100. Una fine e un inizio - 3 parte
Charles era in classe, davanti a lui c'erano i suoi studenti, pronti ad affrontare una verifica piuttosto impegnativa; avrebbe dovuto fare subito la radiografia con Jean ma aveva programmato quel compito da troppo tempo e non voleva farglielo saltare.
"Mi raccomando" disse, mentre uno dei ragazzi finiva di distribuire i fogli con le domande "La prossima settimana inizieremo con un argomento nuovo perciò voglio essere certo che quelli vecchi siano chiari per tutti. Prima di iniziare vi ricordo due cose: la prima è che questi test servono soprattutto a voi per capire che livello avete raggiunto, perciò copiando fareste del male solo a voi stessi, la seconda è che ho recuperato i miei poteri perciò vi sconsiglio caldamente di provarci. Buon lavoro, avete un'ora."
Tutti si zittirono all'istante e iniziarono a leggere le domande, dopo pochi minuti nella stanza non si poteva sentire che il ticchettio dell'orologio appeso alla parte e il rumore graffiante delle penne sui fogli.
Il tempo passava lentamente, Charles ne approfittò per iniziare a fare qualche esercizio da solo, contraendo i muscoli e, a intervalli regolari, provando a sollevare leggermente i piedi. Non era facile, poteva sentire le gambe, anche se molto flebilmente, erano lì ma le sentiva come se fossero schiacciate da una trapunta spessa e pesante, un fardello invisibile ma maledettamente presente.
Erano trascorsi più o meno tre quarti d'ora, quando Charles vide che Zuko si era già alzato, lo seguì con lo sguardo mentre raggiungeva la cattedra per consegnare il suo foglio.
"Molto bene" disse prendendolo mentre lui glielo porgeva "Se avessi consegnato un minuto fa avresti superato il tuo record!"
"Sarà per la prossima volta!" rispose lui con un sorriso.
Era vero, Zuko era uno dei più rapidi a consegnare e anche uno dei più bravi, non era molto eloquente ma con poche parole riusciva a esprimere anche i concetti più complessi.
"Posso già iniziare a correggerlo" disse Charles, in quel momento però vide uno compagno di Zuko posare un biglietto sul suo banco, lo osservò sorridere malignamente così, per istinto, gli lesse la mente e ciò che vide lo lasciò senza parole.
Avrebbe voluto fermare Zuko, avrebbe voluto dirgli di non tornare al banco e soprattutto di non leggere quel biglietto, ormai però era troppo tardi, Zuko aveva già ripercorso la strada fino alla sua sedia e lo aveva visto.
Sfregiato
Su quel biglietto c'era scritta la parola "SFREGIATO".
Zuko lo prese, lo lesse, se lo girò tra le mani e si alzò.
"Chi cazzo è stato?" chiese, talmente preso dalla rabbia da non badare al linguaggio "Andrew? Sei stato tu, vero? Riconosco la tua scrittura da bambino di prima elementare!"
Andrew, seduto accanto a lui, incrociò le braccia al petto e lo guardò con aria di sfida.
"Anche se fosse? Non è forse vero? Sei inguardabile, Zukkone!"
Charles sospirò e iniziò ad avvicinarsi per cercare di sedare la lite, capì in quel momento che era in atto una vera e propria esplosione di rabbia da entrambe le parti, altrimenti nessuno dei due si sarebbe permesso di comportarsi in quel modo in sua presenza.
"Fatti i cazzi tuoi, idiota! Pensa a finire il compito invece di prendertela con me!"
"Credi di essere il migliore solo perché consegni sempre per primo? No, non lo sei, sei il peggiore! Guardati! Com'è possibile che un mutante con il potere di controllare il fuoco abbia un'ustione così grande proprio sul viso? Vergognati!"
Zuko arrossì visibilmente, la sua ferita era il suo punto debole sotto molti aspetti, in quel momento l'affondo di Andrew lo fece arrabbiare ancor di più.
