My Sweetest Joy
La deliziosa melodia del quartetto d'archi risuonava nella sala da ballo, spaziosa, luminosa e animata da vivaci conversatori e coppie danzanti.
In ogni occasione festosa, però, c'è sempre qualcuno che non si diverte. In quel caso era un uomo piacente sulla quarantina, dai tratti caucasici e dal sorriso rassicurante. Dall'esterno sembrava che si stesse godendo l'atmosfera, ma i suoi occhi non sorridevano. Erano gli occhi di chi aveva perso qualcosa, o qualcuno.
– Signor Guiffrey, è un piacere averla qui. – esordì un altro uomo dai tratti asiatici, precisamente dell'Estremo Oriente.
– Signor Harada, è un mio piacere. – rispose Guiffrey.
L'altro uomo non riuscì a nascondere un'espressione stupita.
– Il suo giapponese è perfetto. Nessuno penserebbe che è qui da poco più di un anno. – commentò Harada con un sorriso.
– È troppo gentile. – continuò Guiffrey.
– Vorrei porgere i miei saluti a sua moglie, ma non ho avuto il piacere di vederla. – aggiunse Harada con tono cortese.
– Mia moglie non è potuta venire. – rispose Guiffrey, con un tono che quasi tradiva un'irritazione nascosta.
– Oh, che peccato. – commentò, un po' imbarazzato, il signor Harada percependo quella nota stonata nell'atteggiamento, altrimenti sempre cortese, di Guiffrey.
– Mi permetta, signor Harada, di congedarmi: ho bisogno di una boccata d'aria. –
Guiffrey si allontanò con grazia da quella conversazione e uscì sul balcone. Fortunatamente non c'era nessuno, e la temperatura serale era piacevole, nonostante la stagione. Si nascose in un punto isolato e appoggiò la testa sulla ringhiera del balcone: aveva una gran voglia di piangere... Sua moglie e lui erano sull'orlo del divorzio.
I tradimenti di lei non avevano mai messo in crisi il loro rapporto, perché Guiffrey se li aspettava a causa delle sue lunghe assenze per lavoro. Era stata però la scomparsa del figlio Aaron a scuotere definitivamente il rapporto coniugale.
Voleva davvero piangere, perché, ogni volta che pensava alla scomparsa di suo figlio, sentiva una morsa straziante al cuore. Inizialmente aveva pensato che Aaron fosse scappato dai nonni, in Francia, o da alcuni amici di famiglia in Belgio, perché odiava profondamente il Giappone. Ma non c'erano tracce di lui in Europa.
Inoltre, quell'ipotesi non reggeva perfettamente: se era vero che Aaron inizialmente avesse odiato il Giappone, tanto da giustificare una fuga, era anche vero che, da quando Sergej era diventato suo amico, il ragazzo si stava rapidamente adattando ed si era tranquillizzato.
Aaron era tranquillo. Anzi, Aaron era contento al momento della sua scomparsa.
Però c'era un altro grande mistero: anche Sergej era scomparso.
Non era mai stato chiarito se fossero scappati insieme o se Sergej avesse avuto dei suoi motivi per scappare. Subiva bullismo a scuola a causa delle sue origini russe, ma anche lui aveva trovato nell'amicizia con Aaron un rifugio.
I ragazzi non erano scappati. Dovevano essersi messi in qualche guaio, o forse erano stati rapiti. Sia Guiffrey che il padre di Sergej lo avevano sempre pensato.
Il padre di Sergej, però, sembrava aver messo rapidamente una pietra sopra le indagini: aveva dichiarato più volte che, se le persone scomparse non danno notizie di sé entro pochi giorni, sono probabilmente morte.
La differenza di vedute li aveva portati a dividere le loro strade: il padre di Sergej cercava un cadavere, il padre di Aaron cercava un vivo.
Un singhiozzo scappò dalla bocca di Guiffrey.
