Mikoto tornerà a casa a breve per trascorrere i suoi ultimi giorni in tranquillità, ma Itachi ha scelto di andare a trovarla mentre si trova ancora ricoverata per le cure conclusive. Il suo cuore è troppo stritolato da grovigli di spine per discernere se davvero lo ha fatto per non turbare troppo sua madre, evitando di irrompere in quell'ambiente domestico a cui non è mai appartenuto, oppure se si tratti di semplice viltà. Forse non ha voglia di imporsi a casa di quella gente che è arrivata a sbarazzarsi di lui così, su due piedi. Un neonato indifeso ancora in fasce.

La stanza concessa a Mikoto ha più l'aspetto di un asettico salotto, piuttosto che un camera d'ospedale. Il consueto trattamento privilegiato di quando non c'è più niente da fare.

Sul tavolinetto rotondo con il centrino ricamato a rose, campeggia un vaso colmo di zinnie fresche e variopinte. Fiori semplici, ma che fanno scena nell'insieme degli sgargianti colori. Itachi indovina al volo di aver ereditato gran parte dei gusti estetici da quella donna mai incontrata prima.

Le tende di pizzo non riescono a trattenere la luce solare, perciò non serve azionare il lampadario, un bianco parallelepipedo di un materiale simile alla carta. Persino un audace quadro appeso alla parete sopra il letto: un nudo astratto di donna. Un ampio e spesso tappeto bordeaux ricopre quasi tutta la superficie del pavimento, evita l'eccessiva dispersione di calore.

Appena scorge la figura gracile seduta, in attesa, sulla sponda del letto, Itachi percepisce la risolutezza che lo aveva animato fino a pochi minuti prima defluirgli via dal corpo all'improvviso. Si sente floscio, svuotato, avvinto nella sgradevole sensazione di non saper cosa fare o dire. È abituato a mandare giù le lacrime e, di solito, ci riesce egregiamente. Ma, stavolta, non riesce a scollarsi dal pavimento per addentrarsi nella stanza.

Gli fanno troppo male quelle spalle curve e scheletriche, l'evidente fatica fatta dalla donna per infilarsi il vestito bianco, decorarsi i capelli con un fermaglio e concedersi una leggera passata di mascara e rossetto. È evidentemente un'occasione speciale, per lei, l'incontro con quel figlio a cui ha dovuto rinunciare senza averlo mai stretto e nutrito. Creduto poi morto, insieme al fratello, fino a pochi giorni fa.

I capelli ingrigiti e diradati sulle tempie squartano l'anima di Itachi; il volto scavato di lei gli sminuzza ciò che resta del cuore, nonostante lui si sia impegnato per indurirlo il più possibile. Gli sembra di scorgere il teschio affiorare dalla faccia di sua madre. Adesso Itachi comprende cosa intende Sasuke insistendo sulla somiglianza tra lui e la mamma, e perché il suo Otouto si rammarica così tanto per non aver intuito subito il legame di sangue.

Eppure Itachi deve farlo, bisogna che attraversi la stanza per consegnarle il regalo che ha confezionato apposta per lei in soli due giorni di lavoro ininterrotto, giorno e notte senza neanche mangiare. Se non fosse stato per Sasuke che, ogni tanto, lo veniva a trovare con acqua e qualche snack, si sarebbe rinsecchito al tavolo da lavoro. La stanchezza gli accentua occhiaie e pallore.

Itachi indossa la sua migliore maschera di apparente freddezza sotto cui celare la sofferenza più tagliente mai sperimentata. Le lacrime spingono, gli occhi gli bruciano. Mantiene le ciocche di proposito davanti agli occhi per farsene un fallace e sciocco scudo.

La donna sembra arguire la sua difficoltà, d'altronde è una mamma. Aggrotta un attimo le sopracciglia, poi tende il viso sciupato in un sorriso e solleva una mano dal grembo in direzione di lui: "Itachi."

Nonostante sia stata evidentemente avvertita da Fugaku dell'imminente visita, Itachi è annientato dalla delicatezza della sua voce, traballa per non cadere. Finge di stringere gli occhi nella messa a fuoco, ma in realtà combatte per fermare le lame che lo trafiggono prima che arrivino al cuore.

"Mamma…?" Itachi percepisce la propria voce come se appartenesse a un altro. Finora aveva dedicato quella parola alla donna che lo ha amato e cresciuto, e che ora non c'è più.

