La prima reazione del suo uditorio è un lungo silenzio stupefatto e attonito. Pearce ragiona che probabilmente si aspettavano tutt'altro e la sua proposta li ha colti decisamente impreparati. Il primo ad aprire bocca, sembrando tuttavia perplesso, è Cat.
«Se non altro è originale» commenta, con un piccolo sbuffo divertito.
Dietro di lui, uno sbuffo più forte e seccato gli fa eco. «Non conosco l'italiano» borbotta Hutch, affatto persuaso.
Cat sgrana gli occhi e, all'apparenza incapace di impedirselo, si struscia contro il suo petto, insultandosi mentalmente perché sta effettivamente agendo da gatto. Dannazione!
«Per la verità neppure io» ammette, continuando tuttavia a riflettere sulla proposta e chiedendosi il motivo per il quale è stata avanzata. «Voi, Doc?» indaga prudente.
«Nemmeno una parola» commenta Maloney, ancora stranito.
«Bene, in effetti io un poco lo conosco» fa notare Pearce. «Nel caso, potrei… ecco…»
Le sopracciglia di Cat si arricciano di dubbio. «Posso chiedere quante ne conoscete, di lingue?» inquisisce, un filo sospettoso.
«Un poco più dell'essenziale, in effetti. I nostri genitori erano… particolari, diciamo. Da giovani viaggiavano spesso e volentieri, e non apprezzavano di doversi affidare ad altri per comunicare con il prossimo (o per dare ordini, se vogliamo puntualizzare). Così, quando eravamo piccoli, hanno preteso che le nostre conoscenze linguistiche spaziassero molto. Quindi, attualmente, mi destreggio discretamente con spagnolo, tedesco, italiano e portoghese, oltre ovviamente al mio inglese madre e al francese, che qui è di casa.»
Cat ridacchia, sorprendendo Hutch. «E io che mi lamentavo di mia madre che ha tanto insistito sul francese» chiosa ironico.
Pearce annuisce. «Il francese è essenziale, o per lo meno, lo era. Ora come ora sembra che la sua importanza internazionale sia in declino.»
Un terzo sbuffo, dal timbro offeso questa volta, interrompe i ragionamenti dell'oculista. «Non dovreste dire simili eresie in territorio nemico, sapete» commenta Arsène con sarcasmo.
«Mi scuso per l'impertinenza» offre Pearce, tentando uno stentato sorriso amichevole.
«Siete perdonato a una condizione» lo sorprende il giovane Lupin.
L'oculista lo fissa con tanto d'occhi. «Sarebbe?»
«Insegnerete l'italiano anche a me. E magari anche il portoghese e lo spagnolo, per ogni evenienza» pretende, con in viso un sogghigno diabolico.
Allibito, Pearce non può che annuire e scuotere la testa, abbastanza sbalordito. «Con piacere… suppongo.»
E per la prima volta tutti i presenti si concedono una risata leggera e liberatoria.
«Allora, sentiamo, come mai proprio la Toscana?» si informa Cat.
«È per via della famiglia di Armand. Loro possiedono questa piccola proprietà, lì, nella zona collinare di Livorno, che negli anni ho visitato diverse volte. Noi, intendo loro e io, siamo rimasti in contatto, anche dopo la morte di Armand, in realtà soprattutto dopo. Ora, loro sono molto anziani e raramente si spostano dalla Francia. Ma hanno lasciato l'affidamento della loro proprietà in Toscana a una coppia di custodi che si occupa della manutenzione del posto (abitano una parte della villa, una dependance). Così, sapete, ho pensato che potrei parlargliene e persuaderli a darvi asilo. Mi sembrava la soluzione più semplice e a portata di mano, tutto qui.»
Cat rimane pensieroso per qualche lungo momento. Hutch immagina che stia soppesando la proposta, i vantaggi e gli svantaggi, il non detto; è curioso di sapere cosa deciderà infine. Invece rimane molto sorpreso, quando Cat si riscuote e torna a prestare attenzione a Pearce.
«Comprendo le vostre motivazioni. Ci servirà qualche giorno per valutare la possibilità, certamente. Faremo in modo di non muoverci troppo né dare nell'occhio, in ogni caso, per il restante tempo della nostra permanenza. Sono comunque d'accordo con voi sul fatto che non sia saggio rimanere.»
Pearce annuisce. «Attenderò novità dal vostro dottor Maloney» si risolve. «A presto, spero.»
