Innamorarsi di qualcuno
è una forza in grado di farti a pezzi
Given
Natsuki Kizu
I didn't fall in love with you.
I walked into love with you, with my eyes wide open, choosing to take every step along the way.
I do believe in fate and destiny, but I also believe we are only fated to do the things that we'd choose anyway.
And I'd choose you; in a hundred lifetimes, in a hundred worlds, in any version of reality, I'd find you and I'd choose you
The Chaos of Stars
Kiersten White
Morso
Sul finire di giugno 2012…
"Seguilo!"
"Seguilo!"
Seguilo!
È veloce!
Ha tutto ciò che ti serve!
Tobio Kageyama ascoltava il tocco estatico dei polpastrelli sfiorare la morbida rotondità della palla, una sfera perennemente uguale a sé stessa, eppure ogni contatto era diverso, ogni più piccola pressione, ogni infinitesima ruvidezza della superficie, erano conosciute e archiviate nella memoria.
In alto…
La sfera scorreva dolce e alta, ma non troppo, quasi a sfiorare la rete.
L'impatto della mano, naturale, impetuoso, quasi violento…
Come potesse un idiota così minuscolo e ridicolo schiacciare a quel modo?
Lui era lì.
Shoyo Hinata era lì, dietro a Tobio Kageyama, senza che nemmeno lui l'avesse chiesto o gliel'avesse ordinato.
Tangerine, arruffato e molesto, come un raggio di sole sbucato all'improvviso, un abbaglio inspiegabilmente sferzante.
Si erano incontrati per la prima volta al torneo delle scuole medie.
Il re del campo, dentro quel rettangolo di nove metri per diciotto, aveva schiacciato come un insetto il moccioso dai capelli rossi, una piccola scheggia senza alcuna preparazione, né senso del gioco.
A mala pena conosceva le regole...
Una però la conosceva bene!
Saltare!
Nell'assurda partita, durata due soli miseri set, in tutto solo trentuno miseri minuti, anche se ormai tutto era perduto, il dannato idiota era saltato così in alto che lui non c'era arrivato a murarlo, e nemmeno i suoi compagni.
Era saltato là, dove non c'era nessuno.
Un istante prima era lì…
L'istante dopo…
La larghezza della rete divorata in pochi passi…
La palla era schizzata veloce nella loro metà campo.
Di poco oltre la riga.
Fuori…
Era stato lì che se l'era detto…
Ha tutto quello che mi serve!
Era stato lì che gliel'aveva gridato in faccia, dopo la sconfitta, la rete stretta con rabbia tra le mani, lo sguardo violento contro il mocciosetto sul punto di mettersi a frignare…
Cos'hai fatto negli ultimi tre anni?
Tobio Kageyama gliel'aveva urlato in faccia a tangerine. Feroce come un ceffone in pieno viso, come la più fonda delle umiliazioni.
Che qualcuno fosse così idiota da sprecare un tale talento...
Sì!
Quella era un'umiliazione che nessuno poteva permettersi di coltivare!
In quei trentuno minuti era come se Tobio Kageyama l'avesse letto tutto, da cima a fondo, Shoyo Hinata, fino giù dentro il cuore, che però quello il cuore ce l'aveva sotto i piedi.
Aveva respinto stizzito, infastidito le lacrime di vendetta del marmocchio, rabbia per una sconfitta annunciata, che pure non avevano fatto arretrare tangerine d'un millimetro.
Alla fine, il destino ci mette del suo…
Per via che le persone care si perdono troppo tardi.
Per via dell'essere non troppo intelligenti, anzi, decisamente ignoranti.
Per via della fama d'un vecchio allenatore, che in passato aveva portato la squadra di quel certo liceo al torneo nazionale, grazie anche a quel giocatore così straordinario, il numero 10 del Karasuno, quell'idolo fin troppo lontano e forse irraggiungibile…
Il Piccolo Gigante…
Shoyo Hinata l'aveva veduto da bambino. Era rimasto stregato dalla forza di un giocatore alto pressappoco come lui, ferocemente attaccato all'idea di non voler perdere.
