Arsène è stato molto più paziente di quanto immaginasse di poter essere. Ha atteso che i suoi due nuovi amici lo raggiungessero lungo la strada verso i giardini e poi ha mantenuto un'andatura decisamente fiacca per i suoi canoni. La verità è che non ha mai incontrato qualcuno di simile a loro, soprattutto all'uomo più giovane e minuto; ne è intrigato, avverte una sorta di affinità, un'intesa che non aveva mai sperimentato con nessuno prima d'ora, e pensa che valga la pena di coltivare quella nuova conoscenza, anche a costo di esercitare la quasi sconosciuta arte della calma e della pazienza. D'altra parte non può certo farne una colpa a nessuno dei due se impiegano tanto più tempo di lui a percorrere quel breve tratto di viale, anzi, è piuttosto sicuro che, potendo, gli starebbero appresso senza troppi problemi, soprattutto lo smilzo, l'uomo che punzecchia il suo essere con quel suo sguardo cieco che sembra comunque in grado di leggerti dentro.
«Ehi, scimmietta, fermati un po'» lo prende alla sprovvista il richiamo del tizio grande e grosso che ha soprannominato bestione (a quanto pare a ragione).
«Scimmietta? Pourquoi ça?» si stupisce.
«Se quel che vuoi sapere è come mi è venuto in mente, beh, è perché lo sembri proprio, almeno da come penzoli dalle grondaie e dalle braccia altrui» replica Hutch, sogghignando dell'espressione basita del ragazzino.
«Non mi aveva mai chiamato nessuno in questo modo» ragiona, incerto se essere offeso o sorpreso.
«C'è sempre una prima volta, scimmietta. Ora, gentilmente, sediamoci su una panchina.»
«Siete già stanco, vecchietto?»
Hutch lo fulmina con lo sguardo, ma evita di raccogliere la provocazione. «Io no, ma preferisco non far stancare troppo Cat» fa presente in un basso ringhio di avvertimento.
«Sto bene» soffia l'interpellato.
«Sicuro, e io sono un frate francescano. Non si nota?»
«In effetti no» conviene Cat.
Arsène lo sta occhieggiando attento e, suo malgrado, deve dar ragione al bestione: ha l'aria esausta. Chissà che diavolo gli è capitato, per ridurlo uno straccio in quel modo. Può darsi che una volta o l'altra troverà l'occasione giusta per fargli quella domanda, insieme a un mezzo milione di altre. Ma non è proprio quello il momento; è pallido come un fantasma.
«D'accordo, vecchietto. Laggiù» indica, mostrando una piccola radura con un tavolo e due panche disposte sui lati lunghi.
Hutch grugnisce, seccato. Si guarda attorno e il più furtivamente possibile si carica Cat sulla spalla, non senza guadagnarsi uno squittio sorpreso e un borbottio contrariato da parte del suo fardello poco partecipativo. Dietro, intento a zampettargli appresso, il ragazzo-scimmietta ridacchia divertito. Seccante creatura, si ritrova a considerare Hutch, sospirando e scuotendo la testa.
«Hutch» sibila Cat al suo orecchio.
«Stai buono. Potevi avvisarmi prima, maledizione» ringhia Hutch, scontento.
«Che diamine avrei dovuto dirti?» lagna.
«Per esempio che quel maledetto ginocchio ti stava dando noie. Ora stai zitto e lasciami fare.»
Cat sospira e cerca una posizione più comoda, anche se non è troppo facile, appeso com'è alla spalla di Hutch. Poi, senza preavviso, viene rivoltato come un calzino e posato, più o meno delicatamente su… qualcosa. Sperabilmente l'annunciata panca. E a quel punto «Ahi…» mugola, mentre il suo maltrattatissimo ginocchio si sta sgolando, gridando vendetta.
«Scusa» pigola Hutch.
«Segna: essere preso a calci in culo da Cat. Appuntamento a quando potrò starmene in piedi e camminare senza stampelle» mormora, stravolto.
Le labbra di Hutch si posano, delicate, sulle sue, lasciandolo qualche istante senza fiato. «È già in lista» gli assicura.
«Vous êtes adorables, mais je pense que maintenant nous pouvons discuter de votre projet, non?» interviene Arsène.
«Nh» conviene Cat.
«Posso dire una cosa?» si inserisce Hutch.
«Fai pure» concorda Cat.
«Non ci ho capito un cazzo.»
Cat sorride. Hutch sente il cuore più leggero, come ogni volta che le labbra di Cat si arricciano in quel modo così delizioso.
