100. Una fine e un inizio - 4 parte

Charles era immerso nel buio, gli occhi talmente serrati da fargli quasi male, lentamente iniziarono a comparire piccoli lampi di luce e lui sentì un fischio nelle orecchie che si faceva man mano più forte. Stava per svenire? Non sarebbe stato così strano dopotutto.

Il suo corpo era ancora teso, sentiva dolore ovunque, anche nelle gambe, anche se non avrebbe dovuto sentirle, giusto? Era condannato, aveva vissuto per qualche ora un'illusione, un miraggio al quale si era faticosamente avvicinato in quelle settimane e che si era infine rivelato per quello che era, una crudele realtà.

Gradualmente Charles provò a rilassarsi, a lasciar andare la tensione almeno sul corpo e riaprì gli occhi. La luce del giorno lo accecò e per un istante non riuscì a vedere nulla, quando finalmente riuscì a vedere bene attorno a sé trattenne il fiato.

"Dove … dove sono?"

Si guardò attorno, non era in infermeria, non era nemmeno a Westchester, se ne rese conto guardando fuori dalla finestra; erano passati più di sessant'anni ma ricordava bene quel luogo, quella stanza maledetta dove un medico gli aveva detto che non avrebbe camminato mai più.

"Cosa sta succedendo?" chiese, solo in quel momento si rese conto che nella stanza era presente anche Jean, indossava la divisa che portavano le infermiere cubane.

"Jean?" chiamò "Cosa … cosa succede?"

Jean stava scrivendo qualcosa su una cartella clinica, si voltò e gli sorrise.

"Va tutto bene, Charles, devi cercare di riposare."

Charles iniziò a tremare, faceva caldo ma lui sentiva freddo.

"No, non va tutto bene! Dove sono?"

Jean si era voltata di nuovo, quando tornò a guardarlo non era più lei, Charles riconobbe il volto dell'infermiera che, quella volta dopo l'incidente di Cuba, si era presa cura di lui.

"Non si preoccupi, Signor Xavier, il dottore arriverà presto."

Charles era ancora incredulo, si sfregò i pugni chiusi sugli occhi, quando li riaprì l'infermiera era scomparsa, al suo posto c'era lui, il Dottor Torres.

"Abbiamo provato ad operare per tentare di riuscire a risolvere la situazione ma il danno è troppo grave, non c'è stato niente da fare. Mi dispiace, Signor Xavier, non camminerà mai più."

A Charles iniziò a girare la testa, sentì di essere sul punto di svenire ma non riusciva a distogliere lo sguardo dal volto impassibile del Dottor Torres, mentre la stanza iniziava a vorticare lui sentì una voce familiare che non riuscì a identificare subito. Chi era? Jean?

"Charles … Charles … Charles…"

Si sentì scuotere, la stanza d'ospedale si trasformò in quella dell'infermeria, il Dottor Torres svanì e comparve Erik, giovane come era quel giorno, all'improvviso però il suo volto si trasformò in quello di John.

"Cosa … cosa sta succedendo?"

Era tutto assurdo, non poteva essere vero, il panico iniziò a impossessarsi di lui mentre, davanti ai suoi occhi, Erik con il volto di John si trasformò in Jean, solo che non era Jean … era la Fenice, i suoi occhi neri lo fissavano con rabbia.

"Esci dalla mia testa!" gracchiò e, con un fluido movimenti delle braccia, lo sollevò dal letto, Charles era a mezz'aria, incapace di muoversi o di liberarsi, sentì i polmoni bruciare, gli mancava l'aria, poi tutto finì, Fenice lo fece cadere brutalmente a terra, la vista gli si offuscò un istante per il dolore. Quando tornò lucido vide che non si trovava più nella camera dell'ospedale, riconobbe il pavimento sudicio della stanza dove Sinistro lo aveva torturato, era disteso a terra, inerme, alzò appena la testa per guardarsi attorno e vide Sinistro che brandiva una spranga di ferro, avrebbe voluto gridare, avrebbe voluto fermarlo, ma lui lo colpì con ferocia alla schiena. Il dolore fu devastante, Charles gridò con tutto il fiato che aveva.

"Non è reale!" pensava "Non è reale! Non è reale!"

Iniziò a tremare, senza potersi controllare … o c'era qualcuno che lo stava scuotendo? Chiuse gli occhi per concentrarsi meglio, la voce tornò a invocare il suo nome.

"Charles!"

