POV onnisciente

Las Vegas fremeva, il caos nelle vie della movida notturna appena iniziato.

Le strade brulicavano di gente e nessuno, ma proprio nessuno, aveva intenzione di fermarsi: chi beveva la sua vita in bicchieri stracolmi di liquidi stravaganti, chi ballava danze sfrenate con sconosciuti e rideva senza alcun motivo; chi si lasciava sedurre da begli individui di passaggio e chi sensualmente lavorava per mettere in moto quel motore bizzarro che era la città.

Nessuno poteva distrarsi dal divertimento che lo coinvolgeva e nessuno voleva farlo. Come falene attratte da luci sfavillanti, le persone, ignari umani dediti al gioco d'azzardo e alla malavita, oppure semplicemente allocchi in cerca di diversivi, accorrevano ai locali del paradiso artificiale.

Di occasioni ce ne erano tante e per tutti: partite a poker e a ramino, a blackjack o alla roulette, macchinette o jackpot. Ogni cosa, ogni singolo oggetto, brillava per attrarli e farli perdere in quel luogo per il maggior tempo possibile. E non si riemergeva mai uguali a prima.

La follia trasudava menzogna. In quel luogo ci si baciava una volta, ci si innamorava tra i fumi dell'alcol e ci si sposava, dimenticandosene il giorno dopo.

Ma davvero importava?

Era in questo contesto che tre figure passeggiavano, potenti e sensuali, senza farsi eccessivamente notare. Avevano attraversato tutta la città, camminando instancabilmente per delle ore.

Si erano tenuti alla larga dai locali troppo sfavillanti o affollati, ma non erano intenzionati a fare gli asociali. Il loro obiettivo era trovare delle persone.

Meglio, era trovare delle prede degne di questo nome.

La sete che li spingeva alla ricerca era, però, sotto il loro completo controllo. Erano secoli che la affrontavano e ogni volta era sempre un esercizio.

Davvero... il loro problema non era il desiderio di sangue fresco.

Le tre figure non si erano mai separate, nonostante normalmente odiassero cacciare in gruppo. Era nel loro istinto essere predatori solitari, infatti nessuno della loro specie amava condividere. La caccia era sempre stata un affare personale e li rendeva molto possessivi.

Loro, però, avevano imparato a condividere nel modo più duro ed ora tutto sembrava... semplice al confronto. Avevano dovuto spartire l'amore, l'amata.

Inizialmente, era quasi scoppiata una lite: volevano stabilire chi fosse il più forte, chi avesse i pieni diritti su di lei, chi la potesse possedere davvero. Gli altri sarebbero dovuti restare a guardare... o poco più.

Poi, nel mezzo della lite e della discordia, avevano ricevuto un invito: potevano vedere la loro lei per la prima volta nella vita e lei poteva vedere loro, parlare loro.

Era stato scioccante ed estremamente eccitante. Aveva immediatamente permesso di sotterrare l'ascia di guerra e di darsi da fare.

Inizialmente le avevano inviato un gioiello, poi le avevano scritto un biglietto e avevano trovato il luogo perfetto per il loro primo appuntamento.

Beh, non proprio perfetto... ma comunque era la cosa migliore per lei. Dunque, per loro, era quanto bastava per definirlo perfetto.

Dopo il loro incontro, tutto si era svolto in una raffica di eventi: si erano conosciuti, avvicinati, lei si era spaventata, li aveva allontanati, respinti, poi si erano riavvicinati e nulla li aveva più separati davvero. Nemmeno il potenziale avversario che concorreva alla mano della loro bella.

Avversario che si era rivelato competitore e alleato, un mix che avevano colto al volo, tutti pronti a balzare sulla loro preda e a spartirsela.

Avevano creduto che lei, a quel punto, fosse d'accordo. O meglio, speravano che lei ammiccasse alla loro relazione, specialmente dopo tutto quello che era avvenuto in precedenza. Ci sarebbero andati piano... ma comunque non era loro intenzione tirarsi indietro.

La avevano trovata, però, più che riluttante: era insicura, preoccupata, costretta al muro da paure di diversa natura, tutte profonde e radicali.

Lei non voleva aprirsi, temeva che loro non la capissero o che non la accettassero per ciò che era, con tutte le sue cicatrici. I tre, ormai quattro, sapevano che non era vero, che lei nascondeva qualcosa di enorme, troppo grande per essere sopportato così a lungo, che non la aveva ancora distrutta grazie alla sua immensa forza, coerenza ed intelligenza.

Più li teneva alla larga e più li attraeva, come un quadro stupendo, ammirabile per dettagli e perfezione compositiva, nel piccolo e nel grande.

Dunque, i vampiri avevano svoltato: per tentare di farla sentire più a suo agio, si erano mossi in maniera da trovarsi in territorio neutrale.

La avevano allontanata dalla loro quotidianità in quel viaggio, nel bel mezzo del Nevada, per smorzare la tensione e le insicurezze di quella ragazza così giovane, eppure così forte e... meravigliosamente bella.

Quando la guardavano, il mondo attorno scompariva. C'era solo lei con i suoi occhi scuri e penetranti, le sue risposte calcolate, i suoi sorrisi timidi ma sinceri... quella donna era tutto quello che avevano sempre sognato e desiderato, come un fiore stupendo. Quel fiore, però, era chiuso nella sua teca e non accennava ad uscirne.

La vacanza non aveva sortito l'effetto sperato: lei si era chiusa ancora di più, li aveva tenuti a distanza, mentre loro tentavano l'impossibile, restando comunque i più controllati e delicati possibile, per quanto concedesse loro il desiderio viscerale che li consumava da dentro. Desiderio fisico, sì, ma anche per la sua vicinanza: bastava solo un gesto di affetto, una risata, e la loro gioia estingueva le fiamme che rodevano le loro gole e i loro petti.

Quando le erano lontani, però, oppure quando lei non si apriva, li allontanava, il fuoco che aveva acceso divampava nei loro animi, sfogandosi in sogni e fantasie dai toni nettamente... beh, avete capito.

Le vetrine a luci rosse erano un eufemismo al confronto.

Ogni sua mossa dava loro delle scosse elettriche, costantemente ricordando che non le potevano fare nulla di ciò che immaginavano. Non se lei non voleva.

Comunque, avevano sempre cercato di evitare di lasciar trasparire troppo. Avevano già sufficiente tensione, non desideravano la completa distruzione di un rapporto già fragile, anche se profondo.

Ed era per questo motivo che, dopo qualche giorno di tentativi più o meno decisi e intensi, la avevano lasciata in pace.

La avevano sentita dire che le "serviva una pausa" e ne erano stati feriti, ma anche motivati a mollare la presa.

Non erano stati fin da subito decisi nè d'accordo, ma alla fine erano giunti alla conclusione che, con la necessità di nutrirsi che si stava palesando, potevano concederle una giornata di solitudine.

La avevano affidata alle guardie, tra cui i fratelli di lei, e poi se ne erano andati.

E che fatica varcare quella soglia quando tutti i loro istinti gridavano alla follia per fiondarsi da lei. Avevano agito per il meglio, sì, ma come era difficile trovare costantemente dei motivi per non tornare sui propri passi.

