Quando John arrivò nei pressi dell'università, notò immediatamente che la zona era molto più affollata dei due giorni precedenti e ne rimase sorpreso. Al posto di strade libere e poca gente in giro c'erano macchine parcheggiate ovunque, valigie e gruppetti più o meno numerosi di persone intente a raggiungere l'ingresso di Stanford.
"Da dove diavolo siete usciti tutti?"
Dopo qualche altro metro fu costretto a fermarsi perché davanti a lui una Landyact color argento aveva preso possesso della carreggiata e dal suo interno era uscito un ometto in giacca e cravatta, che si stava affannando a chiedergli a gesti un attimo di pazienza per poter scaricare il bagagliaio.
John rispose con un sorriso e si mise ad osservare la scena perché dopo il conducente erano usciti dall'auto una donna, presumibilmente sua moglie, e una ragazza dai lunghi capelli neri raccolti in una coda, e tutti e tre si stavano impegnando a portare il più velocemente possibile una serie di valigie coordinate sul marciapiedi.
Il cacciatore, abituato a viaggiare leggero, si chiese che cosa mai ci fosse nei bagagli e sorrise al pensiero di quante cose inutili la gente era solita portare con sé quando lasciava casa.
All'inizio della loro relazione lui e Mary erano stati sempre molto disinvolti su che cosa mettere in valigia quando decidevano di sgranchirsi le gambe lontano da Lawrence e spesso erano partiti solo con gli abiti che avevano addosso e poco altro, ma poi la sua donna era rimasta incinta e tutto era cambiato.
I viaggi improvvisati, le notti in macchina a dormire riscaldandosi con il calore dei loro corpi, pranzi e cene con quello che capitava caddero nel dimenticatoio e ogni volta che si muovevano avevano uno di tutto.
John prendeva spesso in giro sua moglie rimproverandole bonariamente il fatto che portava con sé tanta di quella roba che un giorno, o l'altro non sarebbero più entrati nell'Impala, ma era tutta scena perché era affascinato dalla capacità di Mary di essere preparata a rispondere a qualsiasi esigenza del loro bambino.
La sua donna era nata per fare la madre…
Pur sforzandosi John non riusciva a ricordare una volta in cui si era lamentata durante la gravidanza, o che fosse tornato la sera e l'avesse trovata esasperata perché il suo ometto aveva fatto i capricci tutto il giorno.
La sua Mary aveva sempre un sorriso per lui e per Dean e anche quando era palesemente stanca e avrebbe avuto bisogno di dormire un po', non accettava che suo marito prendesse il suo posto dopo una giornata al garage.
Le cose non erano cambiate nemmeno quando era rimasta incinta di Sam…
Tornando a casa, John la trovava spesso seduta sul tappeto del soggiorno, nonostante un pancione di otto mesi, a giocare con le macchinine con Dean, o impegnata a leggergli una favola.
Dio, quanto gli mancavano la pace che lo investiva quando varcava la soglia e il suo primogenito che gli saltava al collo, e le risate di Mary che gli diceva che, se voleva un bacio anche da lei, doveva prima darle una mano ad alzarsi.
Come diavolo era successo che la sua famiglia era andata in pezzi? Prima sua moglie uccisa da Occhi Gialli e poi Sam si era lasciato alle spalle la vita da cacciatore.
John sospirò tristemente perché era consapevole del fatto che il suo ragazzo era scappato da lui e si sarebbe fatto travolgere dai suoi pensieri se un rumore non lo avesse riportato alla realtà.
Si voltò alla sua sinistra e vide un poliziotto, che lo invitava ad abbassare il finestrino. Ispezionò velocemente l'abitacolo per vedere se ci fosse qualcosa fuori posto, poi ubbidì.
"Buongiorno, agente"
"Buongiorno, signore. Deve proseguire, o si deve fermare a Stanford?"
"Proseguire"
"Bene, allora faccia marcia indietro e prenda la prima a sinistra, aggirerà il campus"
"Grazie. Ma che succede? Che cos'è questo caos?"
"Stanno rientrando gli studenti dalla pausa e sono in arrivo le matricole, quindi traffico ovunque anche perché ogni famiglia pretende di accompagnare i propri figli fino all'ultimo metro"
"Beh, non è facile lasciarli andare"
"Questo lo capisco, ma i genitori dovrebbero rendersi conto che ad un certo punto i piccoli devono abbandonare il nido e volare per il mondo"
"Vero, ma non conosco nessuno che sia riuscito a farlo con disinvoltura"
"Dove è diretto?"
