I thank all the various professional artists, digital creators, illustrators, designers and so on (bots, trues, AI etc.) for their offers of collaboration.
I also like to draw, in fact drawing is my first and only true passion (although not absolutely good).
So if I need to illustrate one or more parts of my stories, I do it alone, having no need to rely on others.
Thank you
Anna1755
Il cuore sotto i piedi
27 ottobre 2012, sabato…
Salta…
Salta…
Salta…
Schivalo…
Il muro…
Veloce…
Più veloce…
Lo spazio di un millimetro…
Il tempo d'un secondo!
Anche meno…
Più veloce…
Meno di un secondo!
C'era riuscito…
Per cinque set.
Infiniti!
Adesso tutto si rovesciava addosso, ogni passo, ogni salto, ogni ricezione assurda, ogni palla salvata, ogni tuffo…
Ogni scorsa all'alzatore, no…
Ormai non le contava più, tanto lo sapeva che non era necessario nemmeno guardarlo, quel dannato setter!
E poi la posizione del libero…
I centrali avversari…
Gli occhi al muro…
Al muro…
Dannato muro!
Quel muro che leggeva tutto…
Quasi lo indovinasse, lui…
Tutto lo inchiodava lì, come se il cuore fosse finito sotto i piedi, e le gambe rammollite parevano solo pietre pesantissime.
Adesso poi gli veniva davvero da vomitare!
Di solito si scaricava correndo qua e là come un pazzo, ma in quel momento non riusciva a percepire una briciola di forza.
Non si muoveva letteralmente più.
Non si muoveva, ma andava via via rincorrendo quel battito lento del cuore, che però, ad un certo punto gli era parso di non sentire più.
O forse era proprio accaduto di non dargli più retta - al cuore - furiosamente impazzito, ubriaco di adrenalina, come il cervello, che, pure quello, ad un certo punto si era fatto da parte, e muscoli e tendini e nervi si erano mossi da soli, senza più alcuna volontà.
Il pensiero correva talmente veloce ch'era impossibile intercettarlo, pensarlo come tale – il pensiero - come istante che precede l'agire!
Tutto era scorso in perfetta e solitaria sincronia, la velocità aveva persino azzerato il respiro.
Ecco…
Non c'era abituato!
A smettere di respirare!
Maledetta adrenalina!
Respira!
Respira!
L'ultimo spunto di energia l'aveva condotto fin sulla riga del campo, prima per dare la mano agli avversari e poi doverosamente in fila con gli altri compagni, per il saluto di ringraziamento.
Shoyo Hinata non si muoveva più.
I compagni erano esausti, tutti.
Nessuno aveva ancora ben realizzato…
Abbiamo vinto!
Nella testa sbatteva un pensiero malefico, che da un momento all'altro, qualcuno sarebbe arrivato sin lì, nel minuscolo spogliatoio del palazzetto ove s'era disputata l'ultima battaglia contro la squadra favorita ai preliminari della Prefettura di Miyagi, la porta spalancata e il sogghigno che s'erano sbagliati, che il Karasuno non aveva vinto un bel niente.
Ch'era stato tutto un sogno, e siccome, ogni tanto gli era accaduto di svegliarsi di notte, le gambe indurite e stravolte dai crampi, s'immaginò che davvero stesse dormendo e proprio in preda agli spasmi, si stesse risvegliando il giorno dopo l'ennesima sconfitta.
Il Karasuno non avrebbe mai potuto vincere contro la grande Shiratorizawa.
Il Karasuno era stato spazzato via.
Ma se stai sognando, perché la testa ti dice che avete vinto?
Nessuno avrebbe detto che l'avreste spuntata contro la Seijo del Grande Re!
Quindi perché non potrebbe essere lo stesso anche contro la Shiratorizawa?
Sì…
I corvacci neri e famelici l'avevano davvero sbranata e fatta a pezzi, l'eccelsa Shiratorizawa, sangue e ossa degli avversari, distrutti e sparpagliati per quel campo di nove metri per diciotto!
Non riusciva neppure a chiudere la bocca, un esile rivolo di saliva sbavava fuori, gli occhi trasognati erano sul punto di chiudersi dal sonno.
Il professor Takeda aveva detto ch'era meglio chiamare il medico, che non era possibile essere ridotti in quello stato!
Erano ragazzini, liceali – tutti - mica li si poteva stracciare a quel modo!
Shoyo Hinata se ne stava seduto. A mala pena riusciva a tenere la schiena dritta.
Ascoltava…
Per la prima volta in vita sua, ascoltava il proprio corpo, tutto, dalla punta dei capelli irti e scompigliati, alla punta delle dita dei piedi, nude, un poco fredde – tentava di muovere almeno quelle, ma gli facevano un po' male – e contava i muscoli, ad uno ad uno, anche quelli che neppure avrebbe mai immaginato di possedere.
Non era bastato allenarsi, non era bastato fare mezz'ora di bicicletta ogni santo giorno, su e giù per la strada che da casa, dalla cima della dannata montagna, lo conduceva al Karasuno, e poi quella che, a rovescio, lo conduceva a casa.
Adesso comprendeva che diavolo fossero cinque set…
Infiniti…
Avevano vinto…
Si accorse che i compagni stavano via via uscendo…
"Hinata, come ti senti?" - la voce comprensiva di Sugawara-senpai gli giunse alla testa un poco ovattata.
"Eh…" – il sorriso ebete, come d'un ubriaco che si vergogna d'essere sbronzo, perché è ancora troppo moccioso per bere, si stampò sulla faccia di tangerine, mica poteva dire ai compagni che non riusciva più a muoversi – "Bene! Benissimo! Solo un minuto…mi serve…".
"Va bene…se vuoi ti posso aiutare a camminare?".
