Konoha, 10 Dicembre
Lo scarno corteo risale la candida scalinata di pietra, la splendente luce del mattino, ammorbidita da sporadiche e soffici nuvole, dissipa la freddezza dei materiali e l'austerità del luogo. L'Illusione ottica cela il termine dei gradini dando l'impressione che la processione sia diretta alla montagna retrostante, in effetti il pacifico bosco sembra molto più prossimo di quanto non sia in realtà.
Poche persone, meno di quelle previste in partenza. Non c'è Shisui, che non ha potuto abbandonare Madara ancora ricoverato. Manca Izuna, che attende di percorrere quella stessa strada scortato dall'amato fratello. Solo il marito della donna ormai scomparsa per sempre dietro la curva della collina da cui non farà più ritorno, e uno sparuto gruppo di amici ed ex colleghi della Doors, tutti ormai in pensione.
La donna aveva due figli, obbligati a salutarla da lontano poiché morti anche loro. Anche uno dei cugini è impossibilitato a presenziare, il più giovane dei fratelli lo ha assassinato due anni fa.
"È ingiusto, Nii – san." il viso di Sasuke è talmente accartocciato che egli non riesce ad aprire gli occhi, sente le palpebre rientrare a forza nelle orbite per spremerne fuori altre lacrime. A stillargli dal mento non sono gocce, piuttosto incessanti rivoli "I dottori ci avevano promesso l'ultimo Natale insieme."
Sasuke deve interrompersi per non soffocare nei singhiozzi, sente le dita di Itachi intrecciarsi con le sue. I passi del corteo svaniscono lasciandosi dietro solo silenzio, Sasuke ode il proprio pianto rimbombare nel vuoto, rimbalzare senza scopo nell'irreale cappa della dissociazione emotiva. Affonda il viso nel petto del fratello, sente le braccia di Itachi avvolgerlo con decisione e dolcezza.
"È colpa mia, Nii – san. Ho ammazzato Obito e anche la mamma."
"Mi hai protetto come farebbe ogni fratello," l'abbraccio di Itachi si intensifica, Sasuke percepisce la carezza delle sue labbra sulla testa, la voce ancora rauca "come avrei fatto anch'io."
15 Dicembre, ospedale di Konoha, due giorni fa
"Madara?" Come ogni giorno, Sasuke spinge la sedia rotelle nel tiepido sole dicembrino, da quando Madara ha riaperto gli occhi la pioggia sembra sparita dalla faccia della Terra. "Domani ti manderanno a casa, sei contento?"
Madara sta progressivamente abbandonando la fumosità degli alti dosaggi di sedativi, Sasuke e Itachi gli sono sempre accanto, pronti ad arginare la disperazione che potrebbe emergere da un momento all'altro. Ingollano il dispiacere per la morte della mamma e l'impotenza dinanzi alla sconforto di Fugaku. Prodigarsi senza sosta li aiuta li aiuta a mitigare l'angoscia e a non pensare a cosa accadrà quando la frenesia del Natale sarà ormai sopita.
Ignorando il disamore costantemente emanato da Madara, Sasuke si accascia su una panchina posizionandosi il cugino affianco. Reclina il capo fino a risvegliare l'indolenzimento del collo stanco, vaga fiaccamente con lo sguardo tra i rami della quercia secolare sopra le loro teste. Piante singolari, le querce, non si spogliano mai completamente delle vecchie foglie esauste fino alla primavera successiva; liberano le sfumature di giallo, arancione e marrone in un abulico stillicidio, una di loro si posa sulla fronte di Sasuke. Dietro la ruvida foglia seghettata, una sagoma marcia spedita. Madara, si è alzato da solo.
"Madara?" Sasuke si accosta, guardingo, alle spalle del cugino maggiore.