"Volevo fare una puntatina al mall prima di ripartire, sono solo di passaggio"
"Beh, le conviene fare come le ho detto se vuole arrivarci perché sarà così tutta la giornata, poi dopodomani inizieranno le sessioni d'esame e ritornerà la pace"
"E' molto informato sulle attività di Stanford"
"Sono spesso di pattuglia qui e conosco molti studenti"
"Beh, buon lavoro allora"
"Buona giornata, signore"
John richiuse il finestrino e fece retromarcia imprecando contro il poliziotto perché era costretto ad allontanarsi da Stanford per non destare sospetti. Aveva intenzione di passare tutta la giornata "con Sam", ma adesso doveva rivedere i suoi piani. Prese la strada a sinistra, poi appena fu sufficientemente lontano si fermò per chiarirsi le idee. Valutò tutte le possibilità, poi concluse che sarebbe stato prudente tenersi alla larga dal campus fino a sera e nel frattempo avrebbe cercato di saperne di più sui lavori di Sam in modo da poterlo seguire anche nei giorni seguenti. Riaccese il pick up e si diresse allo Stanford Shopping Center.
Aveva pensato che il modo migliore per avere notizie fosse accedere ai registri del personale, così, dopo essersi dato una veloce sistemata, prese il suo tesserino dell'FBI e si avviò verso l'ingresso principale. Non appena fu dentro, cercò il banco del customer care e chiese di poter vedere il direttore.
"Chi devo annunciare?"
"Sono l'agente Hutchinson e sto conducendo un'indagine per lo stato per eventuali reati fiscali"- rispose sicuro mostrando velocemente il distintivo.
"FBI? Wow, deve essere una cosa grossa"
"Signorina, non voglio essere scortese, ma non posso parlare con lei della questione"
"Oh, sì, capisco. Chiamo subito mr Brown"
Dopo qualche minuto un distinto uomo brizzolato raggiunse John e lo invitò a seguirlo nel suo ufficio per poter parlare senza essere disturbati.
"Prego, si accomodi e mi dica in che cosa posso aiutarla"
"Come dicevo alla signorina, sto conducendo un'indagine federale sui reati fiscali"
"Reati di che tipo?"
"Offerte di lavoro nero e guadagni nascosti al fisco"
"Qui allo Stanford Shopping Center?"
"Sospettiamo di alcune attività di questo mall, ma non posso dirle altro"
"Capisco. In che cosa posso aiutarla esattamente?"
"Tanto per cominciare, vorrei avere accesso ai registri del personale"
"Chiamo miss Benson e le dico di mettersi a sua disposizione"
"La ringrazio, ma preferirei lavorare da solo. Non metto in dubbio l'integrità della sua collaboratrice, ma non posso far trapelare nulla sulle mie indagini"
"Come preferisce"
Dopo circa dieci minuti John si ritrovò davanti agli elenchi desiderati e cominciò a spulciarli l'uno dopo l'altro alla ricerca del nome di suo figlio.
"Eccoti qui"
Il cacciatore prese un blocchetto e prese nota di tutto quello che riguardava il suo ragazzo. Scoprì dove lavorava, quante ore faceva e i suoi orari e soddisfatto si alzò dalla scrivania. Lasciò velocemente gli uffici e si rifugiò di nuovo nel pick up. Lo accese e si allontanò sentendo il bisogno di andarsi a sedere da qualche parte per fare il punto della situazione. Cercò un diner e una volta accomodatosi, tirò fuori gli appunti, ma non riuscì a rileggere molto di quello che aveva annotato perché una giovane cameriera si avvicinò al tavolo.
"Che cosa le porto?"
John diede un'occhiata al menu, poi chiese:
"C'è qualcosa che mi consiglieresti?"
"Di andartene?"
Il cacciatore rise e scosse la testa.
"Se la metti così, lo faccio sul serio"
Julie sorrise di rimando e chinandosi verso l'uomo gli sussurrò ad un orecchio.
"Ordina qualcosa perché devo tenermi questo lavoro di merda, ma se vuoi il dessert…"
Nonostante sapesse di essere affascinante, l'ex marine rimase sbalordito per la sfrontatezza della cameriera e guardandola meglio, notò che era un tipo che Dean avrebbe di certo apprezzato: capelli castano chiaro, bocca carnosa e occhi maliziosi, il tutto impreziosito da un corpo molto sexy.