Rimasti in quattro, Cat si ritrova fissato da tre paia di occhi e non comprende bene quale sia il motivo delle loro espressioni, che così, a prima vista, definirebbe basite.
«Ebbene?» indaga spazientito.
«Ehm… No, nulla» borbotta Hutch, imbarazzato. «È che…» si guarda intorno, prendendo atto che sia Maloney che Arsène devono avere in testa il suo stesso pensiero. «Pensavamo, sai, che gli avresti dato una risposta più… come dire… diretta» cerca di spiegare, impacciato.
«Di che parli?» Adocchia Maloney, perfino Arsène. Non capisce. E, maledizione, quanto odia non capire! «Di che parlate?» si corregge, irritato maggiormente dalla sua incapacità di comprendere, piuttosto che dal loro comportamento ambiguo.
«Ecco, vedete, credo che il signor Bessy intendesse dirvi che non ci attendevamo che avreste pensato di interpellarci» chiarisce Maloney.
Cat sgrana gli occhi, basito. «Avete una notevole considerazione di me, vedo. Supponete che io possa stabilire la direzione che prenderà la vostra vita senza consultarvi?»
«Uhm…» tituba Hutch, indeciso se rischiare o lasciare la patata bollente ad altri.
«In effetti» conferma Maloney, salvandolo dalla decisione.
L'espressione sbigottita di Cat dice loro chiaramente quanto si senta impreparato a quella replica. «Quanto siete stronzi» bercia offeso.
«Cat…» mormora piano Hutch. «Il fatto è che siamo abituati a che tu ti prenda sulle spalle il compito di programmare quel che c'è da fare, così non ci eravamo posti la domanda su chi avrebbe stabilito il modo in cui procedere, capisci? Non volevamo insultarti, questo no di sicuro» garantisce.
«L'ho forse stabilito io che dovevamo andare necessariamente a New Orleans per rimettere insieme la mia gamba distrutta? Non mi risulta. Semmai sono stato convinto per cause di forza maggiore. Vogliamo parlare della villa sul mare nella contea di Harrison? Parliamone pure, perché ho l'impressione che l'iniziale proposta fosse di Doc, e che tu, Hutch, fossi d'accordo, tant'è vero che alla fine ho dovuto rassegnarmi all'idea, per quanto ben poco allettante. E l'oculista a Parigi, dall'altra parte di un dannato oceano? Neppure questo, se non vado errato, era in cima alla mia lista delle cose da fare. La locanda a Étretat, correggetemi se sbaglio, l'ha suggerita quel cavolo di cuoco a Le Havre amante della pesca e dedito a decantare panorami. L'hotel qui a Parigi lo ha riservato Doc, se la memoria non mi inganna, con la complicità dell'oculista. L'attico in Quartier de Grenelle, fino a prova contraria, l'ha scovato Arsène. L'attuale rifugio sotterraneo in cui siamo imbucati come tante sardine è tutta opera di Pearce. Cos'è che avrei deciso, io, in tutto questo?» sibila alterato.
Maloney stavolta non sembra per nulla propenso a salvarlo. Tossicchia con fare imbarazzato, invece, con l'aria di voler essere da tutt'altra parte, il codardo. Hutch si sente molto infelice, ma sa bene che deve fare qualcosa per rimediare. Il suo gattaccio non ha tutti i torti, in fondo. Ricorda perfettamente quella volta, alla baia a Étretat prima di quel casino sulla falesia, quando gli ha riferito che avrebbe voluto partire per Parigi. Troppo tardi ha infine capito che Cat non lo stava avvisando per metterlo semplicemente al corrente dei suoi progetti, ma perché desiderava un suo parere, o forse meglio dire che desiderava un suo incoraggiamento. Hutch invece ha mostrato chiaramente quanto poco entusiasta fosse di quella novità.
«Scusa. Non ci ho mai pensato» prova mogio.
«Ma guarda un po' che incredibile novità» commenta sarcastico. «Sentite, io non ci posso rimanere qui, né a Parigi né in Francia. Pearce ha ragione su questo punto. Me ne devo andare, non ho altra scelta. E non ho programmi in mente, nonostante quel che potete pensare, quindi sono obbligato a prendere almeno in considerazione l'offerta di Pearce. Voi… Non lo so che diavolo avete in mente di fare. Vorrei essere messo al corrente, da voi possibilmente, se voleste degnarvi di darmi un parere. Altrimenti, beh, vaffanculo!» ringhia adirato, prima di piantarli in asso e dileguarsi al piano superiore senza sprecare ulteriore fiato.