Charles aprì gli occhi, aveva il fiato corto, era sudato ma tremava, si guardò intorno, confuso … era seduto nella sua sedia a rotelle, nel suo studio.

"Charles" lo chiamò ancora Jean "Hai avuto un incubo. Va tutto bene. Va tutto bene. Andiamo a fare la radiografia?"

La … radiografia? Charles si guardò attorno, era davvero ancora lì, dopo l'incontro con Zuko doveva essersi assopito e, nel sonno, aveva sognato, un incubo ricorrente, con forme diverse ma con lo stesso contenuto: lui che non poteva camminare, mai più. Respirò profondamente una, due, tre volte, quando si sentì più calmo annuì.

"Sì, giusto" disse, come se non fosse successo nulla "Andiamo."

Stavolta era davvero in infermeria e Jean, davanti a lui, sorrideva osservando la lastra sul diafanoscopio.

"Avevi ragione" disse indicando la colonna vertebrale "Sei perfettamente guarito."

Un sospiro di sollievo lo fece tremare in tutto il corpo.

"Certo, sei stato immobile per più di un mese e questo ha compromesso la muscolatura, sarà dura, ti avviso, ma ce la farai. La cosa che mi preoccupa di più è il danno psicosomatico, dopo tutto quello che hai passato non sarà facile per te, inoltre la tua mente è estremamente potente, per questo potresti faticare un po' di più, ma sono certa che supererai anche questa sfida."

Charles, ancora senza fiato per l'emozione, non poté fare altro che annuire.

"Hey, qualcosa non va?" chiese Jean "Non ho voluto indagare, ma per caso ha a che fare con l'incubo che hai fatto prima?"

Charles non rispose subito, si prese del tempo per decidere se aprirsi o meno, infine decise che sì, a lei avrebbe potuto dirlo.

"Sì, Jean" rispose "Non capita spessissimo, ma quando sono particolarmente stressato sogno di non poter camminare, di essere ancora paraplegico. Il sogno cambia in base a ciò che sto vivendo in quel periodo, ma è sempre lì, presente, la ferita mentale non è ancora guarita."

Jean si sedette accanto a lui, il suo sguardo era denso di pensieri.

"Credo che quello che hai detto ieri sera a Logan e raccontato stamattina anche a noi sia la chiave. Un anno fa Wanda ha semplicemente modificato il tuo corpo e la tua mente, non hai avuto modo di guarire gradualmente come sarebbe stato giusto e la ferita mentale, quella più profonda, è rimasta lì, sepolta ma pur sempre presente, come un incubo latente. Ora, finalmente, avrai la possibilità di guarire davvero, di sanare anche la ferita mentale."

"Sì" rispose lui, stavolta più tranquillo "Sarà così."

Jean sorrise e in quel momento vide l'orologio.

"È molto tardi" disse "Credo che sia il caso di andare a cena. No, non azzardarti a dire che non hai fame, devi mangiare e riposare per bene se vuoi iniziare la fisioterapia con Logan domani mattina."

Charles scoppiò a ridere e improvvisò un finto saluto militare.

"Agli ordini!"

La mattina seguente Charles si svegliò tranquillo e riposato, non aveva parlato a nessuno dell'incubo del pomeriggio precedente ma era crollato a letto in un sonno profondo e senza sogni. In quel momento, mentre si vestiva per raggiungere Logan in palestra, si sentì straordinariamente leggero, sollevato dai pensieri e dalle paure che fino a quel momento lo avevano perseguitato come spettri. Scese in cucina per bere un caffè e, dal momento che erano ancora le quattro e mezza, anche qualche biscotto; alle cinque in punto era già in palestra, pronto per iniziare.

Logan tardava ad arrivare, erano trascorsi già sette minuti dopo le cinque e nel frattempo Charles aveva già iniziato ad allenarsi contraendo i muscoli e sollevando i piedi. Seduto su una panca si teneva con le mani per non perdere l'equilibrio e nel frattempo si concentrava per sollevare un piede e poi l'altro. Non era affatto semplice, il suo corpo era sano ma le gambe non volevano ascoltarlo, il peso invisibile era sempre lì, anche ogni movimento si fa pian piano meno difficile.

"Sembra che tu ti stia divertendo, Chuck!"

Charles abbassò lentamente il piede e alzò lo sguardo verso Logan.

"Abbastanza" rispose lui senza fargli notare il ritardo.

Logan si avvicinò, passando accanto ai materassini ne prese uno e lo distese a terra, accanto a Charles.

"Distenditi" ordinò "Credo che tu abbia lavorato abbastanza da solo, ora faccio io."