Si raddrizzò sul sedile e chiese:
"Fai sul serio?"
"Perché, non mi trovi carina?"
"Sì, ma…"
"Scommetto che non sei di queste parti"
"No, sono del Kansas"
"Meglio, tua moglie non verrà mai a saperlo"
"Mia moglie è morta"
"Oh, scusa, non potevo immaginarlo visto che porti la fede"
"E se fossi un maniaco?"
"Lo sei?"
"No, ma non sai nulla di me"
"So che ti ho notato appena sei entrato e che mi piacerebbe conoscerti meglio"
"Non sono un po' troppo grande per te?"
"I mocciosi di Stanford non mi interessano"
"Perché?"
"Perché, salvando la pace di qualcuno, sono una massa di spocchiosi figli di papà"
"Non credo che siano tutti così"
"Non proprio tutti, ma la stragrande maggioranza"
La cameriera finse di scrivere qualcosa sul taccuino per non destare sospetti nel suo capo, poi tornò all'attacco:
"Ti porto il meglio che c'è e quando hai finito, mi fai sapere che cosa ne pensi della mia offerta"
Quando Julie si allontanò, John non poté non sentirsi stuzzicato dall'avere compagnia, in fondo non c'era nulla di sbagliato nel sesso tra due adulti consenzienti, e sentì la voce di suo figlio maggiore che gli diceva che era un delitto negarsi a delle signore quando le si poteva rendere felici.
Sorrise ancora, poi tornò a guardare il block notes in attesa di mangiare ciò che l'arrembante cameriera gli avrebbe portato e riordinò i pezzi del puzzle: Sam lavorava al mall il martedì, il giovedì, il sabato e la domenica, mentre era probabilmente al ristorante il resto dei giorni.
Lo aveva visto al Bodeguita del Medio lunedì sera e aveva sentito, quando il ragazzo delle sigarette lo aveva salutato, che si sarebbero rivisti il venerdì, quindi almeno sei giorni su sette suo figlio era impegnato a far soldi.
Forse William aveva ragione, Sammy era davvero un Wonder boy visto che lavorava tanto e allo stesso tempo riusciva a mantenere una media così impeccabile, ma in fondo aveva sempre saputo che era uno tosto.
Dopo circa dieci minuti Julie ritornò con una tagliata di carne, patate al forno e una birra e se lo mangiò ancora con gli occhi.
"Allora, vieni da me?"
"Julie, tavolo 7"
La ragazza si voltò indispettita verso il capo che gli indicava di andare a servire altri clienti, poi aggiunse prima di allontanarsi:
"Stacco alle nove"
John sospirò, poi si mise a mangiare riflettendo sul da farsi perché gli rimanevano ancora pochi giorni prima di dover ripartire e voleva sfruttarli al massimo per vedere Sam.
Alle tre si fece portare il caffè e il conto e rispose a Julie con un sorriso facendole intendere che l'avrebbe incontrata più tardi, ma, pur non scartando del tutto l'idea di una serata rilassante, non fece programmi perché non aveva ancora visto il suo ragazzo.
Tornò al pick up e si riavvicinò a Stanford sperando di essere fortunato. Parcheggiò lontano dall'entrata, poi si mise a passeggiare nei dintorni del campus gettando l'occhio alla finestra che aveva imparato a conoscere, ma ad un certo punto, complice un forte temporale, fu costretto a mollare.
Si rimise in macchina e guardò l'orologio. Erano le 8 e mezza e volendo avrebbe potuto raggiungere Julie e divertirsi un po', ma alla fine decise di ritirarsi perché la mattina dopo avrebbe montato presto la guardia.
In fondo aveva promesso a Dean che si sarebbero visti subito dopo la presunta ronda alla festa dei fantasmi di sabato sera e non si poteva quindi permettere nessuna distrazione.
Cena, doccia e dopo un'oretta a guardare annoiato la tv, buonanotte mondo.
Il giorno dopo John rimase in prossimità del campus ad aspettare che Sam uscisse, aprisse la finestra, accendesse la luce, qualsiasi cosa e invece ci fu solo un'inquietante calma piatta.