Quale motivo può esserci per non voler perdere una partita?
E quel giorno, nel loro ingresso al liceo Karasuno, nella sfida che vedeva contrapposti i due stramboidi agli altri due primini che chiedevano di iscriversi al club, Tobio Kageyama se l'era ritrovato dietro a sé, esattamente dietro di sé.
Il re del campo aveva preso a seguire il piccolo tangerine, che se pure era basso, era più vecchio di lui di qualche mese, sei per l'esattezza.
Tangerine era nato nel giorno del solstizio d'estate. Il re del campo, dagli occhi color mirtillo, in quello d'inverno.
Mai coppia avrebbe potuto essere più stramba e meno affiatata.
Due pazzi egocentrici…
Sono qui!
Shoyo Hinata era sbucato da dietro, il salto, il braccio teso, la palla incuneata entro la traiettoria desiderata…
La veloce era fallita miseramente. Di nuovo!
Eppure…
Basta che mi alzi la palla! Io sarò lì!
Shoyo Hinata aveva fame!
Era questo ch'era importante!
Aveva davvero fame…
La veloce stramba era nata così…
Hinata aveva mantenuto la promessa.
Hinata era lì, sempre lì, come una sorta di cagnolino ubbidiente che correva incontro alla palla, e la schiacciava, ovunque avesse possibilità di saltare.
Tutto incredibilmente assurdo…
Non esiste niente d'impossibile! Solo estremamente difficile!
Seguilo…
Seguilo…
Era stato da allora che Tobio aveva iniziato a seguire Shoyo.
Coordinandosi con quello svitato che correva come un pazzo ovunque avesse notato uno spiraglio nella difesa avversaria.
Tu salta! Io ti alzerò la palla dove sarai tu!
Era quello l'unico accordo che tangerine aveva compreso, scricciolo di un metro e sessantadue, pochissimi per sfidare la gravità, i ragionamenti azzerati, mentre il corpo schizza in alto, a svettare contro il sole.
In fondo, a pensarci su, un poco più a fondo, erano state due dichiarazioni d'amore, tanto simboliche quanto strambe.
Si erano ritrovati legati per necessità - i due idioti - Shoyo sapeva volare e Tobio era capace di aprire la gabbia al momento giusto, nell'istante in cui il piccolo corvo ritrovava l'istinto di scagliarsi in volo, famelico, a strappare la pelle dell'avversario, che la palla non la vedeva neppure arrivare.
Si erano ritrovati legati, ma la necessità, ad un certo punto, aveva iniziato a vacillare.
La stramba veloce, quella dei due stramboidi, non era più sufficiente. Non che non funzionasse più, semplicemente il muro avversario aveva imparato a leggerla.
Era accaduto durante la finale con la Seijo.
E non era solo la disperazione d'aver perso la partita ad aver inasprito gli animi, ma la convinzione d'aver perso per via di qualcosa che si doveva cambiare.
Per trovare una soluzione, dovevano mutare alleanza, rivedere il legame, ricucire lo strappo, perché l'evoluzione sta nel cambiamento e non semplicemente nell'imparare a far meglio ciò che già si sa fare.
Hinata se n'era reso conto.
La fame e l'avidità di voler a combattere a tutti i costi, con le sue uniche forze, avevano mosso le parole e allora gliel'aveva chiesto…
Gli aveva chiesto di alzare e alzare ancora la palla…
E lui saltava guardando la palla, la rete, il campo avversario…
Salvata e saltava fino allo sfinimento, per trovare il sistema di combattere…
Da solo!
Lassù…
Su, fin dove solo lui sapeva arrivare…
Non era sufficiente. Tutto distraeva, la traiettoria della palla, il campo avversario, l'invisibile muro…
Una grandinata d'informazioni impossibili da gestire nell'infinitesimo secondo dell'impatto tra mano e sfera, un simile groviglio avrebbe dichiarato morta sul nascere qualsiasi schiacciata.
Lo squilibrio cucito alla meglio si era sfaldato, mutando in strappo feroce, la complicità a poco a poco scaduta in acida avversione.
