Le parole di Anne vanno dritto al mio cuore. Fa male come un coltella nel cuore e rigirato nella ferita.

Ma non lo do a vedere, il male che ha fatto.

La seguo per la strada, sono pronto a scusarmi.

"Ma ero disposta ad accettarlo perché ti amavo."

Amavo ?

"Mi amavi?" Chiedo sconcertato. La paura inizia a far capolino, io...

"Per quello che hai fatto mi hanno licenziata."

Scandisce le parole, fa cadere la scatola con le cose del suo ufficio, e sfila l'anello di fidanzamento, mettendolo nella tasca della mia camicia. Il suo sguardo racchiude tutta la delusione e mi guarda con quello sguardo che ho avuto il dispiacere di conoscere da una vita. Indifferenza, amarezza e freddezza. Con la consapevolezza che chi stai guardando non vale niente.

In questo momento la mia speranza si frantuma in un milione di pezzi. È la percezione che avevo si avvera, lei mi ha abbandonato. Nonostante sapesse chi fossi, come fossi e come sono e conosca il mio passato, sebbene si sia innamorata della mia intraprendenza come una volta mi disse lei, mi ha distrutto.

Mi ha abbandonato.

So che ho sbagliato, che non dovevo insistere nell'intervista; Cazzo mi hanno licenziato!

Anche con lo scandalo di avere preso il Mangiapeccati sbagliato sono riuscito a non farmi licenziare, mi hanno solo degradato benchè avessero il potere e il motivo per farlo. Ma quel tizio non aveva tutto quel potere, o soldi, o una sfilza di avvocati pronti a sbranare gli avversari. Quel figlio di puttana!

Io avevo bisogno di comprendere, capire, tutte quelle morti. Lei aveva il caso di Drake, di tutti i risarcimenti per morti ingiuste.

Lei lo sapeva, dovrebbe capire il perché ho insistito. Non è qualcosa su cui puoi chiudere un occhio, sono morte, morte delle persone, persone innocenti. Come può lasciare impunito qualcuno del genere.

Quelle morti non sono stati incidenti, troppe persone morte. Non potevo stare fermo e non provare a fare qualcosa, a fermare quello che succede in quella azienda. Deve pagare per quello che ha fatto.

Come avrei dovuto pagare anch'io per miei peccati, ma mio padre mi ha fermato, non mi ha lasciato rimediare ai miei errori.

Ricordo quel giorno.

Ero così arrabbiato e, dentro di me non comprendevo.

Mi ha solo dato un'occhiata, freddo, distante, indifferente.

"Sei un fallimento. Non riesci a fare niente di buono, fai solo sbagli e danni. Non ti permetterò di cosegnarti alla polizia, ti libereresti la coscienza troppo in fretta. No, no convivrai con la consapevolezza che non servi a niente, sei spazzatura, e perché tu hai bisogno di me. Hai bisogno di me, e cazzo se riderò, quando lo capirai."

Quelle parole freddarono la mia rabbia. In quel momento compresi; lui non mi voleva bene, non mi ha mai amato, né come figlio né come persona.

Lui mi odiava, mi ha sempre odiato. Ho fatto di tutto per avere la sua approvazione, il suo amore davvero, renderlo orgoglioso. Ho provato a farmi valere con la scuola. Ho anche provato con lo sport perché magari non voleva un figlio più intelligente di lui, ma l'indifferenza restava.

Fino a quel fatidico incidente, dove finalmente ha mostrato il suo vero sé. Tutte quelle botte fisiche e mentali che mi dava non erano niente, non erano neanche un malato modo di aggiustarmi per avermi come voleva.

No, la sua era ed è sempre stata una punizione, ero solo troppo stupido per accettare la dura verità; Lui mi odiava per essere venuto al mondo, ma non per essere nato no, ma per il fatto che nascendo avevo ucciso la persona che amava.

L'unica persona che per lui contava di più al mondo. Mia madre, la donna che mi ha messo al mondo, e che purtroppo non ho avuto il piacere di conoscere. Sua moglie, il suo amore.

Se ne andò, lasciandomi lì solo con la coscienza sporca, la mente in subbuglio, il cuore infranto e il nero che inizia a colorare la mia anima.

Passati sei mesi, la mia vita è cambiata, in peggio. Anne mi ha buttato fuori di casa, si sta vedendo con un medico, un certo Dan. Ho girato qualsiasi giornale, ma quel verme mi ha reso la vita impossibile tanto da far sembrare l'inferno una passeggiata. Nessuno vuole più assumermi. Ho un piccolo appartamento in affitto, non sarà granché ma mi accontento.

È il vicino di fronte a me, che con la sua musica a palla, a darmi sui nervi.

"Hey Jack " chiamo il barista, lui si gira inarcando il sopracciglio.