Il legame contorceva le loro viscere, nonostante esse fossero inanimate e incorruttibili da secoli. Il silenzio tra loro era tranquillo, anche se la sete e i sentimenti convergevano su un profumo inebriante, una pelle dolce e morbida, due occhi scuri e profondi, sempre così dannatamente intelligenti nei loro sguardi...

Il sole era tramontato da qualche ora quando si fermarono davanti ad un locale a luci rosse. Ce ne erano centinaia, ma gli altri erano decisamente troppo affollati e, con l'umore così scombussolato, avrebbero certamente avuto alte probabilità di massacrare l'intera folla.

Aro, Caius e Marcus entrarono dalla porta laterale, ma gli sguardi di tutti i presenti, in particolare delle donne presenti, conversero su di loro, studiandoli con interesse... e calore.

Vennero passati in rassegna, ma con molta meno cautela e decisamente più sfacciata insistenza di quanto fosse normale.

I tre si sedettero ad un tavolo appartato e immediatamente la cameriera, vestita con un tubino nero luccicante e fieramente corto, si presentò da loro, gli occhi viziosi e attratti dalle loro forme perfette.

Decisero che avrebbero bevuto qualcosina e, con la solita scusa, avrebbero attratto qualche preda, per poi andarsene.

E così fecero, ma senza misure. Ordinarono qualche bottiglia, se le scolarono con la facilità di alcolisti pratici mentre ammiccavano a destra e a manca, con la precisione di cecchini.

Quattro donne di giovane età, tutte ubriache ma non troppo, caddero sotto il loro incantesimo.

Le prede si guardarono in cagnesco quando si resero contro delle pretendenti, ma non si arresero. Li volevano davvero... come cagnolini con l'osso.

"Sono stufo di stare qui... andiamocene. Facciamola finita... quelle puttane mi disgustano." Mormorò stizzito Caius, verso i suoi fratelli.

Aro ammiccò un'ultima volta, poi si alzò ed uscì.

La ragazza che aveva sedotto per quella mezz'ora, come un pesce con la lenza, abboccò immediatamente, seguendolo a raffica, pagando la sua consumazione al volo.

Lo stesso fecero le altre tre quando i due vampiri rimasti si alzarono e, dopo aver pagato e lasciato una consistente mancia, se ne andarono dal locale dismesso.

Voltarono l'angolo, attesero un istante, il ticchettio dei tacchi a spillo delle donne sempre più vicino, e al momento opportuno, veloci come fulmini, le strattonarono nel vicolo buio.

Le vittime non ebbero nemmeno il tempo di urlare: morirono dolorosamente, con zanne come arpioni conficcate nelle carotidi, che succhiavano il loro sangue.

Non proprio la serata che avevano sognato...

I tre predatori gettarono i corpi in un cassonetto e poi gli diedero fuoco. Attesero un po' poi lo spensero. Le ceneri erano ormai irriconoscibili.

Si allontanarono verso un altro vicolo, più avanti, silenziosamente per non farsi notare.

Si appoggiarono al muro, i loro abiti immacolati perfettamente al loro posto. Sembrava che non avessero appena ucciso quattro persone... ma nemmeno che avessero bevuto tutto quell'alcol.

Se l'euforia della caccia, con tutte le sue conseguenze, li aveva eccitati per secoli, o almeno li aveva distratti dalla realtà noiosa e prevedibile di cui si circondavano, adesso tutto bruciava.

I loro corpi ardevano, consumavano ogni singola sostanza che ingerivano senza il minimo sforzo, ma anche senza effetto. Sembravano potenziati dall'ossessione che li controllava da quando avevano messo piede fuori dall'hotel.

Ad un certo punto, Caius si mosse in avanti, ringhiando "Non ce la faccio più! Aro... non riesco a smettere di pensarci." Si voltò e fissò il fratello negli occhi, la frustrazione evidente "Io la voglio! La voglio come non ho mai voluto nessun altro! E non riesco a..." e ringhiò di nuovo, il doloroso desiderio che lo consumava chiaro nella voce.

Tutti e tre sapevano che si sarebbero lasciati andare alla sola vista di lei, che tutta la tensione si sarebbe smollata ad un suo sorriso o solo ad uno sguardo. Ma erano altrettanto coscienti che le avevano promesso libertà per quella giornata.

I volturi facevano parte di quelle poche congreghe di vampiri di parola e non si sarebbero mai rimangiati una promessa.

Marcus sospirò alla tensione del fratello, che condivideva in tutto e per tutto, tranne che per la forma. Era solito sopportare in silenzio anche i peggiori dolori e fastidi, diversamente da Caius che non riusciva a tenere a freno il suo spirito bollente e battagliero.

Aro ridacchiò istericamente, il tono della voce maledettamente acuto e fastidioso.

Si voltò verso il fratello che lo aveva chiamato in causa e gli sorrise malevolo e suadente, nonostante anche lui fosse teso.

"Caius, fratello... se fosse utile ti consiglierei di fare una capatina ad uno di quei deliziosi bar... dove le donne si servono assieme alle consumazioni." Caius brontolò in una lingua antica e Aro ridacchiò di nuovo.

"Voglio lei... lei e solo lei, Aro. Voglio quelle mani addosso... quella bocca sulla mia... quel corpo premuto contro al mio... voglio sollievo alle mie necessità... impellenti" disse Caius, calcando calorosamente sull'ultima parola.

Impellenti lo erano, infatti. Il rigonfiamento del cavallo dei suoi pantaloni neri ed impeccabili era lì a dimostrarlo. Come quello dei suoi più calmi, benché ugualmente tesi, fratelli. Non si trattava, però, solo del sollievo fisico. Il legame andava oltre ogni limite materiale ed emotivo: era una connessione profonda che doveva essere portata a compimento, in un modo o nell'altro.

"Sono duro come un cazzo di sasso!" Sbraitò il biondo, tirando un calcio ad un secchio per l'immondizia poco distante. La frustrazione lo stava facendo secco.

"Caius... non ci deve sentire tutto l'isolato, sai?!" Lo rimproverò Marcus, anche se a stento riusciva a mantenersi fermo. Le parole di suo fratello lo stavano rendendo irrequieto.

"Io torno da lei e le chiedo se..." affermò convinto Caius, indicandosi in basso e facendo gesti e cenni decisamente espliciti.

Aro scosse la testa, soffocando una risata. "Davvero... è folle come non riusciamo a prendercene cura da soli... mi sento un adolescente in preda ai primi ormoni..."

Caius era a tanto così da controbattere, quando un rumore di passi li riscosse. Erano passi troppo rumorosi per non essere intenzionali. E poi c'era l'odore. Un loro simile... fin troppo conosciuto.

Carlisle Cullen fece la sua apparizione all'inizio del vicolo, scuro in volto. Era andato a nutrirsi poco lontano, forse in uno zoo...

I suoi brillanti occhi nocciola-dorato splendevano nella notte, rispondendo a quelli rosso sangue degli altri tre vampiri.

Fece loro un cenno di saluto, per poi affiancarsi al trio.

"Immagino" cominciò, annusando distrattamente l'aria "che la caccia sia andata a buon fine..."

Caius lo guardò in cagnesco, ma non rispose. Probabilmente era in vena di una bella rissa.