Madara è tornato spedito in camera, e ora è chino sul letto intento a ripiegare impeccabilmente i pochi abiti di cui dispone per riporli nel borsone portatogli da Sasuke a tale scopo. Le parole di Sasuke non si sono smarrite in una scorza vuota, dunque, Madara ha capito perfettamente che domani tornerà a casa. Un altro disgraziatamente avvezzo a soffocare il proprio affanno, a trattenete le lacrime tra i denti perché non appropriate a uno come lui. Un uomo trincerato dietro l'illusorio scudo della direzione del suo impero; per Madara è arduo rivelare una qualsivoglia fragilità, sovente non viene creduto.
A metà tra il sollevato e lo sgomento, Sasuke avanza prudente per affiancarsi a Madara. Il quarantaduenne non gli risponde, non interrompe il suo compito quando Sasuke gli afferra il braccio. Madara è ancora distaccato dalla realtà, non ha più rivolto parola a nessuno da quando ha scambiato Sasuke per Izuna.
Fregandosene dell'infantilità del gesto, Sasuke abbraccia il cugino, posa una guancia sulla sua spalla: "Dimmi qualcosa, Madara. Parlami."
Madara si arresta a quel tocco, Sasuke ne gode squassato di brividi.
Sasuke non ha mai supplicato nessuno, si odia per essersi abbassato a tanto. Ma è come se Madara fosse l'unico capace di smuovergli le emozioni dormienti, quelle verso cui il padre gli ha inculcato vergogna. Madara rimescola da sempre il suo putrido stagno costringendolo a guardarsi dentro, Sasuke, persuaso di essere sbagliato, lo ha sempre rifuggito per timore di scovare chissà quale mostro camuffato sul fondale.
La convinzione di essere malfatto, per la prima volta, vacilla. Se non si decide a usare i sentimenti, non potrà mai conoscerli appieno.
17 Dicembre, adesso
"Vieni." sebbene Madara abbia dimostrato di conservare intatta la prestanza fisica, Sasuke gli afferra con decisione il braccio per accompagnarlo nella discesa dalla macchina "Itachi si è occupato di ogni cosa, ormai lo conosci, sai con quanta minuzia egli curi ogni particolare."
Sasuke invia un cenno furtivo verso una finestra, secondo gli accordi stipulati in precedenza, Itachi si mimetizza lì, dietro la spessa tenda ricamata di vellutati fiori viola.
Pochi secondi più tardi, il parco esterno alla villa cambia faccia. Immerso nel nuovo mondo, Sasuke smette di respirare.
Il vialetto si accende di microscopiche lampadine che serpeggiano nelle scannellature tra una lastra di travertino e l'altra, la luce è accogliente, tra il giallo è l'arancione. Ogni cespuglio di rose, adesso spoglio nel riposo invernale, si colora con la stessa tonalità che esibisce, fresca, ogni primavera. Itachi si è fatto delucidare dal giardiniere tutte le varietà di rose presenti e le loro sfumature. Cipressi, pini, e tutti sempreverdi più grandi sfoggiano l'effetto di potenti lampadine argentate sapientemente mimetizzate tra le loro immarcescibili frode, l'effetto finale li trasforma in alberi d'argento. La palizzata che delimita il giardino conduce la soffusa intermittenza dei chilometrici nastri luminosi a perdita d'occhio, anche qui vince l'eleganza avvalendosi dell'immortalità del bianco sporco. Le pittoresche panchine di pietra stagliano le loro sagome, ricalcate alla perfezione, sullo sfondo del tramonto. Avvolti dall'imperituro silenzio, Sasuke e Madara raggiungono una di esse per sedersi di fronte al colonnato dell'ingresso. È lì che Itachi ha dato il meglio di sé. Un blu simile al mare, talmente intenso da mangiarsi quasi la sua stessa luce, quelle lampadine non sono nate così, è stato Itachi a conferire un tale colore avvalendosi dei suoi pennelli e le tinte da stoffa. Ogni colonna ne è avvolta, le onde si inseguono flemmatiche diramandosi tra le volte e la parete retrostante. Una pace assoluta, Sasuke si percepisce davvero sospeso in un qualche scenario sottomarino; non discerne l'aria entrargli nei polmoni, forse sta solo immaginando di respirare.