"No!" – si schermì categorico Hinata, arrossendo come un gamberetto sulla brace – "Non se ne parla".
"Non sforzarti allora" - Sugawara gli accarezzò la testa, scompigliando i capelli – "Ci servi anche per le prossime partite!".
L'alzatore del terzo anno del Karasuno, in teoria il setter titolare, uscì, scambiando un'occhiata con l'alzatore del primo anno, setter di riserva, che ormai era effettivamente e in tutto e per tutto titolare, e che se ne stava lì, in piedi, le mani in tasca, un poco dubbioso, a contemplare la faccia galleggiante di stanchezza e il corpo minuto e disfatto di uno dei due middle blocker della squadra.
O meglio di quel poco che restava ancora intatto.
Shoyo Hinata, pareva davvero ubriaco.
C'era da scommetterci.
La palla alzata da qualsiasi parte del campo, recuperata a qualsiasi costo…
E poi quello scemo aveva saltato e saltato ancora e ancora, fino su, fin quasi a volare…
"Oi!?" – per niente ovattato schioccò l'avvertimento del re – "Scommetto che non riesci più a muoverti?!".
"Dammi solo un minuto" – grugnì l'altro, mentre gli saliva l'incazzatura – "Adesso mi alzo!".
"Tsk!".
"Smettila di rispondere come se fossi un orologio rotto! Sembri proprio Tsukishima! Mica sono come te! Che per te cinque set sono una passeggiata!".
"Io sono un alzatore…per quanto abbia la palla tra le mani molto più di uno schiacciatore, mi muovo di meno. Sono meno stanco per questo".
"Ohh" – occhi chiusi sognanti e stupidi e un sogghigno ebbro all'udire quella ch'era evidentemente una sonora idiozia - "Che comprensivo, il nostro re! Anche se non credo a una sola parola di quel che sputi. Il quinto set l'ha iniziato Sugawara-senpai! Eri a pezzi, il mio Stancheyama! Non te lo ricordi più?!".
La pressione incombente dei middle blocker avversari, il libero alle loro spalle, il controllo spasmodico della posizione e della condizione di ciascuno dei propri compagni, la precisione millimetrica della gestione della palla e degli schemi di gioco…
Persino un imbranato come Shoyo Hinata sapeva che tutto imponeva al palleggiatore uno stato di perenne attenzione, e in certi momenti s'era pure chiesto se e come Tobio Kageyama respirasse durante i set, oppure riuscisse a giocare senza farlo.
"Come ti senti?" – chiese di nuovo Kageyama, nella voce il timbro indagatore e netto.
L'appellativo re non aveva dato seguito ad alcun rimprovero o sfuriata o guance strette e stropicciate, e neppure il giochetto di sfottere l'altro, come Stancheyama.
Dunque sembrava proprio che il re fosse seriamente preoccupato.
Hinata avrebbe voluto alzarsi.
Lo stacco netto, quasi una sorta di schiocco sordo, sferzò il muscolo.
Un altro piccolo crampo…
Kageyama scorse le fibre contrarsi, il muscolo rattrappirsi per via del malefico effetto dell'acido lattico.
Stavolta fu più veloce del gamberetto, quando aveva tentato d'afferrare lo scemo che s'era rintanato nel buco di cemento, sdegnato d'essere stato messo da parte dal primo setter della squadra.
Stavolta il gesto fu delicato ma pieno…
Afferrò il polpaccio, strinse piano, la mano grande copriva il punto contratto, che il pollice prese a massaggiare le fibre quasi attorcigliate.
"Stai calmo e non ritirare la gamba. Anche se sembra l'unica cosa da fare, cerca di tenerla rilassata!".
"Ci provo!" – che faceva davvero male – "Ma quella fa quel che vuole! Non riesco a controllarla!".
La mano sinistra prese a tenere fermo il muscolo che andava via via contraendosi, come impazzito, ubriaco per via dell'immane sforzo.
Hinata chiuse gli occhi, sforzandosi di restare vigile, mentre ascoltava il dolore sordo salire su dalla gamba e perforargli il cervello.
"Non pensarci!" – insisteva Tobio.
Per eseguire il consiglio o meglio l'ordine del re, al gamberetto non venne in mente altro che vaneggiare qualche idiozia, forse in quel modo il dolore sarebbe stato meno invadente.
"Quindi, se è come dici…" – attaccò Hinata, occhi chiusi, il corpo contratto ma la gamba abbandonata al deciso massaggio.
"Stiamo aspettando voi!" – il timbro del capitano Daichi Sawamura interruppe il ragionamento strambo.
"Solo un momento" – spiegò Kageyama che continuava a tenere stretta la gamba di Hinata – "Se non dovesse farcela l'aiuterò io".
Sawamura-senpai ingoiò stupore – "Siete sicuri?".
Yachi-chan saltellò accanto al capitano – "Ci occupiamo noi delle vostre borse, ma se non riuscite ad arrivare fino al pullman…vi aiutiamo…".
"No, arriviamo!" – secco, all'unisono, gli occhi del setter concentrati alla gamba, inginocchiato come un principe in posa, al cospetto del gamberetto, la sfortunata comparsa del villaggio B.
"Va bene. Ancora dieci minuti e poi si parte" – Sawamura prese ad avviarsi – "Portiamo tutto noi".
"Grazie capitano!" – di nuovo all'unisono tangerine e il suo re.
La stanzetta rimase vuota.
Hinata venne avvolto dall'odore acuto e pungente di spray secco, air-salonpas, quello che adorava e che gli rammentava il grande edificio ove aveva disputato la sua prima partita, la totale disfatta, proprio contro quel dannato re che si stava di nuovo prendendo cura di lui.
Non voleva perdere, non voleva che l'altro lo considerasse un idiota rammollito.