All'inizio si disse che non c'era nulla di cui preoccuparsi e che era perfettamente plausibile che non l'avesse mai beccato. In fondo non aveva montato una guardia H24 e il suo secondogenito poteva aver preso una boccata d'aria, fatto la spesa, o qualsiasi altra cosa gli fosse passata per il cervello nell'esatto istante in cui lui si era allontanato per mangiare qualcosa, o andare in bagno.
Era tutto perfettamente logico, eppure la preoccupazione cominciò ad insinuarsi nella sua mente, soprattutto dopo che, facendo riferimento ai turni di suo figlio al mall, non lo vide uscire dal dormitorio.
Si impose di restare calmo perché chiunque almeno una volta si chiamava una giornata di festa dal lavoro e sforzandosi di non essere catastrofico, verso le nove levò le tende e tornò alla base. Si fermò a prendere qualcosa da mangiare prima di chiudersi in camera, ma finì per giocare con il cibo e mandare giù solo birra.
Il suo stomaco gli ricordò durante la notte quanto fosse una cattiva idea bere senza aver ingerito qualcosa di solido ma, anche se non avesse fatto un nuovo attentato alla sua salute, quasi sicuramente non avrebbe dormito lo stesso, si sentiva molto irrequieto.
Verso mezzanotte si impose di stendersi, ma non si spogliò nemmeno come se avesse la sensazione di dover uscire in maniera precipitosa e alle due circa si rimise in piedi. Accese la tv per distrarsi, ma gira che ti rigira il pensiero andava sempre a Sam.
"Che diavolo ti prende, Winchester, hai passato mesi senza mai domandarti se fosse vivo e ora che non lo vedi da meno di quarantotto ore, diventi isterico?"- si chiese intorno alle tre e mezza, poi si forzò a spegnere luci e tv.
Il sonno finalmente lo raggiunse e John dormì fino alle sette, poi si tirò su e alle otto era di nuovo a Stanford.
Rimase in zona per tutta la giornata facendo qualche veloce cambio di parcheggio e aspettò pazientemente che suo figlio si facesse vivo, ma ancora una volta rimase deluso.
Quando vide il sole tramontare, il cacciatore guardò l'orologio per l'ennesima volta e vide che erano quasi le dieci.
"Un'ora, ti concedo solo un'ora"
Ormai non aveva dubbi: se entro i successivi sessanta minuti non avesse avuto un cenno di vita da parte di Sam, sarebbe andato su, e a costo di buttare giù la porta, avrebbe scoperto perché sembrava sparito dalla faccia della terra.
Iniziò a picchiettare sul volante e mandò giù quello che era rimasto del caffè che aveva preso lì vicino senza mai staccare gli occhi dalla residenza universitaria, poi riprese tra le mani il blocchetto con i turni di lavoro per essere sicuro che Sam sarebbe dovuto andare al mall e dopo aver letto quello che sapeva già, lo scagliò sul sedile accanto a lui.
Era buio e le luci erano ancora spente.
Dieci e venti.
Dieci e quaranta.
Dieci e cinquanta.
"Okay, ragazzino, adesso basta"
John scese dal pick up , controllò di avere la pistola e si avviò a grandi passi verso il dormitorio. Puntò verso l'uscita di emergenza e in breve si ritrovò nel corridoio della stanza di suo figlio, che fortunatamente non era affollato di studenti. Arrivò alla porta e con estrema facilità ne forzò la serratura. Scivolò all'interno e si chiuse la porta alle spalle aspettandosi di veder saltare in piedi Sam, ma lo accolsero solo il silenzio e il sforzò di mettere a fuoco e per un attimo pensò che suo figlio non ci fosse, poi un fruscio lo mise sulla difensiva.
"Papà"
La voce , che avrebbe riconosciuto in mezzo ad una folla impazzita, gli arrivò come un sussurro e John si preparò ad affrontare qualsiasi reazione del suo ragazzo davanti all' irruzione, ma dopo quel bisbiglio tornò il silenzio.
L'uomo si innervosì temendo che da un momento all'altro lo stupore sarebbe stato rimpiazzato dalla rabbia e dal rancore, ma tutto nella stanza sembrava immobile. Si chiese se avesse solo immaginato di aver sentito il richiamo perché la stanchezza a volte fa dei brutti scherzi, poi il sussurro arrivò di nuovo seguito da un nuovo movimento tra le lenzuola.
