IL SIMBIONTE: VENOM
Sento la gola in fiamme, ho così sete! Afferro due birre dal frigo e togliendo il tappo le bevo.
La mia gola è ancora in fiamme, lascio le birre per un bicchiere d'acqua. Sete placata, la fame mi assale, aprendo il freezer acciuffo delle pepite di pollo e strappandolo li infilo in bocca, troppo affamato per aspettare di scongelarli.
La fame non se ne va, ancora insoddisfatta.
Scavo nell'immondizia, e afferro l'involucro dove so che sta il pollo di qualche sera fa.
Le mosche in sottofondo che volano attorno.
La consapevolezza di quello che sto mangiando mi spazza via come uno tsunami, corro in bagno e mi aggrappo alla tavola del water rimettendo tutto, arrivando appena in tempo e, per fortuna, centrando il bersaglio, vomito.
"Che cos'ho?" Mi chiedo ad alta voce, la testa ancora china sul water.
Mi lavo i denti, togliendo la puzza e il sapore di tutto quello schifo. Alzo la testa, guardando il mio riflesso. Della schiuma del dentifricio è rimasta nell'angolo basso della bocca a sinistra.
"Eddie." Una voce parla, e qualcosa appare nello specchio. Degli occhi, fatti solo di sclera e leggere vene nere, che sostituiscono i miei.
Balzo all'indietro sbattendo la schiena al muro, cadendo nella vasca facendo cadere anche la tenda appesa che finisce sotto di me, svengo.
Rinvengo poco più tardi, esco dal bagno osservando il casino che mi sono lasciato.
Chiudo il frigo e il freezer. E appoggiandomi al bancone riguardo le foto che ho scattato nel laboratorio.
Mi faccio una doccia e mi cambio. Vado fuori, mentre cammino cerco di mettermi in contatto con la Dottoressa Skirth.
"Le potrebbe dire che è importante?"
"Cibo." risuona forte da farmi spaventare ma guardandomi intorno non vedo nessuno vicino a me.
Entro nel ristorante trovando, tra le persone che mangiano, chi stavo cercando, Anne e Dan.
Mi inginocchio accanto al loro tavolo.
"Mi hanno detto che ti avrei trovata qui, è importante. Mi sono intrufolato nel Live Foundation." Dico frenetico.
Caldo e freddo si scontrano nel mio corpo, non decidendo tra quale scegliere. Il sudore mi impregna, i capelli, il collo, sudo da tutti i pori.
Ho ancora fame, sento i succhi gastrici del mio stomaco cercare qualcosa da liquefare, ma non c'è niente.
Afferrando un'aragosta da un vassoio di un cameriere che passa vicino a me, do un morso staccando la testa, la sputo pochi secondi dopo.
"Questa è morta." Mi rivolgo al cameriere sconvolto.
Vado verso un altro tavolo, ma Dan e Anne mi fermano dal prendere altro cibo dai piatti.
Mi volto verso Dan, dandogli la mia attenzione.
Sento come una sensazione, che mi dice di provare a mangiare Dan, e mettendo una mano sulla faccia di Dan, mi fermo.
Respingo quella, voce o sensazione, qualunque cosa sia.
Il caldo mi raggiunge all'improvviso tanto da non sopportarlo e togliendo il giubbotto cammino verso l'acquario delle aragoste che hanno al ristorante. Immergendomi nell'acquario la sensazione va leggermente via.
La fame torna, forte, e pescando un'aragosta viva nell'acqua le stacco la testa con un morso.
Anne e Dan riescono a farmi uscire e portarmi in ospedale facendomi fare una risonanza magnetica.
La macchina è stata accesa per neanche 5 secondi, è il dolore mi sommerge, la mia testa esplode.
Dan mi fa uscire dalla maledetta cosa e mi manda a casa con l'ordine di riposare.
Sul tram quella voce esclama: "Fame!"
Una forza estranea mi fa balzare su, afferrando il palo di metallo riesco a riprendermi.
Tornato a casa metto a cuocere delle pepite di pollo e nel mentre parlo con Anne e Dan farfugliando sulla possibilità che il parassita che mi hanno trovato in corpo possa farmi sentire delle voci o far fare cose straordinarie.
