Il centro dell'Infinto.
La fortezza si ergeva in tutta la sua maestosità e complessità architettonica, per chiunque fosse stato ritenuto degno di percepirne e comprenderne ombre, misteri e grandezza allo stesso tempo.
La fortezza di Kandrakar.
Un luogo di indescrivibile essenza, dove tempo, spazio, vita, morte non trovavano spazio nella loro canonica e caduca definizione, ma esistevano tutti allo stesso tempo. Un luogo le cui decisioni non potevano essere giudicate dalle azioni dell'uomo, ma dove l'uomo rivestiva, per così dire, un ruolo comunque importante.
Nubi dense scorrevano minacciose sopra la fortezza, rombi di tuono facevano vibrare le antiche arcate e strutture millenarie, luci fulminee ne evidenziavano le ombre.
In una grande sala disadorna, affacciata sulla vastità dell'infinito, presenziava, disposta ordinatamente, una moltitudine di strane figure; non se ne poteva definire la specie, l'origine, di alcuni nemmeno i contorni. Ma erano semplicemente tutti lì, disposti, senza un sussulto né un turbamento. Erano seduti lì, i saggi della Congrega, ad attendere un qualsiasi cenno di chi sedeva di fronte a loro nel bel mezzo della grande sala.
L'Oracolo doveva pronunciarsi.
Non troppo tempo era passato, ma lo stesso era necessario disporre di nuovi guardiani a protezione della fortezza stessa di Kandrakar e dei mondi sottoposti al suo sguardo. Tibor, tra i saggi più antichi di Kandrakar, restava in piedi al fianco dell'Oracolo, ad attendere un qualsiasi inizio. La barba lunghissima, le sopracciglia folte e lo sguardo imperturbabile l'avevano reso enigmatico, inscalfibile, distante da sentimenti ed emozioni.
L'Oracolo aprì gli occhi. Li fece scorrere da un lato all'altro della grande sala, con la stessa probabile serenità che sembrava l'avesse contraddistinto per tutta la sua esistenza.
Poi parlò.
"Non è passato troppo tempo, fratelli e sorelle, ma lo stesso scorre, inesorabile, e la Muraglia è di nuovo in pericolo. Nuove guardiane devono essere chiamate a proteggere la fortezza, la Terra, e qualsiasi altro mondo posto sotto la nostra protezione".
Si creò una breve pausa. Una voce stentorea, ma quasi curiosa si alzò dalla platea: "Chi sono i prescelti stavolta?".
L'Oracolo non gli rivolse lo sguardo. Non si impegnò nemmeno a rispondere con solerzia. Fece di nuovo scorrere il suo sguardo su tutta la platea, come per cercare la giusta risposta, ma la risposta ovviamente era lì. Era chiara, trasparente. Era lì, perché già la sapeva, già era parte di come si dovesse compiere il destino.
"Cinque ragazze, Althor" rispose infine.
Dalla grande sala finalmente un trambusto. Sembrava un boato, un terremoto nella rigida atmosfera di quell'evento, quando una donna dai tratti marcatamente felini del volto s'alzò di scatto scostando uno dei saggi accanto a lei.
"Di nuovo umani!!" urlò, con disprezzo e ferocia in gola.
"Esseri magici, Luba. La natura sarà di nuovo loro alleata, come..." s'affrettò a rispondere Tibor, per tentare di placare la furia emergente della saggia, ma a poco servì, sicché venne interrotto da un intervento ancora più furioso.
"Presuntuoso arrogante! Non ci è forse bastato!?" replicò Luba. Sconcertati da quelle parole, alcuni saggi la invitarono a maggiore calma e prudenza.
L'Oracolo si limitò ad osservarla, con occhi vitrei, tra l'indifferenza e la comprensione, compassione per una rabbia così inaudita.
"Non c'è alcun rispetto Oracolo! Per noi, per loro, tu giochi laddove nemmeno a te è concesso giocare! Non è questo che ci è stato insegnato!".
Un altro saggio della Congrega cercò di acquietarla, ponendole una mano sulla spalla e l'altra sul braccio, mentre nella grande sala si faceva sempre più prepotente il vociare di animi perplessi e sconvolti.
Di nuovo l'Oracolo parlò, senza lasciar trasparire sdegno né emozione alcuna.
"La decisione è stata presa, la Congrega può sciogliersi".
Con un ultimo rantolo rabbioso, Luba si districò dalla presa e quasi fuggì con rancore dalla grande sala, sotto gli occhi imperturbabili dell'Oracolo.
Tibor si fece avanti con passo leggero e timido.
