3. Ricatti e segreti
Si svegliò poco dopo, l'effetto del narcotico era stato immediato ma breve, man mano che riacquistava lucidità Charles iniziò a guardarsi attorno, si trovava in una stanza completamente vuota se non per una sedia posta di fronte a lui. Ancora intontito cercò di capire dove si trovasse e cosa avesse attorno, provò ad usare i suoi poteri ma non ci riuscì, percepì qualcosa di pesante attorno al collo e capì che doveva essere un dispositivo predisposto per bloccare la sua telepatia; provò a muovere la braccia ma non ci riuscì, erano legate ai braccioli della sedia a rotelle con spesse cinghie di cuoio.
Era solo, circondato solo dal silenzio di quella stanza vuota e dai suoi pensieri. Trascorse qualche altro minuto, un tempo che a lui sembrò infinito, poi finalmente qualcosa cambiò, sentì alle sue spalle il rumore di una porta che si apre e pochi istanti dopo entrò un uomo, doveva avere tra i quaranta e i cinquant'anni, una barba ben curata e leggermente brizzolata incorniciava un viso rotondo e vagamente familiare, Charles si concentrò sugli occhi dietro le lenti degli occhiali, erano determinati ma assolutamente privi di pietà o empatia. Charles lo osservò muoversi di fronte a lui e prendersi il suo tempo prima di sedersi.
"Le dispiace se mi siedo?" chiese, quelle furono le prime parole che Charles gli sentì pronunciare e già sentiva di detestarlo "Non ho ancora avuto l'onore di parlare con lei di persona, Professor Xavier" disse con una voce calma ma stranamente inquietante "So che ha conosciuto mio padre, tanti anni fa. Il mio nome è William Stryker."
Charles aggrottò le sopracciglia, non ricordava nessuno con quel nome, a meno che … Cercò nella sua memoria, ricordava bene il giorno in cui Moira lo aveva portato per la prima volta alla CIA, lì c'era un certo Agente Stryker che in effetti pensava al figlio William … era dunque lui? Decise di non parlare ma di lasciare a lui l'onere di continuare la conversazione.
"Mi dispiace essere stato costretto a prendere certe misure di sicurezza ma non potevo fare altrimenti, dopotutto lei è un potente telepate e io sono solo un umano, giusto?" chiese con malcelata ironia "Forse però le cinghie alle caviglie sono state eccessive."
Charles guardò in basso, in effetti le sue caviglie erano strette con le stesse cinghie di cuoio che gli circondavano i polsi ma per ovvi motivi non se ne era accorto. Avrebbe potuto parlare ma decise di continuare a mantenere il silenzio, il suo sguardo già esprimeva tutta la disapprovazione che provava in quel momento.
"Ho visto cosa ha fatto poco fa" continuò Stryker come se nulla fosse "Però le posso assicurare che resterà un segreto tra noi due, non dovrà preoccuparsi delle conseguenze."
Charles aggrottò ancora le sopracciglia.
"Non si preoccupi" ripeté "Non dirò al Presidente che ha contribuito alla fuga di due pericolosi criminali."
Charles mantenne il silenzio ma questo non sembrò turbarlo e non si fece intimidire nemmeno dal suo sguardo severo, si alzò e si avvicinò a lui.
"Il mio silenzio, ovviamente, avrà un prezzo."
Charles trattenne il fiato, se davvero voleva qualcosa da lui doveva essere di certo impegnativo se aveva deciso di rapirlo per parlarne.
"Niente di impossibile per lei, non si preoccupi."
Charles pensò che lo stesse rassicurando troppo spesso dicendogli di non preoccuparsi e questo, di per sé, era un ottimo motivo per preoccuparsi davvero, fino a quel momento Stryker aveva ostentato un viso rilassato e sorridente, in pochi istanti divenne cupo, serio, quasi arrabbiato.
"Mio figlio Jason" disse "È malato. Voglio che lei lo curi."
Charles percepì un altro cambiamento, prima era stato fin troppo eloquente invece ogni parola che riguardasse il figlio sembrava quasi dolorosa da pronunciare.
"Non credo di poterla aiutare" rispose lui, decidendo finalmente di parlare "Non sono un medico."
Stryker esplose in una risata improvvisa e spaventosa.
"Non ha capito. Mio figlio è un mutante. Un telepate a quanto pare."
Charles rimase senza parole, spalancò gli occhi per la sorpresa e si chiese se avesse capito bene.
"Sì, è molto grave" continuò lui "Ho bisogno che lo sistemi."
