Cat va su che sembra uno stambecco. Hutch gli arranca faticosamente dietro e, davvero, non sa come il suo ragazzo riesca a spostarsi da una sporgenza all'altra facendolo sembrare semplice come respirare. Se solo ci provasse Hutch, poco ma sicuro che si ritroverebbe sfracellato ai piedi della falesia senza un solo osso sano in corpo. Il che è ridicolo: è Cat a essere cieco, non Hutch! Ma, che diavolo, quel gattaccio deve avere una specie di sesto senso, o qualcosa del genere, perché da come si muove agilmente nessuno al mondo direbbe che non vede quel che sta facendo. Hutch ha il fiatone, gli bruciano da morire tutti quanti i muscoli nessuno escluso, e sta seriamente prendendo in considerazione l'idea di dichiarare forfait. Ma ha promesso all'uomo che ama che non lo lascerà solo. Che bel problema, vero? Prega che non gli venga un attacco cardiaco nel tentativo di stargli alle calcagna, o non potrà mantenere la promessa. E a quel punto si sentirebbe parecchio in colpa… O meglio, lo farebbe se fosse vivo. Il suo spirito si sentirebbe sicuramente molto in colpa, per aver mancato alla promessa fatta, e anche per aver fatto soffrire Cat. Oddio, sta delirando, e gli manca l'aria. Merda!

«C-Cat…» annaspa, reggendosi alle ginocchia che tremano sotto il suo peso.

«Dimmi.»

«Sto per schiattare» rantola. «Te lo dico così ti prepari e organizzi il mio funerale. Voglio le margherite.»

«Hutch, sciocco bestione, non stai per schiattare. Sei solo melodrammatico. Comunque ho ricevuto il messaggio: ci fermiamo qualche minuto.»

«Oh… Grazie al cielo» soffia, crollando al suolo ad affannare e a cercare di farsi passare la tachicardia e i crampi.

«Nh!»

Hutch leva lo sguardo, trovando Cat con il naso puntato verso il cielo. Segue la stessa direzione e avvista il guaio: nuvole scure all'orizzonte e, a prima vista, in rapido avvicinamento.

«Torniamo giù?» propone cauto, rimettendosi in piedi dopo aver tirato il fiato nell'ultimo quarto d'ora di riposo concesso dallo scarpinatore in sua compagnia.

«Forse è più vicina la cima della falesia» ragiona Cat. «Se poi inizia a piovere mentre stiamo ancora scendendo finisce che ti schianti sulla spiaggia come un meteorite.»

«Ah-ah-ah! Molto spiritoso» borbotta, mezzo offeso per l'aperta presa in giro alla sua scarsa agilità. Dà un'occhiata al sentiero, verso il basso e verso l'altro, e conviene che probabilmente Cat ha detto il vero. «Sì, penso proprio che la cima sia più vicina. Possiamo andare, se vuoi.»

Il ragazzo si rimette in cammino, senza ulteriori attese né inutili convenevoli e Hutch è costretto di nuovo a stargli dietro, arrancando e maledicendo le sue gambe svelte. Beh, d'accordo, le sue belle gambe svelte. E solo in occasione delle scalate, comunque, perché poi in altri contesti non si sognerebbe mai di maledirle, anzi…

«Hutch! Smetti di rimuginare e spicciati!»

Ma come diavolo farà a sapere che stava pensando a questioni inappropriate alla situazione?

«Hutch!»

«Sì, sì, arrivo! Che diamine» borbotta, rimettendosi in marcia.

Le prime, grosse gocce precipitano sulla sua testa a una manciata di passi dal traguardo. Cat ovviamente è già in cima da un bel pezzo e lo sta attendendo con evidente trepidazione e un certo nervosismo. Non hanno mai preso pioggia in quel tipo di luogo, d'altra parte, e può ben capire la sua agitazione: sono in mezzo a una lunga piana erbosa, qua e là disseminata di costoni di roccia affioranti, in cima a una ripida scarpata il cui lato scabro si getta direttamente nel mare, nessun genere di possibile rifugio nei paraggi; l'unica possibilità che rimane, a meno di non voler scarpinare di nuovo per tornare giù alla spiaggia e con il concreto rischio di scivolare, è quella di percorrere il sentiero che porta in paese facendo il giro lungo. In poche parole sono destinati a bagnarsi, e non nel modo piacevole.