Ma non avverte tradimento nei confronti della mamma che si è presa cura di lui. Vede Mikoto sorridere, e questo basta a fargli riparare il respiro spezzato. Non riesce a distruggere le aspettative di una donna che sta per andarsene dopo una vita di dolore.

I piedi di Itachi, finalmente si muovono. Lenti e silenziosi, uno dopo l'altro. Tiene davanti a sé la confezione regalo quasi a farsene scudo. Raggiunge il letto e si siede prima che un ulteriore capogiro verifichi l'irreparabile. Si posiziona in modo da non toccare il corpo della madre, non prevede cosa potrebbe accadere in caso contrario, Itachi non ha mai apprezzato la perdita dell'autocontrollo, già ci pensa Sasuke a sbottare per entrambi.

"È per te, l'ho fatto io" Itachi si affretta a spostare lo sguardo dal pacchetto al pavimento, ma mai alla sua sinistra.

Lo sa, è un codardo, ma detesta non poter calcolare che effetto potrebbe fargli una tale situazione. È un bene che Sasuke abbia fatto visita alla mamma il giorno prima, Itachi non avrebbe racimolato la forza, stavolta, per gestire anche le sue emozioni.

Invece di appropriarsi del regalo, la mano ossuta di Mikoto si posa sulla coscia del figlio. Lui stringe i denti per non farsi sconvolgere da quelle dita che ora gli risalgono il busto, gli sfiorano la spalla e accarezzano la coda bassa. Itachi non vuole interferire con quell'esplorazione che ha atteso trentotto anni.

"Sei bello come ti ho sempre immaginato, Itachi."

Fragile, ma salda, la mano di Mikoto gli afferra il mento per condurlo nel tanto sospirato contatto visivo. Gli occhi, che un tempo anche lei sfoggiava del colore dell'ossidiana, sono opachi ma non privi di estrema serenità. È riuscita ad archiviare la disperazione di un'intera vita in pochi giorni. Itachi la ammira e invidia al contempo, lui non riesce a sigillare lo scrigno del passato così, in modo che niente trapeli più all'esterno. Le risorse di cui dispongono le mamme sono incommensurabili, quando giunge il momento di donarle incondizionatamente alle creature che hanno messo al mondo, riaffiorano prepotenti incuranti delle sofferenze di qualunque genere.

"Mi dispiace, mamma." Itachi si arrende all'abbraccio e lo ricambia. Delicato, quasi avesse paura di romperla.

"Non c'è motivo di avvilirsi adesso che siete qui" Itachi sente le labbra avvizzite sulla su testa "Mi siete mancati tantissimo, ma io ho sempre saputo che eravate vivi. Checché la gente ne dica, a dispetto dell'arido scetticismo dilagante, una mamma certe cose le sente."

"Rivedo il giorno in cui sei nato," scioltasi dall'abbraccio, Mikoto si tira in grembo le mani del figlio "il primo e l'ultimo intercorso tra noi, ma questo non mi ha impedito di riconoscerti al volo."

Itachi dischiude appena le labbra meravigliato da quell'aura di magia che avvolge il, quasi sovrannaturale, istinto di sua madre.

"Come te la passi, Itachi?" il sorriso sincero scopre i denti consunti.

"Io sono cresciuto felice in una famiglia equilibrata. Ma Sasuke… forse incontrerà sempre difficoltà a catalogare quello che prova."

"Lo so, purtroppo tuo padre è stato molto severo con lui, e io mi trovavo troppo slabbrata dal dolore per accogliere tutti suoi segnali. Ho accumulato la mia cospicua dose di scelleratezze, spero che un giorno possiate perdonarmi." Mikoto esala un sospiro amaro lasciando vagare lo sguardo sul pavimento, la sola e impercettibile crepa nella sua incondizionata gioia "Ti prego, Itachi, abbi cura di tuo fratello."

"L'ho sempre fatto, mamma, da quando ci siamo ritrovati." Itachi ricaccia i consigli di cui, anche lui, avrebbe bisogno, la tentazione di gridare: cosa devo fare, mamma?

Non è necessario metterla al corrente del contatto errato che lui e Sasuke hanno intrapreso quando ancora convinti di non essere parenti, la ucciderebbe prima del breve tempo rimastole.

Lei ritorna a splendere rincuorata, e per lui è sufficiente. Itachi lascia cadere il discorso, quali colpe può mai avere una donna stritolata da un ingranaggio molto più potente delle sue possibilità?

