Quando Cat sbadiglia per l'ennesima volta Hutch lo scruta impensierito e quel che vede non gli piace nemmeno un po'. Allora rinserra la stretta delle braccia e si rimette in piedi con qualche contorsione.

«Ehi… Cosa fai?» mugola incerto.

«Ti riporto giù. Così potrai riposare come si deve» lo avverte, non sembrando comunque del parere di ascoltare un diniego.

«Oh… Ma forse dovrei parlare con Pearce» tentenna.

«Non oggi. Ci parlerai quando avrai ripreso le forze.» Posa le labbra sulla sua fronte e storce il naso. «Sei caldo. Dannazione, avresti dovuto restartene a letto» sibila contrariato.

Annuisce, lentamente. «Probabilmente sì. Ma ero preoccupato per voi. Non ci sono riuscito a tornare a dormire» brontola piano. «Scusa» aggiunge in un pigolio desolato.

Abbozza un piccolo sorriso. «Va bene. Stai tranquillo. Ti serve solo qualche giorno per tirare il fiato, e allora tornerai in perfetta forma. Se vuoi, posso restare con te» propone titubante.

«Sì, voglio» conferma Cat, e questa volta non ha neppure avuto bisogno di pensarci.

«D'accordo. Ci rilasseremo assieme, allora.»

«Suona bene» mormora, strusciando la punta del naso lungo il suo collo.

Hutch scuote la testa e ridacchia. «Finiscila. Ho parlato di stendersi e dormire qualche ora. Tu stai pensando a tutt'altro, e si dà il caso che ora come ora sia fuori discussione.»

Cat gli propina un broncio incantevole che ha la capacità di riscaldargli il cuore. «Guastafeste» commenta piccato.

«Verrà il momento anche per quello. Ma non è questo. Non stai bene, e non intendo permettere che ti affatichi oltre. Quando riuscirai a salire queste scale senza affanno ne riparleremo.»

Ora sorride e si appallottola soddisfatto fra le sue braccia. «Affare fatto» concorda sereno.

Si è concesso una breve dormita, ma infine è stato costretto a prendere atto della cruda realtà: la loro attuale, precaria situazione lo fa sentire troppo teso e nervoso per dargli l'opportunità di tirare il fiato in maniera decente. Quando chiude gli occhi, al momento, quel che vede sono scenari abbastanza orrendi, cui preferirebbe non pensare se solo fosse possibile. Sogna Cat, come accade di frequente. Solo che questo Cat è morto. E se vuole evitare che il proprio cuore smetta di battere a causa dello stress e dell'angoscia, ebbene, deve trovare il modo di scacciare quei pensieri dalla propria mente. Peccato non abbia idea di come fare. Allora si prende dei brevi periodi di tormentato riposo, giusto per non impazzire del tutto, e il resto del tempo lo trascorre controllando che al Cat in carne e ossa che gli è accanto non tocchi la stessa sorte sciagurata che tocca ogni singola volta al Cat onirico.

Al momento il suo Cat sta sonnecchiando steso accanto a lui. La sua espressione, nel sonno, sembra abbastanza serena. Ha fondate speranze che i sogni del ragazzo siano più misericordiosi dei suoi. Nel frattempo si diletta nell'osservarlo impunemente, attività per la quale trova ancora qualche difficoltà quando Cat è desto, nonostante le sue rassicurazioni in merito.

Il naso del suo micetto si arriccia, infastidito da qualche particolare che Hutch non è in grado di stabilire se sia dentro la sua testa o nel mondo reale, poi torna beatamente a pisolare indistrurbato e Hutch sorride rassicurato. Questo finché un soffice sbuffo lo distrae dalla sua piacevole attività ricreativa. Solleva lo sguardo e scopre di essere a sua volta sotto l'attento esame di qualcuno. Aggrotta la fronte, interdetto, fissando gli occhi grigi del piccoletto francese che lo fissano di rimando con aperta curiosità dal sofà sul quale è adagiato.

Arsène sfarfalla le ciglia, colto in flagrante mentre studia l'uomo, e a quel punto offre un timido sorriso di scuse.

«È tutto a posto?» si accerta Hutch in un lieve mormorio per non disturbare il compagno.

Arsène si limita ad annuire e a posare la punta dell'indice sulle labbra, in un chiaro segnale di mantenere il silenzio. Hutch, un po' stranito, sbuffa e scuote la testa, ma infine risponde di buon grado all'offerta di pace della scimmietta malridotta.

Un lieve suono, come un incerto gigolio, lo ridesta da un dormiveglia nel quale non si era neppure reso conto di essere sprofondato. Batte le palpebre, tentando di scrollarsi di dosso il torpore, e si guarda attorno, nel tentativo di individuare la fonte del disturbo. Un suono identico, o comunque molto simile al precedente, si riproduce infrangendo l'aria tranquilla della stanza.

«Htc» mugola la voce incerta e impastata di sonno del suo micetto.