Stringe il braccio di Madara, si accosta al suo corpo robusto e caldo senza mortificarsi per la ricerca di conforto; non dissimula i brividi, anzi, spera di trasmetterli a Madara.
Un contatto gelido schiaffeggia il naso di Sasuke, poi, come pentito della brutalità appena espressa, si tramuta in qualcosa di soffice. Sasuke alza il viso al cielo, si accorge solo adesso del sottile e compatto velo di nubi che si è fatto strada di soppiatto.
I fiocchi bianchi scendono sempre più fitti, brillano riflettendo la magnificenza intorno. Sasuke si volta verso Madara, accenna un sorriso ammirando la sua folta chioma tempestata di neve. Una mano di Madara gli si posa, inaspettata, sulla gamba. Pacata, senza niente di convulso.
Madara perlustra il ragazzo accanto come se lo vedesse per la prima volta, Sasuke è stregato dallo sguardo malinconico, ma saldo.
Madara esala un sospiro stanco. "Non ho fatto in tempo a rampognarlo come avrebbe meritato, la videochiamata era appena partita. Però era felice, sai Sasuke? Il suo sorriso è stata l'ultima cosa che ho visto, era impaziente di condividere la sua gioia con me e voglio ricordarlo così."
Sasuke. Madara è lucido nelle sue prime parole, non lo confonde più col defunto fratello e non si demolisce di rimorsi per aver trattenuto Izuna al telefono. Anzi, aveva intenzione di strigliarlo per la guida imprudente.
Madara distoglie lo sguardo dal cugino più giovane. "Lascerò Konoha, Sasuke. Questa casa e tutto il dolore che trasuda. Ogni suo angolo è intriso di ricordi, la sua voce, i suoi occhi, i suoi abbracci. Tu sai cosa significa la mancanza di un fratello che non si affaccerà più nella realtà."
Lo schianto che Sasuke sente nel petto è così doloroso da spezzargli il respiro, la pelle gli formicola e ha la vaga sensazione di uscirsene dal corpo.
"No, Madara. Tu non puoi…"
Sasuke capta la propria voce distorta, lontana. Adesso ha davvero perso tutto a causa del suo insensato procrastinare. "Hai una vita qui, Madara."
Hai me.
"Non più, Sasuke. Non potrei percorrere nessuna via senza pensare a tua madre e al suo consumarsi a causa delle mie menzogne. Incontrerei Obito e Izuna in ogni corridoio della Doors."
Sasuke è annientato dalla fermezza con cui Madara condisce il suo tono grave. "Madara…" il singhiozzo gli spezza, violento, la parola, ma Sasuke se ne frega. Alza gli occhi colmi di lacrime sul cugino. "Lo sai che la causa di tutto sono stato io, no? Allora perché ti arrendi così?"
Sasuke balza in piedi, serra i pugni, grida in faccia a Madara senza più alcuno sgradevole imbarazzo: "Madara, io ho ammazzato Obito e mia madre, tu mi hai solo protetto e non avresti potuto fare altro. Perché ti punisci, mortifichi vita e carriera a causa mia? Hai ragione, ho un fratello anch'io, perciò comprendo il tuo lutto e lo sai che non ti abbandonerò un solo istante. Potrai contare su me e Itachi per sempre."
Madara, immerso nell'offuscamento della sofferenza, non solleva gli occhi dal vialetto sfavillante. Sasuke intuisce che, adesso, i momenti felici trascorsi insieme rappresentano l'ultima delle sue preoccupazioni. Forse Madara è già consapevole della sua impossibilità a tornare come prima. Se davvero gli vuole bene, Sasuke dovrà farsene una ragione.
"Mi dispiace." Sasuke bisbiglia contrito, accarezza la testa di Madara e torna a sedergli accanto. "Il nostro strazio è troppo grande affinché possa essere superato solo stando insieme."