"Oracolo, perdonala. Conosciamo il suo carattere, la sua testardaggine, ma anche tutto ciò che di buono ha fatto per il bene nostro e della fortezza".
L'Oracolo non prestò attenzione a voltarsi verso il suo interlocutore, ma allargò le labbra in un lieve sorriso.
"Non ho alcun dubbio su Luba. E lei ha ragione".
Tibor lo guardò stranito.
"Purtroppo Tibor, ciò a cui dobbiamo prestare attenzione e non trascurare mai è la distinzione tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, osservando con occhi saggi e obiettivi il decorso del nostro passato e del nostro futuro. Non possiamo nulla contro il dolore, possiamo celarlo, lenirlo, ma mai distruggerlo. Le andrò a parlare personalmente".
Ciò detto, si avviò lungo i lunghissimi corridoi della fortezza, passando ponti, portoni e rivoli d'acqua, fino ad arrivare a un'altra grande sala, dove Luba aveva appena ripreso l'allenamento di una giovanissima allieva.
"Devi essere più rapida!!" le urlò con veemenza, infierendole un colpo col bastone e provocandole un urlo di dolore. L'Oracolo non intervenì. Luba condusse un estenuante allenamento, fatto di urla, insulti, colpi inferti.
"Riposo Orube!" ordinò Luba con voce ferma che nascose accuratamente, l'Oracolo lo intuì, compassione, protezione...amore?
Senza che disse nulla, Luba gli si fece incontro a grandi falcate, stringendo ancora il bastone nella mano destra, e quando gli fu a brevissima distanza, fendé l'aria con un movimento rapido e deciso dell'arma, fermandola di colpo davanti al viso del suo avversario. L'Oracolo avvertì il fischio dello spostamento d'aria, socchiudendo gli occhi. E osservò Luba.
"Te lo ricordi questo...Himerish?" gli chiese, sibilante. "Vuol dire orgoglio, coraggio, dedizione, compassione, amore...o gli insegnamenti ai giovani figli di Basiliade sono ormai così distanti e sfocati? Endarno ti ha forse insegnato il contrario?".
L'Oracolo non rispose, e continuò ad osservare la guerriera.
"Kandrakar e i suoi saggi ti hanno forse reso così cieco e apatico? Così indifferente? Un guerriero dovrebbe saper guardare nell'ombra della propria anima, vederne gli errori, crescere in rispetto, altruismo e giustizia. Ma non tu".
Himerish continuò ad ascoltare, mentre gli occhi svelavano un sentimento più dolce e caldo dell'apatia.
"Non abbiamo imparato dall'inesperienza, dal cuore che governa la ragione, a cosa conduce l'istinto insieme al male supremo?" continuò Luba nella sua cavalcata. "La vedi lei?" continuò "si chiama Orube, e sarà una grandissima, la migliore guerriera che Basiliade abbia mai meritato, mai il Fato mi punisca, se anche del suo sangue dovrò sporcarmi le mani, Himerish, se anche lei diverrà cadavere delle tue scelte insensate!".
Himerish sospirò, cercando di preservare il controllo sul tremore delle sue membra. Il suo sguardo si posò su quella bambina, che non avrà avuto più di sette anni, mentre li scrutava con gli occhi stanchi, indolenziti e il sudore le grondava dalla fronte.
"Già ne ho raccolta una da terra, il suo sangue ancora sporca le pieghe delle mie mani, dove tengo meglio le mie armi...non chiedermi di farlo ancora". Luba faticava quasi a respirare, tale era lo sfogo. Il suo discorso era un fiume in piena, dove si accavallavano rabbia, rimorsi, pietà, dolore, rimpianti, in un susseguirsi di accuse e più velatamente auto-accuse.
"Io ti comprendo" finalmente l'Oracolo "sei una grande guerriera, Luba. La più grande di cui Basiliade possa esserne fiera, e il tuo cuore ha ragione su ogni cosa. Ma ogni grande guerriero guarda nell'ombra della sua anima, e non la nasconde, né la giudica. Guarda tra le pieghe della tua anima, come delle tue mani. Non lavarne il sangue, c'è, così come il dolore, e non scomparirà mai. Ma decidi, se quel sangue, non più fresco, sia fonte di rabbia e commiserazione, oppure...di luce e giustizia".
Luba lo osservò, distendendo ogni rigidità e lasciando il bastone.
"Ti comprendo, Luba. Le mie mani sono più insanguinate delle tue". Detto questo, l'Oracolo se ne andò.
Luba lo vide allontanarsi, e varcare la soglia dell'orizzonte.
Orube osservava ancora da lontano, con timida e infantile empatia.
E Luba sciolse lacrime bollenti sulle sue guance.
