La sveglia arrivò troppo presto la mattina dopo e Sam ci impiegò un bel po' prima di decidersi a sporgersi verso il comodino per spegnerla.
Non poteva credere che fossero già passate quattro ore da quando era crollato sul letto, eppure il cicalino insistente non lasciava dubbi sul fatto che una nuova giornata doveva cominciare e che non si poteva concedere un minuto in più tra le braccia di Morfeo.
Cazzo, detestava le sveglie perché per lui era una cosa innaturale interrompere il sonno di qualcuno e aveva sempre reagito male quando il rompiscatole di turno lo aveva disturbato.
Certo, c'era una bella differenza tra le urla e le coperte strappate via da papà e i modi più soft di Dean per convincerlo a scendere dal letto, ma in ogni caso per lui la giornata iniziava male ed era meglio girargli al largo quando era costretto a svegliarsi prima di quando volesse, soprattutto se la levataccia preludeva ad una sessione di addestramento.
Quella mattina Sam si sentiva davvero a pezzi, proprio come dopo uno di quegli allenamenti, ma stavolta nessuna responsabilità di marca Winchester, era colpa solo, si fa per dire, del suo lavoro.
Il turno al ristorante era stato più pesante del solito perché , oltre alla solita rumorosa clientela, aveva dovuto far fronte ad un addio al celibato e i piatti, e soprattutto i bicchieri, erano ricomparsi accanto alle vasche del lavandino ogni volta che pensava di aver finito, ma la sveglia chiamava e lui doveva per forza rispondere.
La cercò a tentoni per qualche secondo, poi, avendola mancata un buon numero di volte, si decise ad aprire gli occhi e a individuarla qualche centimetro più a destra rispetto a dove la stava rincorrendo. La spense con un colpo netto e per un attimo pensò di cedere di nuovo al sonno, poi il suo io interiore gli ricordò che non poteva permetterselo perché doveva sfruttare ogni momento libero per studiare.
Il mantenimento della sovvenzione da parte dell'università infatti era condizionato al fatto che fosse sempre in regola con gli esami e con una media alta, e non poteva assolutamente permettersi di perderla per tutta una serie di motivi: a) amava frequentare Stanford, b) si stava costruendo un futuro, c) non avrebbe mai potuto sopportare l'idea di lasciare gli studi perché non poteva più permetterselo e d)….
Da quando era arrivato aveva già rischiato di dover mollare e non perché non fosse un ottimo studente, ma perché si era trovato impreparato davanti al tenore di vita di Palo Alto in generale, ed era stata veramente dura rimanere ancorati all'obiettivo finale.
Era stato evidente fin dai primi giorni che le persone che lo circondavano erano di un altro livello e gli era pesato ancora una volta essere lo studente di seconda mano. Aveva anche talvolta peccato di invidia quando aveva visto arrivare i suoi compagni di corso su auto importanti accompagnati da genitori facoltosi e non tanto perché era uno che voleva a tutti i costi la bella vita, in fondo non aveva nemmeno idea di che cosa volesse dire mettere la chiave nella stessa toppa per un mese di seguito prima di arrivare a Stanford, quanto per la sicurezza che mostravano.
Osservando i suoi coetanei, aveva notato che sapevano che avrebbero dovuto fare solo un cenno e le loro famiglie sarebbero arrivate in un attimo in soccorso. Si vedeva da come padri e figli camminavano gli uni accanto agli altri e dalla complicità dipinta sui loro volti ed era quello che Sam aveva per anni cercato in John, ma lui e la sua maledetta crociata avevano sempre avuto la precedenza.
Quando era piccolo, Dean era stato il suo tutto, fratello, amico, protettore, e questo gli era bastato fin quando non aveva cominciato a notare nei discorsi dei compagni di scuola che le cose nelle famiglie normali non funzionavano come nel clan Winchester. Nelle loro vite c'erano dei genitori, delle case, lavori ordinari e feste in famiglia, nella sua un sergente istruttore, un'auto, l'attività di famiglia e cene di Natale in pidocchiosi motel consumati in scatole di polistirolo.
A otto anni aveva chiesto quale fosse esattamente il lavoro di papà e aveva ricevuto la solita risposta evasiva e l'ammonizione a chiudere la bocca perché faceva troppe domande, accompagnata della solenne promessa di una ripassata al suo culo curioso se fosse tornato alla carica. In quel momento aveva abbozzato, ma voleva sapere a tutti i costi che cosa c'era di sbagliato intorno a lui e alla fine aveva letto il diario entrando a pieno titolo in un film horror con la differenza che non aveva a disposizione un telecomando per bloccarlo quando aveva paura.