Per ricomporsi, respirò profondamente e nascose il viso tra le mani. Non poteva disperarsi. E non si sarebbe arreso. Conosceva suo figlio e sapeva che sarebbe tornato da lui.
Si raddrizzò e si guardò attorno: il balcone era ancora vuoto.
Non sentiva però più la musica provenire dall'interno.
Qualcosa in Guiffrey si risvegliò, un istinto che da sempre l'aveva aiutato nelle situazioni più disperate.
C'era qualcosa che non andava.
E poi sentì delle urla agghiaccianti.
Guiffrey rientrò velocemente nella sala e vide una strana luce verde petrolio illuminare lo spazio. La luce proveniva da una pietra verde, puntellata di rosso, che levitava. Con orrore, Guiffrey vide persone accasciate a terra, prive di sensi, o almeno lo sperava, e altre che cercavano di scappare, ma la strana luce verde le colpiva e le immobilizzava. C'erano anche persone congelate dalla paura, incapaci di reagire.
Era uno spettacolo terribile, eppure ciò che gli congelò il cuore fu una figura di schiena, dai lunghi capelli biondi, che levitava in aria. Conosceva quella figura, quei capelli. L'avrebbe riconosciuta in qualsiasi situazione.
– Aaron! – gridò Guiffrey con tutta la forza che aveva, mentre stringeva una mano al petto.
Quando la figura si voltò, Guiffrey fu felice, anzi, euforico: era Aaron, indubbiamente, ma...
– Sono il Generale Zoisite, umano – fu la risposta al suo disperato richiamo.
Guiffrey lo fissò. Aaron indossava una sorta di divisa militare, lunghi stivali gli coprivano i polpacci, e le mani erano nascoste da guanti.
– Che cosa diamine stai dicendo, Aaron!? Smetti immediatamente questa farsa! – gridò con veemenza Guiffrey.
Aaron lo attaccò: dalle sue mani uscirono fasci di energia verde, e Guiffrey si difese incrociando le braccia davanti al viso, parando il colpo. Aaron, o Zoisite, sembrò sorpreso e scomparve per un attimo, per poi ricomparire a pochi centimetri dal volto dell'uomo.
– Chi sei? –
– Sono tuo padre, dannazione, Aaron! – gridò Guiffrey con lacrime di frustrazione che gli scendevano dagli occhi disperati. Con un gesto disperato lo afferrò per il colletto, riuscendo ad aprirlo. – Hai una voglia sul collo da quando sei bambino! –
Zoisite guardò il colletto malamente aperto e vide la voglia. Per un solo attimo ci fu dell'incertezza nei suoi occhi, ma poi si infuriò e colpì Guiffrey con un rovescio, scaraventandolo via.
Il signor Guiffrey si toccò la bocca e vide che stava sanguinando. Sentì tutto il peso del colpo e si rese conto che quella forza non era umana, ma era Aaron. Aveva visto la voglia. Quello era suo figlio. In che diamine di guaio si era cacciato?
Nel frattempo, Zoisite si era aggiustato il colletto, furioso, ed emanò dalle mani sfere di energia verde che mirò contro Guiffrey.
L'uomo chiuse gli occhi, immobilizzato dalla paura e dalla disperazione. Aveva ritrovato suo figlio, ma non era più sé stesso. Nella sua mente passarono rapidamente immagini di Aaron: prima infante, poi bambino, e infine adolescente. Aprì gli occhi e lo guardò, sorridendogli con tutto l'affetto che provava.
– Aaron... Sei stato la più grande gioia della mia vita. –
La dinamica non fu chiara: forse, per un attimo, il Generale Zoisite esitò, o forse, per una volta, il Fato aveva deciso di risparmiare a Guiffrey la stessa e ripetuta fine. Poi, all'improvviso, il rumore di una catena lanciata spezzò il silenzio.
Guiffrey vide Aaron imprigionato da una catena formata da cuori arancioni, mentre una ragazzina dai lunghi capelli biondi teneva l'altro capo e tirava con forza.
– La prego, scappi! Quello non è più suo figlio! – gridò la ragazzina.