Non verso l'altro, che nessuno dei due rimproverava nulla all'altro, ma semplicemente a sé stesso, di non riuscire a cavare fuori il meglio dall'altro.
Kageyama camminava un po' curvo, le spalle incassate, le mani in tasca, la testa immersa nei pensieri che si rincorrevano a ritroso, per andare a sbattere sempre lì, sempre nella stessa visione.
All'ennesima alzata…
All'ennesimo fallimento…
Aveva gridato a tangerine che voleva continuare, che non gli avrebbe più fatto alzate, ch'era inutile cambiare ciò che già funzionava.
Il middle blocker non può scegliere cosa fare, un moccioso di un metro e sessantadue ancora meno di chiunque altro.
Il destino non perdona…
Tangerine si era ribellato…
Si erano strattonati per la maglia, i corpi ondeggiavano sotto la spinta rabbiosa, mescolata al terrore di perdere quello che avevano intuito sotto la pelle, nei meandri del cervello.
Era accaduto ancora nel passato, ma quella volta era stato diverso.
Dal primo istante in cui s'erano incontrati, era accaduto di discutere, anzi, di intestardirsi a distruggersi a vicenda.
Era stato peggio.
Il cervello sbatteva lì, alla furia che gli inondava il sangue, alla violenza inaudita impressa nelle mani…
S'era scoperto feroce…
Tobio Kageyama aveva assaggiato per la prima volta, come davvero avesse ricevuto un pugno in faccia, la propria violenza, impressa nelle dita, contro qualcuno…
Non una persona qualunque!
Non che gl'importasse, in fin dei conti, il mondo non perdona i deboli.
Ma Hinata era tutto tranne che debole!
E s'era pure immaginato che con quello scemo di Hinata Shoyo, sarebbe stato del tutto normale…
Essere ferocemente violenti.
L'altro non capiva niente, era un idiota!
Ma no…
Non avrebbe mai pensato di rivolgergli contro tutta quella rabbia.
Tobio strinse i pugni dentro le tasche. Ammise con sé stesso che se avesse potuto, l'avrebbe preso a pugni in faccia, Hinata, l'avrebbe fatto a pezzi, lui e la sua idiota idea di non accontentarsi mai.
L'aveva scaraventato a terra però, strappandoselo di dosso, l'idiota, con quella sua faccia furente e accusatoria.
E avrebbe voluto schiacciarlo come un insetto.
Se avesse potuto l'avrebbe riempito di ceffoni…
Come se la colpa del fallimento delle veloci fosse solo delle sue alzate.
No…
Il generoso Hinata, il piccolo sole disperato, gliel'aveva gridato in faccia che non era colpa delle sue alzate…
E allora…
Che cazzo voleva da lui?
C'era che ovunque fosse lo scoglio, Hinata doveva spuntarla e per farlo gli ci volevano le dannate e perfette alzate di Kageyama, sennò non ne avrebbe cavato nulla.
Rammentò d'aver fatto due o tre passi…
Stava per andarsene…
Da terra, Hinata s'era rialzato, aveva preso la corsa come se avesse voluto saltargli addosso, e l'aveva fatto, il dannato…
Le mani in faccia, le unghie ficcate nella carne, la spinta per tenerlo lì e continuare l'infernale rincorsa, per andare a schiantarsi contro quel fallimento annunciato.
Con quel dannato peso da gamberetto inerme, gli aveva caricato addosso tutta la sua frustrazione.
Shoyo Hinata non voleva perdere.
Con nessuno!
Neppure contro se stesso.
L'avversario più temibile di Shoyo Hinata era Shoyo stesso.
I pugni ancora più stretti nelle tasche, le unghie ficcate nei palmi, Tobio Kageyama se lo sentiva ancora addosso, il corpo ossuto e smilzo del gamberetto, e se non fosse stato per via di Yachi-chan ch'era corsa a chiedere aiuto, spaventatissima, e di Tanaka che li aveva divisi, rifilando a ciascuno una bella sberla…
Chissà come sarebbe andata a finire?
