Dopo essere finalmente riuscito a ritagliarsi un minuscolo spazio di tempo anche per i suoi controlli, Pearce stabilisce che tutto risulti in ordine e lascia liberi i due uomini, non prima di aver fornito alcune informazioni precauzionali al suo paziente.
«Come vi anticipavo inizialmente, da parecchi mesi, ormai, i vostri occhi non sono più avvezzi a raccogliere luce per inviare informazioni visive al vostro cervello. Questo, potete facilmente comprenderlo voi stesso, fa sì che, almeno per i prossimi giorni e per un breve periodo di riadattamento, abbiano necessità di più cura e riposo. È molto probabile che, a un dato momento della giornata, lo stimolo luminoso finisca per creare disagio all'organo ricevente. Vi devo pertanto avvisare che potreste avvertire fastidio, nel migliore dei casi, bruciore agli occhi, o dolore. Facilmente potrebbe presentarsi dell'emicrania causata dalla sovraesposizione. A quel punto, il mio consiglio è quello di stendervi in un luogo in penombra o, meglio ancora, al buio e coprire gli occhi con una pezzuola inumidita di acqua fresca, se lo gradite anche dell'olio profumato. In tal modo favorirete il rilassamento sia dei vostri occhi che della vostra mente. Naturalmente, nel caso ne abbiate necessità, potete richiedere un mio intervento. Sono sempre disponibile per i miei pazienti che ne hanno bisogno. Ora, poiché mi accorgo che sto diventando irritante e noioso, vi lascio al resto della vostra giornata.»
Cat offre un piccolo sorriso al dottore. «Grazie» mormora, lo spazio personale drasticamente ridotto a causa delle massicce braccia di Hutch avvinghiate strettamente attorno al suo petto e ai suoi fianchi.
Hutch indugia un lungo momento con lo sguardo su Pearce, meditabondo, poi annuisce. «Sì, grazie» conviene, prima di sollevare di peso Cat, causando un piccolo squittio sorpreso da parte del suo ragazzo, e trascinarlo fuori, accompagnato dallo sghignazzare divertito di Pearce.
«Posami, bestione» soffia Cat, mentre raggiungono l'uscita che li ricondurrà alla trafficata Parigi.
Hutch si ferma, si attarda con il naso seppellito nel morbido casino sulla nuca del compagno e sospira, conteso fra la soverchiante felicità di riavere Cat di nuovo completo, e la cupa consapevolezza di doverlo dividere con il resto del mondo in attesa là fuori.
«Mio» sussurra sulla pelle sottile del suo collo.
Cat sorride, accarezza il dorso delle sue mani e annuisce.
Ha impiegato del tempo per riuscire ad avanzare di qualche passo, dopo aver varcato la soglia dello studio di Pearce. Troppi dettagli di fronte ai suoi occhi, troppo da vedere, da capire. Troppo da assimilare. Il suo respiro è un poco più rapido del normale. Un brivido, di meraviglia, di attonita sorpresa, di ansia e aspettativa, percorre il suo corpo.
«Stai bene?» domanda la voce profonda e apprensiva di Hutch, alle sue spalle.
Hutch. Lui è sempre vicino, a volte al suo fianco, altre alle sue spalle, nel tentativo di proteggerlo da tutto ciò che lo attende là fuori. Ma ora è un là fuori che può scorgere, finalmente.
«Sì» mormora. «È solo così… infinitamente enorme» soffia con rispettosa meraviglia. «Diamine: mi ci vorrà un secolo per vedere tutto quanto!»
Hutch sgrana gli occhi, poi getta la testa indietro e ride, mentre Cat sogghigna, felice come non ricorda di essersi mai sentito.
«Oh! E quello che accidenti è?» esclama meravigliato, indicando una strana costruzione che si erge apparentemente nel mezzo del nulla, scrutandola dal finestrino del fiacre che hanno preso a noleggio per tornare all'attico. «Ah! Dev'essere la famosa installazione per l'esposizione universale» comprende, osservando meglio, con un'attenzione quasi morbosa.
Hutch, seduto al suo fianco, osserva invece Cat, che ha gli occhi sgranati e curiosi, e sembra così vivo in quel momento, così pieno di frizzante energia.
«Sembra un'impalcatura, o la base di un traliccio. Uhm…Bizzarro. Ma è abbastanza probabile che sembri strana solo perché non è ancora completa. Chissà se potrò vederla finita» si chiede meditabondo.
«Certo che la vedrai» mormora piano fra i suoi capelli.
Cat si volta, fissando Hutch negli occhi. E poi un enorme sorriso si spalanca sul suo volto. Si sporge su di lui, allacciando il suo collo fra le braccia, e ride, deliziato e raggiante.
«La vedrò, vero?» mormora, tremando appena contro il suo petto.
Se lo stringe addosso e annuisce. «Questo e qualunque altra cosa tu desideri» promette, risolvendosi infine a lasciarlo andare perché possa tornare ad ammirare Parigi dal finestrino.
Cat però si attarda ancora un lungo momento, lo sguardo posato nel suo, e sussurra un lieve «Grazie» sulle sue labbra sorridenti.
Quando spalancano l'uscio di casa, due persone, in attesa nel salotto, si voltano verso i nuovi arrivati. Uno dei due è un uomo ossuto e dai capelli chiari, di mezza età. L'altro è un ragazzino da poco entrato nella pubertà, gli intensi e acuti occhi grigi puntati con sorpresa su di lui. Proprio quest'ultimo si rimette in piedi con un balzo impressionante e gli corre incontro. Cat, interdetto, accenna a un passo indietro, ma non trova il tempo materiale per fare null'altro. In un attimo si ritrova prigioniero di un paio di braccia spigolose e con una testa bionda premuta contro il suo sterno. Inarca un sopracciglio, le mani indecise. Infine comprende e ne posa una sul capo del ragazzino e l'altra sulle sue spalle.
«Arsène» mormora lieve.
Un piccolo singulto scuote la schiena e il petto del giovane Lupin, che di riflesso rinserra la presa delle braccia attorno a lui. «Sei tornato. Stai bene» mormora con voce tremolante.
«Meglio non potrei» conferma Cat.
E poi, sorprendendo tutti i presenti, si china appena, afferra fra le mani i sottili fianchi di Arsène e lo solleva, stringendolo al petto e sorridendo. Arsène sfarfalla le ciglia, dapprima stordito, poi scoppia a ridere e riprende a stringerlo, stavolta avvolgendo le braccia attorno al suo collo.
«Dieu… Tu m'as manqué!»
Hutch annuisce, comprendendo nonostante tutto e sentendosi completamente d'accordo con lui. Sì, gli era proprio mancato da morire.
Cat intreccia lo sguardo con Hutch e il suo sorriso diviene più dolce. Infine si sposta sul quarto occupante del salotto e solleva entrambe le sopracciglia, incuriosito.
«Doc… Sapete, vi immaginavo più vecchio.»
Tutti i presenti strabuzzano gli occhi e poi, nessuno escluso, iniziano a ridere a crepapelle, avvertendo una dolce serenità spandersi balsamica e benevola nei loro animi.