"Tu hai mai avuto la sensazione che la tua vita fosse un completo fallimento?" biascico. Mi sto crogiolando nel mio dispiacere.

L'alcool è il mio nemico, davvero lo è.

Quello che ho fatto, il mio più grande peccato è stato causato dall'alcool, per la maggior parte.

Ma ero io il cretino che decise di guidare nonostante avessi bevuto.

Nella Tv del bar appare Drake mentre viene intervistato. Scolo l'ultimo bicchiere della staffa e esco da lì.

Incrocio Maria, appostata davanti alla porta del negozio della signora Chen.

Il giornale non c'è.

C'è ma non è al suo solito posto, Maria si è messa strategicamente lì, 'bella mossa' penso. Resto un po' a parlottare con lei e poi entro salutando la Signora Chen.

Scherzo un po' con la Signora Chen e dopo mi sposto più avanti tra le corsie.

Mi sento così impotente, a nascondermi dietro questo scaffale, come un ratto sporco. Vorrei poter andare là è spaccare la faccia a quel bastardo;

'è un cazzo di market che pizzo può darti?' Urlo nella mia testa. Ma questo tizio farà parte di una banda, e se faccio fuori lui verrà qualcun altro, e la Signora Chen sarebbe di nuovo nei guai, in questo circolo vizioso.

Provo a dire qualcosa, ma non so che dire ne da dove cominciare.

La Signora Chen mi ferma con questa parole:

"La vita è dolore Eddie, rassegniamoci"

La vergogna, il dolore e l'impotenza sono ovvi sul suo viso. Mi fa male vederla così, lei è una brava persona.

Rientro nel mio appartamento. Innaffio la mia piantina e prendo una birra. Faccio qualche telefonata per trovare lavoro, ma tutti mi respingono. Sospirando frustrato decido di ascoltare Eckhart Tolle, tentando di rilassarmi.

Non faccio in tempo a sdraiarmi sul pavimento e chiudere gli occhi che un assolo di chitarra amplificato irrompe e attraversa l'appartamento facendo saltare le mie povere orecchie per il frastuono.

Faccio il tentativo di sotterrare la testa nel cuscino.

Cammino per il marciapiede. Mi giro e osservo, ho la sensazione di essere seguito. Prendo il giornale gratis dalla casetta apposita. Strano che non ci sia Maria. 'Forse si è posizionata da un'altra parte' penso entrando nel negozio della Signora Chen, il campanello che squilla sopra la porta.

Vago per gli scaffali.

"Una volta ero un giornalista, ero anche piuttosto famoso. Il mio lavoro richiedeva di, insomma, seguire le persone che non volevano essere seguite e nascondermi in piena vista e dovevo anche saper scomparire." Dico, mentre guardo i prodotti e alcune volte prendendoli in mano e girandoli.

" Io ero piuttosto bravo, ma lei... Chiunque lei sia fa schifo" finisco il mio piccolo monologo.

Appena la donna, Dora, nomina la Live Foundation le consegno non so quale cibo in scatola e la saluto uscendo dal negozio.

Lei, Dora, mi segue fuori facendomi fermare, parlando di tutti gli indigenti che firmano dichiarazioni di esonero di responsabilità.

"E stanno morendo, stanno morendo tutti."

A quelle parole mi fermo, e le chiedo : "Li ha visti?"

La faccio accostare in un angolo d'ingresso di un negozio.

Ma non posso, non voglio, Drake mi ha tolto tutto.

"Deve trovarsi un altro cavaliere bianco Signora Skirth perché io ho chiuso, chiuso con tutte queste stronzate." Gli dico ansioso mentre mi guardo intorno discretamente.

"Quali strozzate ?" Chiede lei confusa, curiosa.

"Stronzate tipo salvare sempre la razza umana."

Spalanco le braccia in enfasi.

"Ok? Grazie." Voltando le spalle a lei, vado via.

Via da lì, via dalla conversazione e via da tutta la situazione che mi ha presentato.

Faccio la stupidaggine di passare sotto la nostra casa, la casa di Anne ora, lei arriva pochi secondi dopo di me.

Mi tratta con sufficienza, senza pazienza. Mi presenta ufficialmente Dan.

Stringo la mano a Dan, ho ancora la mia educazione, sapete?

"Ammiro il tuo lavoro" dice Dan

"Davvero" gli chiede Anne con la sua espressione da 'Attento alla tua risposta'.

"Ha mandato al tappeto parecchie persone." Risponde sincero Dan

"Io sono una di quelle" Parla con sufficienza e riproverò nella voce, sul suo viso avversione e giudizio, un lampo di ferita spunta nel suo sguardo, ma scompare veloce come è apparso.

Dan se ne va. Cincischio con lei e non riuscendo a trattenermi le dico che mi manca.