Charles obbedì, con cautela scese dalla panca e si distese a terra sopra il comodo materassino, Logan si inginocchiò accanto a lui, gli prese la gamba destra e iniziò a muoverla facendo attenzione a stimolare ogni articolazione.

Per qualche minuto restarono in silenzio, Logan concentrato su ciò che stava facendo e Charles su ogni movimento della gamba.

"Jean mi ha raccontato del tuo incubo" iniziò Logan posando la gamba destra e spostandosi per iniziare a lavorare sulla sinistra.

Lui non rispose, disteso a terra tenne gli occhi chiusi nel tentativo di far cadere la conversazione.

"È normale, Chuck" continuò Logan "Non devi vergognartene."

A questo punto Charles aprì gli occhi e lo fissò, Logan si accorse del suo cambiamento e si fermò per ricambiare quello sguardo tanto intenso.

"Non mi vergogno, Logan" disse, sapendo di mentire.

"Ah, certo, no" rispose lui con un sorriso "Io invece mi vergognavo molto dei miei incubi, ma tu lo sai bene, giusto? Sai tutto quello che passa nella mia mente, eppure ti dimentichi di guardare nella tua."

Charles si guardò le gambe, in quel momento avrebbe davvero voluto poter camminare per andarsene ma era bloccato lì, non poteva fuggire.

"Non c'è niente di male nell'avere degli incubi e non è nemmeno sbagliato vergognarsi o averne paura" continuò Logan "Ho vissuto abbastanza da avere una bella scorta di incubi, ho solo l'imbarazzo della scelta."

Charles sospirò, sconfitto.

"Hai ragione, Logan" disse mentre un sorriso stanco gli illuminava il viso come la fievole luce di una candela "Non è facile. A volte vorrei solo poter dimenticare tutto."

"Eppure sei qui" disse Logan.

"Eppure sono qui." confermò Charles.

Nei giorni seguenti continuarono con gli stessi esercizi, alternando momenti in cui era Charles a lavorare ad altri in cui Logan lo aiutava a riattivare le articolazioni, le sessioni duravano tutte più o meno un'ora, tutti i giorni all'alba, in modo da non incontrare nessuno, dopo gli esercizi quindi entrambi potevano tornare a dedicarsi alle solite attività, lezioni e consulenze private per Charles, allenamenti nella stanza del pericolo in solitaria o con gruppi di studenti per Logan. Nonostante i progressi Charles continuava ad essere tormentato di notte da incubi terribili, simili a quelli che aveva sperimentato il primo giorno, ogni mattina li scriveva su un taccuino e dopo si sentiva meglio.

Dopo una settimana e mezza fu Logan a incoraggiare Charles ad alzarsi dal momento che ormai riusciva a sollevare la gamba senza difficoltà anche se per poco tempo.

"Credi di potercela fare?" gli chiese.

"Credo di sì." rispose lui, lentamente riuscì a salire sulla sedia a rotelle dal tappetino in cui era disteso e si spostò verso le parallele.

"Ecco, bravo, lì dovrebbe essere più facile." disse Logan.

Charles si posizionò tra le due aste di legno e le afferrò con entrambe le mani, prese un profondo respiro, ma in quel momento un pensiero improvviso lo fece tremare, l'eco di un incubo che aveva avuto proprio la notte precedente tornò a bussare alla sua mente.

"Non potrai camminare, mai più."

La voce di Jean risuonò nella sua mente come se lei fosse davvero lì presente e gli avesse detto davvero quelle parole. Per un istante lo sguardo di Charles si perse, divenne pallido e iniziò a sudare e tremare.

"Hey, Chuck!" lo chiamò Logan, gli andò incontro e gli posò una mano sulla spalla "Qualcosa non va?"

Charles scosse la testa, era evidente che ci fosse qualcosa che non andava ma lui preferì mentire perfino a se stesso, poteva e doveva scacciare quel pensiero che remava contro la sua stessa volontà, lui poteva alzarsi, voleva e doveva farlo. Le braccia tremavano ma lui le usò per sollevarsi, ecco, quello sarebbe stato il meno, non avrebbe dovuto sostenere il peso con le braccia, ad un certo punto avrebbe dovuto fidarsi delle sue gambe.

Lentamente riuscì a portarsi in posizione eretta, le braccia tremavano ma lui non mollò la presa.

"Ora lascia andare le braccia" gli disse Logan "Vediamo se le gambe riescono a sostenere il peso."

Charles annuì, contò fino a tre e lasciò andare.