Da allora ogni parvenza di normalità se ne era andata a farsi fottere e l'addestramento militare di papà lo aveva travolto senza sconti: corsa, sparring, flessioni, uso delle armi e punizioni severe quando il suo rendimento non era considerato adeguato.
Nel vocabolario del sergente Winchester avere le spalle coperte significava poter contare sul fatto che un altro sarebbe stato pronto ad intervenire in caso di pericolo, mentre Sam avrebbe voluto che si riferisse al fatto di non sentirsi solo e diverso in nessuna occasione perché John sarebbe stato lì per lui.
Aveva perso il conto nel corso degli anni di quante volte aveva inutilmente atteso che si presentasse ad un evento scolastico e aveva dovuto inventare scuse assurde con i professori e i compagni per la sua assenza.
Aveva imparato a mentire con un gran sorriso in pubblico e a mandare giù in privato le lacrime nei bagni delle scuole perché nessuno doveva farsi domande sul fatto che il signor Winchester non fosse in prima fila ad applaudire il figlio per l'ennesimo riconoscimento.
L'amarezza di quelle occasioni sommato all'evidente disinteresse verso quello che Sam voleva davvero per la sua vita erano il cardine della lettera "d" dell'elenco: in nessun caso sarebbe ritornato con la coda tra le gambe da suo padre ammettendo la sconfitta, anzi gli avrebbe dimostrato che non era vero che i Winchester potevano essere solo dei cacciatori e non potevano sfuggire a questo destino.
Il giovane studente si passò le mani sul viso, poi si fece coraggio e spostò le coperte. Si mise in piedi e dopo aver solo sfiorato il pavimento gelido, si ricordò che le pantofole dovevano decisamente scalare la classifica delle cose da acquistare. Si avviò verso il bagno e come faceva ogni mattina, si infilò nella doccia.
Avrebbe dovuto farla ore prima per staccarsi da dosso gli odori della cucina cubana, ma non ne aveva avuto la forza e giusto per essere sicuri di non puzzare ancora di spezie varie, si fermò più del solito sotto l'acqua calda.
Una volta finito si asciugò, si vestì e poi strofinandosi i capelli con un'asciugamani, si avviò verso la macchina del caffè. Inserì una cialda e aspettò che la tazza si riempisse, poi si andò a sedere alla scrivania e guardò i libri davanti a lui. Era a buon punto per il prossimo esame, ma un po' in ritardo sulla tabella di marcia.
Per quanto si fosse sforzato di non rallentare, infatti,nelle ultime due settimane aveva avuto poco tempo per studiare perché aveva dovuto sostenere delle spese impreviste e fare degli straordinari su entrambi i posti di lavoro.
Sam sospirò e sorseggiò ancora il caffè sperando di svegliarsi definitivamente, poi prese un tomo e un quaderno per prendere appunti e quando era solo l'alba, iniziò a darci dentro.
Rimase con la testa china sul testo per ore e si accorse che il tempo era passato quando sentì l'orologio di una chiesa vicina battere le undici. Era decisamente il momento di fare una pausa e si disse che forse avrebbe dovuto mangiare qualcosa, ma, prima di farsi il solito discorso sulla necessità di nutrirsi con regolarità, cominciò a sentire dei rumori provenire dall'esterno. Si alzò e aprì la porta per dare un'occhiata.
"Ehi, Wonder boy"
"La pianti di chiamarmi in quel modo?"
"E dai, è divertente"
"No, non lo è. Ma che diavolo hai fatto? Sembra che ti abbia investito un camion"
"Sto benissimo e tu ti sei perso una festa da sballo"
"Beh, non mi interessano le tue feste da sballo se questo vuol dire non reggersi in piedi il giorno dopo"
"Sono in piedi, non mi vedi? Stanotte no, ero spiaggiato proprio davanti alla tua porta, ma poi quel tipo deve avermi portato in camera"
"Quale tipo?"
"Non lo so, uno cazzuto, o era una? Boh, è tutto un po' confuso"
"Forse una delle tue amichette ti ha portato in camera, ma eri così sbronzo da non ricordartene"
"Però mi ricordo che gli ho parlato di te"
"Di me? Hai proprio pochi argomenti di conversazione, eh?"