Aro sorrise al nuovo arrivato e rispose "sono cadute nella nostra trappola come pesci nella rete... non hanno avuto nemmeno il tempo di respirare che erano già morte. Quattro signorine davvero... avvenenti."

Quattro... il che significava, pensò Carlisle, che qualcuno aveva fatto il bis.

Probabilmente il biondo... nonostante la sua irrequietezza attuale.

Marcus, dal canto suo, fece un sorriso cortese a Carlisle, ma non si mosse, concentrando lo sguardo su un punto. Era il suo modo per darsi un contegno nei momenti più disperatamente delicati.

"Propongo una gita... qui attorno. Ce ne andiamo dalla città ma restiamo a portata di orecchio... potremmo andare nel deserto circostante... nulla ci vieta di fare un'escursione." Propose Carlisle, guardando fisso Aro, il quale sbuffò ma annuì.

"Ritengo che sia la cosa migliore... potrebbero venirci strane idee altrimenti." E guardò severamente Caius, che non mostrò il minimo interesse per la frecciatina.

Marcus semplicemente si staccò dalla parete e seguì gli altri.

Percorsero delle vie secondarie e poi si immisero nel deserto. Tutto lì attorno, con la sua desolazione e la quiete dopo la città in tumulto, li rasserenò.

Presero a percorrere in lungo e in largo le miglia che consentivano loro di non essere troppo lontani in caso di necessità.

Trascorsero lì parte della giornata, nascosti perfettamente all'occhio umano. Nessuno passava per il deserto... tranne che per le strade principali. E i vampiri se ne stavano bene alla larga.

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"Aha! Battuto di nuovo! Sei proprio un incapace, fratello!" Jane scoppia a ridere, prendendo in giro Alec.

Stiamo giocando da un pezzo a un videogioco: è una specie di gara di sci, in cui il punteggio si dà in base ai trick che si mettono in atto durante la discesa.

Non ci avevo mai giocato prima, ma mi sono rivelata più brava del previsto. Ho battuto Alec cinque volte di fila.

Non lo ho mai preso in giro, ma Jane, entusiasta di questa situazione, non ha mai smesso di punzecchiare il fratello. Continua a fare commenti irritanti, nonostante io a volte la interrompa, chiedendole una tregua. È davvero una peste quando si impegna...

Al sesto round vinto, mi alzo e appoggio il controller a terra, per sedermi sul divano.

"Alec... facciamo una pausa. Mi sono stufata di 'sto gioco."

In realtà il gioco mi andava bene, ma erano i due gemelli ad essere insostenibili. Ogni cosa era buona per litigare.

Mi posiziono sul divano accanto a Jane e lei, immediatamente, posa la testa sul mio grembo, ridacchiando in direzione di Alec. Questi si avvicina e si siede alla mia sinistra, appoggiando il capo sulla mia spalla.

Accarezzo piano i capelli biondi della mia sorellina, ottenendo un verso di apprezzamento. Alec si sfrega dolcemente nell'incavo del mio collo mentre io coccolo Jane. Mi sembra di fare la babysitter a due koala...

"Da quando siete così affettuosi...?" Mi scappa da ridere e loro mi accompagnano nella risata. Sembriamo una famiglia di gatti intenti a fare le fusa.

"Mmm... non lo so. Ma sono sicuro che mi piace parecchio..." Mormora Alec e io scoppio a ridere.

Nel bel mezzo delle coccole, ai due gemelli viene un'idea. Lo percepisco subito, sentendoli meno rilassati.

"Cosa c'è?" Chiedo ad alta voce dopo qualche istante.

I due gemelli sghignazzano e si mettono a sedere.

"Pensavamo..." si guardano un momento, poi Jane prosegue "ti andrebbe di fare un giro? In città?"

La fisso stranita, poi scuoto la testa "È pericoloso... e poi Aro, Caius, Marcus e Carlisle non saprebbero nemmeno che siamo fuori... impazzirebbero."

I gemelli finirebbero nei casini... e io non me lo perdonerei.

Alec sbuffa e poi interviene "Sarebbe solo un giro in auto... per vedere la città di notte. Lo diremmo alle altre guardie e ci faremmo accompagnare..."

Quando vede la mia espressione indecisa, supplica "avanti... eddaii... solo un giro veloce. Poi rientriamo."

Sospiro ma annuisco. Se si tratta di un giro... e restiamo in auto... mi sta bene.

"Okay... ma restiamo in auto. Non accetto scuse." Affermo e loro annuiscono impazienti.

Jane mi trascina subito dentro la cabina armadio e mi trova degli abiti.

Opto, di comune accordo con lei, per un tailleur bianco e una camicia bianca con inserti azzurri. Per quanto riguarda le scarpe, accetto dei sandali non troppo alti, bianchi anch'essi.

Jane mi sistema i capelli con cura, permettendo ai miei ricci di scendere a cascate scure sulle mie spalle e schiena, solo fermandoli in alto in uno chignon parziale.

Rifiuto il trucco, anche se un filo di mascara lo metto. Ormai ogni tanto me lo concedo, giusto per vedermi un po' diversa.

I due gemelli hanno mantenuto i dress code nero, ma hanno cambiato diversi particolari: Alec porta la camicia e la cravatta, Jane ha i capelli sciolti e il vestito di pizzo che, di solito, mette quando ci sono ospiti al castello.

Ci fissiamo tutti un istante e ridiamo all'unisono. Dove crediamo di andare?

Scendiamo con l'ascensore nella hall con la spiaggia e il fiume Acheronte, dove troviamo Demetri, Chelsea e Heidi. Tutti e tre si voltano al nostro arrivo, accogliendoci con sorrisi di apprezzamento.

"Wow... guardate chi si vede... andate a farvi un giro?" Interviene Heidi, chiocciando.

Demetri si offre di accompagnarci quando Alec chiede un autista. Non che i gemelli non sappiano guidare... ma hanno i corpi di tredicenni un po' cresciuti ed è meglio non rischiare.

"Divertitevi... Las Vegas aspetta solo voi, ragazzi!" Ci gridano le due vampire, mentre usciamo da un ingresso laterale dall'edificio, per raggiungere il parcheggio.

Individuiamo la Lamborghini nera con cui siamo arrivati, ma io blocco gli altri "Non possiamo andare in giro con la loro auto... se ci beccano siamo carne da macello." Insisto ed Alec annuisce. Un conto è andare in macchina con i Volturi, un conto è con la guardia. Esiste uno stretto regolamento in merito tra le fila della congrega. Non ho intenzione di permettere che ci vadano di mezzo i miei fratelli e Demetri...

"Ci sono alternative?" Chiedo titubante a Demetri. Siamo arrivati con due auto... e nessuna delle due è utilizzabile per la nostra uscita.

Lui si guarda attorno e poi fa un fischio. Seguo la direzione dei suoi occhi e noto una fila di auto bianche: BMW, Audi, Cadillac... insomma, tutte costose. Sopra di esse c'è un cartello: "Riservate ai clienti dell'hotel".

Demetri si volta verso di me e ammicca "Problema risolto... e dovrebbero pure essere incluse nel prezzo. Vado a chiedere alla reception..." E in un lampo si dilegua.