L'unico modo era stuzzicarlo…
"Dicevo…" – riattaccò spavaldo – "A me che salto sempre, vengono i crampi alle gambe, mentre tu che stai sempre con occhi degli avversari addosso, ti verranno i crampi al cervello!? Chissà che fatica e che paura!".
Sogghignò Shoyo, seppur a denti stretti. La frescura indotta dallo spray secco aveva per un momento attenuato lo spasmo e dunque lasciato via libera all'idiozia fonda del cervello.
L'ubriacatura dettata dall'ignoranza non gliel'avrebbe mai curata nessuno.
"Certo" – sussurrò Tobio per nulla irritato – "Quando vado nel panico, il mio cervello smette di funzionare e finisco per fare errori come tutti".
Hinata spalancò gli occhi. Ecco che il re sfoderava il suo lato calmo, parole logiche, per nulla scontate, quasi remissive.
In quei momenti il re metteva più paura di quando era incazzato.
"Panico?!" – le palpebre sbattute due volte, per comprendere s'era sveglio o stava sognando, perch'era difficile se non impossibile, strappare al re l'ammissione di restare soggiogato da un qualunque difetto, il re era pur sempre il re – "Mi prendi in giro?".
"Come alzatore devo mantenere a tutti i costi la calma" – Tobio s'era seduto a terra adesso e massaggiava morbidamente la gamba del gamberetto – "Questo è il mio allenamento. Se non ci riesco, tutti voi vi trovereste in difficoltà a superare il muro e a schiacciare nel modo più efficace. Vedi quello che è accaduto questa volta!?".
Il re pareva davvero aver messo da parte la superbia e se ne stava lì a comprendere e contenere le idiozie dell'altro.
Il re ammetteva di aver paura ogni tanto, il panico stringeva il cervello, la responsabilità enorme di far girare l'immenso meccanismo di una intera squadra avrebbe schiacciato chiunque.
Hinata aveva dato sfogo all'idiozia che adesso gli si ritorceva contro, nella misura di una verità importante e severa.
Il re gli parlava e mentre parlava…
"Va meglio" – disse Hinata, senza accorgersi che stava arrossendo, perché in effetti macinare idiozie nel bel mezzo di quel tocco gentile ed efficiente scansava delicatamente la soglia di dolore e scansata quella, si faceva strada una sensazione docile e lieve, mai provata prima.
"Allora, capita anche a te?".
Tobio comprese al volo, aveva imparato a leggere Hinata, anche se l'altro restava ancora un moccioso avvolto dal mistero, ma alla fine dei conti, bastava ascoltarlo e accettare la sua imperiosa semplicità.
Di solito sparava cretinate, ma in ogni parola c'era sempre un cenno di comprensione a chi aveva di fronte, una spinta accogliente, una mano tesa, senza mai scansare l'indole altrui.
Gli veniva naturale mettersi nei panni degli altri, forse perché i suoi erano così ridotti e minuti che non poteva farne a meno - espandere la propria aura a mezzo dello spirito di chi lo circondava.
La domanda si riferiva agli accidenti fisici…
Il terrore di sbagliare non era meno tragico dei primi.
"Qualche volta" – ammise Tobio – "Soprattutto quando non adeguo gli sforzi al riposo. Tu ti stanchi troppo. Te l'ho già detto anche durante la partita!".
"E io ti ripeto di stare zitto!" – il grugno incombente, Hinata stava per perdere la pazienza, quel consiglio era troppo inutile, troppo vago, impossibile da seguire – "So quello che faccio".
"È giusto salvare ogni palla, è giusto saltare più in alto che puoi. Anche se ti sembra di farcela, è la tua testa che ti impone di andare avanti, ma i tuoi muscoli non è detto che siano capaci di starti dietro. E può accadere anche il contrario. Dove la tua testa ti dice di fermarti, tu vai avanti, vai oltre. I tuoi limiti…tu li conosci?".
"Mi sono sbagliato!".
"Che?".
"Sì, ti chiamerò Saggioyama d'ora in poi! Perché sei sorprendentemente saggio" – sorrise di nuovo Hinata, ghignando – "A me invece accade il contrario! Non li conosco proprio i miei limiti!".
"Tu non sai nemmeno di averli" – glissò l'altro.
"Sì, i muscoli vanno e vanno, è la testa che non gira" – Hinata ammetteva che neanche l'ennesima provocazione era andata a segno. Non si divertiva più.
"Allora vedi? Se non sei tu stesso a comprendere quando è il momento di fermarti?!".
"Non potevo farlo…lo sai?!".
"Lo so".
L'altro smise di massaggiare il muscolo, mantenendo però la mano sul polpaccio – "La contrattura è ancora lì, anche se sembra ammorbidita. Però sarebbe un guaio se il tendine ne risentisse".
"Guarda che non sono ridotto così male" – bofonchiò Hinata abbassando la testa e vergognandosi un poco d'aver tirato fuori la storia dei crampi al cervello - "Quindi anche tu hai paura?" – riprese serafico.
Il dialogo ondeggiava tra crampi e panico…
Un respiro fondo, Tobio si alzò abbandonando del tutto la gamba, tornando a ficcare le mani in tasca, era il segno che la testa imponeva di chiudere la conversazione.
Si stava scavando troppo a fondo eppure…
Un solo impercettibile istante…
Ammise che a Shoyo avrebbe anche potuto rispondere. Con lui poteva permetterselo.
Shoyo lo stava cercando, a mezzo di quella domanda. Non aveva timore, o forse sarebbe stato meglio dire che era abbastanza sfrontato, di ficcare il naso in un accidente così oscuro e personale.
La paura di non farcela, il desiderio di fare sempre meglio, anche a costo di scardinare l'impercettibile connessione tra i compagni.
