Cat ha praticamente ordinato a Maloney di tornare giù in strada e trovar loro una vettura di piazza che possa portarli al decimo arrondissement, e quando il dottore ha provato ad avanzare un qualche genere di protesta, Cat ha estratto uno dei suoi coltelli da lancio e aveva tutta l'aria di volersene servire, salvo farselo sottrarre da un Hutch abbastanza contrariato. L'atto intimidatorio ha comunque sortito il suo effetto e Maloney, debitamente spaurito, è praticamente volato fuori dall'appartamento in cerca di un qualsiasi mezzo in cui stipare contemporaneamente tre uomini e un ragazzino.

«Dottore del cazzo» sibila Cat, irritato a morte per l'inutile perdita di tempo e di energie.

«Io sono d'accordo, lo sai. Solo, prova a evitare di scaldarti troppo» suggerisce Hutch, impensierito per la sua brutta cera.

«Se la smettesse di cercare di darsela a gambe ogni volta che serve il suo aiuto!» protesta, sospirando un momento dopo e appoggiandosi pesantemente allo schienale della poltrona.

Annuisce ma rimane pensieroso, attendendo e provando a immaginare quel che li attenderà nel loro prossimo futuro.

C'è stata qualche complicazione nel coordinarsi per raggiungere la strada e salire sul fiacre rimediato dal dottore. Dopo snervanti discussioni dell'ultimo minuto, ancora una volta Cat ha dovuto imporsi per evitare di trascorrere l'ora seguente a sorbirsi pareri discordanti e suggerimenti impraticabili.

«Chiudete il becco, tutti quanti» sibila infatti, stremato. «Hutch, tu prendi con te Arsène e lo porti giù; Doc, voi li seguite e salite a bordo del veicolo assieme ad Arsène. Poi Hutch torna su a recuperarmi. E finalmente ce ne potremo andare da questo posto maledetto.»

«Ma, Cat…» prova a protestare Hutch.

«Silenzio! Questo è il piano, e non è in discussione. Muovete il culo. Adesso.»

Così è che Hutch, orecchie basse e coda fra le zampe, si affretta a ottemperare all'ordine perentorio del suo micetto che al momento è più una tigre in gabbia pronta a sbranarlo alla minima provocazione.

«Ehi» mormora incerto contro la sua tempia leggermente calda, nel contempo stringendoselo contro il petto, mentre il loro fiacre percorre le vie trafficate di Parigi conducendoli alla loro nuova destinazione (almeno per i prossimi giorni). «Come ti senti, piccolo?»

«Stanco» ammette Cat. «Non riesco a pensare granché bene» lamenta disorientato.

Stringe le labbra e accarezza piano i suoi capelli. «Tra non molto avrai la possibilità di riposare. Starai meglio, dopo. Ne sono sicuro» tenta di tranquillizzarlo.

«Nh» soffia appena, poggiando il capo ormai troppo pesante sulla spalla del compagno. «Se dovessi incontrare Pearce prima che io riesca a riprendermi a sufficienza, puoi fare una cosa per me?»

«Certo. Tutto quello che desideri.»

«Dagli un pugno» mormora, indicandosi lo zigomo. «Proprio qui, in questo punto. Forte. Ho bisogno di vederlo viola e gonfio, quando riaprirò gli occhi. Puoi farlo?»

Hutch sogghigna, già pregustandosi il momento. «Ci puoi giurare» promette sinistro, godendosi il tenue sorriso del suo Cat, prima che questi richiuda gli occhi e sprofondi in un sonno pesante e, spera, ristoratore.

Hanno avuto qualche ulteriore difficoltà, una volta giunti a destinazione. Cat ancora dormiva e non dava nessun segno che fosse intenzionato a risvegliarsi a breve. Maloney era troppo costernato dalla vista dello scantinato buio e polveroso per poter essere di qualche aiuto. Così Hutch si è visto costretto a recuperare una lampada per fare luce lungo la scalinata di pietra e Arsène si è offerto di provare a risolvere l'enigma per lui.

«Mi sta bene. Ma tu non puoi andartene in giro a indagare e io non ci capisco granché di come sia successo la prima volta, se non per un mero colpo di fortuna» fa notare Hutch.

«Allora, voi mi condurrete giù, mentre io terrò la lampada per far luce, e una volta in fondo daremo un'occhiata a quel che c'è» propone Arsène.

Hutch lo fissa per qualche momento, pensieroso, ma infine capitola e si risolve a mettere in pratica quel che ha suggerito il piccoletto. È un po' irritato perché il dannato scantinato è completamente spoglio e, in tutta evidenza, sarà costretto a lasciare il suo Cat nell'angolo meno sgradevole che gli riesca di stanare.