La voce sembra rispondere : "Sì l'abbiamo appena fatto!"
E sembra non voglia che qualcuno al di fuori di lui, la voce sembra maschile, o me non voglia nessun altro coinvolto, visto la sua riluttanza o rifiuto totale di aiuto medico.
Riattacco la chiamata.
Non passano nemmeno due secondi che il vicino sembra di buon umore per ascoltare la musica.
La mia tolleranza è scesa molto più in basso del normale, e la musica non mi sfonda solo i timpani ma mi porta un dolore atroce.
Esco trafelato dall'appartamento apprestandomi a quella del vicino bussando forte per farmi sentire.
"Potresti abbassare la musica, sto male in questo momento." Chiedo gentilmente.
"Cazzi tuoi." risponde strafottente.
Sento il mio volto diverso, una sensazione che non riesco a descrivere bene, sembra come avere qualcosa in più nella bocca e negli occhi sento lo stesso formicolio di quando ho visto quegli occhi fatti solo di sclera che si sovrapponevano ai miei.
Il vicino fa un passo indietro subito dopo che la sensazione sparisce, concedendo alla richiesta che gli ho fatto.
Entrato di nuovo a casa mi precipito vicino al fornetto.
Le pepite di pollo!
Li avevo dimenticati, li esco velocemente tanto che mi scotto leggermente le dita nonostante lo straccio che ho usato per tirarle fuori, le lascio cadere sul bancone con un piccolo tonfo.
Guardando tristemente, notando che alcuni sono leggermente bruciati, osservo anche la leggera nube scura che si libra in aria.
"Non aprire la porta" la voce di prima mi avverte.
Scettico, guardo nello spioncino, ma non c'è nessuno fuori dalla porta.
Apro la porta e protendo lieve la testa per vedere l'angolo sinistro, ma vengo spinto dentro casa da una mano sul petto.
"Ehi Eddie."
"Chi è questo qui?" Chiede la voce.
"Tu hai qualcosa che non ti appartiene."
Le armi che impugnano mi vengo puntate addosso, alzo le mani.
"Che cosa fai?"
"Sto alzando le mani."
"Così facciamo brutta figura." Dopo averlo dato sento una forza che mi fa abbassare le mani ai fianchi.
"Non.. mi …pare..."
Oppongo resistenza cercando di alzare le mani in alto.
Porto le mani in alto ma poi sono di nuovo giù, continua così per 5 volte.
"Invece sì."
"No" "Sì"
"Ma no."
"Perché lo fai?" Chiede.
"È una cosa sensata da fare."
"Eddie." la voce del tizio viene coperta dalla voce che pronuncia: "Adesso ci penso io."
"Cosa?"
Sono leggermente confuso, cosa vuole fare?
"Dove l'hai messo?" Vuole sapere il tizio.
Non so che rispondere, sinceramente. Io non ho preso niente. Non ho niente.
Al suo ordine: "Neutralizzatelo" vengo colpita da due taser, uno al petto e uno alla schiena.
Perdo il controllo del braccio destro, che si allunga lanciando fuori dalla finestra uno degli uomini che hanno sparato. Quando guardo meglio il mio braccio, e la mia mano, noto che sono ricoperto da una sostanza nera.
Succede la stessa cosa con il sinistro, facendo colpire il soffitto al secondo tizio.
Tendo il braccio davanti a me mirando al capo degli scagnozzi, afferrandolo per il collo. La sostanza nera che avvolge e allunga il mio braccio si avvolge al suo collo come un tentacolo.
L'altro braccio non resta senza far niente, prende l'ultimo uomo dalla faccia oscurando la visuale e forse anche bloccando l'aria.
Stordendo lo scagnozzo avvicino il capo a me, faccia a faccia.
"Mi dispiace per i tuoi amici." Dico veramente dispiaciuto.
La forza che controlla il mio braccio carica e getta il capo sul mio tavolo del soggiorno.
Uno degli scagnozzi si alza ma con riflessi veloci il mio piede viene avvolto dalla sostanza nera lanciandogli uno dei miei pesi alla mia destra colpendolo in testa. Per fortuna il tizio riesce a coprirsi con mani e braccia.