Si sarebbero fatti a pezzi.
Al punto da non poter più tornare indietro?!
Al punto da non poter più essere ciò che erano diventati?!
Chi è lui per te?
E tu…
Chi sei davvero per lui?
Tobio Kageyama aveva già assaggiato l'amarezza del rifiuto, la spaventosa solitudine di chi non si piega e pretende il rispetto del proprio ruolo, abbandonato da chi non è capace di fare un passo oltre le proprie conoscenze, oltre la propria confortevole incapacità di progredire e affidarsi agli altri.
Tobio Kageyama aveva già subito la propria incapacità di tirare fuori il meglio dagli altri, mettendosi ai loro piedi e non issandosi su, su quel dannatissimo trono!
C'era passato, e allora perché aveva rinnegato Hinata e il suo desiderio di imparare a fare da solo?
Era tornato a essere il re despota, stavolta era stato proprio lui a temere e a rifiutare quella stessa velocità che Hinata pretendeva di gestire da solo.
Il corpo di Shoyo addosso…
Il cuore aveva perso un battito…
Perché ciò che Tobio considerava inutile era proprio la volontà del compagno.
Hinata lo sarebbe stato – inutile!
Hinata gliel'aveva detto…
Se non avesse potuto combattere da solo, lui sarebbe stato inutile, sarebbe finito per sempre.
Il middle blocker poteva stare lì, solo lì, sotto rete, e decidere entro il millesimo di secondo cosa fare.
Scegliere…
In aria, lassù, là dove solo lui poteva arrivare…
Finora Hinata c'era riuscito grazie alla precisione millimetrica dell'alzata.
Quella precisione era laccio, era vincolo, una corda che stritolava la libertà dello schiacciatore.
Ma per Tobio non era così, gliel'aveva gridato in faccia…
La veloce non ha bisogno della tua volontà!
Che idiozia!
Vero e falso al tempo stesso.
Sottile s'era fatta strada un'altra verità…
Abominevole e splendente al tempo stesso.
Non ci aveva mai pensato…
Liberare Shoyo dal vincolo stretto della tua alzata, significherebbe liberarlo da te!?
Shoyo voleva scegliere, voleva aprire gli occhi finalmente, e lassù avrebbe deciso dove e come schiacciare…
Sfondare il muro…
Eluderlo…
Impattare dolcemente contro le dita avversarie…
Liberare Shoyo significherebbe che qualunque setter potrebbe prendere il tuo posto!?
Tobio si rese conto che questo, anche questo, era peso piombato addosso.
Tutto era franato, come valanga di responsabilità e sfida alla sua capacità, all'idea stessa di rendere libero il compagno che si era fidato di lui, a tal punto d'aver sempre schiacciato senza seguire la traiettoria della palla, che arrivava lì, dove decideva il primo setter del Karasuno.
Tobio Kageyama si prendeva la sua brava gloria d'esser il genio capace di sfruttare al meglio la velocità del gamberetto…
Essere forti significa…essere liberi?!
Ma lui, Shoyo, che cosa voleva davvero?
Voleva davvero diventare così forte da diventare libero?
Libero da te?
Tobio rammentò la battuta stizzita di Tooru Oikawa, che gli aveva sbattuto in faccia la domanda.
Come al solito quell'idiota di Oikawa si rifiutava di elargire uno straccio di consiglio al suo ex kohai, ma a suo modo, gli aveva indicato la strada.
Sei sicuro di alzare seguendo il desiderio di chibi-chan?
Già…
Sferzante conclusione!
Non fraintendermi…durante l'attacco, chi comanda non sei tu, ma chibi-chan! E se non riesci a rendertene conto, stai solo tornando a essere un re dispotico!
Già…
Chibi-chan…
Dove diavolo s'è cacciato chibi-chan?
Non s'erano più rivolti la parola, finanche ignorarsi come non si fossero mai conosciuti.
Ci aveva pensato il secondo alzatore del Karasuno, Koshi Sugawara, a tessere le alzate a Hinata.
