I due tizi che hanno provato a eliminarli dalla faccia della Terra non si sono più visti né sentiti nelle oltre due settimane seguenti. Non che questo sia indice di qualche certezza: nemmeno Hutch e Cat si sono fatti vedere in giro, e non per loro scelta. La notizia realmente positiva è che Hutch ha avuto il permesso di sgranchirsi le gambe direttamente da Maloney, il quale ha però messo le mani avanti raccomandandosi in modo categorico di evitare ogni genere di sforzo che andasse oltre la semplice passeggiata di non più di quindici minuti. Come prevedibile, si è visto indirizzare due occhiate del medesimo tenore imbronciato cui ha saputo tener testa in modo più che egregio, almeno a suo dire. Cat se ne è fatto una ragione e ha comunque seguito il compagno nella brevissima libera uscita concessagli.
«Meglio di niente» si rallegra nonostante tutto, facendo sorridere Hutch.
«Non raggiungeremo neppure l'emporio, in quindici minuti. Dovremo tornare indietro a metà strada. Ma hai ragione: è comunque meglio che restarsene confinati in camera» conviene, camminando piano lungo la strada che porta in centro paese.
Il sole è tramontato già da qualche minuto e il vasto cielo sopra le loro teste si sta tingendo di porpora e indaco, sfilacciato da nuvole aranciate e rosa. Cosa non darebbe perché Cat possa avere la possibilità di godere di quello spettacolo assieme a lui.
«Qualunque cosa sarebbe meglio, a questo punto… A parte ricapitare davanti a quei due scemi» si corregge Cat.
Hutch ringhia a tale, infausta prospettiva. «Ho portato di che difenderci, oggi. Giuro che se solo fanno per mettere fuori il naso, stavolta li uccido prima che abbiano il tempo di blaterare altre sciocchezze sul dannato oro» borbotta cupo.
Cat sospira. «Alla fine, forse avevi ragione quando hai scherzato con Maloney, quella volta sulla via della villa sulla spiaggia: quel cavolo di oro dev'essere davvero maledetto, perché da che è stato rubato per la prima volta da Bill niente è più andato per il verso giusto, né per lui né per noi.»
«Già…» mormora affranto, ripensando a tutti i guai causati da quel cumulo di monete. «Avrei fatto meglio a non accettare l'incarico per la banca da principio» si rammarica.
«Non potevi certo sapere quanto male sarebbe finita, allora. Se fosse stato chiunque altro che non fosse Bill, probabilmente a quest'ora ti staresti godendo la ricompensa in mezzo a un campo di fagioli» scherza, sogghignando divertito.
Hutch sbuffa una mezza risata e scuote la testa. «Che idea balorda. Più probabile che avrei mollato tutto nel giro di un paio di mesi al massimo e sarei venuto a cercarti per farmi incasinare un poco la giornata, dopo la noia mortale della campagna.»
Cat ride, facendo fare un balzo al cuore di Hutch. «Sono bravo in quest'attività, eh?»
«Altroché! Un vero, dannatissimo maestro» sbotta, e poi sghignazza, e vorrebbe acchiapparlo e stringerselo addosso, ma sono in mezzo alla strada di un villaggio francese e, per quanto poche, le persone che stanno camminando attorno a loro non capirebbero. «Mi sa tanto che ci tocca iniziare a tornare indietro. Se no poi chi se lo sente Maloney, che attaccherà di certo con le sue manfrine sulla prudenza e l'aver cura di sé. Bah!» sbotta seccato.
Avrebbe preferito poter fare una passeggiata in una delle piccole baie, ma sarebbe stato troppo lontano, e anche troppo pericoloso. In paese c'è gente e la possibilità di essere aggrediti è ben scarsa; sulla spiaggia sarebbero stati esposti, e Hutch, per quanto si senta meglio, non è in condizioni di poter badare alla sicurezza di Cat e alla propria contemporaneamente. Se dovessero ammazzarlo, lascerebbe il suo Cat alla mercé di quei due suonati. Veramente una pessima idea, sotto tutti i punti di vista. Il ginocchio del ragazzo migliora, questo è pur vero, ma Maloney gli ha proibito di poggiarci sopra il peso del corpo e di sollecitare l'articolazione. Costretto di nuovo a usare le stampelle per qualsiasi spostamento, e impossibilitato a vedere quel che gli accade intorno, sarebbe una preda fin troppo facile da raggiungere. Oh, no, Hutch non rischierà le loro vite per il semplice desiderio di poter stare più vicino a Cat. Aspetterà di poterselo permettere, di essere al sicuro con lui. Già troppe volte ha messo a repentaglio l'esistenza del suo ragazzo, inconsciamente o di proposito. Non accadrà di nuovo, non fintanto che Hutch avrà voce in capitolo.