"Papà"
La sofferenza di suo figlio lo investì come un treno in corsa e John avanzò verso il letto perché era evidente che la voce proveniva da lì, poi, abbandonando qualsiasi cautela, lo chiamò.
"Sammy"
Non vi fu una vera risposta, solo una serie di lamenti e borbottii e l'ex marine realizzò che c'era qualcosa di molto sbagliato. Sentì respirare affannosamente e si sporse verso la lampada sul comodino. La accese e quando vide il suo ragazzo, ebbe un tuffo al cuore.
Sam aveva il viso arrossato e sudato e tremava come una foglia mentre cercava calore tra le coperte.
"Ma che cazzo…"
La rabbia, l'orgoglio, la delusione, in un attimo tutto scivolò via e John si sedette sul letto accanto al figlio.
Gli appoggiò una mano sulla fronte già sapendo che l'avrebbe sentita calda, ma rimase scioccato dalla temperatura percepita dalle sue dita. Scosse la testa e si mise alla ricerca di un termometro. Ricordava di non averne visto uno nel cassetto della scrivania, così si diresse in bagno, ma anche lì non ottenne buoni risultati. Si mise a girare per la stanza, poi concluse che Sam non ne aveva uno, quindi prese le chiavi della camera appese accanto alla porta e si precipitò al suo pick up. Aprì il bagagliaio e afferrò il kit di pronto soccorso. Non perse tempo a controllare che contenesse quello che gli serviva perché l'idea di lasciare il suo ragazzo solo più del necessario non gli piaceva per niente e ritornò da lui nel giro di pochi minuti.
Non aveva cambiato sostanzialmente posizione, ma, se era possibile, tremava più di prima e John si affrettò a cercare un termometro tra le sue cose. Era abbastanza sicuro che ce ne fosse uno perché Sam aveva sempre reso vivace la sua esistenza con i febbroni da cavallo e Dean aveva provveduto anni prima a inserire nel loro kit di pronto soccorso la magica bacchettina e a essere sempre coperti con il Tylenol.
Si sfilò la giacca e cercò di trovare un varco verso l'ascella di suo figlio attraverso le coperte e la felpa che indossava. Non poteva non riconoscerla, era del suo primogenito e la cosa lo intenerì, ma non poteva perdere tempo, doveva sapere a che temperatura stava bruciando la fornace umana davanti a lui.
Con non poco sforzo riuscì a raggiungere il braccio sinistro di Sam e con altrettanta fatica ad infilare il termometro, ma alla fine ci riuscì e si mise nervosamente ad aspettare il segnale acustico.
Tempo pochi secondi e il bip continuò preannunciò guai seri quantificati in un 103.8.
John socchiuse per qualche secondo gli occhi leggendo sul display la sentenza, poi si alzò dicendosi che doveva agire e anche in fretta. Si stava avviando verso il bagno per recuperare un asciugamano e una bacinella d'acqua quando la voce arrivò di nuovo.
"Papà"
L'uomo si voltò pensando che i suoi movimenti avessero svegliato Sam, ma, quando si voltò, vide che aveva gli occhi ancora chiusi.
"Papà"
Il cacciatore rimase fermo sul posto sorpreso dal fatto che nel delirio di una febbre violenta lo stesse cercando, non era abituato ad essere primo nella top ten delle persone di supporto.
Storicamente, ogni volta che Sam non era stato bene, da un mal di pancia ad una rovinosa caduta, aveva sempre cercato Dean e a dire il vero, era stato anche geloso del fatto di essere stato sostituito.
Certo, era solo colpa sua perché ben presto aveva lasciato il testimone delle cure al più piccolo del clan Winchester a suo figlio maggiore, ma questo non voleva dire che gli aveva fatto meno male vedere il suo bambino in più occasioni agitarsi tra le sue braccia per raggiungere il fratello.
"Papà"
Al nuovo richiamo non poté fare a meno di avvicinarsi e di appoggiargli una mano sulla guancia:
"Sono qui, Sammy"
Il ragazzo si mosse voltandosi leggermente verso di lui, ma gli occhi restarono chiusi e a quel punto John si alzò e andò in bagno. Prese il necessario per fargli impacchi, poi tornò indietro e appoggiò il tutto sul comodino accanto al letto.
"Vedrai che presto ti sentirai meglio, ma, per renderlo possibile, devo fare qualcosa che non ti piacerà per niente"
John si sporse verso il figlio e lo scoprì totalmente provocandone la protesta. Si agitò tentando alla cieca di recuperare le coperte e aumentò i lamenti quando suo padre gli sfilò i pantaloni della tuta.