"Vuoi vedere come so usare i miei poteri, eh?" chiese, alzando ancor di più la voce "Guarda qui!"
Prima che Andrew potesse fare qualsiasi cosa Zuko afferrò il suo compito, lo accartocciò e gli diede fuoco, la carta svanì in una grande fiammata, lasciando solo una manciata di cenere.
"STRONZO!" gridò Andrew alzandosi "TE LA FACCIO PAGARE!"
Entrambi erano in posizione d'attacco, attorno a loro gli altri si erano ritirati, intimoriti da ciò che sarebbe potuto succedere.
"Basta così."
La voce di Charles, pacata ma ferma, bastò per smontare la loro rabbia, si voltarono entrambi verso di lui mentre i sensi di colpa di facevano già strada nella loro mente.
"Zuko, tu hai finito, puoi uscire. Andrew, non preoccuparti per il tuo compito, ti darò del tempo in più per recuperare ciò che hai perso. Vai a prendere un altro foglio alla cattedra.
Andrew e Zuko si guardarono per un istante negli occhi, poi tornarono a guardare Charles.
"Sì, Professore" dissero in coro.
Charles continuò a osservarli con sguardo severo.
"Dopo le lezioni vi voglio parlare in privato, nel mio ufficio."
Quelle parole precipitarono sui due ragazzi come macigni, entrambi accusarono il colpo ma si limitarono ad annuire, mortificati. Zuko chinò la testa e uscì dall'aula senza guardare nessuno, Andrew andò a prendere il foglio e tornò a sedersi per continuare con la verifica.
"Voi continuate" disse Charles rivolto agli altri studenti, che nel frattempo si erano fermati per assistere alla scena "Mancano dodici minuti."
Una volta tornato alla cattedra, Charles continuò a sorvegliare gli altri studenti, il silenzio ora era più pesante, quella lite aveva colpito tutti.
"Non preoccupatevi" disse, cercando di alleggerire l'atmosfera "Più tardi gli parlerò ma non sono nei guai."
Charles sentì le menti dei suoi allievi più leggere, sollevate per il lieto fine di una lite che avrebbe potuto degenerare in qualcosa di ben più grave.
Nelle ore successive Zuko non riuscì a concentrarsi pienamente, continuava a pensare a ciò che era successo e a cosa gli avrebbe detto il Professore.
Aveva sperato che quel momento non arrivasse mai e allo stesso tempo non vedeva l'ora che passasse: via il dente, via il dolore, no? In ogni caso ora era lì, lui e Andrew erano arrivati fuori dall'ufficio del Professore insieme ma lui aveva deciso di parlare con ognuno di loro singolarmente così, mentre Andrew ascoltava la sua ramanzina sul portare rispetto agli altri, lui attendeva fuori, al di là della porta, con il cuore che batteva all'impazzata per l'emozione mentre ogni minuti scorreva come un'ora intera.
"Grazie, Professore, le giuro che non lo farò più."
La voce di Andrew giunse ovattata dall'altra parte della porta, un istante dopo l'aprì e gli passò accanto, fece qualche passo e si voltò.
"Mi dispiace per prima, Zuko" disse con tono sinceramente pentito "Non avrei dovuto chiamarti in quel modo."
"Non fa niente" rispose lui "Dispiace anche a me, non avrei dovuto incendiare il tuo compito."
Andrew annuì lentamente, poi sorrise.
"Però è stato forte! Sei veramente bravo con il fuoco!"
I due ragazzi si sorrisero a vicenda.
"Zuko?" lo chiamò Charles da dentro l'ufficio.
"È meglio che vada" disse lui.
"Ci vediamo dopo?" chiese Andrew.
"Certo" rispose Zuko annuendo "A dopo."
I due si salutarono con un cenno della mano e finalmente Zuko entrò nell'ufficio di Charles.
"Chiudi la porta, per favore" gli chiese "e vieni qui."
Zuko obbedì e si avvicinò alla sua scrivania.
"Siediti pure."
Zuko era spaventato ma quando vide il sorriso rassicurante di Charles sospirò di sollievo.