Sasuke si affloscia sulla panchina, il capo chino, i gomiti appoggiati sulle cosce. La neve continua a cadere, i colori a rifulgere, ma loro non hanno più niente da dirsi.
La mano di Madara torna da lui amabile e prepotente, non traspare debolezza dal cheloide, ancora arrossato sul polso, bensì saggezza. Madara gli afferra il mento senza possibilità di replica e lo costringe di nuovo al contatto visivo. "Quando questo incanto che ci circonda si spegnerà, voglio che tu venga con me, Sasuke. La mia carriera è stata abbastanza proficua da potersi concludere qui e risultare sufficiente per tutti, lavorare per tutta la vita non è mai stata la mia priorità."
Sasuke lo fissa con la bocca arida e senza fiato, la deglutizione a vuoto non basta a fermare le lacrime. Non ha più parole, non riesce a formulare domande da rivolgere al viso risoluto di Madara, può solo ripetere a pappagallo la sua situazione penale: "Io devo restare nascosto, Madara. Mi hai costruito una copertura altrove."
"Sei morto, Sasuke. Il tuo corpo verrà ripescato tra qualche giorno dal fiume."
Sasuke capta la bocca spalancarsi; il cuore gli scoppia facendolo avvampare sia pure in mezzo alla neve, è frastornato dalla quantità d'amore elargitagli da Madara, forse non è neanche degno. Ma accetterà di essere confuso con Izuna per l'ultima volta.
Le mani di Sasuke si stringono spasmodiche sul lenzuolo già umido, chiude gli occhi, lotta per rintuzzare il microbo nel cervello che gli sta gridando di scappare, di non piegarsi, di non darla vinta. Non c'è niente di biasimevole nell'assaporare le emozioni e nel concedersi il piacere, non è sbagliato provare. L'insensibilità è una prerogativa delle macchine, non degli uomini; se non corrisponde ancora un nome preciso a ogni sensazione, imparerà. E, soprattutto, lui e Itachi non smetteranno di volersi bene.
Rilassa il corpo nudo e sudato, il tremito resta circoscritto solo all'interno del petto e dentro lo stomaco. Appoggia la guancia, dischiude le labbra per sfogare il respiro affaticato. Le mani di Madara gli stanno risalendo dai polpacci, indugiano nell'incavo del ginocchio quasi il cugino maggiore volesse sondare il terreno. Le dita ripartono più decise strappando a Sasuke un verso strozzato, si soffermano a stringere la pelle soda delle natiche. Il lieve cigolio del materasso rivela lo spostamento di Madara, Sasuke lo sente sospirare, poi le cosce d'acciaio gli catturano entrambe le gambe. Impossibile sottrarsi, il vigore dei suoi muscoli è rimasto intatto; e comunque, Sasuke non ne ha intenzione.
I palmi di Madara proseguono premendo di più, perlustrano i fianchi di Sasuke, si attardano sulla strettoia della vita e restano lì. Gli piace, e pensare che Sasuke ha sempre detestato quella parte del corpo, a suo avviso, troppo stretta e inadeguata all'ampiezza delle spalle.
Madara si china, schiaccia Sasuke col bacino, il giovane capta dapprima il solletico delle sue ciocche più lunghe sulla schiena, poi le mani avvallare il materasso ai lati della testa. Sobbalza alla carezza dell'ansimare bollente tra le scapole, Sasuke tende i muscoli sospeso nell'attesa che sembra dilatarsi all'infinito. Il corpo statuario che schiaccia Sasuke sul materasso trema mentre, con la bocca, gli incendia ogni forma delle spalle. Madara succhia, lecca, riserva alla nuca di Sasuke i baci più eccitanti, il sibilo del suo respiro così prossimo alle orecchie scuote il giovane di brividi. Madara traccia una via infuocata, con la punta della lingua, sulla spina dorsale di Sasuke. Il giovane ansima, mugola al mordicchiare di Madara sulle natiche, gli stimoli ritmici si arrestano giusto un attimo prima di sconfinare nel dolore, poi ripartono in una zona ancora intonsa.