«Era ora» bercia sarcastico.

Sospira, stremato. «Lo sai che non sono fatto per la scalata» prova a difendersi, già sapendo quanto vano sia il suo tentativo.

«Su questo non avevo dubbi. Poi però capita che tu ti perda a metà strada, rallentando se non addirittura fermandoti, e questo c'entra ben poco con i tuoi limiti fisici» fa notare con più d'una punta di acidità nella voce.

«Oh, davvero? E con che cosa c'entrerebbe, dunque?»

«Per esempio con il fatto che occupi la tua concentrazione in tutt'altro che non su ciò che stai facendo. Vuoi che provi a indovinare quali erano stavolta i tuoi pensieri?»

«Ugh! No, penso non sia il caso, in questo preciso momento. Sembri già abbastanza incazzato senza aggiungere altra legna al fuoco» replica prudente, notando il suo umore abbastanza adombrato.

Cat digrigna i denti. I suoi capelli si stanno bagnando, i suoi abiti si stanno bagnando, fra non molto inizierà a gocciolare, letteralmente. Odia la pioggia!

«Dannazione» soffia frustrato.

«Cat» mormora cauto, facendosi più accosto.

«Questo posto è un incubo» ammette scoraggiato. «Se dessi retta alla mia testa dovrei rimanere chiuso in camera tutto il maledetto giorno.»

«Cat» sospira, circondandolo con le braccia. «Smetti di sottovalutarti. Solo la settimana scorsa eri del tutto incapace di conservare la lucidità sotto un paio di gocce di pioggia. Oggi siamo arrivati in cima alla stupida roccia e ti stai lamentando della mia lentezza, mentre ci stiamo infradiciando sotto l'ennesimo acquazzone. Capisci? Tu sei molto più di quel che credi.»

Appoggia piano la fronte sul suo collo, godendosi il tepore di quell'angoletto appartato tutto per lui. «Io sono molto fortunato, perché ho te che pensi di ricordarmi più o meno in continuazione che valgo qualcosa.»

«Molto, non qualcosa» protesta contrariato.

«Molto, giusto. Come ho fatto a sbagliarmi?» replica ironico.

È ancora intento a far scorrere le dita fra i capelli bagnati di Cat quando scorge, distrattamente e con la coda dell'occhio, delle figure umane avvicinarsi. In verità nulla di strano: ha avuto occasione di notare, nelle ultime settimane, quanto il luogo sia spesso frequentato da gente non del posto che si reca appositamente a Étretat in visita, o per semplice curiosità. Eppure in questo caso sembra differente; qualcosa, nei loro movimenti, lo distrae dal compagno. Solleva lo sguardo, per accertarsi di cosa abbia attirato la sua attenzione, e un momento dopo spalanca gli occhi, allarmato, e spinge contro Cat, trascinando entrambi a terra.

«Hutch!» protesta il ragazzo, rotolandosi malamente sull'erba fradicia.

«Due tizi. Armati. Sta' giù!» sibila.

Il ragazzo si tende sotto di lui. «Che aspetto hanno?»

«Quello di gente che vuol farci la pelle» replica in un borbottio affannato, mentre cerca di trascinare entrambi al riparo di uno degli affioramenti rocciosi disseminati sulla piana.

«E allora bisognerà anticiparli.»

«Non ho con me nulla» sbotta stizzito.

«Beh, siamo su una scogliera. Non c'è tutta questa scelta. Indicameli» ribatte asciutto, già dimentico della pioggia e di qualunque genere di romanticismo, invece concentrato sul suo fine ultimo, ovvero fare in modo di arrivare al giorno seguente ancora vivo e tutto d'un pezzo.

Hutch ringhia ma, considerata la pessima situazione in cui versano, si rende ben conto che non c'è molto altro che possa permettersi di fare, a parte proteggere Cat mentre lui prova a eliminare il loro ultimo problema.

«Va bene, ma fai attenzione» raccomanda angosciato.