Zoisite si liberò con un grido furioso e si rivolse a lei con uno sguardo colmo di rabbia.
– Maledetta Sailor V!
Guiffrey trattenne inconsciamente il fiato, sollevato nel vedere che suo figlio era sfuggito all'attacco. Il Generale Zoisite si teletrasportò accanto alla pietra verde, la afferrò in un lampo e la nascose nella sua giacca. Poi, senza esitazione, scatenò contro Sailor V una raffica di minuscole sfere di energia, talmente numerose da essere impossibili da schivare.
La ragazzina dimostrò immediatamente le sue capacità di esperta guerriera.
Non si perse d'animo: con un rapido movimento, iniziò a roteare la catena, trasformandola in uno scudo improvvisato mentre correva per evitare gli attacchi. Ma il Generale Zoisite fu più veloce. Prima ancora che potesse cambiare direzione, eresse quattro barriere di energia attorno a lei, chiudendola in una stanza senza via di fuga.
Un sorriso di soddisfazione comparve sulle labbra del Generale. Quel sorriso beffardo non lasciò dubbi a Guiffrey: quello era suo figlio.
Voleva gridargli qualcosa, qualsiasi cosa, ma le parole gli si fermarono in gola. Che cosa gli era successo? Perché si stava comportando così?
La guerriera scrutava rapidamente l'ambiente mentre le barriere di energia si chiudevano sempre più su di lei. Fece un respiro profondo per ritrovare la calma, poi, con un colpo preciso della sua catena, riuscì a distruggere una delle barriere, creandosi un varco per scappare. Zoisite approfittò della distrazione per teletrasportarsi alle sue spalle, afferrandola con un braccio e stringendole il collo.
A quell'azione così crudele, Guiffrey si rialzò e strillò con tutto il fiato che aveva in gola: – Aaron, smettila subito! –
Suo figlio era sempre stato una testa calda, ma non era mai stato violento.
Zoisite lo ignorò e sorrise di nuovo, questa volta in modo così crudele che Guiffrey esitò. Forse quello, davvero, non era suo figlio?
Non ebbe il tempo di rifletterci, perché la guerriera reagì con decisione, sferrandogli una testata in pieno volto. Un gemito di dolore scappò dal Generale, che indietreggiò di qualche passo. La guerriera era pronta a colpire di nuovo, ma il Generale Zoisite lanciò una potente sfera di energia, costringendo Sailor V a creare una barriera per proteggere se stessa e i presenti nella sala.
Quando l'energia si dissipò, il Generale Zoisite era sparito.
La guerriera si guardò in torno, le vittime erano prive di sensi e fortunatamente erano vive. Eppure era rimasto solo il silenzio, la desolazione e l'orrore della solitudine.
– Perché? –
La voce di Guiffrey ruppe il silenzio, attirando l'attenzione di Sailor V, che lo vide camminare verso di lei.
– Perché l'hai attaccato? Perché l'hai fatto scappare? Quello era mio figlio.–
L'uomo la guardò con tale rabbia e disperazione che la guerriera rimase senza parole, ma poi si ricordò del suo ruolo.
– Quello non era suo figlio. –
Mentì, ma il padre si infuriò e, con tutto il dolore che aveva nel cuore, le gridò:
– Quello era mio figlio! Il viso, gli occhi di sua madre… Persino quel sorrisetto beffardo! –
Sailor V cercò di rimanere calma, ma non sapeva cosa fare. Doveva dirgli la verità? Doveva continuare a mentire?
– Quello era il Generale Zoisite, uno degli Shitennou. –
– Quello era mio figlio Aaron! Mi hai preso per un idiota? Aveva la stessa faccia, lo stesso corpo e soprattutto… AVEVA LA VOGLIA. –
Guiffrey nascose il viso tra le mani per la frustrazione.
– Dannazione, non mentirmi in faccia! –
La guerriera chiuse gli occhi e pensò a cosa avrebbero provato i suoi genitori se si fossero trovati nella stessa situazione. Non ce la fece più a mentire.