Sì, quella fottuta paura gli annebbiava il cervello, lo divorava dallo stomaco, lo trasformava in un mostro contro tutto e tutti.
Contro Hinata…
No, contro di lui, non se lo sarebbe mai perdonato.
Come una folgorazione, l'ammissione sorprendente e nuova, non aveva ancora né nome, né forma…
La fiducia in chissà quale invisibile filo dettava di lasciare libera la risposta più sincera.
"Sì" – ammise ficcando gli occhi agli occhi dell'altro, che arrossì di nuovo, perché adesso Shoyo intuiva una sorta di eco risuonare silenziosamente nella testa e uno strano dolore, che non era quel dannato crampo, attraversargli il petto – "Credo sia normale, però".
"Lo ammetti così?" – lo sguardo nocciola s'aprì, le palpebre sfoderarono, sbattendo due, tre volte, come ali d'una farfalla stupita, lo stupore per via della lieve confidenza.
Mandò giù Tobio - "Tu non sei un debole, eppure puoi farti male e puoi stare male. E accade proprio perché non sei debole. Perché la tua forza ti spinge ad andare sempre oltre i tuoi limiti".
"Io non sono debole?" – il cuore si strappò un poco – "E' così anche per te? Vuoi andare sempre più avanti?".
"Sì, ma alle volte, questa idea di voler fare sempre meglio si scontra con la realtà, e questo fa paura. Non si è abili da quando si nasce…ma se…si…".
La voce scartò qualche secondo…
Se lavorerai duramente, ti prometto che un giorno incontrerai qualcuno più forte di te…
Le parole impresse nella testolina d'un mocciosetto di cinque anni, risuonarono lontane.
"Insomma, solo il lavoro e gli errori possono aiutare a migliorare. E' questo che vuol dire non essere deboli. Ma non si può far pagare agli altri il prezzo della propria paura".
"Sì…".
"Noi siamo riusciti a non avere paura. A essere forti".
"Si" – sorrise di nuovo Hinata, d'un sorriso mesto, come contratto da un pensiero nuovo, una sorta di traguardo che lui stesso non avrebbe mai neppure immaginato di raggiungere.
Non aveva vinto nulla, eppure gli pareva d'aver scardinato il muro più compatto e inespugnabile.
"Resta sempre che a ricevere fai davvero schifo!" – sferzò Kageyama – "E due servizi su tre finiscono a rete!".
"Ehi!" – sbottò Hinata – "Adesso t'è preso un crampo al cervello!? Non ti faccio un po' paura? Così la smetti di prendermi in giro!?".
S'accovacciò Tobio, togliendo le mani dalle tasche e poi voltandosi di schiena.
Aprì un poco le braccia, voltandole all'indietro, come per abbracciare Hinata – "Sali!".
"Che?" – la faccia stravolta – "Ma sei scemo?".
"Sali, ho detto" – ripeté l'altro per niente punzecchiato dall'epiteto.
"Ma…".
"La questione è semplice. Se cadessi per terra come un sacco vuoto per via di un crampo, allora sì che faresti la figura dell'idiota".
"E sulle tue spalle non sarebbe lo stesso!? Passerei per un bambino delle elementari!?".
"Non credo".
La stava spuntando sul re?
Shoyo se lo stava chiedendo…
"Non passeresti per un bambino delle elementari, se salissi su e ti lasciassi aiutare. Ma lo saresti per davvero se non lo facessi" – Tobio manteneva la posizione, ma la faccia era voltata in avanti, sembrava stesse parlando davvero a un bambino – "Quando imparerai ad ascoltarti? Non ti conviene sollecitare ancora le tue gambe. Dovresti prenderti cura di te e non essere così testardo. I bambini delle elementari sono testardi! Ti porto solo fino al pullman. Non ho certo intenzione di scortarti fino a casa!".
Ammutolito, Hinata ragionava sul ragionamento.
Ineccepibile, non faceva una piega.
Ammutolito, Hinata aveva preso a contare le parole che uscivano dalla bocca di quell'idiota di Kageyama.
Troppe…
Un mugugno…
Il corpo si mosse in avanti, ciondolando insicuro.
Se avesse appoggiato la gamba a terra e quella fosse rimasta fulminata da un nuovo crampo non se lo sarebbe mai perdonato. Tanto più che in quel caso, Kageyama avrebbe avuto ragione e Hinata torto.
Non se ne parlava nemmeno! L'altro non l'avrebbe mai spuntata!
Gli era accaduto raramente di stare male dopo una partita, ma quella era stata la sua prima disputata in cinque set.
Non lo sapeva cosa sarebbe accaduto.
Prima o poi ci sarebbe incappato e quello dunque era stato l'esito, se lo percepiva addosso, mentre una immane stanchezza lo invadeva, come se una di quelle piante velenose che aveva visto in un certo film dell'orrore gli stesse succhiando il sangue.
Tra una pianta velenosa e la schiena dello spaventoso Kageyama…
Era meglio fidarsi della seconda!
Tobio arretrò un poco, ascoltò il peso caricarsi sulla schiena, chiuse le braccia sotto le gambe del gamberetto, afferrandole saldamente, in attesa che Shoyo si decidesse ad appoggiarsi per bene, così da non restare in bilico a peso morto.
Shoyo non disse nulla.
Era la prima volta che toccava la schiena del compagno, era più ampia di quel che immaginava.
Anche se Tobio era più piccolo di età, era più alto e più imponente, dunque sicuramente più forte.
Shoyo intuì che l'altro si stava alzando, per non cadere si ritrovò ad attaccarsi al collo.
"Vedi di non strozzarmi però!" – l'apostrofò Tobio puntando un piede a terra e issandosi.
