6. Esilio

Charles avrebbe voluto sfogarsi per bene, buttare fuori tutto lo stress accumulato in quei mesi ma, purtroppo, non gli fu concesso, stava giusto prendendo fiato quando squillò il telefono: si ricompose e, con mano tremante, afferrò la cornetta, non riuscì nemmeno a parlare, chi c'era dall'altra parte lo anticipò.

"Professor Xavier?"

Charles prese fiato, riconobbe la voce del finto padre di Jason, riuscì a calmarsi e annuì.

"Sì, sono io."

"Sappiamo cos'è successo. D'ora in poi ce ne occuperemo noi."

Charles strinse il bracciolo della sedia a rotelle, com'era possibile?"

"Come …" provò a chiedere, ma ancora una volta fu interrotto.

"Jason ha impiantato un chip sotto pelle" spiegò l'uomo "Gli è stato messo per poter monitorare i suoi spostamenti. Quando ci siamo resi conto che era uscito dal perimetro della scuola ci siamo mossi, non avremmo mai immaginato un epilogo del genere, quando siamo arrivati era ormai troppo tardi."

Charles non rispose, fare domande sarebbe stato inutile, non avrebbe ottenuto risposte se non ciò che loro volevano che sapesse.

"Non si preoccupi per Jason" continuò infatti l'agente "Ora ce ne occuperemo noi."

La chiamata si concluse prima ancora che Charles potesse avere il tempo di dire qualsiasi cosa, restò con il ricevitore in mano per qualche secondo ascoltando solo il suono della linea libera poi, molto lentamente, lo mise al suo posto, così come mise a posto le proprie emozioni, giù, in fondo all'oceano della sua mente.

Hank aveva accompagnato Jean nella sua stanza, si era assicurato che Ororo restasse con lei e con gli altri ed era tornato da Charles, una volta solo con lui iniziò a passeggiare avanti e indietro per la stanza mentre la sua irritazione cresceva, infine si fermò davanti a Charles e lo fissò.

"Mi stai nascondendo qualcosa?" chiese "Sei troppo tranquillo per quanto mi riguarda. Jason è scomparso, non hai intenzione di cercarlo?"

Charles riuscì a sostenere il suo sguardo per pochi secondi, poi i suoi occhi fuggirono, cercarono rifugio altrove per non dover affrontare la realtà. La telefonata dell'agente era stata una secchiata d'acqua gelida ma, doveva ammetterlo, si era sentito egoisticamente sollevato dal fatto che ora Jason non fosse più un suo problema; i problemi, quelli veri, stavano per arrivare, erano lì di fronte a lui.

"Charles. Dimmi la verità. Ora." disse Hank con impazienza.

"Non ho bisogno di cercarlo" rispose lui "So già dove si trova."

Hank spalancò gli occhi per lo stupore.

"Sai già … come? Dov'è? Dobbiamo trovarlo! È pericoloso, potrebbe …"

"Non so esattamente dove sia, so solo che non farà più del male a nessuno" lo interruppe Charles con voce mesta.

"Non capisco" riprese Hank "e non mi piace non capire. Ora tu mi spiegherai tutto con le buone, altrimenti …" continuò alzando un pugno "Non ti voglio picchiare" si affrettò a chiarire vedendo l'espressione sorpresa di Charles "ma potrei essere costretto a chiedere a Jean di leggerti la mente."

Charles impallidì, Hank lo aveva messo con le spalle al muro, sarebbe stato impossibile nascondere ancora a lungo la verità. Lentamente, come un condannato a morte, si spostò da dietro la scrivania andò alla finestra per guardare fuori, si prese del tempo per raccogliere e ordinare i pensieri, poi si voltò verso Hank.

"Ricordi la festa per l'anniversario dell'attacco di Apocalisse?"

"Sì" rispose subito Hank "Ricordo che eri sparito per più di un'ora e non hai mai voluto dirci cosa ti fosse successo, non capisco però cosa c'entri con Jason."

"Ci arriverò" rispose Charles.

"Noi pensavamo che fosse stato Magneto a farti del male." proseguì Hank.

"No, non è stato Erik" disse Charles "Lui però c'entra. Sai com'è lui, è un arrogante …"

"Senti chi parla" intervenne Hank, Charles ignorò il commento.

"Era venuto da me mentre voi stavate combattendo, voleva parlarmi, umiliarmi … all'improvviso sono arrivati dei soldati, erano armati di fucili di plastica con proiettili di ceramica come sai bene … io … io non so perché l'ho fatto, li ho bloccati."

Hank, che era di spalle, si voltò con gli occhi spalancati.

"Tu … cosa hai fatto?"

Charles arrossì.