"Sono felice che tu non abbia niente da rimproverare alla famiglia adottiva, Itachi. L'importante è quello e basta per farmi lasciare questo mondo in pace." Ma perché Mikoto deve per forza avvalersi di quella dannata pausa? Sembra quasi voglia sincerarsi delle reazioni di Itachi. È pericolosa, quella pausa, Itachi percepisce le lacrime annichilite degenerare in pessimo muco pronto a sgorgargli dal naso "Lo sai, vero, che non ti mollerò finché non mi avrai raccontato tutto?"

"Sono qui per questo, mamma." Itachi incurva le labbra in un dolce e malinconico sorriso "Ma prima, il regalo."

"Oh, giusto. Perdonami" Mikoto raccoglie la grossa scatola incartata di blu dalle gambe del figlio, l'orgoglio di mamma trabocca ancora prima di conoscere la creazione scaturita dalle mani di Itachi "Hai detto che lo hai fatto tu, vero?"

A Itachi, il tempo impiegato da Mikoto per sciogliere il fiocco argentato e lacerare la carta, sembra un'eternità. Ma non importa, si gode ogniqualvolta lei alza lo sguardo per ringraziarlo con un sorriso.

"Oh!" Mikoto si immobilizza senza fiato, il sorriso scompare al desumere di cosa si tratta. "Non so cosa dire, Itachi. Nessuno mi ha mai donato niente di più incantevole, neanche tuo padre." Le dita adunche sollevano la preziosa seta di un brillante turchese.

Mikoto liscia le ampie maniche tempestate di fiori bianchi e rosa dipinti a mano; curati nei minimi particolari e nel senso della profondità, sembrano veri. Quando i polpastrelli si adagiano sulla spessa fascia rosa decorata con maniacali forme geometriche, ripiega il tutto nella scatola: "Un kimono Houmongi, quello delle visite importanti. È un capolavoro. Si dice che indossare un Houmongi equivalga a vestirsi di un dipinto." Gli occhi di Mikoto sono lucidi, ma di gioia.

"È così" Itachi conferma ingabbiando il tremito della voce "Una volta indossato, i motivi combaceranno in ogni loro parte."

"Però hai scelto le visite formali. Ti capisco, Itachi, in fin dei conti siamo praticamente degli estranei, io e te." Mikoto stringe le mani l'una con l'altra e lascia che lo sguardo pensoso si distolga dal figlio.

"L'ho scelto perché è uno dei modelli più graziosi" Itachi, quelle mani, le afferra per stringersele al petto. "Quando uscirò da questa stanza non saremo più sconosciuti, anche tu hai tanto da raccontarmi, e io sono ansioso di ascoltare."

"Sei così caro, Itachi. Hai ereditato da me l'abilità nel cucire, ma sei diventato molto più bravo. Sono fiera di te" Mikoto gli accarezza la testa "Lo custodirò gelosamente, vorrei indossarlo… quel giorno."

Itachi ingolla ancora la disperazione. In attesa di quel giorno, dovrà impedirsi di rovinare la serenità a sua madre, e lenire il dolore di Sasuke.

"Sei stato eccezionale, Itachi."

La voce sconosciuta che apostrofa Itachi, appena riemerso dalla stanza di Mikoto, è cortese pur suonando da ficcanaso. Itachi è troppo spompato per informarsi chi sia e per elaborare una risposta educata e sensata; rievocare il passato equivale a riviverlo una seconda volta, ma sarebbe stato inaccettabile tenere una madre moribonda ulteriormente all'oscuro sulla vita di un figlio appena ritrovato. Itachi si limita a stazionare nel corridoio col capo chino e il volto seminascosto tra i capelli, in attesa che sia l'altro a proseguire con le dovute delucidazioni.

"Hai gestito la situazione con tua madre, anche se incontrata solo a trentotto anni, in maniera egregia. Sei intelligente e altruista come mi hanno sempre raccontato." L'uomo lo vezzeggia con sincera ammirazione.

Itachi non sa come ribattere, è ormai arreso al sovraccarico di devastati emozioni e dolore, ha il respiro mozzato da lacrime trattenute, e richieste d'aiuto che non può permettersi di esprimere. Gli unici muscoli che ha la forza di azionare sono quelli del collo, solleva la testa per sbirciare attraverso la cortina di capelli e capire, finalmente, di chi si stratta.

La figura alta e magra è appoggiata di schiena al muro, un ginocchio alzato e la suola della scarpa puntellata al battiscopa. Tiene le mani affondate nelle tasche dei jeans scuri. Morbidi boccoli neri gli incorniciano la fronte, le tempie, poi scendono giù a sfiorargli il collo. I grandi occhi color ossidiana non lasciano dubbi, si tratta di un membro di quella famiglia che avrebbe voluto insabbiare l'esistenza di Itachi.