Sam sorrise e chiese:
"Vuoi una tazza di caffè? Magari ti schiarisci un po' le idee"
"Non mi farebbe nulla. Sto andando a prendere dell'aspirina, ho un mal di testa che mi sta uccidendo"
"Se vuoi, ti risparmio la passeggiata, ne dovrei avere in camera"
"E poi dici che non ti devo chiamare Wonder boy"
Il giovane Winchester scosse la testa e rispose:
"Torna a letto e lascia la porta aperta, te la porto appena l'ho trovata"
"Sì, capo"
William si avviò verso la sua stanza e Sam si mise alla ricerca delle pillole nella sua. Aprì il mobiletto del bagno, ma non le vide e si chiese dove potesse averle messe. Era strano che non fossero al loro solito posto perché era una persona estremamente ordinata, poi si ricordò di averle spostate nella scrivania per averle più a portata di mano mentre studiava. Gli era capitato, infatti, soprattutto negli ultimi tempi, di soffrire di emicranie e non sempre aveva voglia di spostarsi da dove si trovava, quindi si era organizzato di conseguenza.
Tornò sui suoi passi e avvicinandosi al tavolo, notò che il cassetto non era chiuso bene.
Si sedette, lo aprì e lo sguardo gli cadde sulle pile di ricevute. Non sapeva dire con precisione che cosa ci fosse che non andasse, ma qualcosa c'era e forse se avesse potuto osservare con calma, avrebbe anche riconosciuto ciò che lo stava disturbando. Non ne ebbe il tempo però perché la voce di William che lo reclamava lo distrasse e si limitò a recuperare solo l'aspirina.
Dopo aver concluso il suo compito di buon vicino, Sam tornò nella sua stanza e osservando la sedia, sbadigliò.
Fermarsi lo aveva distratto, ma la stanchezza era ancora tutta sulle sue spalle e guardò di nuovo con desiderio il letto
"Devo uscire da qui, ho bisogno di una boccata d'aria"
Prese il giubbotto dall'attaccapanni e il suo zaino. Vi infilò dentro libri e quaderni e uscì dandosi come meta finale della sua veloce passeggiata la biblioteca.

In una stanza di un motel non molto lontano John si stava appena svegliando e rimase davvero sorpreso quando si accorse di che ora fosse. In genere era un tipo mattiniero e invece eccolo lì, beatamente a letto, alle dieci del mattino.
Si guardò intorno un po' spaesato, poi le immagini di Sam gli riempirono la mente e si ricordò di essersi fermato a Palo Alto di ritorno da una caccia.
Il desiderio di rivederlo al più presto lo invase e decise di alzarsi. Ci mise giusto dieci minuti per lavarsi e vestirsi, poi prese le chiavi del pick up e uscì destinazione Stanford. Prima di andarci però si fermò al diner del giorno prima, fece un abbonante colazione perché non sapeva se avrebbe avuto tempo di mangiare nelle ore seguenti, poi controllò il telefono per vedere se gli erano arrivati dei messaggi.
Sperava che ce ne fosse qualcuno di Dean e il suo ragazzo non lo deluse.
"Ciao, papà. Volevo chiederti scusa per come mi sono comportato, mi dispiace. So che non si lasciano i lavori a metà e anche se ieri non ho fatto molto per renderlo credibile, non sono un ragazzino e capisco che devi fermarti a Brownsville fino a sabato. Ci vediamo a Cottonwood e se hai bisogno, chiamami"
John sorrise e rispose subito all'sms pensando a quanto fossero diversi i suoi figli: Dean era quello dall'aria strafottente e apparentemente sicuro di sé, ma dietro la scorza da duro batteva un cuore gentile che di fatto non riusciva a portare rancore; Sammy invece fotteva tutti con quella sua aria da cucciolo, ma in realtà era una iena e quando attaccava, lo faceva per fare male. Non era cattivo, ma perdeva qualsiasi freno quando esplodeva e questo era un lato del carattere che aveva ereditato proprio da suo padre.
La sera in cui si erano scontrati definitivamente, i due non si erano risparmiati colpi bassi e nella testa di John ancora risuonavano le parole di odio che aveva sentito uscire dalla bocca del suo secondogenito.
La gente in genere pensa che quello che si dice in preda all'ira non corrisponde alla realtà, ma il cacciatore non poteva negare che era rimasto sconcertato dalla furia del figlio. Sapeva da sempre che non voleva fare the life, ma quello che il suo ragazzo gli aveva sbattuto in faccia quella notte andava molto oltre.