Torna poco dopo con le chiavi di un'Audi. Sorride raggiante e dice "Non ci faranno pagare un centesimo di più.. era tutto incluso."

Fisso le auto e mi chiedo se i Volturi non ci avessero pensato quando hanno prenotato... Magari si immaginavano che avrebbero avuto bisogno di più auto...

Non posso fare a meno di pensare che potrebbe essere un'esca ben piazzata.

Troviamo l'auto e ci saliamo: è una bianca e immacolata Audi decappottabile, un modello fresco di fabbrica, con sedili in pelle scura.

Usciamo dal parcheggio sotterraneo e ci accorgiamo della folla di gente che si è riversata sulle strade, fuori e dentro bar, casinò, perfino hotel adiacenti. C'è un caos pazzesco.

"Non potete capire quanto io sia felice di non dover stare in mezzo a quella gente... spiaccicata come una sardina." Commento e Jane, seduta di fianco a me, si mette a ridere. Alec, per buona misura, alza la musica della radio. Passano, manco a farlo apposta, "Pon de replay" di Rihanna.

Demetri sbuffa, alzando gli occhi al cielo. Alec sghignazza alla sua espressione e lo prende in giro. A quanto pare, il segugio dei Volturi non è un fan della cantante barbadiana.

"Non fate i bambini... stiamo cercando di goderci il giro, qui." Li rimprovero prima che possano sfociare in una discussione vera e propria.

Demetri accelera e ci porta su una strada principale: essendo l'ora piuttosto tarda, le persone sono tutte nei locali e di auto in giro ce ne sono poche, tranne i taxi.

Passiamo in rassegna varie vie principali, tra cui la famosa 'Strip': tutto brilla di neon e cristallo, le persone si ritrovano per giocare d'azzardo e ballare sotto le luci sfolgoranti delle piste dentro ai locali affollati. Fuori, le guardie della security si occupano di controllare che l'eccesso non sfoci in violenza o in troppa baldoria, tale da disturbare l'ordine civile.

Riproduzioni del Canal Grande di Venezia e della torre Eiffel di Parigi circondano una vasca enorme di acqua, dalla quale partono fontane a intermittenza.

Donne e uomini si vestono eleganti, con diamanti, perle, abiti principeschi e sgargianti. Ridono con sconosciuti e si avvicinano alla folla come attratti dal caos incontrollabile, irresistibile nella sua confusione.

Ad un certo punto, decidiamo di infilarci in una via laterale che sbuca fuori città, su una delle strade che attraversano il deserto nelle quattro direzioni. Demetri dice che quella a sud è sempre trafficata, come quella a nord. A quanto pare si punta a est... dove nessuno va perchè le città distano vari kilometri e ci sono solo dei parchi nazionali.

Percorriamo un bel tratto di strada, allontanandoci dalla metropoli, sempre più al buio. La Via Lattea sopra di noiosi fa sempre più luminosa e nitida.

Fermiamo infine l'auto in uno spiazzo e tiriamo giù il tettuccio della decappottabile per guardare le stelle.

Nonostante la città sia ancora relativamente vicina, con le sue luci artificiali, riusciamo a distinguere chiaramente il profilo della nostra galassia, il che è meraviglioso. I gemelli si stendono e fissano in alto, mentre Demetri resta in guardia, in attesa di un qualsiasi pericolo che speriamo non arrivi.

In qualunque caso, ho la bacchetta e nessuna voglia di farmi uccidere.

"Wow... e pensare che non molti anni fa gli uomini le vedevano così tutte le sere... sembra di guardare la tv..." Mormoro e Jane annuisce.

"Ricordo poche cose della mia vita umana... ma mi è rimasto impresso quando, fuori dalla nostra casa, io e Alec guardavamo le stelle.

Erano momenti magici... ci sentivamo distanti da tutto e tutti e così... liberi." Confessa la mia sorellina e io la abbraccio. La solitudine che lei e suo fratello hanno passato non è comparabile con la mia esperienza. E loro non hanno fatto altro che mostrarsi forti. Davvero... sono dei ragazzi coraggiosi. Non smetterò mai di ammirarli e tenterò di mostrare loro il mio più profondo affetto.

Demetri torna in macchina e borbotta "Meglio che andiamo... restare troppo scoperti non va bene. E poi chi ci dice che i Maestri non siano già tornati?"

Ha ragione e noi tre annuiamo in sua direzione. Decidiamo di non chiudere il tettuccio dell'auto finchè saremo di nuovo in città. Vogliamo goderci quest'aria fredda ma speciale, selvaggia, del deserto americano.

In lontananza, un coyote ulula.

Sfrecciamo lungo la strada a velocità sostenuta, senza esagerare. Mi guardo attorno un'ultima volta, per assaporare la bellezza del paesaggio senza il caos cittadino.

E' mentre ruoto la visuale che vedo tre paia di occhi rossi, scintillanti nella notte, fissarci. Poco distante, un bagliore dorato li imita.

Anzi, non stanno fissando nessuno se non me. Resto incollata a quegli sguardi per i brevi istanti che mi sono possibili, l'intensità che vi leggo non mi lascia dubbi su chi ne siano i proprietari. Sorrido timidamente nella loro direzione, poi li seminiamo.

Io e Alec ci scambiamo un'occhiata e sorridiamo. Dunque, anche i Volturi e Carlisle hanno passato una serata sotto le stelle... neanche troppo distanti da noi.

Riaccendiamo la radio: passano "señorita" di Shawn Mendez e Camila Cabello. Un brivido mi attraversa la schiena.

Rientriamo in città in un caos di automobili e pedoni: anche i più nottambuli se ne stanno tornando ai loro alloggi.

Raggiungiamo l'albergo, parcheggiamo e ci dirigiamo al nostro appartamento, al quinto piano. La gorgone-Minosse è sempre al suo posto nella hall e ci fa un cenno educato di saluto. Quella donna mi spaventa tutte le volte...

Saliamo fino al nostro piano ed entriamo. Alec è nel bel mezzo di una battuta e io gli sto sorridendo, mentre Jane ride apertamente...

Ci blocchiamo tutti e tre alla vista dei quattro vampiri che ci attendono, stravaccati sui divani scuri del soggiorno, elegantemente allungati, sparsi per la stanza.

'L'atmosfera da Harem mediorientale al maschile non aiuta il mio umore. No no...'

Alla vista dei maestri, Demetri si dilegua con un cenno di saluto a me e un inchino a loro. Lo ricambio ma non mi muovo oltre, se non per togliermi i sandali.

L'aria nella stanza è tesa... ma non percepisco emozioni negative... non sento la rabbia o il dispiacere che potrebbe accompagnarli, dato che mi hanno vista girovagare senza di loro. Sento solo... sguardi. Ossessivi, languidi.

Jane mi prende per la mano e ci sediamo su una poltrona libera, una sorta di divanetto stretto, da due posti. Ci stringiamo l'una all'altra, senza capire il perché dell'atmosfera che ci ha accolto.

Cioè... la crisi di astinenza è palese...

Tengo lo sguardo basso, in silenzio.

Non capisco... perché nessuno dice niente?

Improvvisamente, davanti al mio sguardo si presenta una tazza colma di caldo liquido ambrato: tè. Incrocio gli occhi di Marcus che me la sta porgendo, il suo sorriso gentile e caloroso mi porta a ricambiare.

