza gli occhi, incerto, osservando qualcosa di incomprensibile più all'interno rispetto alle imbarcazioni. Sembra quasi un grosso covone di fieno, addossato alle scoscese pareti di roccia bianca, oppure… Una specie di capanno? Per la sorpresa si ritrova in piedi di scatto, e in risposta Cat lancia un singulto strozzato e annaspa a braccia tese.
«Ho trovato! Vieni» esulta Hutch, afferrandolo in vita e sollevandolo con disarmante semplicità da terra come fosse un micino di pochi giorni.
Cat, sempre più scombussolato, si aggrappa alle sue spalle, avvinghia le gambe attorno al suo busto e da lì, ha deciso, non si muoverà più finché la pioggia non avrà smesso di ticchettare sulle rocce e nel suo cervello in avaria.