Shoyo si ritrovò lassù, come fosse stato davvero sulla cima di una montagna sconosciuta, quella vetta che lui stesso aveva vagheggiato tante volte, nei salti, nel braccio teso a spuntarla sulle palle più alte e da lassù si sentiva leggero, seppur trattenuto all'altro.
"E non cadere…tieniti…" – un leggero affondo – "Stretto!".
Nessuna parola, solo un consenso muto che però produsse il malcapitato ondeggiare dei capelli rossi contro l'orecchio del re, inducendo la sorprendente sensazione d'essere così vicini, il solletico divenne frustata, inerpicandosi dentro nervi e muscoli.
Il corteo nero prese ad avviarsi verso l'uscita degli atleti.
I corvacci vincitori e sazi della vittoria avanzavano lenti, lo sguardo truce e famelico ma distrutto, il passo sicuro ma lento, attorno al passo dei corvi più piccoli, i primini appena nati, come a proteggerli.
Il più alto, severo ma stanco, la mano destra fasciata, due dita quasi falciate via dalle poderose schiacciate dell'asso avversario, e il terzo dito slogato per via dello stesso motivo.
Il corvo più piccolo, basso e leggero, che non s'era risparmiato per portare la squadra alla vittoria, stava appollaiato sulla schiena dell'altro corvo del primo anno, solo un poco più robusto, che camminava piano, il passo fermo, le spalle un po' curve, il viso a scorgere il percorso, le orecchie ad ascoltare le idiozie del gamberetto, che continuava a chiacchierare, anche se adesso l'eloquio scemava per via che quello era davvero stanco.
L'autoparlante del palazzetto gracchiava gentili inviti ad affrettarsi verso l'uscita, in maniera ordinata, com'era di consuetudine nelle partite tra studenti del liceo, a sfoggio di educazione e riservatezza.
Dentro il palazzetto…
Da fuori…
La ressa di ragazze, studentesse, ammiratrici di questo o quel giocatore, premeva per scorgere di persona il proprio idolo.
Le partite dei liceali erano un'ottima occasione. Confondersi tra la folla, approfittare per spiccare tra tutte, magari illudendosi d'essere riconosciute da un certo taglio di capelli, una particolare uniforme, un sorriso più sincero delle altre.
E poi offrire piccoli doni come biscotti o pensieri o portafortuna.
Tutto pur di farsi notare, ma senza sfacciataggine, dunque farlo in mezzo al confortante ammasso di pari ammiratrici era decisamente meno pauroso.
Una gioia eccelsa per i senpai Nishinoya e Tanaka, che però erano quasi sempre scansati, a beneficio di giocatori ben più affascinanti e famosi.
Tobio Kageyama non capiva il mondo.
Figuriamoci le ragazze.
Però le apprezzava.
Davvero s'era stupito della costanza e della forza di volontà di Yachi-chan, la nuova manager del club, che s'era prestata a lanciargli la palla un numero infinito di volte – compito semplice e dunque adatto all'ultima arrivata, così che nessuno dei compagni avrebbe perso tempo prezioso – perché il setter giungesse finalmente a imbastire la miglior parabola ascendente, a scovare il punto esatto in cui lo schiacciatore sarebbe salito in salto, fino a schiacciare.
Un'alzata che ferma la palla?
Quando il coach Ukai gliel'aveva proposto, sulle prime, anche se l'allievo era decisamente negato in matematica e fisica, c'era rimasto di sasso.
La palla che si ferma….
Si ferma…
Come aveva fatto a disciplinare le dita fino a raggiungere quell'abilità, non l'aveva ben compreso nemmeno lui.
Yachi-chan gli aveva fatto da sparring partner, per pomeriggi interi e alla fine, quando quell'alzata degna d'un re aveva lentamente preso a nascere, a fermarsi là dove il tocco del setter decideva di fermarla, la piccola Yachi-chan, un'altra comparsa del villaggio B, gliel'aveva detto, al mostro Kageyama, che tutto ciò che lei avrebbe desiderato era che lui e Hinata avessero finalmente messo da parte quel furioso litigio, quando s'erano fatti quasi a pezzi.
Nella sua sincerità disarmante, Yachi-chan aveva raccolto le parole di Shoyo e le sue lacrime…
Sai, nella mia prima e ultima partita delle medie, sono stato fatto a pezzi da Kageyama. Avevo giurato vendetta una volta alle superiori, ma era qui anche lui.
Kageyama aveva rammentato quella prima partita che li aveva visti avversari, ma poi…
E' andata peggio di quanto mi immaginassi, e ne abbiamo combinate di tutti i colori, ma pensavo che ci stessimo capendo dopo aver iniziato a giocare assieme.
E per la prima volta ho avuto l'impressione che non saremmo stati solo amici, ma qualcosa di più…
Qualcosa di più…
Yachi-chan, forse improvvidamente, aveva rivelato al terribile Kageyama, i pensieri di tangerine, le lacrime asciutte di tangerine, lo scompiglio d'una amicizia che spaventava entrambi…
Troppe aspettative, troppo rumore sordo dentro il petto…
Yachi s'era fatta coraggio, anche se temeva che di quelle parole e di quelle lacrime, il famigerato re, non se ne sarebbe fatto nulla, finendo per prendere di nuovo in giro il compagno di squadra frignone.
Qualcosa di più…
Era la seconda volta che il buio Kageyama infliggeva al solare Hinata una punizione così dura, al punto che l'altro s'era sciolto in lacrime.
La questione gli scocciava, ma soprattutto, non se lo sarebbe mai immaginato che la questione gli fosse scocciata fino a quel punto.
Qualcosa di più…
Da che aveva memoria, dopo la morte di suo nonno, non ricordava di aver più versato una lacrima in vita sua.