"Grazie..." mi mordo il labbro, accettando la sua offerta. Non mi accorgo immediatamente del fatto che i suoi occhi si sono scuriti considerevolmente al mio gesto timido.

Bevo un sorso e incrocio gli sguardi degli altri tre. Resto paralizzata sotto l'oscura bramosia di Aro e l'ardente desiderio a stento trattenuto di Caius, che si morde un dito ghignando alla mia sorpresa.

Anche io, a questo punto, mi sento una cretina... 'sorpresa' dopo tutto questo tempo?

Carlisle mi fissa, gli occhi dorati che divorano d'un sol boccone tutta la mia forma.

'Anche il dottore adesso?!'

Mi aspettavo più... un abbraccio di gruppo o un bacio disperato... una cosa così.

Adesso mi sento sotto i raggi laser.

Ma il silenzio non è accettabile. Non se la tensione si taglia con il coltello.

"Tutto ok? È successo qualcosa...?" Domando lentamente, guardandoli uno ad uno.

Il sorrisino di Caius si allarga, teso. Quello di Aro è più rilassato, ma il suo corpo lo tradisce e i suoi occhi, con il loro sguardo languido, fanno altrettanto. Marcus si è disteso nuovamente dove era prima, il fisico atletico e flessuoso leggermente inarcato. Carlisle copia Caius mordendosi un dito, guardando altrove.

Alec rientra dalla cucina, portandomi qualcosa da mangiare. Lo ringrazio con un sorriso ma non smetto di guardarmi attorno. C'è qualcosa di molto sospetto...

Che abbiano combinato qualcosa? o che vogliano farlo?

"Noi ce ne andiamo... dobbiamo sistemarci e andare a caccia a turni con gli altri. Ci vediamo più tardi?" Jane si alza dal divano e mi abbraccia e Alec fa altrettanto, da dietro. Annuisco, ricambiando la stretta: non vorrei che se ne andassero... ma mi ricordo il patto fatto prima di partire.

Li mollo e li lascio andare. Mi risiedo al posto di prima e bevo un altro sorso di tè, sentendomi di nuovo accerchiata da quegli sguardi brucianti. Non vorranno ammetterlo, ma sono sicura come l'oro che qualcosa hanno.

Forse hanno semplicemente bevuto...

Ricordo bene come l'alcol giochi brutti scherzi ai vampiri.

Mi avvicino al piatto per mangiare, ma noto Caius muoversi in avanti, pronto a parlare. Il suo ghigno ha un non so che di... sensuale.

Comincia a fare caldo... Mi immobilizzo.

"Ti conviene aspettare un attimo per mangiare. Dobbiamo..." scambia uno sguardo con Aro, che lo fulmina, e poi si schiarisce la gola "devo chiederti una cosa. E... sono quasi sicuro che non ti piacerebbe una richiesta del genere... a tavola."

Lo squadro confusa, ma mi allontano dal piatto. A quanto pare è stomachevole... o truce. Non so... ma questi occhi...

Caius si schiarisce di nuovo la voce, fissandomi.

"Se ti chiedessi un favore... importante, diciamo così, proveresti a... aiutarmi?" Mi inchioda con lo sguardo mentre attende che io gli risponda.

Okay... quel favore non è stanare il suo maglione nel bucato o roba così.

Forse sto capendo dove stiamo andando a parare... tutta quell'astinenza si sta davvero facendo sentire.

"Certo. Ci... proverei di sicuro. Spara" lo invito con quanta sicurezza riesco a raccimulare sotto quegli occhi ardenti. Mi sento ancora più scema di prima, se possibile.

Lui sorride soddisfatto e si alza. Giunge dinanzi a me e mi porge la mano. "Seguimi..."

La accetto e mi alzo, senza staccare gli occhi dai suoi.

Saluto gli altri, ugualmente tesi e attratti dalla mia presenza come una calamita.

Mi stringo al fianco di Caius mentre camminiamo fino alla sua stanza, che ci attende scura e fiocamente illuminata dal fuoco sanguigno del camino.

Entriamo e lui si chiude la porta alle spalle, sorridendomi con quell'aria fatale e oscura che mi paralizza il sangue nelle vene.

Mi appoggio al baldacchino nero del suo letto, fissandolo e aspettando che dica qualcosa. Non ho nemmeno la forza di cambiarmi in qualcosa di più comodo. Lui si siede di fronte a me sul bracciolo di una poltrona.

Allunga una mano e lentamente mi attrae a sé. Mi lascio guidare e mi ritrovo a pochi millimetri di distanza dal suo viso.

"So che può sembrare la stessa cosa che mi hai vietato giorni fa... ma ti giuro che non c'entra nulla..." e poi mi bacia.

E dannazione... quale irruenza. Sembra un uomo che non mangia da mesi e che vede una coscia di pollo nel deserto.

Il rumore umido del bacio mi fa rabbrividire, ma non mi stacco. In fondo, il mio corpo non vuole collaborare perché lui mi era mancato. Nonostante io abbia provato a sfuggirgli e a dirgli di no... buona parte di me aveva sentito la sua mancanza.

Con un sospiro soddisfatto, seppellisce il suo viso nel mio collo e inspira il mio odore.

"Bellissima... Cazzo, quanto mi eri mancata..." mormora Caius, immobile e stretto a me.

"Ehi... non imprecare." Lo ammonisco e lui ridacchia, teso come una molla. "Mi eri mancato anche tu..." aggiungo più piano e lo percepisco stringersi a me con più forza.

"Era... questo il favore che dovevo farti...?" Gli domando, incrociando i suoi occhi.

Scuote la testa, iniziando lentamente a baciare la mia mandibola, mentre mi risponde "no... ma forse non avrei dovuto... non voglio chiederti troppo..."

Sa essere decisamente premuroso e dolce se non è in competizione con gli altri tre...

"Puoi chiedere comunque... al massimo ti dirò di no... non è un problema." Lo fermo e lo costringo a parlarmi faccia a faccia.

Mi sorride lievemente e avvicina le nostre fronti. "Mmm... coraggiosa. Dopo tutte le premesse sei ancora disposta ad ascoltarmi...?"

Mi bacia lentamente, prendendosi il suo tempo, poi si stacca e comincia a parlare.

"Quando siamo usciti ieri sera... ero molto teso. Avevo intenzione di aiutarmi a rilassarmi, magari in un momento adatto.

Ci ho provato in infiniti modi... ma non ha mai funzionato. Ho tentato perfino di ubriacarmi, ma il fuoco che avevo dentro... non ha mai smesso di bruciare.

E allora ho capito che da solo non avrei combinato nulla... e nemmeno con una persona a caso." I suoi occhi si scuriscono e mi percorrono il viso.

Attendo che continui, immobilizzata dalla tensione che pervade ogni muscolo dei nostri corpi.

"Avevo bisogno di te... delle tue mani su di me... della tua pelle calda... del tuo odore inebriante..." inspira di nuovo e io arrossisco leggermente al commento.

Come fa a piacergli il mio odore...? Al massimo il profumo che indosso a volte è piacevole... ma non l'odore della pelle umana... normale. E il sangue non c'entra stavolta.