Lo aveva messo in discussione come padre, lo aveva accusato di avergli rovinato la vita e di tante altre cose che si era sforzato di non registrare e quando Sam era andato via, anche il rude John Winchester aveva vacillato. Avrebbe voluto rincorrerlo e pregarlo di tornare indietro, avrebbe dovuto stringerlo e chiedergli perdono per averlo scacciato, e invece era rimasto fermo a fissare il vuoto con una bottiglia di birra in mano.
"Riusciremo mai a ritrovarci, figliolo?"
L'uomo mandò giù l'ultimo boccone, poi lasciò i soldi sul tavolo e uscì dal diner portando con sé un panino avvolto nel cellofan che si era fatto preparare per ogni evenienza.
Mentre guidava verso Stanford, gli tornò in mente quanto suo figlio minore fosse dimagrito e la cosa lo fece accigliare perché era evidente che non stava mangiando a sufficienza, una cattiva abitudine che si perdeva nel tempo.
Quando Sammy era molto piccolo, subito dopo la morte di Mary, aveva faticato ad accettare che non ci fossero più le calde e confortanti braccia della mamma a tenerlo mentre si attaccava al seno e non era stato semplice convincerlo che l'unica pappa che avrebbe ricevuto proveniva da una tettarella in silicone, o da un cucchiaino, ma poi si era rassegnato con buona pace delle orecchie degli altri due Winchester.
Intorno ai due anni aveva poi attraversato una nuova fase in cui aprire la bocca era un'impresa titanica e ancora una volta John aveva dovuto far appello a tutta la sua pazienza per risolvere il problema.
Aveva capito che non avrebbe rivisto in Sam la stessa autonomia di Dean, che orgogliosamente alla sua età aveva rivendicato le posate, perché il suo secondogenito era di fatto disinteressato al cibo, così si era rassegnato all'idea di mangiare con suo figlio sulle gambe e di imboccarlo.
A volte per svuotare un piatto di pastina ci metteva un secolo, ma alla fine quello che contava per John era che il suo bambino avesse mangiato e, ad esser sinceri, amava sentirlo canticchiare, tra un boccone e l'altro, melodie inventate mentre giocava con qualsiasi cosa gli venisse data in mano.
L'ex marine sorrise al ricordo di Sammy in versione small e pensò che gli anni erano passati troppo in fretta.
Dopo pochi minuti si ritrovò davanti all'università e parcheggiò il pick up non molto lontano dall'ingresso. Rimase fermo al posto di guida chiedendosi se dovesse rischiare di avvicinarsi al dormitorio in pieno giorno e si rispose che sarebbe stato allo stesso tempo imprudente e potenzialmente inutile.
Il suo ragazzo era rientrato molto tardi e doveva mettere in conto che avrebbe anche potuto non mettere il naso fuori dalla porta per tutto il giorno. Da un lato avrebbe preferito saperlo a letto a riposare perché la sua postura di ritorno dal ristorante tradiva una profonda stanchezza, ma dall'altro si augurava di poter sfruttare ogni secondo della sua permanenza a Palo Alto per stargli il più vicino possibile.
Mentre era intento a riflettere sul da farsi, vide la familiare figura di suo figlio minore uscire da Stanford e iniziare a camminare zaino in spalla ad un ritmo abbastanza sostenuto.
Sfilò in fretta le chiavi dal quadro e scese dal pick up. Lasciò che si allontanasse il giusto, poi iniziò a seguirlo cercando di resistere all'impulso di avvicinarsi troppo.
Prese ad osservarlo e dopo un'attenta scansione concluse che, a parte l'eccessiva magrezza per un ragazzo della sua stazza, lo trovava in forma. La vita da studente non lo aveva rammollito, anzi il suo fisico asciutto sembrava tonico al punto giusto e ipotizzò che Sam non avesse perso l'abitudine di allenarsi.
Lo tallonò fino ad un nuovo edificio verso il quale si dirigevano altri studenti armati di libri e zaini e John ipotizzò che fosse un'altra sede universitaria.
L'ingresso era preceduto da una fontana e due lunghe sedute a ferro di cavallo e una breve scalinata sui cui gradini alcuni ragazzi erano impegnati a leggere.