«Ehi» mormora la voce di Cat in tono delicato.
Si riscuote dai suoi pensieri e si rende conto solo in quel momento che sono fermi, entrambi, a pochi passi dalla locanda.
«Che succede?» indaga perplesso.
«Non lo so. Dimmelo tu. Sembravi abbastanza occupato, negli ultimi minuti. Ho l'impressione che tu non abbia ascoltato una sola sillaba di quel che ho detto.»
«Oh…» Merda. No che non ha ascoltato. Meglio sarebbe dire che non ha sentito un cavolo. Che razza di guardia dovrebbe fare, se nemmeno presta attenzione a quel che lo circonda. «Scusa.»
Le belle labbra di Cat si piegano in una piccola smorfia afflitta. «C'è qualcosa che ti infastidisce, forse? Magari ti ho offeso (di nuovo)?»
«No, non l'hai fatto. O almeno, non credo. Ho scordato di prestare attenzione. Io… pensavo alle brutte cose che continuano ad accadere e… ho perso la cognizione di quel che avevo intorno, immagino. Mi spiace. Non sono granché affidabile, vero?»
«Hutch, che sciocchezza. Se tu non sei affidabile allora io cosa dovrei essere?» lo rimprovera.
«Uno spirito libero?» prova, tentando come può di evitare di scoppiare a ridere.
Tentativo inutile. Cat lo anticipa sul tempo, non lasciandogli altra scelta che seguirlo a ruota.
«Adesso è così che si chiamano?»
«Boh. Potrei chiamarti in altro modo, ma poi ti incazzeresti…» insinua.
Arriccia il naso e incurva un sopracciglio. «Sentiamo» pretende, sollevando il mento con fare fintamente altezzoso.
Stanno salendo prudentemente le scale che li condurranno alla loro camera, quando Hutch si arrischia, con notevole incoscienza e sprezzo del pericolo.
«Un gatto randagio.»
Cat si blocca sul pianerottolo. Hutch avverte i peli della nuca rizzarsi. Si guarda intorno, sperando in una via di fuga rapida e sicura.
«Hutch» soffia il ragazzo.
Niente via di fuga, pare. Tanto vale difendere la posizione a testa alta, a quel punto.
«Però, andiamo, è vero! Hai questi occhi magnetici, e i capelli sempre incasinati che ricordano tanto il pelo di un gatto che scivola fra i vicoli malfamati, e poi il modo in cui mi pianti addosso le unghie quando perdi le staffe. Per non parlare di quando te ne vai a zonzo per mesi e torni tutto arruffato che sembra quasi che ti sei azzuffato con altri gattacci…»
«Hutch.»
Stavolta era decisamente un ringhio. Trattiene il respiro. Probabilmente avrebbe fatto molto meglio a tenere a bada la lingua, almeno a giudicare dall'occhiataccia assassina che gli sta propinando Cat.
«C'è un motivo particolare per cui hai deciso di farmi infuriare?» domanda in un inquietante tono discorsivo.
«Uhm… Veramente no. Forse ho passato troppo tempo a girarmi i pollici.»
Cat reclina il capo di lato, incuriosito suo malgrado. «Mi stai dicendo che stai volontariamente cercando una lite aperta per… smaltire la frustrazione? Perché, sai, io avrei optato per modi meno violenti e potenzialmente pericolosi per la salute fisica» fa ragionevolmente notare.
Hutch è arrossito. Non è certo di aver capito correttamente i sottintesi del discorso di Cat, ma la sua testa ne sembra piuttosto convinta. Si lascia sfuggire un gemito che sa tanto di disperazione.
«Nh… Suppongo tu abbia appena realizzato l'errore» commenta, condendo il tutto con un sogghigno mascalzone.
«Io… Io… Ah… Mi dispiace?» tenta angosciato.
«Oh, ne sono certo» pondera, aprendo l'uscio della camera da letto e sostando un momento sulla soglia. Arriccia un angolo delle labbra in un sorrisetto di scherno. «Dormi bene» mormora, prima di chiudere la porta in faccia a Hutch.