– Ha ragione, quello era Aaron… ma adesso è il Generale Zoisite. –
Lo sguardo di puro dolore dell'uomo si incrociò con quello della guerriera, che abbassò gli occhi perché non poteva sopportarne il peso.
– Mi dispiace davvero tanto. –
Lo disse con la più sincera commozione. Per un attimo, commossa dal dolore di quel padre disperato, fu sul punto di aggiungere che l'avrebbe salvato, ma non lo fece: non era una promessa che poteva mantenere.
L'uomo si accasciò a terra piangendo. Sailor V, istintivamente, fece per avvicinarsi, ma ebbe il contegno di fermarsi. Si voltò per non guardarlo, ma fu costretta a udire il suo sconclusionato mantra, senza speranza:
– … aveva la voglia, gli occhi di sua madre, il sorriso… Che cosa è successo al mio bambino? Aveva la voglia… –
A Zoisite non piaceva fallire. Era fin troppo sicuro delle sue capacità: le sue missioni in Europa avevano sempre portato ottimi risultati, ma proprio ora che aveva cambiato zona, aveva avuto così tante seccature.
Come da protocollo, tornato al castello andò a consegnare direttamente l'energia alla Regina Beryl, che, con un'insolita decisione, gli ordinò di congedarsi fino alla sua convocazione per il rapporto completo.
Zoisite entrò nei suoi alloggi e sospirò sollevato. Davanti alla regina non aveva mostrato alcuna debolezza, ma il combattimento con la guerriera gli aveva procurato qualche danno. Si tolse la divisa e ispezionò il corpo: su alcuni punti delle braccia c'erano evidenti segni di lividi provocati dalla catena di quella maledetta Sailor V.
Zoisite usò un po' della sua magia e i lividi scomparvero immediatamente … però la sua magia curativa non poteva far scomparire qualunque cosa. Esitò quando si toccò il colletto della divisa, poi lo sbottonò e poggiò una mano in una posizione ben precisa. Quell'umano... come faceva a sapere che aveva una voglia lì?
Il Generale si avvicinò a uno specchio a figura intera e si osservò mentre la sua mano teneva in equilibrio precario il colletto aperto. Stava esitando.
Seccato, tolse la mano. Sul suo collo latteo c'era chiaramente una voglia color biscotto.
Poteva essere una coincidenza. Una fastidiosa coincidenza. Probabilmente, se avesse trovato una foto di questo famoso Aaron, avrebbe visto che sì, aveva una voglia, ma di colore o forma diversa dalla sua.
L'idea di avere un sosia umano infastidiva incredibilmente il Generale Zoisite. Era fiero del suo ruolo. Fiero di non essere umano. Ancora più fiero di portare un nuovo ordine mondiale accanto ai suoi compagni e alla Regina Beryl. Sicurezza e fierezza erano sicuramente intrinseche nella sua natura, ma anche la curiosità faceva parte di lui.
Aveva bisogno di sapere.
Si rivestì in tutta fretta e si avviò alla sala operativa del castello, dove lui e i suoi colleghi creavano strategie o discutevano i prossimi piani.
Nella sala c'era tutto quello che poteva avere valore strategico per organizzare una missione e, soprattutto, un mega computer. Zoisite aveva creato quel computer con l'aiuto del Generale Jadeite. Quest'ultimo era stato di estremo aiuto perché era in grado di invocare qualsiasi cosa: demoni, animali, oggetti e persino creazioni pensate da qualcun altro. Zoisite aveva progettato ogni minimo dettaglio di quella macchina e per questo ne era piuttosto orgoglioso.
Stava analizzando i dati della sua missione e, nello specifico, la lista degli ospiti. In poco tempo trovò l'uomo che era stato la peggior seccatura della missione: Guiffrey, ambasciatore. Approfondì la ricerca sull'umano e, nello stato di famiglia, trovò il profilo del figlio, Aaron.