Sam puntò dritto all'entrata e il cacciatore lo lasciò sparire dietro le porte, poi lesse su un cartello che si trovava alla Stanford Library.
"E dove potevi andare, secchione?"
Si chiese se l'accesso fosse riservato solo agli studenti e decise di dare un'occhiata per non rischiare di essere allontanato attirando l'attenzione dei presenti e quindi anche di suo figlio. Fece un giro intorno all'edificio e notò un furgone parcheggiato davanti ad una porta secondaria spalancata.
Sulla fiancata c'era scritto che apparteneva ad una ditta che si occupava di trasporto libri e supporti didattici per l'università e John concluse che doveva cogliere la palla al avvicinò e dopo aver giudicato sufficientemente sicuro intrufolarsi nella biblioteca in quel modo, si mosse. Percorse un lungo corridoio e riuscì a raggiungere la sala studio senza essere notato. Entrò e si ritrovò davanti file e file di tavoli e scaffali traboccanti di libri. Per fortuna il posto era poco affollato e i pochi presenti sembravano talmente presi dai loro studi che difficilmente avrebbero fatto caso lui, compresa l'addetta all'accoglienza che era molto concentrata sul tomo davanti a lei.
Se Dean fosse stato lì avrebbe fatto sicuramente qualche battuta sullo squadrone di nerd, ma John sapeva che suo figlio maggiore era molto intelligente e se avesse voluto, avrebbe potuto conquistarsi un posto in qualche college. Ma Dean era Dean e aveva scelto suo padre e la sua crociata contro il Male ,cosa per la quale non lo avrebbe mai ringraziato abbastanza perché probabilmente non avrebbe retto se tutti e due i suoi ragazzi gli avessero voltato le spalle.
Fu un attimo e il rancore tornò a galla ad avvelenare i pensieri di John, che si chiese dove avesse lasciato le palle. Non aveva giurato a se stesso che non lo avrebbe mai perdonato? Non si era forse comportato come se Dean fosse figlio unico e cancellato Sam dal suo cuore?
In fondo non aveva esitato nel rispondere alla domanda diretta di Mrs Sanders, giusto?
No, non lo aveva fatto perché solo il suo primogenito meritava di portare il suo cognome e star lì a fare la figura dello stalker non era una cosa da John Winchester.
Sentì forte l'impulso di alzarsi e andarsene, ma, guardando di nuovo in direzione di Sam, l'amore che provava per lui gli assestò un bel gancio e non riuscì a muoversi.
Il suo ragazzo stava giocherellando con una penna proprio come gli aveva visto fare decine di volte quando non riusciva a venire a capo di qualcosa e probabilmente il continuo scattare della molla avrebbe infastidito chiunque si fosse trovato nei paraggi, ma la biblioteca era praticamente vuota e nella desolazione generale, aveva scelto un angolo appartato. Continuò a fissarlo mentre scaricava il nervosismo attraverso quel gesto ripetitivo e John si ricordò che era un'abitudine che aveva trovato sempre molto fastidiosa, soprattutto mentre guidava. Più di una volta gli aveva urlato di smetterla dal sedile anteriore dell'Impala e ovviamente il rimprovero lasciava il tempo che trovava perché dopo pochi minuti il ticchettio riprendeva senza sosta. Una volta si era così esasperato da fermarsi alla prima stazione di servizio, sequestrargli tutte le penne a scatto e comprargliene alcune decisamente più silenziose.
"Sarai anche uno studente brillante di Stanford, ma in fondo sarai sempre il mio Sammy, vero?"
Dal punto in cui si trovava, non riusciva a vederlo bene, ma avrebbe scommesso qualsiasi cosa sul fatto che si stesse mordicchiando un labbro e rimase in attesa per scoprire quando la soluzione alle sue domande gli avrebbe illuminato il viso.
Dopo qualche ora John ebbe la certezza che le cose avessero preso la giusta direzione perché Sam aveva smesso di scrivere e poi cancellare i suoi appunti e la sua postura era molto più rilassata. Lo vide lasciare la penna con l'aria soddisfatta e appoggiarsi allo schienale della sedia.
"Ce l'hai fatta, ragazzino"
Delle campane in lontananza batterono le tre e lo stomaco del cacciatore brontolò richiedendo attenzioni. Era stato così preso da registrare nella sua mente ogni singolo istante che stava trascorrendo vicino al suo secondogenito che non si era nemmeno accorto che l'ora di pranzo era passata da un po' e soprattutto non se n'era accorto Sam.