"Lo so, hai freddo, ma hai la febbre troppo alta per stare così coperto"
Senza scomporsi, attaccò la felpa e dopo qualche iniziale resistenza, la costrinse a capitolare.
L'immagine del figlio spogliato turbò l'uomo perché senza vestiti la sua magrezza era ancora più evidente, ma non poteva perdere tempo a rimproverarlo mentalmente perché Sam aveva bisogno del suo aiuto.
John lo accarezzò di nuovo cercando di confortarlo, anche perché aveva appena cominciato la crociata contro la febbre e il seguito sarebbe stato altrettanto scomodo.
Prese un asciugamano e dopo averla bagnata abbondantemente,gliela appoggiò sulla fronte.
Il contatto con la spugna strappò un sospiro di sollievo al ragazzo e osservandolo da vicino, suo padre notò che respirava a bocca aperta e che le labbra erano screpolate.
"Da quanto non bevi?"- chiese ad alta voce passandoci sopra un dito.
Considerato il lasso di tempo in cui non l'aveva visto, era presumibile che fosse a secco da almeno 24 ore.
Si alzò e cercò con lo sguardo un frigorifero, ma la stanza non ne era provvisto. C'era in un angolo un minibar con delle bottigliette di acqua e del succo di frutta, però in quel momento nessuna delle due cose gli era utile. Le tirò fuori, poi prese un altro asciugamano e da esso ricavò con le forbici quattro strisce.
Le infilò nel minibar e tornò da Sam per rinfrescargli di nuovo la fronte.
"Devo farti bere"
Nelle condizioni in cui si trovava, era davvero impensabile che l'ammalato avesse voglia di collaborare aprendo la bocca all'invito di un bicchiere, quindi, non volendo correre il rischio di essere visto mentre andava alla macchina del ghiaccio che era in corridoio, decise di arrangiarsi. Prese da un terzo asciugamano un quadratino, lo impregnò di acqua sotto la fontana, poi cominciò a far scendere delle gocce in direzione della bocca di Sam.
Non appena assaporò il liquido sulle labbra, il ragazzo le succhio' avidamente e pur nell'incoscienza ne cercò ancora con la lingua.
"Va bene, ho capito"
John continuava a parlare ad alta voce come se suo figlio potesse sentirlo e se da una parte gli sembrava sciocco, dall'altra aveva la speranza che potesse almeno registrare di non essere solo.
Ripeté altre tre volte l'operazione di raffreddargli la fronte ancora memore dello spavento che si era preso quando Sammy aveva appena sei anni ed era collassato tra le sue braccia.
Ricordava ogni metro percorso ignorando qualsiasi regola del codice della strada mentre lo portava in ospedale e l'angoscia che aveva provato fino a quando non gli avevano permesso di rivederlo.
Era stato durante quel ricovero che aveva appreso quanto fosse utile rinfrescare non solo la fronte, ma anche polsi e caviglie e nelle successive occasioni il semplice accorgimento gli era tornato molto utile.
Adesso Sam non era più un bambino, ma la febbre era sempre bastarda con lui, quindi a mali estremi, estremi rimedi. Si alzò, recuperò le strisce di spugna dal minibar, poi tornò a sedersi sul letto. Non appena sistemò le prime due, l'apparente calma di suo figlio se ne andò a farsi benedire e dovette trattenergliele sui polsi.
"Sta fermo, va tutto bene"
Sam si agitò ancora un po', poi, complice la spossatezza che lo attanagliava, si arrese e John procedette a sistemare anche quelle intorno alle caviglie. Ripeté l'operazione più e più volte nell'ora successiva e rimase molto deluso quando il termometro gli restituì la temperatura di 104.
Di fatto i suoi sforzi non avevano portato a nulla ed era ovvio che suo figlio doveva assumere un antipiretico. Si mise il kit sulle gambe e prese tra le mani il Tylenol.
Sarebbe stato il massimo se Sam lo avesse mandato giù, ma farlo ingoiare gli sembrava un'impresa titanica in quel momento e si chiese come potesse risolvere il problema.