"Non sei nei guai, Zuko. Accomodati" disse, indicando la sedia di fronte a lui.
Il ragazzo si sedette, pronto ad ascoltare.
"Vuoi raccontarmi cosa è successo, Zuko?" gli chiese.
"Be' … lo sa, no?" chiese lui, interdetto: "Era presente!"
Charles sorrise di più.
"Lo so, ma vorrei capire cosa è successo nella tua testa, cosa ti ha spinto a reagire così a quella provocazione. Potrei leggerti la mente ma preferirei che fossi tu a raccontarmelo."
Zuko abbassò lo sguardo, ricordare quello che era successo lo riempì di imbarazzo.
"Non devi vergognarti di ciò che hai fatto" lo rassicurò Charles "Siamo qui per capire."
Zuko annuì, prese un profondo respiro, infine gridò, rosso in viso per una rabbia tanto improvvisa quanto devastante.
"Ero arrabbiato!" spiegò, senza comunque alzare lo sguardo ma stringendo tanto le mani sulla stoffa dei pantaloni da far sbiancare le nocche "Mi ha chiamato sfregiato! Odio essere chiamato così! Odio questa cicatrice! Mi ricorda costantemente quanto sia incapace di gestire i miei poteri! Odio i miei poteri! Odio questo posto! Odio tutti!"
Charles non reagì, la rabbia di Zuko però non si placò, era entrato nel suo ufficio pensando di essere sgridato, invece in quel momento era lui che stava riversando tutta la sua rabbia sull'altro.
"Mi aveva detto che sarei stato bene! Mi aveva detto che con la forza di volontà avrei potuto fare tutto ciò che volevo! Erano solo bugie!"
Zuko scoppiò in un pianto disperato, Charles gli si avvicinò e gli posò una mano sulla spalla.
"Invece è tutto vero, Zuko" gli disse con calma, la sua voce era un dolce sussurro "Con la forza di volontà possiamo fare qualsiasi cosa, anche e soprattutto accettare ciò che non possiamo cambiare."
Bastarono quelle parole a cambiare tutto, Zuko smise di piangere e, con il fiato ancora corto, guardò Charles.
"Questa cicatrice fa parte di te, fa parte della tua storia, accettarla è un passo fondamentale nel processo di guarigione ed è qualcosa che solo tu puoi fare. Andrew si è comportato male, non ti avrebbe mai dovuto provocare così, il fatto che tu abbia raccolto la provocazione è qualcosa che però riguarda te, non lui."
Zuko annuì con riluttanza.
"Credo … credo di aver capito, Professore."
"Non è facile capire" disse Charles "Ma pian piano ci arriverai e quando lo scoprirai ti sentirai molto più sollevato."
Zuko esitò, poi si gettò tra le braccia di Charles.
"Mi dispiace per aver detto quelle cose, non le pensavo! Nemmeno una!"
"Lo so, lo so" rispose Charles abbracciandolo "So anche che sei molto migliorato nel controllare i tuoi poteri. Questo è un posto sicuro, Zuko, non solo perché siamo lontani da chi vuole farci del male, ma perché possiamo essere pienamente noi stessi, anche nelle nostre debolezze."
Zuko si allontanò per guardarlo negli occhi, era sincero, in quel momento si sentì meno solo, meno vulnerabile.
"La ringrazio, Professore." disse "Non so cosa faremmo senza di lei!"
"Siamo qui per aiutarci a vicenda" rispose Charles, sistemandosi meglio sulla sua sedia a rotelle.
Era passata più o meno mezz'ora, Charles era in infermeria insieme a Jean, avevano appena eseguito la radiografia e era lì per ascoltare l'esito.
"Allora?" chiese "Va tutto bene, giusto? La mia spina dorsale è sana?"
Jean non rispose, in quel momento gli stava dando le spalle mentre osservava la radiografia appesa al diafanoscopio.
"Jean?" la chiamò ancora Charles, ma lei non rispose "Jean?" ripeté, stavolta con una sfumatura d'ansia nella voce.
