Non è esattamente una stalla, è piuttosto un box appena fuori dall'abitato. Un muso curioso e benevolo sporge dalla finestra, osservando quel che accade all'esterno. Carlotta nota in fretta l'avvicinarsi di quelle due strane persone e si sofferma a fissarle, in attesa di capire quali siano le loro intenzioni. Il più grosso dei due si fa accosto e a quel punto lo riconosce, rammentando di averlo già incontrato in altre occasioni. Quello più minuto e basso rimane un poco discosto, inizialmente, e studia Carlotta esattamente come lei studia il giovane umano. È certa di non averlo mai veduto prima, ma non ha un aspetto minaccioso, così allunga il collo e sporge il muso per indagare sulla novità.
«Ciao» mormora la voce sottile del piccolo umano.
"Ciao o te" replica, scrollando il capo e abbassandolo un poco per permettergli di posare un palmo sulla sua fronte bianca e nocciola.
«Mi piacerebbe fare una passeggiata» spiega il giovanotto, «verso le colline, laggiù. Che ne dici?» propone, indicando la direzione con un piccolo gesto del mento e offrendo un lieve e titubante sorriso.
Oh! Ma certo, Carlotta è sempre pronta a una tranquilla passeggiata. Il sole è basso, ormai, e il caldo si sta ritirando in buon ordine lasciando una lieve brezza piacevole. Annuisce convinta, premendo il naso sulle dita sottili per confermare il suo assenso.
«Bene» si rallegra il piccolo umano. «Allora si va» annuncia, levando il chiavistello e dando così il via libera a Carlotta.
Hutch sta sellando la giumenta con gesti pacati e un'espressione felice in volto. Il piccoletto ha prodotto la bellezza di tre sorrisi da che sono usciti da casa di Sandra e Lucas; piccoli e per lo più stentati, ma comunque incoraggianti. Considerando che fino al giorno precedente non era neppure sicuro se lo sapesse fare, quel giorno è decisamente di quelli buoni, di quelli che regalano un bel po' di sorprese positive. In più pare che al ragazzino piaccia Carlotta, e che alla giumenta vada a genio il ragazzino. Non ha idea se abbia mai posato le chiappe sul dorso di un cavallo, ma quel loro intendersi è di certo di buon auspicio.
«Sei mai stato a cavallo?» si informa quando ormai è sul punto di terminare i preparativi.
«No, solo su carrozze. Ma penso di potermi reggere, se conduci tu.»
Hutch lo fissa con tanto d'occhi. «E così pensi di poterti reggere?» dubita perplesso.
«È quel che ho detto» conferma, stringendosi nelle spalle.
«Uh… D'accordo. Proviamo, allora» tenta Hutch. «Vuoi salire per primo?»
Il piccoletto lo fissa un momento, incerto. «Starò dietro. Procedi.»
E quello è l'ennesimo ordine. Bizzarra creatura, davvero: spuntata dal nulla, l'aspetto di un fantasma smunto, occhi e lingua affilati, e una curiosa tendenza a dare direttive che hanno tutto il sapore di ordini indiscutibili. Oh, beh, non è come se avesse altri progetti a breve termine, giusto?
Dà un'amichevole pacca sulla spalla di Carlotta, si aggrappa alla sella, infila un piede nella staffa e si issa accomodandosi a cavalcioni, poi guarda in basso e osserva il ragazzino, attendendo di sapere quel che ha intenzione di fare.
«Vuoi una mano?» si informa, dopo una manciata di secondi spesi a scrutarlo.
Arriccia il naso, sembrando poco persuaso di quell'offerta. «No. Rimanete fermi. Arrivo» annuncia deciso.
Afferra la cinghia della staffa con una mano e il bordo posteriore della sella con l'altra. In un lampo Hutch se lo ritrova alle spalle e sussulta, impreparato.
«Accidenti» soffia sorpreso. «Sei agile, eh? Non mi piantare uno dei tuoi coltelli nelle scapole, per favore. Farebbe un sacco male» lo prega, in qualche modo divertito.
«Faresti meglio a non darmi certi suggerimenti. Potrei prenderti in parola» replica, nel tono per una volta è ben chiara la presa in giro. «Andiamo?»
«Sissignore!» esclama Hutch, spronando gentilmente Carlotta, nutrendo finalmente qualche fondata speranza per il loro futuro condiviso.
La prima parte del viaggio la percorrono in silenzio; il vento e il tonfo ritmico degli zoccoli di Carlotta sul terreno sono gli unici suoni che si odono. Il ragazzino è seduto alle sue spalle, tenendosi a una certa distanza dalla schiena di Hutch. Quando, di tanto in tanto, si volta indietro, lo sorprende a far spaziare lo sguardo sul paesaggio brullo e selvaggio che li attornia. In tutta evidenza non trova difficoltà a tenersi in sella, anche se Hutch si domanda se non starebbe più comodo appoggiandosi contro di lui; ma immagina che sia troppo presto per dare un seguito a quella possibilità, basti pensare alla scenata che gli ha fatto la mattina solo perché erano troppo vicini. Cruccia la fronte, chiedendosi il motivo di tanta avversione per il contatto fisico con altre persone. Niente di buono, ci scommette.
«Laggiù c'è il Texas?» lo coglie d'un tratto la voce del piccoletto.
Hutch solleva lo sguardo, puntandolo nella direzione indicatagli, si fa due conti tentando di orientarsi, storce le labbra perplesso. «Dovrebbe essere il New Mexico, piuttosto. Ecco» indica con il braccio un punto alla loro destra, «se continui da quella parte lo trovi di certo il tuo Texas.»
«E chi ha detto che è mio e che ci voglia andare?»
Arriccia le sopracciglia e riflette. «Beh, nessuno. Ma allora dove vorresti andare?»
«Per ora nel deserto» replica succinto. Solleva il viso e sembra annusare l'aria secca.
«Perché il deserto?» tenta la sorte Hutch.
«Minori probabilità di incontrare altra gente.»
Si lascia sfuggire una piccola risata divertita, ma lo sbuffo scocciato del suo compagno di viaggio gli suggerisce che non è una buona idea palesare in quel modo le proprie perplessità. Il ragazzino non ama la compagnia del prossimo, e nel tempo Hutch si sta facendo l'idea che quella sua insofferenza celi solide motivazioni. Magari un giorno scoprirà qualche cosa al riguardo, ma sospetta che gli toccherà esercitare maggior pazienza di quanta ne disponga.
«A meno che tu non abbia intenzione di liberarti di me, ho paura che, una volta raggiunte le colline, non otterrai l'isolamento che cerchi.»
I suoi occhi chiari lo fissano per lunghi istanti. «Posso farmene una ragione: un cavallo e un grosso bestione non guasteranno troppo questa gita di piacere.»
Hutch sgrana gli occhi e, per quanto ci provi, non riesce a trattenersi dallo scoppiare in una risata fragorosa. «Ehi, sei buffo quando vuoi.»
Il ragazzino non risponde a parole, ma le sue labbra si arricciano in un minuscolo sorriso che stavolta Hutch sa essere indirizzato a lui. Deglutisce, mentre il suo cuore galoppa furioso. È proprio un peccato che ne conceda così pochi: i suoi sorrisi sono qualche cosa di speciale.