"Li ho aiutati. C'era anche Raven con lui, se non fossi intervenuto li avrebbero uccisi."

"Ci avrebbero fatto un gran favore!" esclamò Hank "Devi fare pace con questa cosa, Charles: non sono più Erik e Raven, sono Magneto e Mistica e, per quanto tu ti rifiuti di ignorarlo, sono nostri nemici! Nemici! Lo capisci?"

"Come vuoi" concesse Charles senza scomporsi "In ogni caso dopo la loro fuga ho sentito una puntura e poi ho perso i sensi. Non so per quanto tempo sono stato incosciente, so solo che mi sono svegliato in una stanza vuota, legato ai polsi e alle caviglie e con un collare che mi impediva di usare i miei poteri."

Hank non lo interruppe stavolta, lo fissò incuriosito, ancora non riusciva a capire dove volesse andare a parare.

"Sono rimasto solo per un po', poi è entrato lui: William Stryker."

"Chi cazzo è William Stryker?" domandò Hank con impazienza.

"Avevo conosciuto suo padre trent'anni fa, lavorava per la CIA e anche lui ha seguito le sue orme. Oltre ad essere un agente della CIA è nell'esercito e, soprattutto, odia i mutanti. Mi ha detto di avermi visto mentre aiutavo Erik e Raven, ha detto che se non avessi fatto ciò che mi chiedeva avrebbe raso al suolo la scuola."

Hank scoppiò a ridere ma nella sua risata non c'era gioia ma rabbia.

"Grande!" esclamò Hank ironico "Ti sei fatto incastrare, eh? Per cosa? Per salvare quei due? E Jason? Cosa c'entra lui?"

"I signori McKay non sono i veri genitori di Jason." disse Charles.

"Cosa?" chiese Hank passandosi una mano tra i capelli "Non è Jason McKay? Non vorrai dire che …"

"Esatto" rispose Charles "Jason Stryker."

Per qualche istante nessuno parlò, la stanza calò in un silenzio pesante.

"Jason Stryker" ripeté Hank "Il figlio di un agente della CIA che odia i mutanti. Andiamo bene!"

"I patti erano questi: avrei dovuto guarire suo figlio senza far sapere a nessuno che fosse legato a lui. Non esistono nemmeno Anne e Michael McKay, sono anche loro agenti della CIA che hanno recitato una parte per l'occasione."

Hank lo scrutò da capo a piedi.

"Quindi tu hai accolto qui Jason perché Stryker ti aveva ricattato?"

"Non solo" ammise Charles "L'ho fatto anche per lui, per aiutarlo. Non puoi nemmeno immaginare cosa Stryker ha fatto a suo figlio! Quanto fosse danneggiato!"

"Hai corso un rischio calcolato, Charles" commentò Hank "Sapevi a cosa andavi incontro, ciò che è successo sarebbe stato evitabile se avessi deciso di agire in tempo! I segnali c'erano tutti! Poco fa hai detto che Magneto è un arrogante, tu però non sei da meno! Sei stato così sbruffone da pensare di poterlo guarire! Il Grande Professor Xavier che salva tutti i mutanti, giusto? Invece no! Ci sono delle situazioni che non puoi gestire da solo!"

Charles strinse i pugni, infine esplose.

"Cosa avrei dovuto fare, Hank? Rispedirlo indietro? Lasciarlo solo?"

Il suo viso era arrossato dalla rabbia ma la sua voce era calma e controllata.

"Sapevi quanto fosse pericoloso e hai comunque esposto i tuoi studenti a tale pericolo, non sei giustificato dalle tue buone intenzioni o dal fatto che fossi sotto un ricatto che ci hai tenuto nascosto."

"Ho dovuto, Hank" rispose Charles sulla difensiva "Altrimenti …"

"Sì, altrimenti Stryker avrebbe distrutto la scuola. Lo so. Lo hai detto. Però avresti potuto fidarti di me! Sapevi che non lo avrei rivelato a nessuno!"

Charles non rispose subito, in effetti Hank non aveva tutti i torti, lui però aveva avuto paura, sebbene si fidasse di lui non voleva condividere il peso di quel segreto, inoltre aveva temuto la sua reazione.

"Se lo avessi saputo lo avresti cacciato."

"Probabile" ammise Hank.

"Aveva bisogno di noi! Dovevo aiutarlo!" disse Charles alzando la voce.

"Non a discapito degli altri studenti però!" gridando ancora di più Hank "Non è un mutante qualsiasi, è un telepate figlio di un uomo talmente crudele da torturare il suo stesso figlio e così perverso da legare le caviglie di un paraplegico! Capisci cosa intendo?!"

