Il risveglio, quella mattina, è un po' difficile, tanto da fargli rimpiangere quello della mattina precedente. Sa già che stavolta un caffè non sarà sufficiente a rimetterlo in pista. A proposito di pista: spalanca gli occhi e si guarda intorno. La sua stanzetta nel magazzino c'è ancora, ed è sempre la stessa, con lo stesso grigio squallore di sempre, ma a furia di guardarsi attorno qualche differenza finisce col notarla. C'è un letto in più, ai piedi del suo, contro la parete di fondo, e sopra al letto c'è una persona in più. Un ragazzino biondo, con i riccioli un po' scompigliati che gli finiscono sul viso. Un ragazzino che dorme con i pugni chiusi accanto alla testa e le labbra un poco imbronciate. Prende un bel respiro, rilascia l'aria lentamente, prende un altro bel respiro, poi soffia fuori un gemito infelice.
«Ma perché capitano tutte a me?» mugola frastornato.
Si tira su a sedere. Grugnisce e sbuffa. La schiena gli fa abbastanza male. Tutta colpa di quel dannato aeroplanino delle bambole. Maledetti piloti! Per associazione di idee sposta l'attenzione dai suoi muscoli doloranti all'occupante del secondo giaciglio e torna a sospirare. Ma si ritrova ad attardarcisi un po' più a lungo del previsto, e il lieve e ritmico sollevarsi del suo petto, curiosamente, finisce col rilassarlo.
Lancia un'occhiata alla sveglia sul comodino e mugugna un po' contrariato. Sono già le sette e di quel passo finirà per fare di nuovo tardi al lavoro, ma ha dormito meno di sei ore e non si sente granché riposato. Peccato non poter poltrire ancora un po'. Si rassegna a doversi alzare per fare il suo dovere, e mentre passa per recarsi al bagno raccatta i quattro stracci del ragazzo e se li porta appresso per ficcarli in lavatrice assieme ai suoi della sera precedente. Mentre li smista si ritrova a pensare che sono davvero degli stracci: pare averci fatto una guerra di trincea con quella roba e puzzano pure di carburante. Arriccia un sopracciglio, perplesso, e si chiede se davvero sia sceso giù su una delle loro piste per un problema con l'aereo, dopo tutto. Forse è il caso che ci dia un'occhiata, prima che quel matto decida di ripartire e si ritrovi in volo con qualche guasto irrisolto.
Quando termina di lavarsi e si appresta a uscire per raggiungere l'ufficio di Naso, posa un ultimo sguardo sul suo inatteso ospite e per l'ennesima volta scuote la testa. Che cosa ci fa lì, in quel posto, un ragazzino a zonzo con il suo monomotore? È una domanda che torna a riproporsi con puntualità nella testa di Salud, ma alla quale non ha ancora trovato risposta, e di quel passo chissà mai se la troverà, infine.
〜
Al suo arrivo Naso sta per apostrofarlo con qualcuna delle sue frasi sarcastiche, prima però lo guarda con attenzione e rimane qualche momento in silenzio.
«Hai una faccia proprio brutta questa mattina. Non dirmi che hai di nuovo fatto baldoria in città, ieri notte.»
«L'idea c'era, poi è capitato un… contrattempo» spiega vago.
Naso lo fissa intrigato. «Che genere di contrattempo?»
«Un aereo, che altro?»
Interdetto, l'amico non sa bene che dire. «Quando è successo?»
«Dopo che ve ne eravate andati via e prima che riuscissi a squagliarmela anch'io.»
«Mh… E che ne è stato di questo aereo, alla fine?»
«Sta in uno degli hangar. È piccolo: monoplano, un solo motore a elica frontale. Com'è che l'ha chiamato? Oh… Camper qualcosa, mi pare.»
«Chi l'ha chiamato?» si inquieta suo malgrado.
«Ma il pilota, no! Come vuoi che ci sia arrivato da noi, con il radiocomando?»
«Ma che ne so! Dici cose assurde, stamattina» si difende Naso.
«Ma che assurde! Mi hai chiesto perché sto così e io ti ho risposto. Se non lo volevi sapere bastava non chiedere» si stizzisce Salud.
«Sì, sì, va bene. Calma, eh! Se l'aereo sta ancora qua, il pilota invece dov'è?»
«Nella mia stanza» borbotta.
Naso lo fissa con tanto d'occhi. «Di', sei matto? Ti porti a letto il primo che atterra?»
Salud arrossisce fino alla radice dei capelli. «Ma che dici!? È un ragazzino! E non l'ho portato a letto, gli ho solo offerto alloggio per stanotte. Non ha un soldo e sembrava stanco. Che diavolo dovevo farci? Mica potevo sbatterlo per strada» protesta offeso.
L'amico sospira. Già sente farsi strada un'emicrania con i fiocchi. «Un ragazzino? L'aereo ha qualche problema, quindi?»
«Non lo so ancora. Ci stavo pensando giusto dopo sveglio. Mi sa tanto che gli darò un'occhiata, per sicurezza. Magari davvero aveva un guasto ed è venuto giù da noi per non sbattere il grugno in mezzo alla foresta» si impensierisce ulteriormente.
Naso, abbastanza sconsolato, si passa mestamente una mano fra i capelli. «Questo tuo ragazzino, quanti anni ha esattamente?» inquisisce, già sentendosi addosso i sudori freddi.
«Senti, prima di tutto non è il mio ragazzino, e per secondo, non gli ho detto io di finire sul nostro campo volo, ok? Si vede che era di rotta, o che non ha trovato altro su cui buttarsi. Non è che puoi metter giù il filo spinato se qualche esterno ti atterra sulle piste quando ha un'emergenza, no?»
«Certo che no. Non è quel che intendevo, lo sai. Mi sto solo preoccupando per noi.»
«Sì, come no. Tu ti preoccupi solo dei tuoi quattrini, altro che di noi» sbotta indignato.
«Ehi! Questo non è vero. Mi preoccupo anche di te, oltre che della mia famiglia» protesta imbronciato. «Allora, questo pilota, quanto è giovane? Da dove viene? Chi accidenti è?»
«Non ne so niente. Beh, qualcosina sì, ma è pochino. Ha diciassette anni. A suo dire gli mancano quattro mesi per compierne diciotto. E viene dal nord. Un posto vicino al Canada che ha chiamato… Ehm… Non me lo ricordo più, comunque uno di quei posti freddi, vicino ai laghi canadesi.»
Naso lo sta ancora guardando, solo che ora la sua occhiata sembra abbastanza scettica. «Stai delirando, Salud. Se il suo aereo è quel che credo, non ci sarebbe mai arrivato fino in Brasile da lassù. Ti avrà rifilato la prima balla che gli è venuta per la mente.»
Salud lo fulmina con lo sguardo e gli ringhia contro. «Non stava raccontando balle» protesta, più che seccato.
«Ah, ma davvero? E tu come lo sai?» chiede sarcastico.
Salud non sa bene cosa rispondere a quella domanda tutto sommato sensata. Non è qualcosa che può spiegare a parole, è più una sensazione, qualcosa che afferra per istinto. «Lo so e basta» taglia corto in un tono secco che non ammette repliche.
L'amico si limita a sbuffare e scuotere la testa in un chiaro segnale che gli fa ben capire che lo ritiene un povero idiota senza speranze.