Scavò ancora tra i medicinali della cassetta, ma la sua ricerca non gli portò un piano B, quindi se Tylenol doveva essere, Tylenol sarebbe stato. Prese il blister con le pillole, poi mise da parte il kit e andò nell'angolo cucina a recuperare un bicchiere. Lo riempì e tornò indietro pensando a come potesse ottenere ciò che voleva
In realtà lo stato eventuale di veglia di suo figlio era a quel punto un problema secondario, così lo tirò su e gli fece prima appoggiare il capo sulla sua spalla, poi lo fece piegare all'indietro nell'incavo del suo braccio sinistro. Acquisito un sufficiente equilibrio, con il destro prese la pillola e gliela infilò in bocca costringendolo a dischiudere le labbra. Afferrò l'acqua e contrariamente a quello che si aspettava, Sam non si oppose, anzi mandò giù l'intero bicchiere.
"Bravo il mio ragazzo"- mormorò John riportandoselo al petto.
Ufficialmente lo stava tenendo in posizione eretta perché voleva essere sicuro che la pillola non gli andasse di traverso, ma ufficiosamente era grato all'universo per avere di nuovo la possibilità di avere il figlio tra le braccia. Gli accarezzò la nuca e dovette lottare contro le lacrime che si stavano affacciando nei suoi occhi.
Dopo qualche minuto lo rimise giù sentendolo tremare e tornò all'armadio alla ricerca di qualche indumento leggero. Prese da un cassetto una maglietta della Stanford University e gliele fece indossare, poi riprese a fare gli impacchi.
"Papà, ti prego"
John si sporse verso il figlio e si sentì stringere il cuore sentendolo implorare in quel modo.
Che cosa stava sognando? Forse la notte in cui lo aveva cacciato dalla famiglia?
Gli fece un'altra carezza e mormorò:
"Stai tranquillo, ragazzino"
Sam si mosse ancora sul letto e l'asciugamano sulla fronte scivolò giù. Suo padre lo recuperò e lo bagnò di nuovo prima di rimetterlo al suo posto, poi si disse che stava per affrontare l'ennesima notte insonne e farlo a stomaco vuoto non sarebbe stato confortevole.
Finalmente il suo ragazzo aveva smesso di lamentarsi e sembrava tranquillo, quindi si ritenne autorizzato a cercare qualcosa da mangiare. Si mise a girare per la stanza e ebbe la conferma che il cibo non era una priorità nella vita del rampante studente universitario, così prese il telefono e ordinò una pizza, che si fece consegnare direttamente nella stanza.
Quando il ragazzo di Alfredo's arrivò dopo circa venti minuti, John era già pronto con i soldi in modo che la consegna e il relativo pagamento fossero molto veloci. Appoggiò il cartone sulla scrivania e cenò con gli occhi sul suo secondogenito, che non reagì nemmeno all'odore di salsiccia e peperoni.
Il completo distacco dal mondo circostante la diceva lunga su quanto Sam fosse esausto e il cacciatore si ricordò di altre occasioni in cui si era ammalato e aveva faticato a tener testa alla febbre.
Nel corso degli anni era successo spesso che viaggiassero con il più piccolo disteso sul sedile posteriore imbottito di Tylenol e per tanto tempo John si era chiesto che cosa ci fosse che non andasse in lui perché non era possibile che ogni virus americano gli facesse visita. Si era dato tante risposte differenti, dalla sua costituzione debole alla pura sfiga, ma la verità gliel'aveva sbattuta in faccia l'infermiera di una delle tante scuole in cui lo aveva iscritto: Sammy non era stato coperto da tutte le vaccinazioni necessarie.
Si era sentito una merda quando si era reso conto di quanto avesse trascurato la salute di suo figlio minore e il suo modo di chiedere scusa era stato prenotare subito un viaggio presso uno studio medico per sistemare le cose.
Non era stata una grande esperienza perché Sam aveva avuto qualche effetto collaterale in seguito alle iniezioni, ma almeno da quella massiccia protezione in poi era stato meno vulnerabile.
Terminata la pizza, John aprì leggermente la finestra per far cambiare un pò l'aria, raccolse in una busta il cartone e la bottiglia di birra che aveva mandato giù e la appoggiò vicino al letto. Doveva essere pronto a togliere le tende in fretta se suo figlio avesse deciso di tornare nel mondo dei viventi e questo significava cancellare qualsiasi traccia del suo passaggio.
Certo, Sam avrebbe perso giorni a chiedersi che fine avessero fatto le asciugamani, ma quello era una cosa della quale non poteva preoccuparsi.
