Ha un brivido che gli ghiaccia la schiena nonostante il caldo afoso di quella sera. La casetta in legno sta bruciando come un campo di sterpaglie e non ha ancora veduto il suo abitante uscire dall'unica porta esistente. Si morde un labbro, gli occhi sgranati puntati ancora qualche lungo istante su quella stupida porta.
«Cazzo» sibila.
Balza giù dal ramo, atterrando miracolosamente in piedi, e sfreccia verso l'entrata, ma ha appena il tempo di varcare la soglia che è costretto a incespicare indietro, investito dal fumo che gli brucia la gola. Si inginocchia a terra e tossisce. Si guarda attorno con frenesia, individua la pompa dell'acqua in cortile, si sfila la maglia e la bagna con gesti frenetici e scoordinati, infila la testa sotto il getto d'acqua fredda, tossendo nuovamente e imprecando mentre cerca di rinfilarsi la maglia che si impiglia ovunque.
«Cazzo» ripete senza fiato, prima di tornare a intrufolarsi dentro casa con il naso coperto dalla maglia grondante.
C'è fumo ovunque, ormai. Gli occhi gli lacrimano e pizzicano. Fruga la piccola stanza che sembra ora un forno rovente, e infine riesce a scorgere il tizio grosso, accasciato in un angolo. Si fa strada quasi alla cieca verso di lui e, inginocchiatoglisi accanto, scopre che è svenuto, probabilmente a causa della botta alla testa che deve aver preso, considerando il sangue che gli cola dalla fronte.
Lo afferra per un braccio e tira. Pesa come un bisonte, dannazione! E lui che si era perfino preoccupato che potesse patire la fame. Ma quando mai! Tira, e tira ancora, riuscendo a stento a farlo scivolare sul pavimento di legno. Le dita umide gli sgusciano sulla stoffa della camicia, perde la presa e finisce con il culo per terra. Balza in piedi con uno strillo, scoprendo che il pavimento è parecchio caldo, troppo per i gusti delle sue chiappe.
Torna a tossire quando la maglia gli scivola via dal naso. Perde secondi preziosi nel rimetterla a posto. Quando torna ad afferrarlo un pezzo di trave mezza annerita e mezza fumante che sosteneva il tetto si stacca e finisce su di loro, sfiorandolo al braccio e crollando sulla gamba del tizio. E nonostante tutto quel trambusto infernale non accenna a riprendere i sensi. Forse ha respirato troppo fumo.
«Cazzo» ringhia per la terza volta, frustrato.
Si guarda indietro. La porta è vicina, eppure in quel momento gli sembra lontana anni luce. Decide di provare ad afferrarlo per le ascelle. Forse sollevandolo farà prima. Come no: e chi ci riesce a sollevarlo? Intanto il tetto sta allegramente prendendo fuoco e lascia cadere su di loro frammenti incendiati, quando va bene, o direttamente travature. Se non si spiccia a farli uscire da lì finiranno arrosto e tanti saluti. Di positivo c'è che non dovrà mai più preoccuparsi di trovare cibo da mettere nello stomaco vuoto. Che gran bella consolazione! Assolutamente no, non scherziamo. Ha solo quindici anni, e non ha per nulla voglia di restarci secco così presto e in un modo così stupido per giunta.
Con un diavolo per capello, ringhiando e imprecando alternativamente, strattona fuori quel cavolo di bestione da ciò che resta della casetta. Riprende a tossire in mezzo alla polvere e all'erba secca davanti al falò che ha preso il posto dell'abitazione. Per fortuna che aveva bagnato la maglia. Ma deve comunque aver respirato la sua malsana dose di fumo, perché i polmoni gli bruciano da morire, e gli occhi non sono in condizioni migliori. A tentoni va in cerca della pompa dell'acqua e quando infine riesce a trovarla per poco non vomita anche la cena di due anni prima mentre inghiotte acqua fresca e se la fa scorrere sulla testa.
Con la visuale ancora un po' sfocata si volta in cerca del tizio grosso, il quale non si è mosso di un solo palmo da dove lo ha trascinato. Raccoglie un poco di acqua fra i palmi e la porta fino a lui, lasciandone cadere una parte sul suo viso annerito e una parte sulla sua gamba bruciacchiata.
Finalmente, alla buon'ora, il tizio si ridesta di soprassalto, tossendo anche l'anima, a quanto pare. Almeno è vivo. È già qualcosa. Certo, non sembra proprio in buone condizioni; visibilmente, fatica abbastanza a respirare. Va a recuperare altra acqua, ora che gli pare di essere un poco più saldo sulle gambe, e gliela porta. Per tutta risposta quel cavolo di bestione idiota grugnisce, spingendolo a chiedersi se valesse davvero la pena di rischiare la pelle quella sera.
«Che accidenti…» tenta, salvo poi piegarsi in due e tornare a tossire.
Siccome a quel punto non sa bene che farsene dell'acqua recuperata, decide di versargliela sulla testa. Magari in quel modo si schiarisce le idee (sempre ammesso che prima dell'incendio le avesse mai avute chiare; inizia a nutrire seri dubbi in merito).
Sente le ginocchia molli. Forse sarebbe meglio se si sedesse un momento, magari anche più di uno. Aspettando che il grosso bestione riprenda fiato e si scrolli di dosso i suoi incubi a cielo aperto, torna alla pompa e si mette seduto appoggiando la schiena alla vasca dell'acqua, respirando adagio e provando a rallentare la folle corsa del suo cuore.
Si dà un'occhiata. È un vero macello: la maglia strappata e bruciacchiata qua e là lascia intravedere che anche la sua pelle è graffiata e bruciacchiata più o meno negli stessi punti. Sospira, appoggia la nuca al bordo della vasca e solleva gli occhi, osservando le nuvole sfilacciarsi e far spazio al quarto di luna calante e un po' smangiucchiata. O forse è la sua fame che gli suggerisce certi pensieri sciocchi e improbabili. Le stelle si vedono poco, perché il bagliore della casa che va in fumo copre il loro normale chiarore. Alla fine hanno davvero dovuto dire addio alla dispensa e al suo contenuto. Avrebbe una gran voglia di piangerne la dipartita, ma si trattiene perché non gli garba granché l'idea di farsi scoprire a versare lacrime da quell'idiota ancora stravaccato in mezzo al cortile. Che bisogno c'era, poi, di combinare tutto quel pandemonio? Sarebbe bastato un bel gancio sotto il mento e il problema del signor José si sarebbe risolto in meno di cinque secondi. Scuote la testa, pensando che certa gente non è proprio capace di sfruttare gli assi che ha nella manica.
