Cat ha accettato, con le dovute riserve, di offrire a Eddie il beneficio del dubbio. Può rassegnarsi all'idea di lasciarlo in vita, può perfino scendere a patti con la possibilità che stia dicendo la verità. Quel che invece non può accettare è la possibilità che se ne stia nel loro appartamento senza essere sorvegliato. Di Maloney sa che può fidarsi; lo conosce da quasi un anno, e non ha mai davvero fatto nulla che potesse essere scambiato per un torto, almeno non volontario. Arsène è… Beh, cazzo, Arsène è un mistero, una meraviglia, e anche un buon amico, nonostante i suoi tanti difetti. Di Eddie invece non riuscirebbe a fidarsi a sufficienza neppure per affidargli il compito più banale, per questo preferisce tenerselo a portata di mano e al sicuro, perché non rischi di diventare un probabile problema nel momento meno opportuno. Si augura solo che la sua decisione non finisca per deludere il suo Hutch. Quel tipo ha attirato la sua attenzione in un modo che Cat non aveva affatto previsto e che lo ha fatto dubitare di quel che è davvero giusto. Allora d'accordo, si terranno Eddie, ma non fra i piedi, almeno fintanto che non avrà stabilito come muoversi, o se c'è qualche reale possibilità che la sua presenza fra di loro non li metta in guai peggiori di quelli in cui già si ritrovano.
«Bene, signor Eddie. La buona notizia è che non finirai per strada, la cattiva è che te ne resterai buono nella camera libera accanto al nostro dottore.» Si sofferma a fissarlo con intensità, valutandone la reazione. «Chiuso a chiave. Dall'esterno, ovviamente» specifica, con un lieve sogghigno all'angolo della bocca. «Qualcosa in contrario?»
L'interpellato si affretta a scuotere la testa. Bizzarro, sembra perfino sollevato. Può darsi si attendesse di fare una brutta fine? Dopotutto un alloggio gratuito, anche se stretto, è sempre meglio di nessun alloggio. Tanto meglio: non dovrà attendersi ripicche né ribellioni (forse).
«Hutch» lo interpella, sbirciando cauto il suo umore. Non sembra arrabbiato. Bene. Un'altra stranezza, ma una stranezza che gli fa senz'altro comodo. «Mi aiuti a trasportarlo nell'altra camera?» chiede, dato che non ha nessuna voglia di slegarlo lì in salotto, con Maloney e Arsène intorno che potrebbero benissimo rappresentare una tentazione per i pensieri affatto chiari del loro visitatore sgradito.
Hutch annuisce. Ha negli occhi una luce strana, che non sa bene come interpretare. Ancora una volta, non sembra di cattivo umore, e tuttavia c'è qualcosa in lui che lo rende teso e sul chi vive. Ma è comunque Hutch. Non tenterebbe di ingannarlo, giusto? Aggrotta le sopracciglia e scuote la testa, contrariato per la piega spiacevole presa dai suoi pensieri. Va bene essere pessimisti e sospettosi, ma non può davvero credere che il suo Hutch farebbe volontariamente qualcosa per danneggiarlo. È una sciocchezza anche solo immaginarlo.
La nota positiva di tutta la faccenda è che sembra proprio che Eddie sia lontano anni luce dall'idea di procurare loro ulteriori noie. Aspetta paziente e in silenzio che sleghino i nodi delle corde che ancora lo legano alla sedia, ascolta senza fiatare le raccomandazioni dei padroni di casa e si limita ad annuire, osservandoli mentre si richiudono la porta della camera alle spalle e ce lo chiudono dentro. La situazione più assurda fra quelle degli ultimi tempi. Cat non riesce a fare a meno di chiedersi come ci sono finiti dentro, e non ha risposte in merito, solo altri dubbi.
Poi, giunti nuovamente in salotto, Cat vorrebbe fermarsi qualche momento per scambiare qualche opinione con Arsène, ma Hutch lo prende alla sprovvista (di nuovo) intrecciando le dita di una mano con le sue. Cat sfarfalla le ciglia, frastornato da eventi che non sa come controllare né come interpretare, e l'occhiata che gli lancia non lo aiuta per nulla a snebbiargli la mente, proprio il contrario semmai. Forse, dopo tutto, lo ha davvero indisposto, nonostante non abbia la più pallida idea di come né di quando. Fa rimbalzare lo sguardo da Arsène, che si stringe nelle spalle, perplesso quanto lui, a Maloney, che sfoggia un lieve sogghigno senza però arrivare a irritare Cat. Non capisce. Qualcosa gli sfugge e non sa cosa. Cat odia non capire, ma pare che, a dispetto di tutto, il suo istinto abbia deciso per lui, perché le sue dita si rinserrano di riflesso attorno a quelle di Hutch e si ritrova, senza neppure averne completa coscienza, a seguirlo oltre il loro salotto, verso la loro camera. Ma che diamine sta succedendo?
Hutch richiude la porta dietro di loro con un sonoro schiocco che rimbomba nella camera e si rifà accosto a Cat in un modo abbastanza brusco e deciso da allarmare il ragazzo, che nel momento in cui si ritrova a sfiorare la parete con le scapole sgrana gli occhi e sussulta, impreparato. Un brivido d'angoscia lo coglie allorché Hutch allunga una mano al suo volto.