Finalmente Jean si voltò, Charles trattenne il fiato quando vide i suoi occhi, lucidi di pianto represso.
"Jean?" la chiamò ancora, terrorizzato, tentando invano di non tremare "Cosa succede?"
Lei ancora non rispose subito ma si spostò per fargli vedere la radiografia.
"Vedi qui?" disse, indicando un punto preciso "Questa è la lesione alla tua colonna vertebrale."
"Non capisco …" disse "Lesione? Non dovrebbe essere guarita?"
Jean abbassò lo sguardo, non disse nulla ma il suo silenzio fu più che eloquente.
"Non ha senso!" esclamò Charles "Il fattore rigenerante è tornato! Lo ha provato ieri Logan! Guarda!"
La sua mano tremava ma non esitò a dare un pugno al muro, un pugno carico di rabbia e frustrazione, colpì forte, il dolore gli attraversò il braccio e lo fece rabbrividire, ritirò il braccio e quando si osservò le nocche vide che c'erano delle piccole ferite che guarirono all'istante.
"Hai visto?" chiese, mostrando la mano sana "Hai visto?"
"Sì, Charles" rispose lei "Ho visto, ma …"
"Non c'è nessun 'ma'!" rispose lui gridando per la frustrazione "Nessun 'ma'! Sono sano! Devo essere sano! Sento le gambe! Le sento! Le posso muovere! Stamattina ho alzato un piede!"
"Charles."
La voce di Jean era calma ma severa, lui si zittì all'istante, sconfitto, in un momento il suo corpo, il suo spirito, la sua mente crollarono, tutto sembrò dissolversi, ogni speranza svanì, esplosa come una bolla di sapone.
"Sì, il fattore rigenerante è tornato ma, dal momento che le ossa si sono rinsaldate tempo fa, il tuo corpo non riconosce la lesione come un'anomalia … ormai è troppo tardi."
Charles iniziò a tremare, il suo respiro si fece corto e irregolare.
"Troppo … troppo tardi?" chiese ancora, la sua voce ormai ridotta a un soffio.
"Esatto. Se i tuoi poteri fossero tornati anche solo qualche giorno dopo l'incidente avresti avuto qualche speranza, ma ora … ora non c'è più nulla da fare."
Charles scosse la testa con forza: no, non poteva accettarlo, non era possibile.
"NO!" gridò con rinnovata energia, il suo viso si fece rosso per la collera, contro se stesso, contro il destino e contro colui che lo aveva ridotto così, una rabbia cieca, incapace di vedere e accettare la realtà "Sarà solo più difficile! Ce la posso fare! Io tornerò a camminare!"
Jean sospirò.
"Charles …" iniziò con l'intento di consolarlo, lui la ignorò.
"Come spieghi che sento le mie gambe? Le sento poco, è vero, ma le sento! Come spieghi il fatto che stamattina sono riuscito a contrarre i muscoli e ho perfino mosso un piede? Come lo spieghi?"
Charles era disperato, anche se razionalmente aveva capito, c'era quella parte di se stesso che ancora voleva lottare, che ancora voleva negare l'evidenza.
"La tua è una delle menti più potenti del pianeta, se non dell'Universo" spiegò Jean quasi sussurrando "Ti sei convinto di sentire le gambe e ti sei concentrato per poterle muovere ma hai involontariamente usato la telecinesi per fare ciò che, mi duole dirtelo, non potrai più fare."
Charles scosse ancora la testa, teneva gli occhi serrati per non vedere la realtà mentre le sue mani stringevano convulsamente i braccioli della sedia a rotelle, quella maledetta sedia a rotelle che pensava di aver abbandonato per sempre e che ora era tornata, come una condanna a vita.
"No … no … non è vero …" mormorò, mentre calde lacrime scendevano lungo le sue guance arrossate "No …" disse ancora, ormai senza voce.
"Purtroppo è così, Charles" mormorò Jean "Non potrai camminare … mai più."