Mi conduce fino al divano. Si blocca in piedi, dandogli le spalle, con me di fronte. Deglutisce vistosamente e io faccio per allontanarmi, ma lui mi blocca i polsi.

"Se quello che vuoi è quello che penso... Caius, la mia risposta non cambia..." tento di liberarmi ma lui scuote la testa, baciandomi di nuovo. Percepisco tutta la sua necessità e comincio ad avere paura. Ma una piccola parte di me esita e, alla fine, anche io con essa.

"Non si tratta di quello... non ti obbligherei mai a farlo con me se non volessi..." mi fissa e gli credo, ancora come prima. Non mi farebbe del male... lo leggo in tutto di lui.

"Quindi... cosa vuoi...?" Domando, incerta sul da farsi. Se non vuole quello, non ci sono molte alternative... non per ciò che il suo atteggiamento esprime.

Sbuffa una risata tesa, poi mi prende le mani e le guida sul suo petto, il cotone nero della camicia morbido al tatto. "Questo..." mormora.

Si sposta più in basso, verso l'addome, senza staccarmi gli occhi di dosso. "Questo..."

Poi conduce più giù una mia mano lentamente, come a chiedermi il permesso. Non mi muovo, non lo spingo via: percepisco il suo immenso desiderio di essere toccato, amato... nonostante io mi senta un'inetta per farlo.

"Questo..." con le punte delle dita mi fa accarezzare il fulcro della sua necessità attraverso i vestiti. Ne percepisco la durezza e il bisogno...

Avvicina la testa e la poggia sulla mia spalla, sussurrandomi all'orecchio.

"Non mi sono dimenticato di quella volta alla Gringott... non ti chiedo niente di diverso e non ti farò nulla... ma ti prego... toccami." Il suo sguardo di fuoco, disperato, si posa su di me in attesa di risposta.

Ricordo anche io benissimo quella volta... ma era stata solo stupida e avventata. E sono così inesperta...

Ma leggo tutto il bisogno nelle sue iridi e non voglio negargli la mia attenzione. Ho imparato a volere bene a questi quattro... non mi tirerò indietro da qualche... carezza intima. Nonostante le mie innumerevoli insicurezze.

Mi schiarisco la gola e dico "Se è quello di cui hai bisogno... va bene. Ma sono un'incapace... dovrai guidarmi."

Il sorriso che gli si forma sulle labbra è soddisfazione ed eccitazione pura.

Avvicina le labbra alla mia gola e mormora "Grazie..." le da un bacio veloce e poi si stacca.

È intenzionato a mantenere la promessa del non toccarmi. Non posso dire di non essergliene grata.

Lo guardo mentre si sbottona la camicia, i suoi occhi incollati ai miei, sulle labbra lo stesso sorrisino soddisfatto.

Fa per slacciare i pantaloni, ma io mi giro di scatto, respirando profondamente.

Non mi sento pronta allo strip club, sinceramente.

"Scusa... io... ho i miei limiti..."

Mi schiarisco la gola quando sento il tonfo dei suoi vestiti che toccano terra.

Okay, sono ufficialmente terrorizzata.

Ho Caius Volturi praticamente nudo dietro la schiena che mi ha implorato di... oddio.

Improvvisamente, percepisco il suo corpo statuario a pochi centimetri dal mio. Inspiro violentemente, rendendomi come la corda di un violino. La sua voce roca per il desiderio raggiunge le mie orecchie, profonda, le parole scandite piano. "Puoi dirmi di no in qualsiasi momento... puoi fermarmi per qualsiasi cosa... non ti costringerò a fare nulla"

La mia unica reazione è un sospiro tremolante.

A cui ne succedono altri due. Mi serve un boost di coraggio enorme per voltarmi, ma dopo qualche istante mi decido.

Essendo lui molto vicino, il mio sguardo si ferma al suo petto, i pettorali tonici e tesi e tutti i suoi muscoli con essi.

I capelli biondi, non troppo lunghi, gli ricadono sulle spalle ampie e forti, la pelle diafana brilla leggermente alla luce fioca del camino.

Deglutisco, espirando lentamente.

"Sei..." non trovo le parole per definirlo, la perfezione di queste forme ineguagliabile.

"Sono tuo... anche quando mi dici di no... anche quando mi rifiuti... anche quando scappi... resto sempre e solo tuo..." mi sorride e io abbasso lo sguardo, evitando i suoi occhi per un attimo.

Psicologicamente è davvero difficile.

In silenzio, mi tranquillizzo un po', riprendendo le forze per il passo successivo.

Mi sporgo un poco verso di lui, attenta a non... imbattermi accidentalmente in qualcosa in cui non dovrei.

Allungo lentamente una mano, poggiandola sui suoi pettorali, accarezzando la pelle dolcemente.

"Se faccio qualcosa di sbagliato... dimmelo, okay?" Gli domando, perché non voglio dargli fastidio nè fargli del male.

Fisso la sua pelle liscia come marmo mentre la tocco delicatamente, il calore della mia pelle che contagia superficialmente la sua.

Lui ridacchia alla mia insicurezza, ma annuisce "sono proprio sicuro che mi farai del male se continui così..." mi sorride, prendendomi in giro. Lo diverte la mia insicurezza, ma anche la mia voglia di stargli vicino.

È davvero nuovo che io conceda questo tipo di rapporto... non che stia diventando chissà cosa. Di certo, però, fare ciò che mi accingo a tentare... significa fiducia, cura.

"Te l'ho detto che non sono..." Borbotto, sprofondando lentamente nelle mie insicurezze. Mi bloccò, però, quando lui si fa davvero vicino, le labbra a millimetri dalle mie. Nei suoi occhi leggo solo 'ti voglio' e il mio stomaco è partito per la tangente.

Grazie a Dio ho seguito il consiglio di non mangiare niente.

Caius bacia il mio naso, poi sfregandolo con il suo.

"Ho bisogno di baciarti... posso?" Sussurra, la voce addolcita, quasi stralunata. Arrossisco leggermente al suo tono che si manifesta per la prima volta in maniera così evidente.

'Se ci pensi, genio, non gli sei mai stata così vicina... in tutti i sensi'

Dovrei dirgli di no... cavolo, è nudo! Non posso farmi baciare da... Caius Volturi senza un vestito addosso... e soprattutto non so dove mi porterebbe.

Ma se voglio... stargli davvero accanto devo mandare un po' al diavolo queste paranoie. Lo faccio per lui, no?

Sospiro, prendendo coraggio.

"Dovrei dirti di no... seguendo il buonsenso. Ma possiamo provare se non mi salti addosso. Però devi promettere, davvero, che non lo fai..." gli intimo seriamente. Dovesse succedere, andrei in pezzi.

Ma lui sorride, avvicinandosi, i suoi capelli dorati che scivolano attorno ai nostri visi.

"Lo giuro..." e mi bacia lentamente, goduriosamente. La sua prepotenza è abbandonata per una sensualità dominante, che supplica per avere di più.

Ma non preme per ottenerlo. E io non mi stacco furiosamente come farei di solito... ma mi lascio baciare.

Caius ansima quando non rompo il contatto, indugiando paziente in tutto questo.