Si guardò intorno e fece un elenco mentale di che cosa doveva fare prima di andarsene, ovvero rimettere a posto la bacinella e il bicchiere, ripristinare il minibar, portare via il Tylenol e il termometro, ma il responso di 103.5 intorno all'una disse a John che suo figlio sarebbe stato knock out ancora a lungo.
Lottò contro la febbre fino a quasi le quattro, poi la temperatura scese a 102 e l'ex marine iniziò a rilassarsi dicendosi che finalmente erano sulla strada giusta.
Alle sette un ulteriore calo fino a 101, la consapevolezza dello scampato pericolo e la stanchezza lo spinsero a chiudere gli occhi senza preoccuparsi del fatto che Sam si sarebbe potuto svegliare e non sarebbe stato facile spiegare perché si era addormentato accanto al suo letto in una posizione piuttosto scomoda.
Riposò fino a circa le otto e mezza quando una vibrazione lo svegliò e lo spinse ad alzarsi velocemente. Prese il suo cellulare dalla tasca tenendo d'occhio suo figlio, che nel frattempo si era girato su un fianco e dormiva tranquillamente, e lo aprì cercando qualche messaggio in memoria, ma la trovò vuota. Si disse che forse aveva solo sognato di sentire il rumore e stava per riavvicinarsi a Sam per controllargli la temperatura e vedere se poteva andare via, quando lo sentì di guardò intorno e individuò il telefono del figlio su uno scaffale. Si avvicinò e vide che la casella SMS stava lampeggiando, così, in barba a qualsiasi rispetto della privacy, l'aprì e lesse:
"Signor Winchester, la preghiamo di confermare la sua presenza alla prova propedeutica del professor Smith di domani mattina"
Sabato suo figlio aveva un esame? Merda, questa sì che era una cattiva notizia!
Fece scorrere il menu e lesse il secondo messaggio:
"Le ricordiamo che, essendo uno studente beneficiario della borsa di studio, deve terminare entro il mese prossimo le attività previste dal suo piano di studi"
John rimase a fissare il telefono chiedendosi che cosa dovesse fare: da un lato voleva rispondere affermativamente alla richiesta dell'università in modo da non togliere a suo figlio la possibilità di andare all'esame, ma dall'altro, guardandolo a letto, non avrebbe scommesso un dollaro sul fatto che sarebbe stato in grado di rimettersi in piedi in così breve tempo.
Rimase vicino alla finestra a riflettere e si affacciò nella sua mente il pensiero egoistico che, se Sam non avesse sostenuto l'esame, avrebbe fatto fatica a mantenere la borsa di studio e magari avrebbe lasciato l'università. Forse a quel punto sarebbe tornato indietro e sarebbero stati di nuovo una famiglia.
Non sarebbe stato facile per lui ammettere la sconfitta, ma Dean sarebbe impazzito di gioia nel riaverlo con loro e per quanto lo riguardava…Avrebbe mentito spudoratamente e gli avrebbe fatto credere che gli stava facendo una concessione riprendendolo nel clan Winchester, ma l'unica verità sarebbe stata che avrebbe di nuovo dormito più tranquillo sapendo di poter vegliare più da vicino sul figlio ribelle.
L'idea di riavere con sé entrambi i suoi ragazzi gli scaldò il cuore, ma poi il suo sguardo cadde sul libretto universitario di Sam e si disse che, anche se odiava cordialmente Stanford, non poteva farlo.
Guardò il telefono, poi inspirò profondamente e digitò la risposta affermativa pregando di aver fatto la scelta giusta. Tornò poi accanto a suo figlio e gli sfiorò la fronte con una mano registrando finalmente una temperatura più che accettabile confermata da un ennesimo controllo con il termometro.
99.4, il peggio era passato e anche se a malincuore decise che era arrivato il momento di lasciare la stanza perché prima o poi Sam si sarebbe svegliato. Raccolse tutte le eventuali tracce della sua permanenza e le buttò nella busta accanto al letto. Rimise in ordine il minibar e riportò al loro posto bacinella e bicchiere, poi prese il kit di pronto soccorso e i rifiuti.
"Voglio vederti in piedi, ragazzino"
Si avviò verso la porta, poi gli lanciò un'ultima occhiata prima di uscire in corridoio. Raggiunse l'uscita senza incrociare nessuno e entrò nel pick up ripromettendosi di tornare presto.