"Ma che fai, salti i pasti? E' per questo che sei diventato un chiodo?"
Ovviamente il suo ragazzo non aveva idea che fosse lì e John si chiese come potesse non accorgersi di essere osservato da tanto tempo. In un'altra vita non sarebbe mai successo, ma la caccia e tutto quello che implicava erano evidentemente solo uno scomodo ricordo relegato chissà dove.
La sessione studio continuò ancora per qualche ora, poi Sam guardò l'orologio e si alzò frettolosamente con l'aria di chi si era all'improvviso ricordato di un impegno urgente. Mise a posto i libri che aveva sparpagliato sul tavolo, riempì il suo zaino e fece per muoversi per lasciare la biblioteca.
John aspettò che uscisse, poi si alzò e mise a posto i tomi che aveva finto spudoratamente di consultare. Fece una capatina in bagno perché, se suo figlio non sentiva nessuno dei bisogni primari, questo non voleva dire che il suo corpo fosse d'accordo, poi uscì convinto di aver messo abbastanza spazio tra lui e Sam.
Non appena mise piede fuori dalla biblioteca però fu sorpreso dal vederlo seduto vicino alla fontana impegnato in una telefonata e si fece indietro. Con chi stava parlando?
Sicuramente non aveva chiamato lui perché il suo cellulare riposava nella tasca del giaccone e in ogni caso era l'ultima persona sulla faccia della terra a cui suo figlio avrebbe rivolto la parola, e avrebbe scommesso anche che non si trattava di Dean. Certo, non ci avrebbe messo la mano sul fuoco perché il legame tra i due fratelli era stato veramente profondo, ma era abbastanza sicuro del fatto che non si fossero tenuti in contatto.
Forse, nonostante quello che i suoi amici gli avevano detto, Sam sentiva ancora Bobby o Jim?
Sperò sinceramente che fosse così, gli avrebbe alleggerito un po' il cuore, ma era un'ipotesi come un'altra perché la verità era che non sapeva più niente della vita di suo figlio da un bel po'.
Magari stava parlando con qualche amico, oppure con una ragazza…
L'uomo dovette smettere di fare supposizioni perché nel frattempo Sam aveva preso a camminare dopo aver terminato la chiamata e lo seguì fin quando non lo vide inforcare la porta del dormitorio.
A quel punto si rifugiò nel pick up e mandò giù in pochi bocconi il panino che aveva portato con sé augurandosi che suo figlio stesse avendo la decenza di mangiare qualcosa dopo aver digiunato per tutta la giornata.
Rimase in vista della finestra della sua stanza ancora per un po', poi vide la luce spegnersi e dopo qualche minuto, eccolo di nuovo in movimento ma questa volta nella direzione opposta a quella del ristorante cubano. Aveva tra le mani qualcosa preso da un distributore automatico e John cominciò a chiedersi se Sam avesse qualche serio problema con il cibo.
Come cavolo poteva sostenersi un gigante del genere con una barretta o qualcosa di simile?
Lo seguì con lo sguardo fin quando non lo vide svoltare un angolo, poi accese il pick up e si diresse dalla stessa parte. Lo ritrovò pochi istanti dopo sotto la pensilina di un bus e capì che stavolta il pedinamento sarebbe durato più a lungo.
La linea 281 arrivò alla fermata dopo qualche minuto e John aspettò che Sam salisse prima di seguirlo.
Ad ogni sosta fece attenzione al ricambio dei passeggeri e alla fine della corsa l'uomo vide scendere il figlio in prossimità dello Stanford Shopping Center e avviarsi all'entrata per i dipendenti.
. Passò un badge per accedere all'interno del mall, superò il tornello e sparì alla vista di suo padre, che si disse che sarebbe stato molto difficile seguirlo questa volta.
In biblioteca era stato fortunato, ma come avrebbe dovuto rintracciare Sam un posto così grande?
Sulle buste paga c'era scritto che lavorava part time, quindi, facendo un rapido calcolo, arrivò alla conclusione che non sarebbe uscito prima di mezzanotte e aveva tutto il tempo di tornare alla base prima di tentare di intercettarlo a fine turno, così avviò il pick up e si allontanò da Stanford.
Mentre guidava verso Menlo Park rifletté su quanto si fosse sbagliato sulla vita da universitario di Sam e si sentì un po' in colpa.