Lui non piangeva mai, eccetto quando avevano perduto contro la Seijo…
E allora si era ricordato…
Quella sera mentre tornava a casa, dopo quel pessimo litigio, incerottato e con le grida di Hinata nelle orecchie, e lui che l'appellava bastardo e…
Aveva a stento tenuto gli occhi asciutti, ma la gola s'era chiusa, come i pugni…
Ecco, Tobio Kageyama non capiva il mondo e nemmeno le ragazze, ma Yachi-Chan o Shimizu-senpai – la manager del terzo anno - erano davvero sorprendenti.
Sicure di sé, senza esibire un'indole invadente…
Premurose ma mai servili.
Docili, ma quasi feroci nel tenere in riga l'animo burrascoso dei compagni di squadra.
Con un solo sguardo…
Oppure un solo sorriso!
Ragazze come quelle non avrebbero mai fatto la fila per incrociare quel cretino del Grande Re…
Il Grande Re…
Quell'idiota di tangerine l'aveva soprannominato così!
Tobio Kageyama aveva fiuto, non si era accontentato di scegliersi come maestro un tipo qualsiasi, uno mediocre.
Aveva puntato al migliore, a quello ch'era stato sempre ritenuto un vero talento.
Tooru Oikawa, di due anni più vecchio, era stato il punto di riferimento di Tobio Kageyama, il suo idolo, ma non il suo mentore e non c'era stato verso di comprendere perché Tooru Oikawa l'avesse sempre schifato, tenuto alla larga, rifiutato, fermamente intenzionato a non insegnare un bel niente al suo kohai.
Per tanto tempo Kageyama aveva pensato di non valere abbastanza, di non essere all'altezza dell'altro.
La risposta era stata semplice, ma non scontata.
La risposta era spuntata piano piano, partita dopo partita, annidata nella prima sconfitta contro la Seijo e poi nella successiva vittoria contro il Grande Re.
Una risposta sorprendente ma al tempo stesso capace di ferire fin nelle viscere, da qualunque lato la si fosse letta.
Tooru Oikawa non era un prodigio.
Tobio Kageyama era un genio.
E il primo l'aveva compreso, fin dal primo tocco al pallone, fin dalla prima alzata gestita dal marmocchio dai grandi occhi blu e l'eloquio da impiastro, e la gelosia era stata tale che aveva condotto il Grande Re fin sull'orlo della follia.
I pensieri tornarono a virare al presente…
E per la prima volta ho avuto l'impressione che non saremmo stati solo amici, ma qualcosa di più…
Qualcosa di più…
"Ti fa male la guancia?" – chiese Tobio, che il silenzio e il respiro di Shoyo a lambire l'orecchio lo stavano facendo innervosire.
Chissà che voleva dire?
Che cos'era quel qualcosa di più che adesso pareva profumare di ghiaccio secco e chewingum, come i capelli di tangerine?
"No!".
"Dì la verità!" – rimproverò il setter, stizzito, che non sopportava le fesserie, erano solo una perdita di tempo, la velocità era tutto, analizzare la situazione anche - "Hai preso la palla due volte in faccia! Prima dal muro e poi una schiacciata di Ushishima. Non proprio due carezze!".
"Un po'…" – ammise l'altro cullato dal passo, abbassando la guardia.
"Dovrai metterci del ghiaccio".
A vederli da fuori, i due parevano muti, ma ad avvicinarsi si sarebbe udito il bisbiglio d'un bisticcio in corso, uno dei tanti, come un tempo e come al solito.
Tutto pareva tornato come quando s'erano conosciuti.
Anzi, forse no…
"Ho preso la palla in faccia più di una volta! E mica solo nella pallavolo! Anche a calcio!" – precisò Hinata, tono accusatorio, occhi chiusi, voce un poco impastata dal sonno – "E poi, in allenamento non so quante volte proprio tu me l'hai tirata in faccia!".
"Non è così! Sei tu che sbagliavi timing. Non ho mai alzato la palla in faccia a nessuno!".
"Scemo! L'hai fatto! Non te lo ricordi più?!".
"Non l'ho fatto!".
"Ma se ridevi tutte le volte!".
"Sei proprio idiota! Non ridevo della palla in faccia. Ridevo pensando che se l'avessi presa sul serio, anche se con la faccia, e buttata di là, nessuno sarebbe più riuscito a starti dietro!".
"Oh…un altro complimento o mi stai per caso prendendo per i fondelli?".
"Sei proprio…".
"Ecco vedi? Lo sapevo! Mi stai prendendo in giro".
Uno scarto, il passo s'arrestò infuriato - "Se non la smetti ti lascio qui!".
"Ah…il re premuroso non accetta critiche! Mi prendi in giro ma non vuoi ammetterlo!".
"Hinata! Sei…".
Non gli poteva strapazzare la testa, ma una mano mollò la presa della gamba per tentare d'afferrare la guancia del gamberetto, che quello un poco perse l'appiglio e per restare saldo senza scivolare giù, s'aggrappò ancora di più, stringendosi addosso alla schiena, la testa ficcata nell'incavo tra collo e spalla, che l'alzatore udì una sorta di schianto muto, silenzioso ma assordante, inaspettato e sorprendente.
Lo schianto del cuore, il battito sfasato, le gambe rammollite…
E per la prima volta ho avuto l'impressione che non saremmo stati solo amici, ma qualcosa di più…
Qualcosa di più…
"Vuoi stare fermo!".
Il passo cedette un poco…
Erano appena usciti…
Asahi si fermò preoccupato – "Se vuoi ti do il cambio…" - accennò premuroso lo wing spiker del Karasuno, tanto alto e imponente, ma dal cuore più molle del burro tiepido.