Accedette alle informazioni sul moccioso umano.
La foto di Aaron si replicò sullo schermo del computer, mostrando un ragazzino che poteva avere al massimo quindici anni, dai lunghi capelli biondi e il sorriso beffardo.
Zoisite era scioccato: il figlio di quell'uomo era indubbiamente molto somigliante a lui, così tanto da poter parlare di sosia.
Batté sulla tastiera, approfondì la ricerca e scoprì che Aaron era nel database dei minori scomparsi da un po' di tempo.
Sfortunatamente, sia la foto del database dello stato di famiglia e sia quella dei minori scomparsi non mostravano Aaron a collo scoperto. Chi era l'idiota che aveva scelto proprio quelle foto? Una voglia sul collo poteva essere un'importante caratteristica distintiva, ma forse quella di Aaron era troppo piccola per esserlo?
Questa possibilità rilassò inconsciamente il Generale Zoisite.
Stava per cercare qualche altra foto più utile attraverso i social network o il sito della scuola che l'umano frequentava, quando sentì bussare alla porta.
Rapidamente chiuse la sua ricerca e ne eliminò la cronologia.
– Avanti. – disse Zoisite, ed entrò l'altro Generale, Jadeite.
Indossava la stessa divisa, ma era più alto, longilineo e slanciato. Aveva capelli biondi e occhi chiari, dallo sguardo severo. Dal viso si intuiva che fosse più grande di Zoisite di qualche anno.
– La Regina Beryl vuole vederti. – disse con una voce sorprendentemente dolce, in contrasto con la severità del suo viso.
La voce rassicurante del collega fece sentire Zoisite, per un istante, meno teso… e non era la prima volta che succedeva. Lo ringraziò con un timido sorriso, poi si avviò verso la regina.
Jadeite lo osservò per un attimo, come se volesse chiedere qualcosa. Qualcosa non tornava.
Di solito, il rapporto veniva consegnato direttamente alla Regina insieme all'energia. Essere richiamati era insolito.
D'altro canto, Zoisite aveva operato nel suo territorio di competenza: era normale che la Regina volesse più dettagli.
Jadeite non fece domande. Anche se non era tranquillo, si limitò a un cenno di saluto e si voltò.
Per un attimo rimase sulla soglia ad ascoltare i passi dell'altro allontanarsi, poi proseguì per la sua strada.
Il suo dovere era compiuto.
Zoisite, mentre camminava nei corridoi, cercava di riprendere il controllo di sé e di apparire indifferente. Anche se non gli piaceva ammetterlo, in quel momento non si sentiva così sicuro di sé.
Quando entrò negli alloggi della regina, ne sentì la sua potente energia. Si inchinò al suo cospetto e la fissò sfacciatamente negli occhi. Tra i generali,
Zoisite era indubbiamente il più fedele alla missione, ma spesso non si dimostrava umile, neanche con la Regina Beryl.
Se fosse stato qualcun altro, forse lei lo avrebbe rimesso al suo posto. Ma Zoisite era utile. E Beryl sapeva riconoscere il valore quando lo vedeva.
La Regina Beryl era una splendida donna. I lunghi capelli rossi mossi le scendevano lungo la schiena, e il suo abito viola le fasciava perfettamente il corpo. Non era solo la sua bellezza a imporsi: era l'autoritarismo e il potere che emanava, oscuro, potente e pericoloso.
– Puoi alzarti, Zoisite. –
Il generale vide che la regina sorrideva soddisfatta.
– Hai raccolto moltissima energia in questa missione. Hai fatto un ottimo lavoro, e sia io che la Regina Metaria siamo molto soddisfatte del tuo risultato. –
Zoisite non fece trasparire alcuna emozione, ma era estremamente felice del riconoscimento. La Regina Beryl era avida nell'elogiare i suoi uomini e molto più propensa a essere generosa con le critiche.
Zoisite sapeva quando era il momento di mostrarsi umile con lei.
