Il passaggio è un po' stretto e parecchio basso, ma con qualche paziente contorsione riesce a strisciare all'interno, trovandolo tiepido in modo molto piacevole rispetto all'esterno che, complici pioggia e vento, sta diventando piuttosto freddo. Piano, con cautela, si dà una seria occhiata intorno e individua presto una parete sgombra, contro la quale decide di sistemarsi. Non è paglia come aveva inizialmente supposto, non proprio, sembrano giunchi. Sono di certo più comodi della roccia gelida, e tanto basta per farlo sospirare contento.
Cat sta ancora tremando contro il petto di Hutch. Si siede a terra, scoprendo che anche il pavimento non è roccia ma qualcosa di più morbido e tiepido, e torna a circondare il ragazzo con le braccia. Sfiora piano una delle sue guance e storce le labbra amareggiato; sono ancora umide, e non è a causa della pioggia, o meglio, lo è, ma non direttamente.
«È tutto a posto, Cat. Non c'è più pericolo, è passata. Puoi stare tranquillo adesso» mormora sulla sua fronte.
Non sa se lo sta ascoltando, o se è troppo a fondo nei suoi incubi per comprendere quel che proviene dall'esterno. Sospira, rinserra la stretta, e attende, pregando di non aver rovinato tutto come al solito.
«Non piove più?» mormora in un alito appena udibile.
Hutch, ripescato dal suo cupo rimuginare, sfarfalla le ciglia e torna a dare attenzione a Cat.
«In verità sì, ma è là fuori, non ti darà più noia.»
«Non siamo più alla baia?» si stranisce.
«Sì e no. Siamo… credo sia un capanno usato dai pescatori di qui. Ha il vantaggio di essere asciutto e più caldo dell'esterno. Ma lo svantaggio di puzzare di pesce.»
Cat arriccia il naso, perplesso, e annuisce. «Sì, confermo: sa di pesce.»
Hutch sbuffa una piccola risata e fa scorrere il palmo di una mano lungo la sua schiena. «Come ti senti?»
«Un po' stanco. Abbastanza stravolto. Confuso» elenca, sembrando piuttosto disorientato.
Chiude gli occhi, poggia il mento sulla sua spalla, sospira scoraggiato. «Mi dispiace. Io… Ho sbagliato. Sono stato frettoloso e superficiale e… e ti ho fatto del male.»
«Non mi hai fatto del male!» protesta Cat.
«Oh, sì invece. Non avevo capito niente. Come sempre, del resto. E… ti chiedo scusa. Ho fatto un casino, oggi. Là fuori non… Non sapevo in che modo aiutarti, Cat. Ero impreparato, e tu hai pagato per la mia stupidità» soffia, dispiaciuto e mortificato.
«Ma… Hutch, io sto bene» prova impacciato.
A Hutch sfugge una risata allucinata. «Sono cazzate. Non stai bene, Cat. Certo, ora puoi di nuovo capire quel che ti sto dicendo, ma ti sento tremare, sai. E ti ho fatto piangere. Per colpa mia hai dovuto sopportare tutto questo… questo pasticcio. Ti ho causato dolore e non ho ottenuto assolutamente nulla. Odio vederti soffrire, ma più di tutto odio essere la causa diretta della tua sofferenza. Sono stato un perfetto idiota.»
«Ho sbagliato innumerevoli volte, Hutch. Non sono certo infallibile, così come non puoi esserlo tu. Ma questo non significa che io ti serbi rancore. Credo di avertene già parlato: tu sei quel che mi trattiene qui, l'unico reale collegamento con tutto quel che esiste là fuori. Senza la tua presenza sarei perso. Lo sono stato, sono certo lo ricorderai.»
«Sì. È stato orribile» pigola Hutch.
Cat annuisce concorde. «Lo è stato. Spero di avere la forza di non ricadere più, non in quel modo. E tu… Hutch, tu sei una parte della mia forza, una parte piuttosto consistente, in effetti. Anche quando sembra che io sia scostante, anche allora, so che mi basta la tua vicinanza per stare meglio.»
Sospira tremolante. «Quindi… non ho rovinato tutto?» soffia spaurito.
«No, Hutch. Non abbiamo ottenuto miglioramenti, ma starò bene. Mi basta che tu… c-che tu rimanga. E forse… potremmo ritentare» tituba, abbastanza spaventato da quella prospettiva, ma anche deciso a cercare un modo per superare quel suo limite.
«D'accordo» accetta, riflettendo. «Non oggi, però.»
Si tende leggermente nella sua stretta e deglutisce nervoso. «No, decisamente non oggi» conferma, atterrito alla semplice idea.
Ci è voluta una massiccia dose di pazienza, reiterati tentativi e, di preferenza, la rassicurante vicinanza di un comodo rifugio in caso di drastico fallimento della prova. Rifugio che è stato utile in innumerevoli casi e che ha salvato, spesso e volentieri, una giornata altrimenti completamente distrutta. E bagni caldi a volontà, che hanno offerto loro il valore aggiunto di un'intimità ultimamente persa a causa della camera un po' troppo striminzita e la vicina presenza di orecchie ficcanaso attaccate alla testa del loro dottore depravato.
Cat, quella sera, è raggomitolato sotto le pesanti coperte e ha un aspetto decisamente stremato. Il lato positivo è che il suo riposo sembra tranquillo e, con un po' di fortuna, non ci saranno brutti sogni durante la notte, o non troppo brutti, comunque. Di contro Hutch ha qualche difficoltà ad addormentarsi; non riesce a levarsi dalla testa l'impressione di aver causato dolore al suo Cat, checché lui ne dica. Ha accettato di proseguire con quegli esperimenti, ma non può affermare di esserne stato del tutto convinto. In sostanza si è limitato a seguire Cat perché l'idea di lasciarlo solo gli sarebbe stata del tutto intollerabile e perché Cat sembrava deciso a trovare una via d'uscita al suo problema. E forse l'ha trovata sul serio, ma questo non l'ha reso più accettabile, né gradevole, solo meno inutile.