"No…ce la faccio…" – il respiro corto, Kageyama riposizionò la presa, mentre Hinata ridacchiava divertito, anche se ormai aveva gli occhi chiusi.
"E poi cosa sarebbe quella stupidaggine che gli alzatori si muovono di meno?" – bisbigliò il piccolo corvo, all'orecchio, per niente soddisfatto della piega del dialogo, non ci stava a finire all'angolo, nemmeno a parole, non con il rivale assoluto e di sempre – "E' un'idiozia! Lo so anch'io che non ci capisco niente di pallavolo! Alla fine del quarto set le tue alzate avevano iniziato a fare davvero schifo!".
"Le mie alzate non fanno schifo!".
"Me se sei stato messo in panchina!?".
"…".
Non era un buon segno quando Kageyama taceva…
"Certo, anch'io sono uscito tante volte. Ma il mio era un cambio tecnico! Stancheyama!".
"…".
No, non era un buon segno.
Shoyo era certo che l'altro conoscesse bene la differenza tra cambio tecnico imposto dallo schema di gioco e avvicendamento per consentire a un giocatore di respirare…
Respirare…
Tangerine corse ai ripari – "Tanto lo sai che io le schiaccio tutte le tue alzate, quindi alla fine non è stato così importante se ne hai sbagliata qualcuna!".
"Stai iniziando a stancarmi. Io non faccio alzate sbagliate!".
"E' così invece! Non me la racconti giusta! Eri davvero stanco a un certo punto! Stancheyama!" – ridacchiò piano Hinata.
Iniziava a ribollire il sangue…
Kageyama trattenne respiro e incazzatura…
"Controllare i tuoi compagni e gli avversari, farci schiacciare nel modo migliore e impedire agli avversari di leggerci e murarci…mi pare faticoso o no!?" – sussurrò alla fine il gamberetto – "E tu ce l'hai fatta".
"Abbiamo vinto" – si schermì l'altro – "Facile dirlo adesso".
"Invece no" - Hinata gli si strinse addosso – "L'ho sempre saputo!" – schioccato forte questa volta.
Stava davvero per metterlo a terra, ora la testa gli girava un po' e uno strano brivido sconvolgeva la pelle.
Tobio si costrinse a tenere il passo, gli occhi guardarono avanti, nelle orecchie i gridolini d'eccitazione delle ammiratrici.
Non erano lì per lui.
A Tobio Kageyama le ammiratrici avevano sempre annoiato.
Non si fidava delle smancerie, era penosamente incapace di comprendere se una di quelle l'avesse preso in giro solo per vantarsi o fosse stata davvero sincera.
Insomma, le ragazze gli facevano paura.
Invece, quello stolto del Grande Re, anche se la sua squadra era stata eliminata dal torneo, era lì, a prendersi la sua buona dose di notorietà, col compagno di squadra della Seijo, Hajime Iwaizumi, un poco in disparte.
Tobio si sentì solidale con il secondo, amico d'infanzia di quell'idiota del Grande Re.
Forse nemmeno a Iwaizumi piaceva la ressa di ammiratrici, anzi, ci avrebbe scommesso che proprio lui se ne sarebbe voluto andare prima della premiazione.
Ma poi Oikawa s'era fermato lì, all'uscita dei giocatori, forse per vedere la faccia di Ushishima, fatta a pezzi dalla squadra di corvacci, oppure per scorgere la faccia del suo kohai.
Un sorrisetto complice si dipinse sul volto del setter del Karasuno. Forse Iwaizumi era persino infastidito…
Chissà se era geloso di tutto quel successo, o forse era semplicemente geloso del Grande Re!?
In realtà Tooru Oikawa non era lì soltanto per prendersi l'ammirazione delle fan.
Si voltò mentre il passo del kohai, un tempo compagno di squadra, s'avvicinava.
Un sorriso di scherno si stampò sulla faccia del capitano della Seijo, alla visione della scenetta.
"Ma guarda un po'?!" – attaccò divertito, anche se sul volto scorreva una sottile vena d'inspiegabile gelosia – "Ti avevo consigliato di comprendere se eri certo di alzare la palla secondo i desideri di chibi-chan! Ma questo?! A quanto pare sei proprio cambiato mio caro Tobio! Non sei più un re solitario. Adesso ti porti addirittura i tuoi sudditi in spalla? Cos'è, magari sei riuscito a schiantarli a tal punto che non si reggono in piedi? È divertente! Se continui così li distruggerai ad uno ad uno!".
L'indice puntò al gamberetto che per fortuna o per disgrazia s'era davvero addormentato.
Il visetto molliccio e paffuto, un poco incassato nella spalla del setter, spuntava sereno, la bocca dischiusa, i capelli rossi arruffati e splendenti.
Pareva davvero un bambino delle elementari.
"Sembra mio nipote!" – continuò Oikawa divertito – "Solo che io ho smesso di portarmelo in spalla da un pezzo. Ed è molto più piccolo di chibi-chan!".
Tobio era un genio, ma quella sorta di senso d'inferiorità che aveva maturato fin da bambino nei confronti di Tooru Oikawa, non se ne sarebbe mai andato.
Non disse nulla, se non la cosa più stupida e banale che potesse venirgli in mente - "Abbiamo vinto ma lui si è stancato troppo".
Abbiamo vinto…
Ossia…
Voi avete perso!
Quelli che sono rimasti in campo siamo noi!
Siamo i più forti…
Oikawa era geloso marcio, d'una specie di gelosia fonda, aveva sempre saputo che l'altro era bravo, della bravura idiota di chi non sta lì a pensare a cosa fare ma lo fa e basta.
E adesso che il genio s'era ritrovato tra i piedi chibi-chan, la sua bravura si sarebbe elevata in maniera esponenziale.
