Poche ore fa
Itachi rilascia la spessa tenda viola facendosela scivolare tra le dita, si ritrae prima che il sospiro possa chiazzare il vetro di condensa e risultare visibile dall'esterno.
È sollievo, si ripete raggiungendo il colossale abete che egli stesso ha addobbato indaffarato per due giorni, lo scaleo di cui si è avvalso per posizionare la grossa stella rossa e bianca giace ancora nell'angolo più tenebroso del soggiorno, gli è mancato il tempo di contattare lo staff di Madara affinché venisse riposto. Un buco nero gli squarcia il petto privo di una ragione plausibile, Itachi ha attinto la forza per non finirne risucchiato dalla frenesia di curare l'allestimento, sia esterno che interno.
La punta più alta della stella sfiora il soffitto, addirittura più su del lampadario emerso tante volte dai ricordi più atroci di Sasuke. La stella è lì a diffondere speranza, la scena sulla panchina appena sbirciata è esattamente ciò che desiderava. Però, impalato sotto l'abete sfavillante di luce, coi piedi tra una montagna di pacchetti regalo, sia pure in attesa del suo Otouto che lo sta raggiungendo, Itachi si sente solo. Vuoto. Lacerato da un'amarezza sconfinata. Sebbene abbia promesso, sia a se stesso che alla ormai defunta madre, di prendersi cura di Sasuke, la certezza di non avere fatto abbastanza lo affligge.
Sasuke e Madara avanzano verso di lui, il suo Otouto gli sorride; Itachi non proferisce parola, le mani abbandonate lungo i fianchi e l'effimero scudo dei capelli fisso a velargli lo sguardo.
Izuna è morto, forse Madara foraggia ancora il segreto desiderio di raggiungerlo, tutto a causa del disastro che Itachi è. Se non avesse esitato, se non si fosse crogiolato in un fallace equilibrio creduto realizzabile in simbiosi col fratello, se avesse sfoderato prima il necessario coraggio per prendere le redini della situazione senza sdilinquirsi in futili vulnerabilità, avrebbe potuto limitare la coltre di sciagure che è finita per ricoprirli tutti. Vigliacco. Fallito.
"Grazie, Itachi. Ho l'impressione di galleggiare in un sogno." Madara gli agguanta le mani, lo costringe a sollevarle dall'immota e sconsolata mollezza. Il cugino maggiore lo guarda negli occhi, con la determinazione infrange la nebbia di dolore."Io conosco l'abisso di sconforto che fagocita le persone altruiste come te. Accogliere il bisogno d'affetto significa volersi bene."
Le parole di Madara sfumano nel silenzio, lasciano in sospeso il dubbio se egli fosse vigile durante il biasimevole sfogo di Itachi presso il suo capezzale. Con gli occhi fissi in un punto indefinito della parete alle spalle di Madara, Itachi può solo sentire il proprio cuore lacerato continuare a rigurgitare lacrime di sangue. La mancanza si allarga, inghiotte il sorriso di Sasuke e la salvezza di Madara come un bicchiere senza fondo. Il respiro di Itachi si spezza, non scorge la fine del baratro di sgomento.
Adesso
Chissà se l'esecuzione piercing e tatuaggi abbia l'oscuro scopo di rendere il dolore più gestibile; che poi la conversione del dolore emotivo in dolore fisico è proprio la ragione alla base dell'autolesionismo. Chi si avvale di tale pratica non è pazzo e nemmeno scemo, ha solo preso consapevolezza del tipo di sofferenza più facile da affrontare. L'averla camuffata da decorazione corporale, poi, pura astuzia per renderla accettabile agli occhi della società.
Itachi rivolge una risata informe al cielo che continua a vomitare nevischio, resta comunque troppo scarso per poter attecchire sulle strade bagnate. Piercing e tatuaggi conferirebbero un mero conforto provvisorio, circoscritto alla zona di pelle relativa e, comunque, di scarsa intensità.
Il sollievo donatogli dallo champagne consumato durante la cena con Sasuke e Madara, sebbene illuminante, non è bastato. E così, Itachi si è offerto di sparecchiare e lavare i piatti per rifugiarsi nella bassezza di scolarsi bicchieri e bottiglie avanzate trincerato nell'intramontabile scudo di solitudine. Il chiacchiericcio di Sasuke e Madara si è affievolito progressivamente fino a scomparire in camera del più grande; lo strazio di Itachi era ancora lì, a urlare e a dilaniargli l'anima.
Senza pettinarsi, rassettarsi e infilando i primi abiti capitati a tiro, Itachi è sgattaiolato fuori per tuffarsi tra le strade della notte, nella testa il solo scopo di zittire i rigurgiti di vuoto e avvilimento che gli si infrangono nello stomaco lasciandolo sconvolto a ogni nuova ondata. Non poter risalire all'origine di tale malessere rende il tutto ancora più penoso.
Solo ora, uscito dal secondo pub visitato, Itachi si rende conto di avere addosso il cappotto donatogli da Sasuke pesante il doppio a causa dell'inzuppo, e i capelli ormai ridotti a un intricato groviglio di nodi stillante acqua gelida. Ha dimenticato l'ombrello per l'ennesima volta, e accanto non ha nessuno disposto a regalargliene uno. Realizzando ciò, il dolore si beffa dei tre Negroni tracannati senza criterio ignorando il gusto schifoso e i conati di nausea. Il tormento prorompe dagli occhi, Itachi lo libera auspicando si confonda con la pioggia. Tuttavia, il tempaccio non maschera gemiti e singhiozzi; non ha importanza, più in basso di così resta solo da scavarsi la fossa.