Quando si era raramente concesso di pensare a lui, lo aveva immaginato diviso tra lezioni e confraternite, fiumi di alcool e notti brave, e gli era ribollito il sangue temendo che, essendo senza controllo, avrebbe potuto fare qualcosa di molto stupido.
Ricordava perfettamente quanto si era divertito con i suoi commilitoni mentre serviva il paese, soprattutto le stronzate spinto dall'incoscienza tipica della giovinezza e l'idea che il suo ragazzo potesse trovarsi in qualche pasticcio gli aveva tolto il sonno più di una volta, soprattutto quando aveva incontrato casualmente qualche gruppo di ragazzi alticci in una città qualunque.
Da quello che aveva visto da quando era arrivato a Stanford, Sam stava invece rigando dritto, forse fin troppo visto che non si concedeva pause e questa non era una cosa positiva perché ogni tanto anche l'implacabile John Winchester scendeva dalla giostra e si concedeva una sbornia e la compagnia di una donna dopo la caccia se gli capitava l'occasione. Puro e semplice sesso ovviamente perché non avrebbe mai sostituito in maniera permanente l'amore della sua vita e il mattino dopo ognuno per la sua strada.
Non aveva mai pensato di ricostruirsi una vita dopo la morte di Mary e anche se a volte si era sentito sopraffatto dalla responsabilità di dover crescere da solo due bambini piccoli, era andato avanti. Erano lui e i suoi ragazzi, non c'era spazio per nessun altro, e aveva vissuto per anni pensando che tre fosse il numero perfetto, ma poi Sam aveva mollato la vita da cacciatore per un fottuto college e le cose non erano state più le stesse.
Lo aveva giudicato un egoista presuntuoso e invece il suo ragazzo, nonostante la sua media perfetta e la frequentazione di un'università prestigiosa, si era vestito di umiltà e ce la stava facendo a costo di enormi sacrifici.
John sentì di nuovo il suo stomaco stringersi tra l'orgoglio per l'uomo che Sam stava dimostrando di essere e la delusione per il suo voltafaccia e quando arrivò a destinazione, pensò che forse doveva concedergli delle attenuanti visto che anche lui aveva fatto orecchie da mercante quando gli avevano detto che era troppo giovane per sposare Mary e aveva lottato per lei contro suo padre.
In fondo non aveva fatto anche lui qualcosa di molto simile a quello che anni dopo aveva rimproverato a suo figlio? Non aveva sfidato chiunque per quello in cui credeva?
Non era stato lui ad insegnare ai suoi figli che, quando si vuole qualcosa, si deve cercare di ottenerlo a qualunque costo?
John parcheggiò il pick up e salì in camera non riuscendo a mettere un freno ai suoi pensieri. Si stese sul letto e rimase a fissare il soffitto fin quando la sua attenzione fu attirata da una vibrazione del telefono.
Lo prese e lesse il messaggio:
"Ehi, papà, sono quasi arrivato a Cottonwood. Novità sul caso?"
Il cacciatore si massaggiò stancamente la mascella e rispose:
"Per il momento sto solo acquisendo informazioni, ho passato mezza giornata in una biblioteca tra i libri"
"Immagino il divertimento… C'era almeno qualcuno di interessante?"
John sorrise cogliendo la malizia della domanda e replicò:
"Ovunque mi girassi, c'erano solo nerd"
"Passo successivo?"
"Devo avvicinarmi di più, mi servono più dettagli"
"Stai parlando con i testimoni degli avvistamenti?"
"Ho parlato con un ragazzo e mi ha dato molte informazioni utili"
"Sei sicuro che non vuoi che ti raggiunga?"
"No, Dean, è tutto sotto controllo"
"Okay. Ci sentiamo allora"
"Ci vediamo domenica"
"Ciao, papà"
L'ex marine chiuse il telefono e inspirò profondamente. Non gli piaceva mentire a Dean, ma aveva fatto la scelta di non dirgli di essere a Stanford e la farsa doveva continuare.
In fondo non aveva proprio sparato cazzate, aveva solo lasciato credere a suo figlio maggiore che le risposte alle sue domande si riferissero alla famosa villa in stile italiano.
John scosse la testa non convinto delle sue stesse riflessioni e decise di darsi una rinfrescata e andare a mangiare visto che, secondo i suoi calcoli, aveva ancora qualche ora a disposizione prima di tornare al mall.
La sua valutazione si rivelò giusta perché, quando tutte le saracinesche del centro commerciale furono abbassate e le luci furono spente, lui era già in attesa.