«Farò del mio meglio per impiegarci il minor tempo possibile» aggiunge Arsène, vedendolo tanto contrariato per la sistemazione dell'amico.

«Va bene, andiamo» conviene Hutch. Tuttavia, prima di lasciar solo il compagno raggiunge Maloney, lo afferra saldamente per la collottola e lo trascina da Cat. «Voi restate qui accanto a lui. Se, quando torno, vi trovo da qualsiasi altra parte, lo rimpiangerete amaramente» avvisa torvo.

Solo a quel punto raccoglie fra le braccia Arsène e si dirige alla misteriosa scalinata. Sta per domandargli di scostare la lampada, ma prima che ne trovi il tempo Arsène lo ha già fatto e a lui non resta che crucciare la fronte, perplesso, e poi chiedersi di cosa abbiano discorso Cat e Arsène nel tempo trascorso assieme. Ha una mezza idea di essere stato uno dei loro argomenti, anche se non ne ha le prove.

Giunti alfine in fondo alle scale, il ragazzino punta su di lui i suoi occhi indagatori. «Da che parte?»

«A sinistra» indica, avvicinandosi alla parete incriminata. «Eravamo più o meno…» si fa più accosto, osserva la porta chiusa e valuta. «Qui, mi pare.»

Arsène si allunga, cercando di farsi più accosto, ma la lampada che regge lo intralcia visibilmente. Si guarda attorno. Non scorge nulla. Sbuffa.

«Vedete qualcosa a cui fissare questa?» chiede a Hutch.

L'interpellato gira su sé stesso e presto lo nota, poco più in alto della sua testa. «Là» segnala, mostrando una sorta di piccolo uncino fissato alla parete opposta.

«Volete provvedere voi?» insinua Arsène con un piccolo sorrisetto impertinente.

Hutch borbotta, infastidito. «Solo se hai desiderio di finire spiaccicato sul pavimento» sibila seccato, ben sapendo che quella del moccioso è una provocazione bella e buona.

Arsène fa spallucce. «Chiedevo solo» commenta divertito, e mentre Hutch lo solleva in alto, allunga appena le mani e fissa la loro lampada, gratificando poi l'uomo di un sogghigno canzonatorio.

«Mostriciattolo impertinente. Il fatto che tu stia male e che Cat tenga particolarmente alla tua testaccia bacata non significa che tollererò oltre le tue prese in giro.»

La repentina scomparsa di ogni sintomo di allegria dal volto di Arsène mette in allarme Hutch, il quale si domanda con una certa dose di angoscia se non abbia esagerato, dopo tutto.

«Avete ragione. Sono stato inopportuno. Io… mi scuso. Non era mia intenzione offendervi. Qualche volta finisco per essere sgradevolmente irrispettoso» mormora contrito.

Un silenzio penoso cala sul sotterraneo, mentre il giovane Lupin si dedica a studiare la parete che ha di fronte nella speranza di comprendere come avere accesso alla camera segreta celata al di là dell'uscio metallico.

«Non ho un buon carattere» riflette Hutch ad alta voce. «Spesso mi lascio trascinare da rabbia e impazienza, e finisco per reagire in modi eccessivi. Quel che fai, soprattutto il modo in cui lo fai, ha una cattiva influenza su di me, e spesso non riesco a controllarmi, così finisco per rispondere in maniera… estrema. Quindi, so che non è unicamente tua la responsabilità. Solo, mi fa più comodo pensare che sia così.»

Arsène è rimasto in silenzio ad ascoltarlo, e nel momento in cui si rende conto che dall'uomo in sua compagnia non verrà nient'altro si riscopre a rilassarsi fra le sua braccia. Un piccolo sorriso gentile sboccia sul suo viso che è ancora troppo pallido e tirato. Per la sorpresa di Hutch, le sue braccia sottili si stringono appena attorno al suo collo.

«Comprendo bene il motivo per il quale lui vi ama. Voi siete una persona buona. In qualche modo che non so spiegare sapete cogliere l'essenza degli altri e conquistarvi un briciolo della loro fiducia, senza per questo approfittarvene. Lui è stato molto fortunato a trovare voi lungo la sua strada.»

Hutch, dopo un interminabile momento di confuso silenzio, soffia uno sbuffo che è insieme seccato e imbarazzato, e brontola sorbendosi la risatina divertita dell'insopportabile scimmietta.

«Oh! Le voilà!» esclama Arsène, esultante, allungandosi fino a sfiorare la parete con la punta delle dita e, in seguito a qualche breve tentativo, facendo scattare il meccanismo di apertura della porta.

«Era dannatamente ora» bercia Hutch, le gote ancora arrossate per il turbamento.