Malato voleva dire mutante.
Molto grave significava molto potente.
Sistemarlo? Sì, forse quello avrebbe potuto farlo.
"Posso aiutare Jason" disse Charles "Non nel modo in cui lei si aspetta però. Lui non è malato, è un mutante e …"
Il suono dello schiaffo risuonò nella stanza vuota.
"Mio figlio è malato." ripeté Stryker con un tono che non ammette repliche "Lei deve aggiustarlo."
Aggiustarlo? Come un giocattolo rotto?
"Nessuno dovrà saperlo." continuò lui con voce piatta "Nessuno dovrà sapere che è mio figlio. Se venissi a sapere che lo ha rivelato a qualcuno non esiterò a radere al suolo la sua inutile scuola e tutto ciò che contiene."
Charles strinse i braccioli della sedia a rotelle, Stryker notò quel gesto che tradiva la sua irritazione e sogghignò.
"Non si arrabbi, Professore" continuò "Ricordi che lei ora è nelle mie mani, ha avuto la pessima idea di far fuggire Magneto e Mistica, potrei usare questa informazione contro di lei … a meno che non decida di collaborare con me e mantenere il segreto."
Charles serrò la mascella, ancor più arrabbiato, poi si lasciò andare in un lungo sospiro, non c'era dubbio che fosse il suo avversario ad avere il coltello dalla parte del manico.
"Molto bene" commentò Stryker vedendo che si stava arrendendo "Vedrà. Non se ne pentirà."
Charles pensò che se ne stava già pentendo, ma lui rincarò la dose.
"Ovviamente non dovrà dire a nessuno nemmeno di questo nostro incontro" disse alzandosi "Faremo come se non ci fossimo mai visti, va bene?"
Charles non rispose, si limitò ad osservarlo mentre si spostava dietro di lui.
"Lasci fare a me."
Non aveva alternative, era evidente, non poteva fare altro che affidarsi a lui per uscire da quella situazione in cui lui stesso si era cacciato, pensò che probabilmente Stryker avrebbe trovato comunque un modo per obbligarlo ad occuparsi di Jason ma lui gli aveva decisamente reso la cosa più facile.
Stryker si posizionò dietro la sedia a rotelle, la girò e la spinse verso la porta, attraversò un lungo corridoio alla fine del quale c'era un ascensore che usò per raggiungere i piani superiori.
"Non ci siamo allontanati molto dal luogo della festa, non si preoccupi, tra poco vedrà i suoi adorati studenti."
Charles sentì che, ancora una volta, aveva invece tutti i motivi per preoccuparsi. Le porte dell'ascensore si aprirono e si trovarono nel corridoio che dava sulle cucine della Villa che aveva ospitato la festa. Stryker non si fermò e andò oltre, percorse tutto il corridoio fino a un'uscita di servizio, passò accanto ai bidoni della spazzatura e arrivò in cima a una piccola scalinata che dava sul giardino sul retro.
"Mi dispiace ma dovrò farle un po' male, è sparito per circa un'ora e dovremo creare una scusa plausibile per la sua assenza."
Ovviamente stava mentendo, non era affatto dispiaciuto, questo Charles lo capì anche se in quel momento non poteva leggergli il pensiero; Stryker lo liberò dalle cinghie e prima che Charles potesse dire o fare qualcosa lo spinse giù per le scale.
Charles cadde rovinosamente lungo i gradini di pietra, l'urto con i gradini lo fece cadere malamente dalla sedia a rotelle e quando raggiunse il prato era ricoperto di ematomi e graffi sotto lo sguardo compiaciuto di Stryker che lo raggiunse con calma e si chinò al suo fianco.
"Si ricordi il nostro piccolo segreto …" sussurrò all'orecchio mentre gli toglieva il collare inibitore, poi si alzò e si allontanò lasciandolo solo.
Finalmente solo Charles cercò di mettersi comodo, la sedia a rotelle era accanto a lui, rovesciata su un fianco, impossibile da girare e rotta in più punti perciò inservibile; non perse tempo e usò i suoi poteri per mettersi in contatto con Jean, non erano passati nemmeno due minuti che la vide arrivare accompagnata da Scott e Hank.
"Professore!" esclamò, la sua voce tradiva la sua gioia ma anche l'angoscia che aveva provato fino a quel momento "La stiamo cercando da più di un'ora! Dov'era finito? Chi le ha fatto questo? È stato Magneto?"
Charles non rispose subito, si prese qualche istante per riflettere, poi sorrise.