«Ehi, io ci provo, sai. Poi arrivi tu, e mi incasini i piani…» soffia mezzo divertito.

Hutch gli ringhia addosso, infelice. «Non sei divertente, per niente!»

Bruscamente si volta, scorgendo i due intrusi che si stanno avvicinando guardinghi. Se Cat riuscisse a colpirne almeno uno, forse allora potrebbe provare a stendere l'altro, senza beccarsi del piombo, possibilmente. Allora si concentra e fa quel che gli ha ordinato Cat poco prima: gli fornisce le coordinate dei tizi nel modo più preciso che gli riesca e, nello stesso tempo, si occupa di evitare che reperiscano il suo ragazzo e gli facciano del male (per non dire di peggio).

Più volte è costretto ad aggrapparsi a lui e tirarlo giù, impedendo che venga colpito. Nell'ultima di quelle occasioni Cat gli soffia addosso, frustato.

«Come la prendo la mira se continui a strattonarmi?»

«Ma se non lo faccio quelli ti sparano! Attento!» esclama allarmato, sospingendolo e facendo rotolare entrambi lungo il prato.

Affannato e con un diavolo per capello lo trascina al riparo di un altra sporgenza rocciosa. Prima o poi li finiranno i dannati proiettili, o no?

«Hutch» sibila scontento.

«Non è colpa mia! Non ci sono ripari adatti in questo stupido posto» si difende.

Cat sussulta mentre un frammento di roccia gli finisce addosso scalzato dall'ennesima pallottola.

«Dobbiamo fare qualcosa. Perché diamine non ti porti dietro un'arma quando esci?»

«Che ne sapevo io che ci fosse ancora in giro gente che ti vuole morto?» protesta Hutch.

«Perché dovrei essere io quello che vogliono morto? Sei tu che vai in giro a prendere l'oro rubato da altri.»

Hutch ringhia di nuovo. «Non mi sembra il momento più adatto per recriminare sulle mie decisioni. A chiunque vogliano fare la pelle è irrilevante: siamo entrambi nella merda.»

«Su questo ti do pienamente ragione. Come… Argh!» protesta, abbassandosi ulteriormente per non essere colpito. «Hutch, sei tu quello che ci vede. Dove diamine sono?»

«Non ne ho idea! Se metto fuori il naso mi sparano, che cazzo!»

«Senti, tu non sei armato e io sono cieco: renditi utile e fai da bersaglio. Almeno così mi sai indicare dove mirare.»

«Cosa? Scherzi? E se poi mi ammazzano chi ti dà le coordinate?»

Cat sbuffa e scuote la testa. «Le tue priorità lasciano molto a desiderare. Se vuoi esco allo scoperto anch'io e vediamo chi colpiscono per primo.»

«Ma nemmeno per sogno. Io ti preferisco vivo» protesta.

«Toh, guarda che coincidenza: anche io mi preferisco vivo.»

«Voi due la smettete di litigare? Uscite fuori, piuttosto. Così possiamo farla finita

Hutch si volta a fissare stranito Cat. Il ragazzo non lo può vedere, ma immagina benissimo la sua espressione e si stringe nelle spalle, perplesso quanto lui.

«Chi cazzo siete?» pretende a quel punto di sapere Hutch.

«Quelli che si sono fatti quasi cinquemila miglia per riacciuffarvi

«Beh, io non vi conosco, quindi sparite» ribatte Hutch.

«Ma niente affatto. Il capo ha detto che avete fregato dell'oro e ammazzato il proprietario. Quindi adesso ci dite che fine ha fatto la grana

«Guarda, io ne ho abbastanza di seguirli in giro per il mondo. Chi se ne frega dell'oro: gli spariamo e buona notte. Così ce ne torniamo a casa, finalmente

«No, lui ha detto che bisogna recuperarlo

«Ma Eddie…»

«Chiudi il becco!»

Mentre i due inseguitori bisticciano tra di loro, Cat gli ha afferrato un gomito, facendogli segno di sgusciare via. Hutch annuisce, stringendo la sua mano e facendogli strada. Così, bassi sulle ginocchia e a schiena chinata, si defilano, allontanandosi il più possibile da quei due svitati.