22. Odissea sotto la pioggia

Ho aspettato una ventina di minuti da quando mia madre, Arthur e Harry mi hanno lasciato solo. Ormai è notte tarda. Mi alzo a fatica. La febbre è sempre alta e mi sento debole, ma non voglio più stare lì. Harry ne sarà dispiaciuta, ma sento il bisogno di andarmene.
Scendo da letto e mi avvicino alla sedia dove sono appoggiate le mie cose. Con cautela mi spoglio del pigiama e mi infilo i vestiti e il cappotto. Riesco a indossarlo ma traballo un po'. Apro le imposte e guardo fuori. Piove. Una pioggerella leggera. Sarà il caso di uscire nello stato in cui mi trovo? Si, decisamente si.
Stando attento a non fare rumore, apro la finestra e mi calo sulla scala antincendio. Il rumore della pioggia sul metallo nasconde un po' quello dei miei passi ma cerco ugualmente di fare piano. Non vorrei che mi scoprissero. L'appartamento di Harry è al secondo piano così, dopo aver faticosamente raggiunto il marciapiede, mi appoggio al muro dell'edificio, sfinito. Riprendo fiato e mi allontano.
Non avrei mai accettato Arthur come padre, ma le sue parole mi hanno comunque ferito. Quanto è capace di odiare la gente! Me lo sono spesso chiesto, durante le mie avventurose indagini. Quanti assassini, quanti morti ho visto per questo motivo. Ho visto l'odio sui suoi occhi. Sinceramente non mi va di sperimentarlo sulla mia pelle.
Arranco aggrappandomi al muro. Non so bene dove sto andando. Si, riconosco perfettamente la zona di Londra in cui mi trovo, ma non ho una meta precisa. Ho solo bisogno di muovermi. Lontano da tutti. Mi ero illuso che fosse tutto risolto, invece adesso sono qui, in mezzo a questa pioggia sempre più forte, senza una meta precisa. Mi sento allo sbando.
Mi gira la testa, sono bagnato fradicio, ma continuo a camminare. La pioggia scivola lungo il mio cappotto, si insinua sotto la camicia ed evapora sulla mia pelle bollente per la febbre. Mi verrà una polmonite, poco ma sicuro. Non mi interessa.
Cerco di camminare in luoghi riparati, così almeno evito di bagnarmi ancora di più. Alla fine mi arrendo alla stanchezza e mi accascio sul marciapiede.
"Spostati da qui, barbone!"
La voce di un uomo mi risveglia all'improvviso. Devo essermi addormentato. Più probabilmente sono svenuto. L'uomo che mi sovrasta comincia a picchiarmi con una grande scopa.
"Spostati, ti ho detto! Devo pulire, io!"
Annuisco e cerco di alzarmi facendo leva sulle braccia. I muscoli si tendono ma alla fine cedono alla debolezza. Cado a terra con un tonfo.
"Barbone e pure ubriaco! Devo portarti alla polizia?"
"No" dico riuscendo alla fine ad alzarmi "Non sono un barbone, ho solo litigato con mia moglie. Mi ha sbattuto fuori casa" mento spudoratamente. Non ho proprio voglia di vedere Lestrade stamattina.
"Queste donne!" dice lui, fingendo di essere comprensivo e continua il suo lavoro.
Finalmente in piedi, mi rendo conto che è l'alba. La febbre è sempre altissima, lo sento. Ho bisogno di mangiare qualcosa. Sono piuttosto lontano da Baker Street. Bene. Qui nessuno mi conosce.
Entro in un bar. Devo avere veramente un aspetto orribile perché l'uomo dietro il bancone porge la tazzina di caffè al cliente e si avvicina a me, scuro in viso.
"Mi dispiace, signore, ma non posso farla entrare. Non accettiamo ubriaconi, qui"
"Non sono ubriaco" Quante volte dovrò dirlo, oggi? "Ho solo un po' di febbre. Ho bisogno di mangiare qualcosa"
Mi crede? Mi guarda storto. No, non mi crede. Mi afferra per la giacca e mi spinge fuori.
"Fuori di qui, barbone!"
Fantastico! Perfetto! Ho bisogno di mangiare e mi credono un barbone!