Stringe le labbra, contrariato e addolorato, e con cautela accarezza i capelli ancora leggermente umidi di Cat. Come suppone di poterlo proteggere, se spesso e volentieri è lui stesso causa del suo malessere? Quanti sbagli ha commesso nel corso degli anni, e in particolare in quegli ultimi, lunghissimi e pesanti mesi? Quante volte ha rischiato di perdere Cat? Se ci riflette con attenzione, si ritrova a rabbrividire al pensiero che la prossima occasione potrebbe anche essere l'ultima.
Sospira, frustrato, si rimette in piedi dopo aver trascorso gli ultimi lunghi minuti accosciato accanto al giaciglio di Cat, e raggiunge il proprio, sperando di avere qualche ora per riposare ma sapendo che, con buona probabilità, non riuscirà a dormire, quella notte, come non ci è riuscito durante le notti precedenti.
Quella mattina sono usciti per passeggiare, o provarci per lo meno. Il cielo è sgombro e fa loro ben sperare, ma Hutch ha imparato almeno quella lezione e porta sempre con sé un ombrello, oltre che l'onnipresente e versatile plaid, ché non si può mai sapere quel che deciderà di presentare loro quella costa così strana e imprevedibile.
«Riflettevo che forse è giunto il momento di programmare lo spostamento a Parigi. Che ne pensi?» lo coglie completamente alla sprovvista la proposta di Cat, mentre stanno percorrendo l'ultimo tratto di spiaggia prima dell'inizio dell'ascesa verso la falesia.
«Uhm… Beh, se stai meglio e non ci vedi impedimenti, non vedo perché no. Sei certo che non ti disturberà la vita caotica in città?»
«No, non lo sono. Ma, Hutch, rimanere altro tempo in questo piccolo villaggio non migliorerà affatto il problema che mi hai appena fatto notare, non credi?»
«Questo è vero» ammette a malincuore. «Hai già pensato a quando partiremmo?»
«Immagino si possa programmare nel giro di una settimana» tenta pensieroso.
Hutch impallidisce e poi deglutisce nervoso. «Una settimana» soffia, abbastanza angosciato.
Le labbra di Cat si arricciano in un piccolo sorriso di scherno. «Sai, sembra che sia tu a dover fare quell'intervento, da come ti agiti per questa nuova partenza.»
«Non sono io. Ma non cambia di molto. Lo sai che non riesco a evitare di stare in pensiero per te» protesta.
«Sì, lo so. Cercavo solo di… alleggerire l'atmosfera, suppongo. Scusa.»
Hutch sospira, demoralizzato, comprendendo che, in fondo, Cat ha già deciso e ha pensato di parlargliene solo perché tiene a lui e al suo parere. Conoscendolo, se non avessero avuto quel loro speciale legame, lo avrebbe avvisato cinque minuti prima della partenza (forse… o magari sarebbe partito da solo lasciandogli un biglietto).
Solleva lo sguardo. «Falesia» avvisa sibillino, di modo che Cat sia cosciente di avere una montagna di roccia davanti a sé e che, se proprio lo desidera, dovrà iniziare la scalata. Ogni volta Hutch spera che non ne abbia intenzione. Ogni volta rimane invariabilmente deluso.
«Ti ho fatto arrabbiare.»
Hutch leva gli occhi che un attimo prima aveva fissi sui propri piedi e li punta sulla schiena di Cat. «No, non l'hai fatto. Non sono arrabbiato. O almeno, non lo sono con te. Mi prenderai per uno stupido smidollato, ma ho questo problema che con il tempo si fa più pressante e acuto: non riesco a evitare di essere costantemente in ansia e preoccupato per te e per il tuo futuro.»
Cat sbuffa una mezza risatina che sembra tutto fuorché lieta. «Hutch, non sei smidollato, e so che ti preoccupi per le mie sorti, che è poi il motivo per cui riesco a porre fiducia in te.» Sospira, mentre procede l'arrampicata. «Tu vuoi che io mi riprenda la mia vita.»
«Cazzo, certo che sì!» sbotta in un ringhio.
«Perfetto. Io ho bisogno di agire, in qualche modo. Possibilmente un modo che mi porti alla meta che mi prefiggo. Sono certo tu possa comprenderlo, sbaglio?»
«No, non sbagli. E sono qui, accanto a te, proprio per esserti di sostegno verso questa meta.»
«Esattamente. Ho bisogno che tu continui ad avere fiducia nelle mie possibilità, Hutch. Perché ora come ora temo tu sia l'unico a crederci sul serio, e se… se dovesse venirmi a mancare anche questa risorsa, non sono sicuro che potrei davvero sperare di andare da qualche parte, di ottenere qualcosa. Perché a volte… a volte, Hutch, sento che mi mancano le forze e la volontà per andare avanti.»
Hutch digrigna i denti. «Non ho intenzione di abbandonarti. Sarò qui per te, qualunque cosa accada. Puoi credermi.»
Lo vede fermarsi sul sentiero ripido. Sono ormai a un buon punto lungo il cammino che serpeggia fra la spiaggia e la cima della falesia.
«Io ti credo, Hutch» soffia, voltando appena il viso in basso, verso di lui.
«Bene, perché io credo in te. Sempre» assicura granitico.
«Qualunque cosa accada.»
«Qualunque cosa accada» conferma, con un piccolo sorriso che trapela nella sua voce.