Il suo corpo freme impaziente dinanzi al mio e per un attimo lo osservo. Decido che è meglio non lasciarlo a soffrire.

Ha sofferto abbastanza.

La mia mano scende lentamente sotto i suoi pettorali, raggiungendo l'addome. Sono insicura, sì, ma non stupida.

Lo sento sospirare di piacere quando scendo ancora di più. Mi morde il labbro inferiore e io sussulto.

"Caius..." mormoro, senza capire se è meglio che mi fermi. Non credo che fargli perdere il controllo sia sensato.

Faccio per ritrarmi, ma lui blocca la mia mano "ti scongiuro... puoi legarmi se vuoi... ma non andare via... sto morendo per te, donna" Bacia invitante il mio orecchio e io trattengo il respiro.

"Non me ne vado..." e scuoto la testa.

Sta impazzendo. Uno dei vampiri più antichi al mondo sta impazzendo perché gli sto toccando il petto...

Senza parole, proseguo la mia esplorazione in basso.

Però devo guardare quello che sto facendo... non so le dimensioni nè come sia fatto esattamente...

Mi stacco leggermente da lui, che mi fissa. Capisce subito cosa mi frulla per la testa e fa qualche passo indietro. Si muove come una pantera, un predatore volontariamente sottomesso alla sua divinità, in piena adorazione.

D'istinto, mi verrebbe da guardare altrove: non sono certo una dea e non ho fatto nulla di particolarmente peccaminoso. Contro ogni logica, mi impongo di guardarlo di rimando.

Lui si appoggia alla parete in fondo alla stanza, con grazia ed eleganza feline, permettendomi di guardarlo bene, ma proprio bene. Sembra uno di quei modelli in posa per uno scatto.

Non mi toglie gli occhi di dosso.

Mi avvicino piano per osservare il suo corpo possente e muscoloso, il suo ampio torace, i fianchi stretti e gli addominali perfetti, le gambe forti e mollemente accavallate all'altezza delle caviglie... e beh, la sua lunga... grossa... erezione.

Dire che è eretta è un eufemismo. È tesa, una parte di lui impellentemente bisognosa di attenzioni.

Dovrei smettere di fissarlo, ma la parte morbosamente curiosa di me è sorpresa dalla sua anatomia. È davvero molto bello. E non lo dico perché è nudo o perché è perfetto. È tutto di lui che urla quanto sia... stupendo.

Poi ovviamente c'è una buona dose di eccitazione... e di interesse. La mia immaginazione sta lentamente iniziando a metabolizzare seriamente le informazioni che le fornisco. Si è risvegliata e sta considerando di averne a disposizione altri tre con forme spaventosamente simili...

Infine, c'è la parte critica di me che si chiede come diavolo potrebbe succedere qualsiasi cosa se le dimensioni sono tali... si è capito. È davvero enorme.

Mi schiarisco la gola per quella che sarà la milionesima volta e incontro il suo sguardo tormentato dalla passione e dall'istinto represso di avvicinarsi. C'è un bisogno e un dolore per le distanze che gli sto imponendo... e un po' mi dispiace. Però non reggerei più di due secondi prima di smaterializzarmi senza pensarci troppo.

"Sono di tuo gradimento?" Domanda Caius, la voce così vellutata che manda brividi in posti sconosciuti del mio corpo.

Giuro che se questa è la sua voce quando si porta una donna a letto, io non ci riuscirò mai.

Quasi mi tremano le ginocchia.

Mi affretto a guardare altrove, mentre rispondo "scusa se... ti ho fissato. È che... è tutto nuovo. Io non avevo mai visto una cosa del genere dal vivo... cioè, sapevo più o meno... ma i libri di scienze non danno l'idea..."

Mi sento una completa cretina. Un mezzo topo di biblioteca senza alcuna esperienza che deve compiacere la tigre più bella e sexy del Bengala.

Percepisco la sua risata, mi volto e lo vedo avvicinarsi lentamente, sorridendo. Mi irrigidisco e contemporaneamente sento i brividi.

"Ti faccio paura...? Schifo? Sono l'immagine reale del tuo peggiore incubo?" Mi bersaglia di domande, anche per alleggerire la tensione. E lo ringrazio per questo.

Scuoto la testa, imponendomi di non fissarlo troppo. Ho già detto che mi sento una cretina?

"No... finché sono qui e tu sei lì. E finché... fisicamente c'è una barriera. E finché devo solo... toccarti con le mani." Deglutisco e il suo sorriso si allarga. Leggo tutta la soddisfazione e la predatoria voglia di farmi sua.

"Quindi se ti spogliassi... saresti a disagio?" Chiede, divorandomi con gli occhi, e io immediatamente annuisco. Eccolo qui il limite invalicabile.

Si immobilizza, mordendosi il labbro, percorrendo la mia figura da capo a piedi. Sta ponderando le sue azioni... e probabilmente si sta trattenendo.

Infine, lui fa un cenno assenso e lentamente mi prende la mano e la riporta sul suo addome. Impaziente di andare avanti, vedo...

"Sentiti libera... toccami, usami, gioca con me... esplorami... io mi fido completamente di te. Sono sicuro che non puoi farmi del male..." il suo sussurro arrocchito mi fa scaldare le guance.

Annuisco distrattamente, puntando il mio sguardo in basso. Da questa distanza è ancora più grosso... e io mi sento di impiccio.

Ma non mollo. Non adesso.

Con un dito accarezzo il suo membro sotto la punta, fino in basso, con un movimento fluido. È gelido ma morbido, teso.

Caius sibila di apprezzamento al mio gesto, finché non si trasforma in un grugnito. Lo tengo d'occhio, per non fargli del male.

'Male? Ma lo vedi, scema? Si sta letteralmente sciogliendo come un ghiacciolo al sole...'

La mia testa dovrebbe imparare a tacere...

Con due dita risalgo dal basso verso la punta e ottengo un suo gemito quando stringo un po' di più.

Mi blocco e lui apre gli occhi, scuri come carboni ardenti. "Ci sai fare... molto. Sei un talento naturale... oppure sono solo io che sto perdendo la testa..."

Probabile la seconda... la mia 'capacità' consiste in curiosità morbosa, niente di più. Sono solo la pazza giusta per questo lavoro.

"Sono una completa imbranata... non so nemmeno..." mi mordo il labbro e Caius ringhia. Sobbalzo e spalanco gli occhi, puntandoli su di lui.

"Certi gesti, signorina, sono pericolosi... Te li sconsiglio se non vuoi affrontarne le conseguenze..." ansima, sotto al mio mento, lottando contro l'istinto che lo spinge a saltarmi addosso.

"Scusami.." mormoro, anche per riportarlo con i piedi per terra, ma lui ridacchia alla mia tensione.

"Mi fai impazzire..." mormora sul mio orecchio, facendomi rabbrividire. Questa dannata voce è la mia fine...

Respiro profondamente.

Riprendo con cautela la mia esplorazione, prendendolo alla base e muovendolo in alto e in basso, lentamente. Senza esitazione, il suo bacino asseconda i miei movimenti, lenti ma precisi, poi un po' circolari.

E io che pensavo che ci volesse un po' prima che questa roba desse piacere... ma a quanto pare è molto più sensibile del previsto.