E a quello gli brillavano gli occhi, ogni volta che poteva schiantarsi lassù, come un piccolo rapace che si librava in aria, famelico a puntare la sua preda…
Davanti ai miei occhi si para un muro altissimo. Se lo superassi, che paesaggio vedrei?
E come mi si presenterebbe?
La vista dalla vetta…
Da solo non ce la farei mai a vederla.
Però, se non fossi solo…
Shoyo aveva pensato proprio a questo…
Non era più solo.
Perché da soli non si può vincere!
Il rifiuto di Kageyama s'era inciso fin sotto la pelle, il rifiuto aveva avuto così becero effetto da spezzare la stima.
Chissà s'era davvero solo stima?!
Credeva d'aver incontrato qualcuno che non fosse solo un amico…
Ma qualcosa di più…
Shoyo ripensava alle prime parole che s'erano scambiati, poco prima della partita alla scuola media.
L'aveva scorto, quel giocatore della squadra avversaria, la Kitagawa Daiichi, entrare nel palazzetto assieme ai compagni.
Giganti al loro confronto, sicuri di sé, sprezzanti.
I favoriti…
Non sapeva chi fosse…
Non l'aveva neppure visto bene…
In faccia…
Ma doveva essere una faccia terribile, spaventosa…
Quella di un re despota e senza scrupoli.
Che non se ne fa niente di un suddito idiota che vuole fare di testa sua, e non esegue gli ordini con assoluta devozione.
Voi…
Non siete nemmeno panchinari. Pensate di essere così bravi da poter guardare dall'alto in basso l'avversario?
Non riempitevi la bocca grazie alla reputazione della nostra scuola.
Sì…
Era proprio spaventoso, Tobio Kageyama, mentre rimproverava sprezzante i suoi stessi compagni di squadra, che prendevano per i fondelli il tappetto delle medie, che pareva ancora un bimbetto delle elementari!
Mica per difendere quel moccioso di tangerine!
Semplicemente il re dimostrava di non sottovalutare nessuno. Nessun avversario doveva essere preso in giro. Tutti, dal primo all'ultimo giocatore, idiota o meno che fosse, meritavano rispetto…
Shoyo Hinata s'era preso davvero paura!
Tobio Kageyama era spa-ven-to-so!
Sì, Tobio Kageyama era spaventoso, ma Shoyo Hinata era stupido, alla pari della terribile fama dell'altro.
Stavo anch'io per dirgliene quattro!
Se n'era uscito così, quelle erano state le prime parole, sulla scia del rimprovero del re ai kohai più piccoli.
Anche Hinata in fondo era un senpai, alla pari di Kageyama e dunque avrebbe potuto tranquillamente rimproverare mocciosi più giovani di lui.
Non hai il fisico, quindi non parlare a vanvera!
Che il re del campo non ci aveva pensato due volte a rimetterlo in riga. Nessuno doveva permettersi di sfottere l'avversario, ma l'avversario doveva essere ben conscio da sé, di non essere tagliato, così gracile e piccolo, per quel gioco che si svolge in aria e vive di slancio e velocità.
Per questo ti sottovalutano!
Che hai detto?
Comunque che siete venuti a fare? Crearvi ricordi?
A vincere! Mi pare ovvio!
La fai sembrare piuttosto facile.
Vero, non sono alto. Però…io posso saltare! Non puoi dire che perderemo, finché non ci arrenderemo.
Non arrendersi! Neanche questo è facile come sembra!
Finalmente, noi sei possiamo giocare a pallavolo su un vero campo. La prima partita…e la seconda…vinceremo…vinceremo…daremo tutti noi stessi!
"Dove diavolo sei?" – lo gridò piano, Tobio Kageyama, mentre le pupille s'assottigliavano, fessure blu, a scorgere la bicicletta di quell'idiota di Hinata, parcheggiata sotto la tettoia della scuola, dunque quello scemo non se n'era ancora andato, stava lì, da qualche parte.
La palestra era già chiusa e anche la stanza del club.