Sono indeciso sul da farsi. Cosa è meglio fare? Tornare a Baker Street? Andare da mia madre? No, nessuna delle due. Cerco il cellulare in tasca. Prima di tutto devo avvertire Harry e John. Glielo devo. Basterà un SMS.
Non preoccuparti per me, so badare a me stesso. Non voglio creare problemi tra te e tuo padre. SH
Non voglio creare problemi tra te e 'tuo' padre. Non 'nostro'. Non sarà mai 'mio' padre. Avevo sperato che, col tempo, avrei anche potuto considerare questa ipotesi, ma dopo la confessione di ieri sera lo escludo a priori. Invio lo stesso messaggio a John. Non voglio che si preoccupino. Io, invece, sono preoccupato per me stesso. Ho fame, sono stanchissimo e sento che la febbre sta salendo ancora. Cercando di controllare i tremiti cerco nella cortissima rubrica (tre numeri appena) del mio cellulare quello di Irene. La chiamo. Dopo lunghi e interminabili squilli, risponde.
"Ciao Irene" le dico con un sospiro di sollievo.
"Sherlock? Sei tu? Stai bene?"
"A dire il vero, no. Ho bisogno di aiuto"
Lei esita. Sento il suo respiro farsi pesante. Cosa le prende? Mi hai detto che mi ami, no? Perché non puoi aiutarmi adesso che ne ho bisogno? Attendo che la sua voce torni a farsi sentire e intanto gemo piano. Mi fa male la testa.
"Tra un'ora a casa mia"
È tutto quello che mi dice. Dopodiché riattacca il telefono senza darmi la possibilità di controbattere. Chiudo gli occhi e sospiro forte. Perché mi sembra che mi stia prendendo in giro?
Non ho altra scelta. Devo fidarmi.
Vedo un taxi passarmi accanto. Mi raccoglierà? Alzo la mano mentre il dolore ai muscoli si fa sempre più forte. Lui si ferma. Almeno lui! Capisco non accettare un uomo sporco di sangue con un arpione ma un ubriaco! Dico ubriaco perché è sicuramente così che devo apparirgli. Mi guarda come mi hanno guardato lo spazzino e il barista. Con disgusto.
"Posso salire?" chiedo titubante.
"Certo, certo!" mi risponde lui preoccupato "Dove la porto, all'ospedale?"
Ospedale? Per carità!
"No, no, la prego"
Gli dico l'indirizzo e mi abbandono sui sedili posteriori. Per almeno una decina di minuti potrò godermi il tepore dell'auto. Non so cosa mi aspetta a casa di Irene. Quello che so è che devo stare all'erta. Ho così tanto sonno … Non posso chiudere gli occhi ora. Devo rimanere sveglio. Spero che lei possa aiutarmi a riprendermi.
Vedo la città scorrermi davanti agli occhi sfocata e incoerente. A causa della pioggia, che nel frattempo si è intensificata, il taxi procede a rilento. Il traffico ormai è già intenso e questo rallenta ulteriormente la sua corsa. I fari delle altre macchine, accese per la scarsa luce che il cielo concede, mi danno fastidio. Rimbalzano sulle superfici bagnate e mi feriscono gli occhi. Improvvisamente anche l'auto dove sono seduto mi sembra soffocante. Faccio fatica a respirare, ho bisogno d'aria! Mi irrigidisco sul sedile. Devo scendere da qui! Subito! Prima che il taxista possa fermarmi spalanco la porta ed esco, approfittando di un semaforo rosso. Richiudo la portiera alle mie spalle e comincio a correre sotto una pioggia fortissima.
Mi allontano presto dalle vie principali. La pioggia e lo stordimento mi impediscono di vedere dove sono. Non ho idea di dove mi trovo e questo mi spaventa. Odio non poter avere il controllo della situazione. In questo momento, però, è il mio corpo ad avermi in pugno.
Ormai sono solo. Mi sono allontanato dal centro e mi trovo in una stradina laterale. Mi appoggio con la schiena ad un muro e finalmente riesco a mettere a fuoco le immagini e scopro con piacere di trovarmi non lontano dalla strada dove c'è la casa di Irene. Manca poco, un altro piccolo sforzo.
Faccio per rimettermi dritto e continuare a camminare quando improvvisamente mi gira la testa. Vedo dei puntini bianchi e poi più nulla.