Sarebbe stato impossibile non alzargli la palla, al piccoletto.
Oikawa era solo indeciso se ammettere chi dei due fosse più idiota, se chibi-chan oppure il suo kohai.
Ed era altrettanto incerto su chi dei due fosse colui che comandava davvero in campo.
Se fosse stato Tobio il vero direttore d'orchestra, oppure il gamberetto, così apparentemente indifeso, ma alla fine il più pazzo e indecifrabile, così tenace da avvolgere e tenere stretto a sé Tobio, tra le sue piccole dita.
In ogni caso, gli avrebbe davvero mollato un pugno, al suo imperturbabile kohai.
Tobio Kageyama intuì lo scarto della mano, il pugno tremava, era già accaduto, lui era solo un moccioso, ma non aveva mai provato rancore verso l'altro.
Ma non si lasciò sfuggire l'occasione.
"Ci hai già provato una volta. Adesso non ti conviene più" – sputò basso e severo, senza tirarsi indietro, conscio di non essere più un moccioso – "Ma visto che sei qui, credo di doverti ringraziare per il tuo consiglio. Mi è stato utile".
Sussultò Iwaizumi alle spalle. Dunque il Grande Re aveva concesso di inculcare in quella testa vuota ma geniale del re del campo un qualsiasi insulso consiglio su come migliorare le alzate.
E molto probabilmente, proprio per via di quello spunto, loro stessi erano stati battuti.
"Senti!" – prese a sbraitare delicatamente infastidito Oikawa – "Io non ti ho detto un bel niente!".
Doveva salvare la faccia dinnanzi al compagno…
Iwaizumi era là, era stato lui a fermare Oikawa, quando quello, ancora alle medie, schiacciato dall'idea di non riuscire a vincere come voleva, aveva quasi preso a schiaffi il kohai più piccolo, che quello era fastidioso a chiedergli di continuo come servire in salto la palla, controllarla…
Tooru Oikawa aveva giurato che mai e poi avrebbe degnato Tobio Kageyama d'una sola parola di aiuto.
Solo che adesso, il dannato kohai aveva maturato una tecnica ancora più efficace del suo senpai.
"Infatti!" – il bisbiglio se ne uscì alle spalle del setter del Karasuno – "E non c'era bisogno che il Grande Re dicesse proprio un bel niente al Re del campo. Questa è l'unica verità. Io l'ho sempre pensato che Kageyama sia un genio! Un grande idiota ma pur sempre un genio! E adesso è mio!".
Shoyo Hinata aveva detto la sua, mezzo addormentato, per chiudere la bocca ai due vecchi compagni di squadra del suo setter Kageyama.
Tobio sentì la faccia avvampare e Tooru Oikawa si ritrovò a corto di parole, mentre Iwaizumi gli poggiava una mano sulla spalla, per invitarlo a smetterla con quelle sceneggiate da bambini dell'asilo.
"Abbiamo perso, capitano" – sentenziò severo Iwaizumi – "Ha ragione il piccoletto. Questa è l'unica verità che conta. E se non vuoi che ti chiami di nuovo pezzo di…".
Oikawa scansò sdegnato il tocco di Iwaizumi…
"Tsk!" – impercettibile.
Tobio accennò a un altrettanto impercettibile inchino, andandosene per primo, lasciandosi alle spalle il suo vecchio senpai.
Il peso ora pareva più leggero, il passo deciso e non più titubante.
Avrebbe camminato volentieri portandosi in spalla Hinata, chissà per quanto ancora.
Gli pareva che l'altro fosse parte di sé, e qualunque sarebbe stato il loro destino, fuori o dentro quel rettangolo di nove metri per diciotto, loro avrebbero trovato il modo di non lasciarsi indietro, ascoltarsi anche senza parlare, sapere chi fosse l'altro, prima ancora che se stessi.
"Ce la fai a camminare?" – chiese Tobio, adagiando a terra Shoyo per farlo salire sul pullman.
"Si…" – l'altro si attaccò alla maniglia e salì gli scalini, scorrendo piano tra le fila dei sedili.
Le facce sorridenti di Nishinoya e Tanaka lo inorgoglivano e anche l'impassibile Tsukishima pareva sul punto si sfoderare un mistico e sdegnato cenno di consenso.
"Se…" – la voce del re grattugiò un poco in gola…
"Eh?" – si voltò Hinata, alle spalle l'imperturbabile setter che gl'indicava due sedili vuoti.
"Se vuoi riposare un po'…" – l'indice indicava la fila vuota – "Puoi prenderli tutti e due".
Le facce sorridenti di Nishinoya e Tanaka virarono entro sgomenta apprensione…
Il re era proprio cambiato, si preoccupava per qualcuno…
In realtà lo faceva sempre, in campo, servire al meglio ogni giocatore, recuperare qualsiasi pallone impossibile, collezionare un ace dopo l'altro.
Ma fuori da quel dannato rettangolo di nove metri per diciotto, Kageyama restava sempre il solito cinghiale senza speranza.
"No!" – ribatte sicuro Hinata – "Tu siediti là…" – l'indice indicò il sedile accanto al finestrino.
L'altro eseguì senza protestare, non capiva ma si adattava.
Tangerine occupò il posto accanto.
Il tempo di partire, un paio di curve, e quello era già bell'e che andato di nuovo, cascato nel sonno più fondo.
Adagiato sì, sulle riverite ginocchia del re.
Il tempo di un paio di risatine soffocate, che il re si portò l'indice alla bocca…
"Ssshh!".
Il tempo che tutti si zittissero, mentre gli pareva davvero di udire un battito nuovo, come se il cuore si fosse spostato un po' più giù, sotto i piedi di tangerine.
Sì, perché quello ce l'aveva davvero sotto i piedi…
Il cuore!
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