Gli occhi di Sasuke si sbarrano all'improvviso, vitrei, l'interruzione del respiro gli strozza in gola il lungo gemito a cui ha iniziato a dare adito. La lingua di Madara gli bagna di copiosa saliva le grinze dell'entrata, è il maggiore, ora, a mugolare, Sasuke può solo aggrapparsi al lenzuolo, le unghie infilzate nei palmi fino a farsi male.
Sasuke incamera quel minimo d'aria necessaria per rantolare, di nuovo spezzata alla percezione del corpo del cugino che gli si stende, flemmatico, addosso. Si ritrova col petto di Madara premuto sulle spalle e la bocca di nuovo sul collo. Madara si arresta perché lo cerca, desidera le labbra di Sasuke, il bacio che avrebbe voluto nella vasca da bagno non rappresentava una sfida, bensì la reale dimostrazione di quello che continua a provare. Sasuke cattura con le labbra quelle di Madara, sono piene e turgide come le aveva immaginate, poi lascia entrare la sua lingua per accarezzarla e schiaffeggiarla con la propria. Madara gli avviluppa le spalle in un abbraccio, tira per avere il viso di Sasuke più vicino, flette una gamba e arcua la schiena sul corpo di Sasuke. Il giovane lo sente gemergli in bocca quando il suo cazzo gli si immerge tra le natiche; il bacio è frenetico, i respiri quasi rabbiosi. Madara è in preda all'eccitazione, dondola piano i fianchi per aprirsi la strada. L'ultimo movimento è sempre accorto, soltanto leggermente più deciso. La penetrazione slabbra Sasuke nel profondo della carne e dell'anima, Madara sembra avvedersene, perciò si immobilizza e continua a tranquillizzare il giovane baciandolo.
L'abbraccio si allenta progressivamente fino a condurre Sasuke di nuovo sdraiato, subito dopo le mani di Madara gli arpionano la vita. Il maggiore si alza sulle ginocchia, muove il bacino energico, Sasuke convoglia il dolore sui nervi deputati all'esclusivo piacere. La smania esplode lacerandogli il corpo, gli si di dirama fino alla base del collo emanando vampate roventi, Sasuke si inarca istintivamente alla ricerca di ulteriore superficie di contatto con Madara. Le mani del cugino gli accalappiano i fianchi, s'insinuano nell'esiguo spazio tra il materasso e la sua pelle per afferrargli il cazzo con entrambe le mani. L'iniziale sensazione ruvida stimola la cappella di Sasuke estorcendogli copiose stille di piacere, ora è lui a incrementare il rimo fino a ottenere il cozzare della sua pelle con quella di Madara.
Sasuke si contorce impossibilitato a liberarsi della posizione incurvata, grida, viene tra le mani di Madara senza temere che il prendere debba essere per forza essere pagato con un perdere.
Madara conserva l'irresistibile abitudine di immobilizzarsi sull'orlo dell'orgasmo, uncina potente i fianchi di Sasuke gettando le basi per futuri lividi, l'unico movimento che il giovane intercetta sono le energiche pulsazioni del suo cazzo dentro la carne.
Madara butta fuori un lungo lamento, si accascia all'improvviso, rotola ansimante al fianco di Sasuke e lo guarda. Il viso sfatto, sebbene segnato profondamente dal recente dolore, è appagato; Sasuke scorge già la sua futura ripresa. Loro, due uomini nuovi liberi dalle remore e pronti a ricominciare.
Sasuke si ritrova con la testa di Madara sulla spalla, le sue labbra sulle proprie. Accarezza i capelli del cugino, poi gli crolla la mano. Non finirà mai di stupirsi di quanto il sesso agevoli il sonno.