Nelle mie mani appare questa melma nera, appiccicosa, provo a scrollarla dalle mani senza risultato.
"Che..Che cos'è?" Chiedo perplesso, leggermente curioso ma spaventato.
"Non cosa. Chi." Afferma la voce mentre avvolge con la sostanza nelle mie mani, le braccia di uno scagnozzo, di nuovo in piedi, che stava venendo verso di noi all'attacco. Lo sbatto a terra, sul tavolino già a pezzi.
Il capo cerca di prendere la pistola, ma un mio calcio laterale lo manda giù.
Ancora in ginocchio cerco di rimettermi in piedi. Un tentacolo nero spunta da me dalla spalla spostandomi in tempo prima di essere colpito da un proiettile. Atterrando dietro l'isola della cucina, con entrambe le gambe calcio il tavolo gettandolo verso e addosso agli uomini che stavano entrando dalla porta.
Aggancio lo sgabello e lo rompo sulle gambe del tizio a destra facendolo volteggiare e cadere a terra.
L'altro tizio mi prende a pugni allo stomaco. Con il braccio ruoto le sue braccia bloccandole e con l'altra rivestita dalla sostanza nera gli do un pugno in volto lanciandolo nel muro di mattoni della cucina.
Un tizio cerca di attaccarmi da dietro, dal mio petto esce altra sostanza nera bloccando il suo braccio avvicinandomi a lui e contorco il suo braccio dando un pugno ai gioielli di famiglia, allo stomaco e al volto, in rapida successione. Lo getto addosso al suo capo.
"Eccellente. Stacchiamogli le teste a morsi, impiliamole nell'angolo."
"È perché mai?" Chiedo sconcertato
"Due pile. Una pila di corpi qui, una pila di teste lì." Continua la voce.
La sensazione che ho sentito per tutto il tempo mentre la sostanza nera prendeva possesso dei miei arti e del mio corpo si fa sentire di nuovo nella mia schiena. Voltandomi verso la porta capisco che c'era un altro scagnozzo dietro di me, ma è stato messo K.O. dalla sostanza nera.
Con il respiro affannoso e un pizzico di paura che mi avvolge corro fuori dalla porta verso le scale. Pessima idea, torno sù ma mi sparano da sopra e sotto.
C'è solo la finestra come via di fuga, ma non la considero neanche per un secondo.
Almeno, io non la considero, la la voce che ho nella testa che presumo sia anche la forza estranea che controlla il mio corpo, e la sostanza nera stessa, non è dello stesso avviso.
Non cado per molto, la voce usa la materia nera per aggrapparsi a una ringhiera di un palazzo di fianco a noi tirandoci in salvo dentro la casa di persone sconosciute.
Purtroppo la finestra non si è salvata.
La materia forma uno scudo che copre la finestra dando copertura a me e ai padroni di casa.
Scappo dalla porta scendendo le scale verso l'uscita sul retro, verso la mia moto.
"Eddie" chiama.
Mi fermo guardando il mio riflesso nel vetro di una macchina.
Vedo un essere composto dalla sostanza nera che è uscita prima dal mio corpo, gli stessi occhi fatti solo di sclera che si sovrapponevano ai miei. Tocco il mio viso, ma non sento quello che vedono i miei occhi.
"Tu non sei qui. Vedo cose che non esistono, non sei reale. Sei nella mia testa. Sei solo un parassita."
Lui si agita alla parola parassita, indignato, il riflesso non riflette i miei movimenti.
Il formicolio che sento quando usa i tentacoli o la sostanza nera, mi assale per tutto il corpo di dietro.
Mi attacca al muro alle mie spalle.
Cerco di staccarmi, ma non sembra essere utile, perciò cerco di calmare l'essere chiedendo scusa.
"Scusa se ti ho chiamato parassita, se vuoi ne parliamo da uomo a uomo."
Mi distraggo dalle mie stesse parole da un rumore che proviene dal mio fianco.
Un drone!
Non ho molto tempo per pensare che l'oggetto in volo si tuffa verso di me cercando di colpirmi.
L'essere riesce a farci schivare il drone, che esplode dalla collisione con il muro. Salto sulla mia moto, accendendola, partendo velocemente.