Si guardarono negli occhi per un po', poi Charles scosse la testa.

"Non hai idea di come fosse Jean prima di venire qui" disse "Non hai idea di cosa significhi essere un telepate. Jason era ed è pericoloso e continuerà ad esserlo se nessuno lo aiuterà!"

Hank scoppiò a ridere ma la sua risata non aveva nulla di allegro.

"Come se le altre mutazioni fossero facili da gestire!"

"Non lo sono" ammise Charles "Ma la telepatia …"

"È una mutazione invisibile, più gestibile di certo di un corpo ricoperto di pelo blu!"

Charles lo fissò serio, quasi offeso dalle sue parole.

"Non ho mai avuto intenzione di sminuire le altre mutazioni" disse "La telepatia è qualcosa di più sottile, di invisibile, è vero, ma devastante se non viene controllata. Tutti i mutanti devono avere a che fare con le proprie paure e i propri pensieri, per i telepati è diverso. Un telepate che non ha ancora imparato a controllare i propri poteri è costantemente invaso dai pensieri e dalle emozioni altrui, arrivano a ondate e non c'è modo di difendersi, si arriva ad un punto in cui non si riescono più a distinguere i propri pensieri da quelli degli altri …"

Charles sospirò, si voltò a guardare qualcosa, anzi, qualcuno, una vecchia foto ben nascosta in un cassetto, dimenticata come i sentimenti che provava nei suoi confronti.

"Quando ero bambino pensavo di impazzire" confessò "Sarei impazzito davvero, se non fosse stato per …"

Si interruppe, il nome di lei aleggiò per un istante tra di loro, poi scomparve, entrambi lo avevano percepito e lo avevano lasciato andare in quei pochi istanti di silenzio.

"Come vuoi, Charles" rispose Hank, non del tutto convinto "Il tuo dovere però è pensare al benessere dei tuoi studenti e, mi dispiace dirlo, non lo hai fatto."

"Jason è un mio studente come gli altri!" replicò lui "Come Jean, come …"

"Non posso credere che tu lo stia davvero facendo" mormorò Hank con voce stanca "Non puoi aver davvero paragonato Jean a quel mostro."

Charles aprì la bocca per ribattere ma Hank lo precedette.

"Jean era spaventata e il tuo aiuto in effetti è stato prezioso per permetterle di trovare un equilibrio e il controllo dei suoi poteri. Jason è diverso. Jason è sadico come suo padre, gode nel vedere la sofferenza altrui, non cerca di migliorarsi ma di far del male agli altri. Non vuole essere aiutato."

Per qualche minuto nessuno parlò, Charles era in attesa di una reazione da parte di Hank, una qualsiasi, poi arrivò.

"Ciò che è successo è molto grave, Charles" disse infine, la sua voce era ferma come una sentenza "Non solo ci hai tenuti all'oscuro di ciò che stavi facendo, negandoci la tua fiducia, ci hai esposti a un rischio elevato che ha avuto come risultato la morte di un ragazzo. Se seguissi il mio istinto e la rabbia che provo ora me ne andrei all'istante … ma non sarebbe giusto."

Hank si interruppe, lasciò che il silenzio pesasse sulla coscienza di Charles, che lo ferisse più delle parole.

"Sei tu, Charles, che hai sbagliato. Sei tu il responsabile della morte di Daniel. Tu dovresti andartene per riflettere su te stesso e su cosa tu sia diventato a causa della tua arroganza."

Charles non rispose, rimase immobile, ogni centimetro del suo corpo era paralizzato, anche i pensieri si erano fermati, continuava a respirare senza nemmeno rendersene conto.

"Hai sbagliato, è vero, questo però non cancella ciò che di buono hai fatto in tutti questi anni."

Hank, in piedi di fronte a lui seduto sulla sedia a rotelle, sembrava ancor più alto, più autorevole, come un giudice che sta per emettere una sentenza.

"Ti lascerò la possibilità di andartene alle tue condizioni, voglio evitarti l'umiliazione di essere cacciato. Inventa una scusa, una qualsiasi, purché sia plausibile e non metta in cattiva luce me o qualcun altro qui, poi … vattene."

Charles esitò, in evidente difficoltà.

"Lasciami prima parlare con i genitori di Daniel … con la polizia …"

"Lo farò io." rispose Hank freddo "Tu hai già fatto troppo. Ti lascerò il tempo di raccogliere le tue cose e trovare un posto in cui stare, poi ti voglio fuori di qui."

Charles stavolta non rispose, si limitò ad abbassare lo sguardo, lo sollevò solo per osservare Hank che gli voltava le spalle e usciva dalla stanza per poi chiudere la porta con violenza.