Itachi non sa se questo tipo, così estroverso, sia di suo gradimento, il contrario del carattere base di ogni Uchiha.

"Ti ricordi di me, Itachi? L'ultima volta che ci siamo visti non eri molto in forma."

"Shisui." Itachi non riesce a proferire altro tormentato dal mal di testa martellante. Desidera solo andarsene a casa, appallottolarsi sotto le coperte e dormire.

Sasuke gli ha parlato di lui, si tratta di un cugino di secondo grado. Shisui è andato a trovarlo in ospedale due inverni fa, mentre rischiava la vita a causa di un'infezione polmonare. Ma Itachi era incosciente, perciò impossibilitato a registrare ricordi.

Secondo quanto riportato da Sasuke, adesso Shisui ha quarant'anni, anche se non sembra affatto. La faccia è liscia, giovanile, le scarse rughe presenti dimostrano massimo dieci anni in meno rispetto all'effettiva età; i singolari angoli esterni degli occhi all'insù potrebbero essere il frutto di qualche sapiente ritocco.

"Sei così diverso da Sasuke nonostante l'estrema somiglianza fisica" Shisui si stacca dalla parete per appropinquarsi, lento e sorridente, verso Itachi "Ho badato spesso a lui quando era piccolo prima che diverse circostanze mi allontanassero da Konoha e dalla famiglia. Tuo fratello era una peste, riempiva tutti di scherzi senza scrupoli. Poi, purtroppo, so che la difficile situazione familiare è finita per affossarlo in tutt'altra condizione."

"Sei molto informato, vedo" Itachi replica asciutto con la testa inclinata di lato, gli occhi taglienti puntati sul cugino.

Shisui, di rimando, sbuffa una risata e gli posa le mani sulle spalle: "Direi che questa non è la sede adatta per parlare in tranquillità. Posso offrirti un aperitivo?"

"Vorrei farti una domanda, se non sono inopportuno."

Shisui sorride, finisce di disporre sul tavolo le ciotole degli stuzzichini, poi si posiziona davanti al suo calice di spumante: "Ma certo, siamo venuti qui apposta per parlare, no? Le domande sono il motore delle conversazioni."

Itachi inclina la testa, è sbalordito da come Shisui si faccia scivolare addosso il suo scetticismo e la serietà infusa a ogni suo gesto. Ma, bisogna ammettere, Shisui è il secondo estraneo incontrato in poche ore. "Perché mi hai cercato con tanta solerzia? Cosa ti aspetti, di preciso, da me?"

"Niente, a parte conoscerti." Shisui lancia un'occhiata al latte al burro di arachidi di Itachi, il minore lo ha anche chiesto con un abbondante topping di marshmallow arrostiti. Poi il suo sguardo, di norma allegro, si adombra all'improvviso e diventa lucido. "Due anni fa, quando eri in coma, mi ero ripromesso di non perdere più tempo prezioso qualora tu ti fossi svegliato. Ma poi…"

Shisui si interrompe a causa di un singhiozzo.

Itachi si accomoda contro lo schienale, il brano jazz riempie il silenzio calato tra loro aiutandolo a dissimulare il disagio. Finge di guardare Shisui, ma in realtà si fissa su un punto indefinito della strada oltre le vetrate della veranda del locale, con la coda dell'occhio segue la fiamma traballante della stufa da esterni che sta inesorabilmente asciugando l'aria peggiorandogli l'emicrania. Si focalizza sulla striscia di lampadine lungo il perimetro del soffitto, si chiede se siano previste tutto l'anno o facciano parte di decorazioni natalizie molto anticipate. Perdersi in minuzie è l'unica difesa di cui dispone al momento per non soccombere.

"Ho dovuto spacciarmi per morto affinché tu mi ricordassi?" Stavolta l'attenzione di Itachi è davvero dedicata al cugino.

"Itachi" Shisui sospira amareggiato, fissa il calice già quasi vuoto, cincischia la ciotola delle olive in salamoia senza decidersi a sceglierne una "Sasuke ti avrà sicuramente descritto la situazione tossica creata da Madara e Obito quando erano entrambi a capo della Doors, mio padre lavorava in una sua filiale fuori città e non se ne allontanava mai più di un chilometro. E poi, le informazioni che mi erano state concesse su di te non andavano oltre il tuo nome."