Le gambe ressero.

Charles aveva ancora le mani aggrappate disperatamente alle sbarre di legno ma solo per sicurezza, per mantenere l'equilibrio, il resto del lavoro lo stavano facendo le gambe. Era in piedi, dopo quasi due mesi era di nuovo in piedi.

Rise, forse fu quella risata a costargli la concentrazione o semplicemente le gambe avevano raggiunto il limite massimo di sopportazione, fatto sta che cadde rovinosamente a terra e solo perché logan lo afferrò al volo non andò a sbattere con le ginocchia sul pavimento.

"Molto bene" lo lodò "Sei stato in piedi per quasi un minuto."

Quasi un minuto? No, si disse Charles, non era abbastanza.

"Per oggi basta così" disse invece Logan, aiutandolo a tornare seduto sulla sedia a rotelle "Siamo qui da molto tempo, domani ci riproveremo e continueremo a lavorare sulla resistenza."

Charles era senza fiato per lo sforzo ma anche per l'emozione ma anche deluso da se stesso, forse troppo pretenzioso nei suoi stessi confronti.

"Sei stato bravo" lo lodò ancora Logan "Continua così e presto tornerai a camminare."

Logan non era tipo da regalare complimenti a caso, Charles lo sapeva bene, si voltò verso di lui e vide un sorriso sincero, incoraggiante. Un pensiero è un pensiero, si disse Charles, posso decidere quali ascoltare, se dare retta alle mie paure o fidarmi di chi mi vuole bene, pensò a Raven, che lo sosteneva ogni giorno, a Cassandra che sembrava davvero preoccupata per lui e seguiva con attenzione ogni suo progresso, per non parlare di tutti gli altri i quali, ognuno a modo suo, gli stavano vicino in quel lento ma progressivo percorso di guarigione.

Nelle settimane seguenti la routine non cambiò, Charles continuò ad allenarsi anche al di fuori della palestra e, insieme a Logan, con esercizi via via più complessi e faticosi, il suo corpo reagiva bene ad ogni avanzamento di livello, gli ci voleva un po' per acquistare fiducia e forza ma alla fine ce la faceva.

C'era una sola cosa che non aveva ancora fatto: muovere il primo passo.

Era passato un mese e mezzo da quando gli erano tornati i poteri, guardando il calendario notò qualcosa che lo sconvolse e gli fece capire che forse quello era il giorno giusto per provarci.

Nove marzo.

Ricordava bene quel giorno.

Nove marzo.

Un anno prima si era addormentato l'otto marzo come un vecchio malato e si era svegliato la mattina seguente con un corpo nuovo, giovane, sano, era riuscito addirittura a correre.

Certo, si disse, non riuscirò a correre subito, ma questo sarà il primo di tanti altri passi e, dopo, non ci sarà nessuno che potrà fermarmi.

"Allora, Chuck" disse Logan "Oggi vuoi cercare di stare in piedi almeno dieci minuti?"

Charles non rispose, ormai era facile per lui alzarsi dalla sedia a rotelle e restare in piedi, giorno dopo giorno il tempo di resistenza era sensibilmente aumentato, lui però voleva di più.

"Chuck?" chiese Logan, che iniziava a preoccuparsi.

Charles lo ignorò, concentrato su ciò che stava facendo, lentamente spostò il peso del corpo in avanti, mosse la gamba destra, poi la sinistra.

Un passo.

"Grande!" lo lodò Logan "Ammetto che non me l'aspettavo, ora …"

Charles però non si fermò, le braccia gli tremavano ma lui non si lasciò intimorire, mollò la presa dalle barre e ripetè l'esercizio.

Un passo.

Senza sostegno.

Crollò quasi immediatamente, Logan ebbe di nuovo i riflessi pronti e lo sostenne, Charles tornò a tenersi restando in piedi ed entrambi scoppiarono a ridere, una risata traboccante di gioia ed eccitazione ma anche di speranza.

"Sei fenomenale, Chuck" lo lodò Logan "Sono fiero di te."

Charles era senza parole per l'emozione, ce l'aveva fatta, ce l'aveva davvero fatta! I pensieri negativi e le paure non sarebbero certo svaniti così, ma lui ormai aveva un'armatura con la quale si sarebbe difeso dal pessimismo e uno scudo fatto di fiducia in se stesso e consapevolezza dei risultati ottenuti fino a quel momento.

"Ce la posso fare" disse ad alta voce, rivolto più a se stesso che a Logan "Tornerò a camminare."