L'alcol risveglia desiderio di salato. Con la busta di patatine in mano e il cappotto cosparso di un pasticcio di briciole fradice, Itachi vaga nella zona dei negozi h24 in cerca di una farmacia, l'emicrania martellante gli annebbia la vista e le ossa iniziano a scricchiolare nell'umido, il cappotto di pelle non impermeabile è ormai è impegnato d'acqua. Quanto dista da casa? Itachi non rammenta di essere mai stato in quella zona, neanche durante il periodo prima di Sasuke. Le strade e i lampioni distorti dal nevischio sembrano tutti uguali mentre si distorcono seguendo le curve delle vertigini.
"Un analgesico, per favore" Itachi avanza assottigliando gli occhi nel fastidioso chiarore sterile del neon, non bada allo sgradevole suono molliccio emanato dagli scarponi grondanti, incurante della scia di bagnato, fango e briciole con cui sta cospargendo l'immacolato pavimento della farmacia deserta.
Dilata le narici, trova gradevole la mistura dell'odore di medicinali e disinfettanti.
"Se è in emergenza posso darle qualcosa di più forte" la donna al bancone lo squadra sgomenta di inquietudine.
Non pensava di essere ridotto così male. Cazzo.
"Sono soltanto influenzato."
La donna abbozza un sorriso visibilmente rincuorata. Itachi annuisce, va bene tutto purché quella tortura si smorzi. La parte più malsana della sua mente ripensa ai potenti sedativi di cui era imbottito Madara. Chissà, magari glieli continuano a prescrivere e ne ha anche a casa.
"Può assumere fino a quattro pastiglie al giorno, due a ogni pasto."
Itachi di pillole ne ha ingollate già sei, le ha fatte scivolare giù con una birra raccatta subito fuori dalla farmacia senza neanche informarsi sulla marca, i gradi o la tipologia di sapore; non percepisce comunque differenze di sorta. La pena è sempre lì a masticarlo e risputarlo come spazzatura; l'emicrania incalzante, per niente affievolita, non lo distrae dalla voragine di vacuità che lo fagocita sempre più irreversibilmente.
Beh, teoria su piercing e tatuaggi formulata poc'anzi completamente ingannevole. Pazienza, il mondo già pullula di sedicenti filosofi e non ne serve certo un altro. Accenna una risata storta scolandosi il resto della bevuta d'un fiato; la bottiglia vuota bersaglia un cestino con precisione chirurgica, come avrebbe fatto Shisui.
"Shisui…" Le gambe gli cedono, si appallottola sul marciapiede con le ginocchia avvolte tra le braccia e il fondoschiena nel lurido rivolo di scolo della strada. Un lancinante dolore, simile a una pugnalata, gli coglie lo stomaco, rigurgita parte delle porcherie ingerite sulle sue stesse gambe. L'odore metallico gli risveglia una scintilla dei sensi ottenebrati, ha espulso anche del sangue. "Dove sei, Shisui? Vieni a prendermi."
Itachi si abbraccia nel vano tentativo di scaldare il corpo intirizzito; singhiozza la sua sciagura con la faccia rivolta alla pioggia, in realtà si tratta di fame di conforto. Le tenebre si allungano dalle molteplici zone d'ombra della strada, inglobano la realtà in una spessa melma nera. Itachi non le combatte, si lascia sprofondare trascinato dal progressivo spegnimento della ragione. Accogliere la morte adesso non traccerebbe alcuna scia di rimpianti.
Due braccia lo sollevano di peso, Itachi si accosta, un istante, alla superficie; poi cola ancora a picco, magari è un'allucinazione.
La pelle intorpidita trasmette sensazioni frammentate, la memoria registra solo sporadici fotogrammi insensati. La testa gli sbatacchia da qualche parte, impossibile discernere se abbia colpito qualcosa di morbido o le sensazioni di dolore siano ovattate. È in movimento nonostante abbia i piedi nel vuoto, il suo corpo sobbalza tra le braccia della persona che lo trasporta; corre, o è solo un passo frettoloso.
"Lo abbiamo trovato, Madara. Raggiungici."
Sasuke, parla concitato al telefono e si trova a un paio di metri di distanza. Itachi prova a scollare le palpebre paralizzate, assimila solo strisciate di luce distorte. Dischiude le labbra per chiamare colui che lo sta portando, almeno capire di chi si tratta, è l'unico a non aver mai proferito una parola. Ma lo sforzo è estenuante e la testa gli crolla di nuovo sopraffatta dall'oscurità.
"Figlio mio, mi dispiace."
Nuove mani gli afferrano l'altro lato del corpo per aiutare il primo uomo. Un motore in folle e il rumore di una portiera, altri passi si appropinquano.
No, quello non può essere Fugaku, non si è mai interessato al suo primogenito. Meglio godersi il torpore, ora che c'è. Itachi percepisce la propria bocca rilassarsi in un sorriso.