Itachi rilassa i muscoli indolenziti delle spalle, abbandona una mano su un ginocchio e, con l'altra, si decide a prelevare un abbondante cucchiaino di schiuma e marshmallow filante. Non ha niente da rimproverare a Shisui, è solo un'altra vittima collaterale mietuta dalla famiglia.

"È una bevanda davvero inconsueta per l'ora dell'aperitivo," dopo essersi tamponato velocemente gli occhi con un fazzoletto di mediocre qualità prelevato dal dispenser, Shisui torna a sorridere "posso assaggiare?"

"L'alcol proprio non lo reggo." Itachi allunga la mano inserendo il cucchiaio direttamente tra le labbra del cugino.

Shisui freme per qualche secondo, gli piace. "Forse un po' troppo dolce" sentenzia infine.

Itachi sorride, rincuorato fa scorrere lo sguardo sulle pittoresche panche di legno constatando che, tutto sommato, l'uscita non gli dispiace.

Le domande sono il motore delle conversazioni.

"Anche tu lavori alla Doors?"

"No, io sono forse l'unico a non averci mai messo piede, anche se appare ridimensionata da quando Obito non c'è più." Shisui finalmente si lascia andare avventandosi sugli stuzzichini, aggrotta le sopracciglia e altera scherzosamente la voce "Lavoro in una concessionaria, non mi andava di sprecare il mio carattere così discorde dall'ordinaria cupezza degli Uchiha."

I due cugini ridono inseme. Per la prima volta, Itachi non interpreta come spiacevole il momentaneo allentamento dell'autocontrollo, Shisui ha il potere di fargli perdere la cognizione del tempo. Sì, questo tipo appena conosciuto potrebbe anche piacergli.

" Tu, invece?" si informa Shisui senza premurarsi di aver prima svuotato le guance.

"Al momento io e Sasuke siamo ospiti di Madara, lo sai, mia madre…" Itachi si concede un lungo sorso di latte al burro di arachidi per riprendersi "Ma poi torneremo alle nostre attività, saprai sicuramente che Sasuke non può trattenersi molto. Io gestisco una sartoria, mentre lui ha una rivendita di elettronica."

Shisui annuisce esente da turbamenti, magari comprende le ragioni che hanno portato Sasuke a trasformarsi in un assassino.

"Grazie per la piacevole serata, Shisui. Meglio che vada prima che Sasuke chiami la polizia credendomi rapito dagli alieni." Itachi si alza e infila il cappotto regalatogli da Sasuke solo quando sul tavolo è tutto terminato e il conto già saldato. Saluta il cugino con un gesto della mano e si avvia all'uscita.

"Solo un'ultima cosa, Itachi." Shisui si alza in piedi, Itachi capta lo scostarsi della sedia alle sue spalle. Ha già capito quanto sia insolito sentire il tono del cugino così grave, per questo un brivido gelido lo inchioda sulla soglia senza invogliarlo a voltarsi "Tu finisci per metterti sempre all'ultimo posto, e questo non è giusto. La pressoché nulla considerazione che hai di te stesso finirà per annientarti, bisogna che tu lo capisca, prima o poi."

Itachi è immobile, piacevolmente stupito dall'abilità dimostrata da Shisui nel leggergli dentro malgrado lo conosca da una manciata di ore. Congelato nell'imbarazzo di non saper come rispondere, la considerazione che Shisui dedica ai suoi bisogni è talmente inaspettata da schiacciarlo e impedirgli di ringraziarlo, Itachi non sa neanche se ne sia davvero meritevole. Dopotutto, non ha mai fatto niente di eroico nella vita, a parte sbagliare e diventare la causa indiretta della fine di Obito. Nessuno lo ha mai capito in modo così accurato, neanche Sasuke. Non che il suo Otouto non gli voglia bene, anzi, è sempre stato molto protettivo, la morte di Obito è stata il culmine di una serie di eventi innescata dall'amore di Sasuke per il fratello maggiore.

Però Shisui ha colto le impercettibili sfaccettature da sempre sfuggite a chiunque, persino allo stesso Itachi. Non si era mai reso conto della sua abitudine di relegarsi all'ultimo posto, dietro a tutto il resto del mondo.

La schiettezza di Shisui lo sconvolge, lo elettrizza. Itachi non riesce a opporsi alla mano che, lentamente, gli scivola giù dallo stipite su cui l'aveva appoggiata.

"Ma intanto, evitiamo che tu finisca distrutto dagli innumerevoli chilometri a piedi." Itachi avverte la sua mano scivolare, molle, tra quelle di Shisui; la voce del cugino è ridiventata spensierata "Ti accompagno."