I primi dipendenti cominciarono a fare capolino sul piazzale dello Stanford Shopping Center circa una ventina di minuti dopo il suo arrivo e parte di essi si avviarono alle auto ferme nel parcheggio praticamente deserto.
Il cacciatore aspettò un po' prima di vedere spuntare anche Sam e nonostante fosse a distanza di sicurezza, lo vide appoggiarsi stancamente alla pensilina del bus notturno che lo avrebbe riportato a Stanford.
Insieme a lui c'erano altre poche persone, che un po' alla volta presero i loro bus, e il giovane Winchester rimase solo ad aspettare la sua corsa.
John si irrigidì al pensiero che in quella situazione il suo ragazzo era una preda facile e cominciò ad agitarsi quando vide avvicinarsi qualcuno. Istintivamente spostò la mano sulla pistola e si tenne pronto a reagire perché, a costo di farsi scoprire, non avrebbe permesso a nessuno di fare del male a Sammy in sua presenza.
Dal canto suo il giovane Winchester non sembrava interessato alla figura in arrivo e questo atteggiamento innervosì molto suo padre, che nel frattempo aveva anche aperto parzialmente la portiera del pick up.
"Che diavolo stai facendo? Hai davvero dimenticato tutto quello che ti ho insegnato?"
Sam rimase con lo sguardo basso impegnato a fissare qualcosa sul marciapiedi e non si mosse nemmeno quando la figura gli si parò davanti. A quel punto, venendogli meno una buona visuale, John scese dal suo veicolo e prese la mira.
"Fai una sola mossa sbagliata, amico, e per te è la fine"
L'uomo tenne gli occhi fissi sul suo ragazzo e quasi non si accorse dell'arrivo del bus, che con un rumoroso sbuffo di freni si fermò e raccolse in passeggeri in attesa. Ripartì dopo pochi secondi e il cacciatore sentì la tensione scivolare via. Evidentemente lo sconosciuto non aveva nessuna intenzione di far del male a Sam, ma stava aspettando di poter tornare a casa proprio come suo figlio. Ripose la pistola e si rimise al volante in direzione Stanford sbirciando nel mezzo davanti a lui.
Suo figlio era seduto nella parte posteriore del bus e questo gli dava l'occasione di vederne almeno la figura.
Lo scortò in un viaggio che gli sembrò brevissimo e quando lo vide scendere, riconobbe i segni inequivocabili di una giornata pesante sulle sue spalle abbassate.
Aspettò che entrasse nel dormitorio e che la luce si accendesse nella sua stanza segnalando di essere giunto a destinazione, poi spostò la mano verso il quadro di accensione con l'intenzione di andare via, ma poi la ritrasse.
Era una cosa stupida, ma vedere ancora attività nella camera di Sam non gli faceva mettere la parola fine a quella giornata passata "insieme" e si sentì quasi obbligato a non andare a dormire prima che lo facesse lui.
"Non ti metterai mica a studiare, vero?"
La logica avrebbe voluto che, dopo una maratona iniziata sicuramente molto presto la mattina, il suo ragazzo andasse a riposare, ma ricordava bene che diventava ossessivo quando si trattava di un compito in classe, o di una qualsiasi altra prova scolastica.
Anche quando era poco più che un ragazzino, doveva sapere tutto alla perfezione e se da un lato John trovava questa cura nella preparazione una buona cosa, soprattutto quando aveva cominciato ad affidargli la ricerca sui casi, dall'altra in certi momenti avrebbe voluto che affrontasse le cose con maggiore leggerezza.
Guardò ancora verso la stanza e la luce era ancora accesa quando l'orologio sul quadro di accensione segnava quasi l'una.
"Andiamo, Sammy, adesso basta"
Dopo una decina di minuti, il lampadario si spense e il cacciatore pensò che finalmente suo figlio si stesse infilando nel letto, ma tempo qualche secondo e la camera era di nuovo illuminata, probabilmente dalla lampada che aveva visto sulla scrivania.
"Adesso vengo su e …."
John non riuscì a completare la frase perché la stanza ritornò nel buio e dopo una manciata di minuti di attesa, ebbe la certezza che non la luce non sarebbe stata riaccesa.
Infilò le chiavi nel quadro e avviò il motore.
"Buonanotte, Sammy"- mormorò lasciando definitivamente Palo Alto per quella giornata.