«Cat?» dubita Hutch, interdetto dall'inaspettata reazione del compagno. «Che succede?» si inquieta a quel punto, scorgendo un altro brivido.
«Non lo so. Dimmelo tu» soffia confuso.
Cruccia le sopracciglia, dubbioso. Prova di nuovo a posare il palmo della mano sul suo viso, come ha già fatto innumerevoli volte in passato, ma è costretto a bloccarsi prima di sfiorarlo nel momento in cui nota il suo sguardo atterrito.
«Oh» ansima, per un attimo sconvolto. Questo non è possibile, giusto? Cat non può davvero temerlo, vero? Eppure i suoi occhi dicono l'esatto contrario. Che diavolo ha combinato stavolta? «Che cosa… C-cosa ho fatto?» affanna scosso.
A Cat sfugge una secca risata un poco isterica. «Vorrei davvero capirci qualcosa. Pensavo di essere stato io ad aver… combinato qualche casino.»
Hutch sgrana gli occhi e finalmente comprende. «Oh, Cat… No, non sono arrabbiato con te. Non sono arrabbiato e basta. Io… Cazzo, non mi ero reso conto di averti spaventato» prova a spiegarsi, nella speranza che comprenda che no, non ha intenzione di aggredirlo in alcun modo.
Cat aggrotta la fronte, incerto su cosa pensare. «Non… sei arrabbiato? Allora… Allora perché mi hai trascinato qui dentro in quella maniera e… e mi fissavi in quel modo incomprensibile?»
Deglutisce a vuoto, stravolto. Il suo recente comportamento ha disorientato il suo ragazzo. Era convinto di aver lasciato ampiamente trapelare i suoi sentimenti, invece scorda troppo spesso che Cat non ha alcun genere di esperienza al riguardo, e che in questo caso le sue intenzioni sono state completamente equivocate. Al momento il suo gattaccio lo studia con evidente incertezza, come se lo stesse valutando, come se… si aspettasse una sua reazione violenta da un istante all'altro. Gesù, che pasticcio! Sospira, scoraggiato ma anche deciso a risolvere quella sgradevole situazione. Con un po' di impaccio e un paio di grugniti poco eleganti, scivola in ginocchio di fronte al suo viso sconcertato.
«Mi dispiace» mormora, fissandolo negli occhi. «Ho combinato uno dei miei soliti casini, Cat. E ti chiedo scusa per questo. Ma non… Non potrei mai farti del male, indipendentemente dal mio umore. Capisci? Se anche fossi incazzato con te (e non lo sono) non ti userei mai violenza, non sul serio. Tu… Dio, tu sei importante, sei la persona che amo. Puoi credermi?» prega, abbastanza disperato.
«Io ti credo, Hutch. Ma continuo a non capire. Perché ti comportavi in quel modo strano se non eri in collera con me? Devo aver pur fatto qualcosa per provocare una tua reazione. Non capisco» soffia afflitto.
Hutch storce le labbra, amareggiato. Non fa altro che aspettarsi da Cat qualcosa che, ovviamente, non può arrivare. Perché il suo Cat non è una persona qualsiasi. Ma deve sforzarsi di tenerlo a mente, e di comportarsi di conseguenza, senza dare per scontate reazioni che non si potranno verificare, a meno di non averlo prima messo al corrente.
«È colpa mia. Avrei dovuto… spiegarti. Credo. Sono stato sciocco e superficiale. Perdonami» tenta, augurandosi di non aver incasinato troppo la loro relazione già abbastanza piena di incognite e sorprese non sempre gradevoli.
«Spiegami ora. Per favore» lo prega Cat, sembrando abbastanza spaesato.
Gli offre un sorriso che è più un sogghigno desolato. «Ho proprio l'impressione che mi prenderai per un idiota e poi mi prenderai anche a calci» lo avvisa di buon grado, scuotendo la testa afflitto.
«Nh! Non sembra proprio una novità» ribatte sarcastico.
Hutch stavolta sorride sul serio. Il suo gattaccio sembra più rilassato, ora, e ha sfoderato i suoi artigli per punzecchiarlo un po'. Forse non tutto è perduto, per quel giorno. E allora si prepara, perché potrebbe facilmente finire col piantarglieli in qualche posto molto doloroso, e a ben vedere non avrebbe neppure tutti i torti, dopo il brutto quarto d'ora che gli ha fatto passare.
Sospira di nuovo e si rassegna al suo triste destino. «Va bene. Il fatto è che prima, di là con Eddie, sei stato piuttosto… come dire… incisivo. Così, sai…» tentenna.
«Hutch?» indaga, ancora con le idee poco chiare.
«Oh, dannazione, Cat! Eri così fottutamente eccitante» sbotta, avvertendo salire la temperatura al semplice ricordo.
Cat strabuzza gli occhi e boccheggia, senza ben sapere cosa pensare. «Tu… hai… Ma, Hutch! Cristo santo, mi hai fatto prendere un colpo! Te ne rendi conto? Maledizione a te» prorompe stralunato.
«Lo so» soffia. «Scusa» pigola abbastanza affranto.
«Sei impossibile!» ringhia, mettendosi le mani nei capelli. E poi sgrana gli occhi per l'ennesima volta. «Aspetta! Quindi tu volevi…» tentenna. Sbianca, poi arrossisce, poi ringhia di nuovo.
«Già» conferma, mesto e imbarazzato, stringendosi nelle spalle.