Caius vistosamente ansima sul mio collo, le mani adesso strette ai miei fianchi, impedendomi di andarmene, e io non smetto, anzi accelero leggermente. In risposta, lui geme il suo apprezzamento e il mio nome.

"Madeline... ahh..." e ripetutamente muove i suoi fianchi verso la mia mano, che non si ferma.

Lo tengo d'occhio, sia perché non voglio fargli del male, sia perché la sua reazione mi imbarazza ed eccita allo stesso tempo, mi sembra di essere venerata da uno che, diciamocelo, ha un fisico scolpito nel marmo, opera di Fidia.

Mentre aumento ancora il ritmo, i suoi lamenti si fanno estatici e mi prega, mi prega di non smettere. Arrossisco violentemente, ma lo rassicuro.

"Tranquillo, non vado da nessuna parte... solo non ti voglio fare male..." sussurro, comunque concentrata sui miei movimenti.

E lui ride nervosamente, esalando "se questo è farmi del male, allora torturami... ti scongiuro."

Arrossisco di nuovo al suo linguaggio, ma non mi fermo, sentendo la sua erezione fremere sotto la mia mano.

Non sono certa al cento per cento di quello che sta per accadere... ma comunque, vedendolo godere a questo modo, non credo sia brutto.

Mai avevo visto un orgasmo travolgere un uomo. È impressionante.

Con un gemito prolungato, rilascia il suo seme sulla mia mano e poi per terra. Non smetto di muovermi subito, ma aspetto un attimo, permettendogli di staccarsi quando si sentirà pronto.

Il suo liquido freddo e viscoso sulla mia mano è una sensazione strana, quasi aliena.

Lo lascio andare e lui collassa su una poltrona attorno al tavolo da scacchi.

"Dei... se quello non è talento... sei il mio angelo... il mio persecutore e il mio tormento... mi hai in pugno, mia regina..." mormora Caius, estasiato da quelle che lui chiama 'capacità' ma che sono solo fortuna e istinto, e io mi affretto verso il bagno. Gradirei non sentire commenti in merito a quello che ho appena fatto.

Non che io voglia pentirmi... sono fiera di averlo fatto per lui. Ma decisamente mi ha fatto pensare.

Pulisco il liquido dalla mia mano, resistendo all'impulso di igienizzarla, e poi dal pavimento della camera con uno straccio. Avrei potuto farlo con la magia, ma ho i nervi tesissimi... e lavorare aiuta.

Finito ciò, mi volto verso di lui, intento a fissarmi.

Inclina la testa di lato e mormora "Tutto bene?" È preoccupato che io sia stata scossa da ciò che è successo.

Sa che era la prima volta che vedevo il piacere sul viso di un uomo. E forse nemmeno lui credeva che la mia mano fosse degna di prodezze. O forse è solo estasi post orgasmo.

Tutto sommato, mi ribadisco in testa che non voglio pentirmi di ciò che ho fatto: se lo ha aiutato a trovare sollievo, allora mi sta più che bene.

Annuisco in sua direzione, appoggiandomi alla parete del camino. "Tutto okay. È stato solo... molto intenso. Ho visto cose che non mi era mai capitato di vedere." Mi stringo tra le braccia mentre mi appoggio al tavolo. Mantengo una certa distanza tra noi e lui lo nota subito.

Non si muove, però. Mi fissa e basta.

"È inutile dirti che... ho adorato ogni singolo istante. Non riuscivo a darmi sollievo da solo, sono quasi impazzito di bisogno... ma venendo da te, ho trovato il paradiso." Confessa Caius, passandosi la lingua sulle labbra.

Il paradiso, addirittura? Ma se non ho mai toccato nessuno...?

"Ammetto che un secondo round sarebbe gradito..." mormora, il tono più oscuro e possessivo, quindi mi irrigidisco.

Mi stringo a me ancora di più, allontanandomi di un passo.

"Stavo scherzando... tranquilla. Mi hai soddisfatto da morire. Ti lascio libera..." mi fa l'occhiolino, inutilmente.

Mi è venuto un bel groppo in gola.

Mi avvio verso la porta un po' titubante, ma lui mi richiama, dicendo "comunque... accetterei volentieri una seconda volta quando vorrai... è stata la cosa più piacevole che io abbia mai fatto."

Mi volto un secondo a guardarlo e noto che è pienamente rilassato, dopo tutta quella tensione. È quasi incredibile...

'Fatemi capire bene... la mia mano sul suo pene è la cosa più piacevole che abbia mai fatto in tremila anni di vita?'

Mi sento ufficialmente il genio della lampada... ma ho comunque tre desideri. E le batterie scariche.

"Più avanti... se ne avrai bisogno.., possiamo riparlarne." Gli sorrido timidamente. Ci riproverò... anche se sono molto convinta che non ci fermeremo a questo.

E non so quanto io sia pronta.

"Puoi scommetterci che ne avrò bisogno... quelle mani sono una droga e io ormai sono un tossico che vuole la sua dose..." mormora, stracolmo di lussuria, inquieto.

Sospiro mordendomi la lingua... "Non vorrei che diventasse controproducente... sai, non è sana come dinamica. Non siamo fatti per... toccarci." Arrossisco e mi pento di aver parlato così, perché attraggo i doppi sensi, ma lui mi sorride, malizioso.

"Oh, amore... quello che potrei farti con queste mani... ti ripagherei di tutti i tuoi sforzi. Ma sarò generoso e ti lascerò tutto il tuo tempo.

Ricorda che sei l'unica... e che una dose... una dose mi fa venire voglia di prenderne di più."

Ed ecco quello che temevo... ma per ora si tratta solo di farlo stare bene... non del contrario. E mi sta concedendo la sanità mentale.

Per ora.

Gli do le spalle e mi materializzo sulla balconata sud. Ho scoperto solo poche ore fa, con i gemelli, che c'è una piscina esterna.

I bordi della vasca rettangolare sono illuminati da led bianchi e il confine che separa l'acqua dal vuoto è di vetro opaco.

Mi accomodo su una sdraio con un materassino beige, stringendomi con le braccia attorno alle gambe, respirando profondamente.

'Okay... rilassati, non è successo niente di male. Hai solo realizzato quello che è da sempre un tuo incubo...

Ma non sei morta. E lui sta bene. Gli è piaciuto.

Dovrei esserne contenta...?

Ne sono fiera?

Ho paura di rifarlo... di nuovo. O peggio.

Ho paura delle sue mani... di quello che farebbero.

Ho paura di gridargli di non smettere...

Io non voglio diventare pazza.'

Mi costringo a respirare profondamente.

Una mano invisibile mi si stringe attorno al collo. Rischio di soffocare. Di affogare...

Chi mi salverà adesso...?

'Mi chiamo Madeleine Black, ho diciassette anni, sono una strega... Silente mi ha mandata qui... Silente mi ha abbandonata qui... morirò qui...?'

Lentamente mi abbandono sulla sdraio.

Alzo gli occhi verso il cielo che si tinge di rosa e azzurro. Il sole sta arrivando. L'alba... La luce trionfa sulle tenebre.

E allora sorrido.

Mi addormento così, il cuore finalmente in pace.

'Anche se dovessi morire... Non sarei mai sola'