A quel punto gli è chiaro a cosa (meglio, a chi) apparteneva quel suono: Cat si stava risvegliando dal suo stato letargico. Sorride, e solletica con un dito la punta del suo naso.

«Sono proprio qui, accanto a te» mormora divertito.

«Uhmm…» brontola piano. Strofina una guancia contro il suo petto e prova a strusciarsi su di lui, salvo poi sibilare a causa della fitta di bruciore che gli rimanda la spalla. «Ahi» mugola in tono seccato.

«Disgrazia» commenta leggero, levando gli occhi al cielo con un pizzico di intenerita esasperazione. «Stai buono, o ti farai solo del male.»

«Ho fatto un bel sogno» soffia dolcemente sulla sua spalla.

Hutch lo osserva incuriosito: lui, i suoi occhi ancora chiusi, le sue belle labbra arricciate in un lieve sorriso e la sua fronte liscia e fresca.

«Che cos'era?»

«Oh» sospira lieve, «era un posto tranquillo, c'erano dolci colline ricoperte d'erba, il sole tiepido e un buon profumo di fiori. E c'eri tu. Sorridevi. C'eri tu, e c'ero io. E non c'era nessun altro. E potevamo rimanere lì, senza fare assolutamente nulla, senza che nessuno venisse a cercarci.»

Hutch deglutisce e sfarfalla le ciglia, tentando di scacciare le lacrime. «Era…» gracchia scosso «proprio un bel sogno» soffia, sentendo la propria voce tremare un poco, solo un pochino.

Cat annuisce, la sua espressione serena appena un po' incrinata, e si aggrappa più strettamente alla camicia tiepida del compagno. «Avrei voluto fosse reale.»

Se c'è una cosa che ha imparato ad accettare in quell'ultimo, lungo anno abbondante, è il fatto che adora essere circondato dall'odore e dal tepore del suo Hutch, crogiolarsi nel suo abbraccio fingendo di avere tutto il tempo del mondo, che là, fuori dalla sua stretta, non ci siano problemi apparentemente insormontabili ad attenderlo. È un'illusione, questo lo capisce, ma è un'illusione piacevole e confortante, che gli permette di distendere i nervi per il tempo di un lungo, pacifico sospiro. Poi, naturalmente, c'è la realtà, che lo aggredisce spesso e volentieri e lo lascia senza fiato. Questa volta, tuttavia, la realtà ha un silenzio strano e non troppo minaccioso, un silenzio fatto di ticchettii bizzarri, di voci lontane e attutite, di respiri regolari. Cruccia la fronte.

«Hutch.»

«Dimmi» lo invita pacato.

«Hutch, ti prego, rassicurami del fatto che non siamo sotto gli occhi di una sconsiderata quantità gente» prega fremente, in attesa del peggio.

Hutch ride di gusto, il suo petto è scosso da singulti divertiti che lo cullano in un modo rassicurante. Una delle sue enormi mani gli accarezza i capelli. Sospira piano. Forse non va poi così male, dopo tutto.

«No, Cat. Non abbiamo tutto il vicinato guardone attaccato al culo. Pensa che siamo fortunati abbastanza da non avere addosso neppure gli occhi di Doc, e già questo è sbalorditivo» scherza, posando le labbra sulla sua fronte in un morbido bacio consolante. «Però c'è la scimmietta, e a giudicare dai suoi occhietti allegri direi che se la sta spassando un mondo a osservarci.»

Arsène, dunque? Beh, quello lo può facilmente accettare. Almeno Maloney è fuori dai piedi. Non ha idea di che fine abbiano fatto lui né tanto meno Pearce, ma in quel preciso momento ringrazia sentitamente che non siano dietro la sua schiena a fare pensieri poco gradevoli sul loro conto.

«Bene. Forse dovrei alzarmi, a questo punto» ragiona quasi fra sé.

«Non c'è fretta» prova a rassicurarlo Hutch.

«Forse no, ma poltrire non risolverà di certo il nostro futuro» obietta Cat.

Hutch sbuffa, ma non sembra un suono troppo seccato. «Come preferisci» conviene pacato. «Vuoi parlarci, vero?» si accerta, e questa volta il suo tono di voce è chiaramente infastidito.

«Suppongo sia il minimo, da parte mia» prova.

«Tsk! Se ti si avvicina troppo o fa movimenti strani gli spezzo il collo. Volevo solo che tu lo sapessi.»

Sorride. Non dovrebbe, lo sa. È sbagliato, sa anche quello. Ma che cazzo, lui se ne frega! Recentemente ha scoperto di adorare quel lato protettivo di Hutch; lo fa sentire… amato. Qualcosa che nemmeno troppo tempo prima non aveva neppure idea potesse accadere.

Annuisce e gli offre un lieve sorriso riconoscente. «Prendo nota» soffia, allungandosi con prudenza e posando un soffice bacio sulle sue labbra un poco imbronciate.

«Favoloso» bercia, evidentemente poco entusiasta del loro prossimo programma. «E allora sarà il caso di renderci presentabili» borbotta stizzito.