– Avrei potuto raccoglierne di più se la guerriera, che ha infastidito altre volte Jadeite, non fosse intervenuta. –
La Regina Beryl continuò a sorridere, forse accogliendo quell'inaspettata modestia da parte di Zoisite.
– È comunque stata un'ottima missione. Dimmi, hai avuto altri problemi al di fuori della seccante guerriera? –
Ci fu un unico attimo in cui Zoisite sentì il suo istinto insistere nel non rivelare l'incontro con l'umano Guiffrey. Ma razionalizzò subito: la regina probabilmente già sapeva quello che era successo. E poi, perché avrebbe dovuto mentire alla donna che gli aveva rivelato la missione della sua esistenza?
– Uno strano umano ha continuato a confondermi per suo figlio. L'ho attaccato e gli ho detto chi sono, ma… – Zoisite ripensò alla battaglia.
– Continuava a insistere nel chiamarmi Aaron. –
La bocca di Beryl si incurvò in giù solo per un attimo, ma tornò a sorridere affabile… e attese.
– Mi sono incuriosito e ho fatto una ricerca, ed effettivamente il moccioso ha qualche somiglianza fisica con me. –
– Capisco. – disse Beryl in tono asciutto, voltandosi per aprire un mobiletto. Estrasse una bottiglia di vino e due calici, versò il contenuto nei bicchieri e ne porse uno al Generale.
– Che cosa pensi di quell'uomo, Zoisite… veramente? –
Il tono di voce era di un'autorevolezza tale che Zoisite, sfortunatamente, non mentì.
– Doveva amare molto suo figlio per essere così disperato. –
Il viso e la voce di Zoisite erano rimasti indifferenti, ma la sua presa incerta sul calice di vino non sfuggì alla potente Beryl.
Rimasero in silenzio.
Poi lei sorrise, accondiscendente.
– La disperazione è nella natura umana. Non ci riguarda. –
– Ti propongo un brindisi, Generale Zoisite, al successo della tua missione. –
Zoisite tintinnò il bicchiere con fiducia e bevve il contenuto dolce, nonostante sentisse lo sguardo freddo della Regina su di lui.
Quando Zoisite uscì dagli alloggi della Regina, incontrò nuovamente Jadeite.
L'altro Generale lo osservò con attenzione, notando il pallore e il passo leggermente malfermo dell'altro.
– Hai un'aria strana. È successo qualcosa? Sei stato ferito in missione? Prima non mi sembrava… me ne sarei accorto. –
Il tono di Jadeite era molto meno freddo e professionale rispetto a quando lo aveva chiamato dai suoi alloggi.
– Va tutto bene. La Regina Beryl si è congratulata con me. Ho avuto successo nella tua zona di competenza. – disse Zoisite, quasi sprezzante, come se ci fosse una competizione in corso.
Un lampo di disappunto attraversò lo sguardo di Jadeite, che, invece di rispondere seccato, appoggiò una mano sulla spalla del compagno e continuò:
– Non hai una bella cera. Guarda che quella guerriera è infida, potrebbe averti fatto dei danni senza che tu te ne sia accorto. Vuoi che ti accompagni ai tuoi alloggi? –
Esasperato, Zoisite scosse la testa con forza, anche se questo gli provocò un moto di nausea che nascose con fatica ma destrezza.
– Sto bene. Non ho bisogno di aiuto. –
Toccò la mano di Jadeite, sentendone il tepore. Strano, Jadeite aveva sempre avuto le mani più fredde rispetto alle sue. Nonostante l'irritazione, con un gesto gentile ma deciso, la spostò dalla sua spalla.
Per ribadire le sue parole, iniziò a marciare con fermezza verso i suoi alloggi, lasciando dietro di sé il Generale Jadeite, più preoccupato che irritato dalle insinuazioni dell'altro.
Anzi, non era solo preoccupato: era inquieto.
Quando Zoisite entrò nei suoi alloggi, dovette fare appello a tutta la sua buona volontà per non accasciarsi a terra. Si mantenne in piedi, appoggiandosi alla porta.