"Non ha importanza ora, voi piuttosto state bene? Ci sono stati feriti tra i civili?" chiese, eludendo la domanda e cambiando discorso.
"Nessun ferito, siamo riusciti a metterli tutti in salvo." rispose Jean, che in fondo aveva capito la sua intenzione di eludere il discorso.
"Molto bene" disse Charles annuendo soddisfatto "Direi che possiamo tornare a casa."
Hank sospirò e, sempre tenendo Charles tra le braccia, lo portò verso il jet.
"Ti ritieni soddisfatto?" gli chiese con tono critico "Non ci sono stati feriti, questo è vero, ma Magneto ha comunque ottenuto ciò che voleva, spargere il panico e far percepire i mutanti come dei terroristi pericolosi."
Charles guardò Hank, poi Scott e Jean al suo fianco, anche loro sembravano condividere la sua stessa perplessità. Sebbene tutti lo osservassero aspettandosi una risposta immediata si prese il suo tempo per valutare ciò che era successo e fare un bilancio delle cose positive e quelle negative e, in effetti, c'era poco di cui essere allegri, anche se loro non potevano sapere che ciò che li turbava rappresentava per lui una minima parte di ciò che era successo.
"Charles?" lo chiamò Hank "Sei davvero convinto di aver vinto?"
Ancora una volta Charles rimase in silenzio, aveva bisogno di tempo per seppellire dentro di sé tutte le emozioni negative che aveva vissuto quella sera, quando finalmente riuscì a ritrovare la pace sorrise.
"Sì, è vero, Erik è riuscito a spargere terrore tra gli umani e a consolidare in loro la paura nei confronti dei mutanti, ma c'eravamo anche noi, abbiamo dimostrato che non tutti i mutanti sono crudeli e spaventosi, che siamo qui per aiutare."
Hank scosse la testa piano.
"Io mi fido di te, Charles" commentò poco convinto "Non credo che sia sufficiente, purtroppo."
Charles vide Jean e Scott scambiarsi un'occhiata, anche stavolta erano d'accordo con lui.
"Hai ragione, non è sufficiente … ma anche l'oceano è fatto di gocce."
Hank sogghignò.
"Il solito filosofo!" lo prese in giro "Arriverà un giorno in cui perderai la speranza?"
"Mai" rispose lui, stavolta senza esitare "Non potrei vivere senza."
Più tardi, nella solitudine della sua stanza e disteso sotto le coperte Charles ripensò a ciò che era successo: era stato facile per lui dimenticare il dolore che aveva provato rivedendo Erik e Raven, si era talmente abituato a reprimere quei sentimenti che per lui era diventata una cosa naturale, quasi automatica; non poteva però ignorare, nemmeno volendo, le parole di Stryker, quelle non erano emozioni inutili di cui liberarsi, erano minacce reali, talmente concrete da fargli venire i brividi, non riguardavano solo lui come singolo ma la scuola e tutti i suoi studenti. Charles decise di andare oltre le parole spaventose di Stryker e di concentrarsi piuttosto su Jason, pur non conoscendolo si immaginò come potesse essere: un mutante, un telepate cresciuto con un padre come lui cosa poteva essere se non una bomba a orologeria pronta ad esplodere? Accoglierlo nella sua scuola rappresentava certamente un rischio ma, tra il condannare i suoi studenti a priori e l'aiutare un giovane mutante a trovare la sua strada di certo lui avrebbe scelto la seconda possibilità. Quindi era deciso, avrebbero accolto Jason, ancora non sapeva come Stryker avrebbe organizzato la cosa, come avrebbe dovuto presentarlo agli altri, gli aveva ordinato di mantenere il segreto con tutti, avrebbe dovuto davvero farlo? Pensò a Hank e ai suoi studenti, avrebbe dovuto confidarsi almeno con loro? Se lo avessero saputo avrebbero approvato o lo avrebbero ostacolato? Nel dubbio decise di tenere la cosa per sé, avrebbe portato il peso di quel segreto per il bene della scuola, degli studenti e, sperò, di Jason, lì sarebbe stato libero di trovare se stesso e un equilibrio interiore senza dover pensare a suo padre e al dolore che gli aveva procurato fino a quel momento.
P.S. La scena in cui Stryker butta Charles giù per le scale è liberamente ispirata al volume 25 di Ultimate X Men del giugno 2005
Charles: Dove mi stai portando?
Sinistro: Dall'unico vero nemico del grande Charles Xavier … LE SCALE.