«Dice che è il caso di discutere della nostra intenzione di cercarci un appartamento comodo» spiega. Poi aggiunge: «Dato che ti sei preso la libertà di baciarmi, suppongo tu non abbia visto nessun seccatore nei paraggi, dico bene?»
«È un posticino abbastanza appartato» conferma Hutch.
Annuisce, ma è evidente che sia ancora abbastanza incerto. «Vorrei che potessimo accertarci di essere soli. Quei due… spero abbiano perduto le nostre tracce, ma non posso averne la certezza e… questo sembra proprio un buon posto per finire il lavoro.»
Hutch si tende, allarmato da quella prospettiva. Non aveva, evidentemente, preso in considerazione una possibilità simile. Mentalmente, non per la prima e immagina nemmeno per l'ultima volta, si dà dell'idiota.
«Scusa» soffia contrito, consapevole delle proprie mancanze.
Ma Cat scuote la testa e gli regala un piccolo sorriso per fargli sapere che no, non è in collera con lui.
«Chi sarebbero questi due di cui parlate?» si interessa Arsène.
Cat sbuffa piano. «Gente che, a nostra insaputa, ci ha seguiti fin qui dall'America. Il mio problema al ginocchio è tutto merito loro. C'è mancato un soffio che ci ammazzassero, giusto il mese scorso.»
«Oh» soffia Arsène, gli occhi sgranati per lo sconcerto. «Vuol dire che avete due sicari alle costole?» indaga, indeciso se esserne allarmato o affascinato.
«Non lo sappiamo per certo. Può darsi che siano ancora in Normandia, dove hanno cercato di ucciderci. Purtroppo non ho modo di accertarmene, non senza farci scoprire, per lo meno.»
Arsène preme le labbra in una linea stretta e riflette. «Bien! Lasciate che faccia un veloce giro di ricognizione per voi. Conosco il posto come le mie tasche. Se c'è qualcuno, qui intorno, che non c'entra nulla con quelli che di solito bazzicano da queste parti, lo saprò molto presto» assicura, finalmente pronto a fare qualcosa di davvero utile. «Sapete che aspetto hanno?» chiede, a quel punto decisamente impaziente.
«Hutch, a te.»
«Vediamo: il più anziano non è troppo alto, diciamo quasi una testa in meno di Cat, ha i capelli molto scuri, ma stanno ingrigendo, soprattutto sulle tempie, pelle scura, del tipo ispanico, occhi altrettanto scuri, un poco appesantito…»
«Come voi» interviene Arsène.
«Insolente ragazzino» borbotta Hutch, contrariato. «Lo vuoi ascoltare il resto, o no?»
«Certamente. Sono tutt'orecchi» assicura, con un sogghigno sfacciato che fa il paio con il sorrisetto divertito che sfoggia Cat.
Hutch sbuffa e riflette che quei due, un giorno di quelli, lo faranno diventare scemo (più di quanto non si ritenga, almeno). «Bah! Dicevo, questo è quello che Cat è riuscito a colpire con una delle sue lame. È possibile che ancora zoppichi, quindi. Quell'altro idiota è giovane, non gli darei più di ventanni, dà tutta l'impressione di essere una testa calda, di quelli che prima sparano, poi chiedono (se è il caso). Ha i capelli chiari, credo castani o biondi, i tratti spigolosi, è più alto di almeno mezza testa e secco come un giunco. Se cerchi uno con un po' di cervello non chiedere a lui. Forse quell'altro. Cat?»
Annuisce. «Sicuramente quell'altro. Se dovessi scommettere su chi ci ha ritrovati, punterei sul più anziano. Oh, a proposito, quello con il cervello si chiama Eddie. L'idiota se l'è lasciato sfuggire mentre provavano ad ammazzarci.»
«Oh, già!» esclama Hutch sgranando gli occhi. «L'avevo dimenticato.»
«Nh» commenta solo Cat, scuotendo il capo rassegnato.
Arsène ridacchia divertito. «Va bene, mi pare di avere la situazione abbastanza chiara. Voi… starete bene, se mi dileguo per un po'?» si accerta, per scrupolo.
Sia Hutch che Cat offrono al ragazzino un sorriso riconoscente. «Sopravviveremo» conviene Cat. Meno di dieci secondi dopo Arsène è già partito come un fulmine, inoltrandosi nel fitto del parco, e ai due amanti non rimane che prenderne atto; il primo sbuffa incredulo mentre il secondo sghignazza, tremendamente divertito.