La testa gli pulsava dolorosamente da un lato all'altro, come se fosse stato colpito da un improvviso e lacerante attacco di emicrania. Si coprì il viso con le mani, sentendole calde. Stava usando i suoi poteri curativi, ma allora perché il dolore non passava?
Anzi, brividi di freddo percorrevano il suo corpo.
Guardò il letto davanti a sé, accigliato dal dolore.
Con un ultimo sforzo si accasciò sul letto e si sbottonò il colletto della divisa con un gesto rabbioso. Non sapeva neanche perché lo stesse facendo. In quel momento, aveva freddo. Ma poi lo vide: quella dannata voglia era lì.
Un lampo di dolore gli attraversò la testa, e cadde in un sonno profondo che di ristoratore non aveva nulla.
Nel frattempo, in una sala tetra e angosciante del castello, Beryl era al cospetto della vera padrona di tutte quelle anime che vagavano in quel castello: la Regina Metaria.
Metaria non aveva forma. Non ne aveva bisogno. Era un ammasso di fiamme violacee, pulsanti di puro Caos, che avevano come unico obiettivo distruggere la vita attorno a sé.
Il suo potere aveva corrotto perfino le mura di quella sala, consumandole.
Più energia otteneva Metaria, più la sua carica distruttiva aumentava.
Adesso era il turno della bella Beryl di ricevere riconoscimenti.
– Devo ammetterlo, Beryl, l'idea di preparare quel vino per far dimenticare inutili ricordi e sentimentalismi per gli Shitennou è stata un'ottima idea. –
Beryl sorrise e accettò con finta modestia l'elogio.
– Zoisite è più resistente di quanto sembri. Creare un incantesimo abbastanza forte da superare i suoi poteri difensivi è stata la vera sfida. La ringrazio di avermi prestato parte del suo potere, Regina Metaria. –
– Non ricorderà nulla? –
– Ricorderà la missione, ma non dell'incontro con suo padre. – disse con orgoglio Beryl. – Ho dovuto usare la magia in modo molto preciso. –
– È una fortuna che sei stata la Grande Maga della Dea Gaia, conosci ogni debolezza e forza degli Shitennou. –
Il sorriso di Beryl si spense. Odiava ricordare la sua vita come un'umile maga al servizio della Dea Gaia durante il Golden Kingdom. Un'umile maga che non poteva competere con la principessa aliena Serenity.
Ma quelli erano altri tempi. Adesso era la Regina Beryl e avrebbe fatto qualunque cosa per essere la regina della Terra e la sposa di Re Endymion.
Note dell'autrice
Questa storia nasce da una vecchia fanfiction in inglese, rimasta nel cassetto, che raccontava l'incontro tra Zoisite e suo padre. Quest'anno ho ascoltato I Can't Help But Wonder da Epic the Musical, e quella canzone mi ha fatto tornare la voglia di riprendere questa storia e ampliarla. Il titolo, così come un dialogo tra Zoisite e suo padre, cita proprio questa canzone. Vi consiglio vivamente di ascoltarla.
Ho parlato ampiamente del rapporto tra Zoisite e suo padre – e di chi sia quest'ultimo – nelle mie fanfiction Before Queen Beryl e Il diritto al dolore sul sito efp dove mi trovate con lo stesso nome. Vi consiglio la lettura della prima per farvi un'idea dei personaggi e del mondo che ho costruito attorno a loro: un mix tra l'anime degli anni '90, Sailor Moon Crystal e il manga.
Scrivendo questa storia, mi sono resa conto di quanto Aaron/Zoisite e Jadeite/Sergej siano davvero i "miei bambini" e di quanto la loro amicizia mi stia a cuore. Perfino come generali del Dark Kingdom, mi è venuto naturale evidenziare che il loro legame va oltre il semplice rapporto professionale.
Spero che la storia vi sia piaciuta! Ci sentiamo nei commenti e nei DM.
Sokew86