Le pongo quella domanda, che mi frulla in testa da mesi, da quando mi ha lasciato, sperando in qualcosa.

"Non pensi si possa recuperare?" Le chiedo, il cuore in gola, provo in tutti i modi a sembrare disinvolto e senza pretese, scalpitando per una risposta affermativa.

"No non si può. Sei stato tu Eddie, non Carlton Drake o il network, ma tu."

La repulsione che irradia da tutto il corpo, l'aggressività passiva che mette nelle parole, il distacco e il rancore che gocciola dalla sua postura. Mi lascia la stordito mentre mi volta le spalle, come se non fosse niente, come se non fossimo stati niente e non fossi niente per lei, inutile, apre la porta ed entra in casa. Chiudendo quella porta mi lascia fuori, fuori dalla sua vita in un certo senso e dai suoi affari come dice lei.

Cammino di nuovo, non so dove vado, cammino e basta lasciando alle mie gambe la destinazione.

Arrivo al Golden Gate Bridge e resto lì, appoggiato alla ringhiera, rigirando tra le dita l'anello.

Prendo una decisione stupida, molto stupida. Nella mia disperazione di non restare solo, di non perderla, non perdere Anne, chiamo la dottoressa Skirth accettando di entrare nella Live Foundation e raccogliere le prove che servono.

' Se riesco a trovare le prove e consegnarle al network, al mio capo, e far arrestare Drake potrei riavere il mio lavoro. Potrei riavere la nostra casa, riavere Anne, riavere la mia vita, giusto?'

È stato un pensiero stupido a quel tempo e lo comprendo solo ora. Ma se non avessi fatto quella scelta quella notte non avrei potuto incontrare lui. Alla fine non mi pento di quella decisione.

Io e la Dottoressa Skirth entriamo dall'ingresso dei dipendenti della Live Foundation, cerco di farmi più piccolo possibile quando la dottoressa ferma la macchina per mostrare il badge.

Prendiamo all'ascensore, salendo, parlando di ciò che hanno portato dallo spazio alla Terra.

Vengo mandato avanti nel laboratorio da solo, mentre la Dottoressa distrae la guardia di sicurezza.

Inizio a girare nel laboratorio, scattando foto alla persone rinchiuse dietro i vetri. In alcune delle celle tutto è sottosopra.

In altre ci sono ancora persone, ancora vivi non uccisi da questi alieni-simbionti.

Passo in un'altra cella, una donna che si stringe le gambe al petto e si dondola in un tentativo di conforto, scattando una foto e voltandomi per continuare ma vengo fermato dalla voce che mi chiama. Questa voce! La riconosco. É Maria!

"Eddie, Eddie, sono io, fammi uscire!." Sbatte le mani sul vetro, panico e paura e disperazione nella voce.

Clicco il pad affianco alla cella, non so cosa clicco, ma clicco qualcosa di sbagliato facendo diventare la cella dove sta Maria rossa, in allarme. Lei grida di dolore con le mani alle orecchie. Svelto prendo l'estintore dietro di me, iniziando a colpire il vetro. Colpisco più di 6 volte e, finalmente, il vetro cede sgretolandosi a terra.

Maria mi attacca, saltandomi addosso, colpendomi e graffiando il collo e il volto, e le sue mani finiscono al mio collo di nuovo come per strozzarmi. Neanche qualche secondo dopo che inizia veramente a chiudere l'aria da me lei crolla di lato.

Sento il suo polso, ma non c'è, non c'è battito. È morta.

Tutto quello che è seguito della mia fuga dalla struttura è come una sfocatura, non sentivo più il mio corpo, perlomeno lo sentivo, ma è come se qualcun'altra prendesse le redini in alcuni momenti che in altri, comandandolo, istruendo e dando forza e riflessi inconcepibili.

Corro per i corridoi del laboratorio per trovare l'uscita e defilarmi via da qui.

Entrando in un corridoio laterale incontro delle guardie, riuscendo a sfuggirgli, sfondo la porta che trovo davanti il mio cammino. A destra noto le guardie che stanno arrivando perciò vado a sinistra. Salto nella rete e sfondandola cadendo e rotolando sull'erba, mi dileguo tra gli alberi schivando i proiettili. Spezzo in due un tronco d'albero cadendo a terra e una forza mi rimette in piedi e mi spinge in avanti, ma non ci faccio caso e torno a correre. Salgo su un albero e, che cazzo!

Ho le vertigini! Mi aggrappo forte al tronco.

Non so come sono sceso da quell'albero, ma sono tornato di corsa a casa.

Chiamo la dottoressa, mi risponde la segreteria, le dico comunque quello che è successo.

Mi sento così strano. Non in me.

Poco più tardi avrei capito cosa succedeva.