Gli altri se ne stavano andando, li aveva scorti avviarsi verso il cancello della scuola. Gli era corso dietro dicendo che tornava indietro, aveva dimenticato chissà cosa, chissà dove…
Non voleva le chiavi di nulla, tanto Hinata doveva essere là fuori.
Anche se era estate, alla sera era un poco freddo.
La prima partita…e la seconda…i playoff e i nazionali…
No…
Restare in campo…
L'ossessione di entrambi!
Quel dannato spazio rettangolare di nove metri per diciotto li avrebbe difesi dal mondo, lì dentro, solo lì, oltre la riga bianca, loro due sarebbero stati al sicuro.
Da cosa?
Quella stupida palla inseguita e tenuta in aria, persino oltre la morte, gli dava l'idea di esistere, e adesso, di essere ed esistere l'uno nella vita dell'altro, per sfidarsi e vincere…
Chissà quando e come…
Sarò io a vincere tutto!
Tobio Kageyama, spaventoso come non mai, quel giorno aveva tagliato corto, gelando le speranze del gamberetto, e se n'era andato voltandogli le spalle.
In compenso, quel giorno, prima della sua prima e ultima partita alla scuola media, a Shoyo, gli era passato il mal di stomaco.
Gli era montata una tale rabbia!
Accadeva sempre…
Gli veniva sempre il mal di pancia prima di ogni incontro.
E bastava che lo spaventoso Kageyama l'avesse preso per la maglietta e strattonato via, come un giocattolo rotto, che subito dopo, forse per la stizza di non farsi battere dall'altro, tutto passava!
Non lì, non in quel momento…
Shoyo Hinata se ne stava rattrappito in una sorta di pertugio di cemento, un anfratto che s'intravedeva dal piano di camminamento, seppur pativa un pallido riflesso di luce dall'esterno.
Shoyo Hinata era cresciuto nel cemento.
Non era capace di fare nulla.
Non possedeva nessun talento, nessuna particolare intelligenza.
Ma era come il sole…
Un piccolo raggio di sole!
Difficilmente si sarebbe vissuti senza!
E ogni volta che Hinata incrociava la strada di qualcuno, nell'estraneo nasceva il desiderio feroce di schiacciarlo, il piccolo tangerine, distruggerlo, annientare quella sua altrettanto diabolica luce, infernale volontà di vincere ed esistere immacolato, di saltare un millesimo di secondo prima e restare in aria un millesimo di secondo oltre.
Eppure, quel cuore grande e puro e candido, quello che faceva incazzare più di ogni altro accidente al mondo, proprio per via della sua inossidabile fiducia, adesso era come stracciato, ferito, affranto e fatto a pezzi.
Disgustato dal voltafaccia.
Tobio Kageyama era davvero bravo ma aveva un carattere infernale.
Shoyo Hinata credeva d'essere riuscito a scalfirne il ghiaccio, la corazza…
Ma quella di Tobio Kageyama non era una corazza. Era proprio un idiota!
Se lo ricordava come aveva trattato in campo i suoi vecchi compagni. Ch'era stato allora che quelli gli avevano voltato le spalle. Tutti!
Si erano rifiutati di schiacciare le sue alzate.
Dietro a lui, nel bel mezzo della partita, non aveva saltato nessuno.
Terrificante…
Così aveva detto, Tobio, ai nuovi compagni.
E Shoyo ci aveva creduto, che lo fosse stato davvero - terrificante.
Una squadra è composta da sei giocatori, almeno quelli che scendono in campo.
Se addirittura cinque rifiutano un compagno…
Se non c'è più fiducia…
È la fine…
La squadra non esiste più!
E allora Shoyo si era convinto d'aver vissuto assieme a Tobio Kageyama…
Che cosa?
Cos'era accaduto tra di loro se non essersi ficcati nel cervello, nelle gambe e nelle braccia un barlume di reciproca fiducia?!
Che lo schiacciatore si fidasse dell'alzatore era evidente…
Ma il setter…
Si fidava di lui?
Lo spaventoso Kageyama avrebbe mai accettato in vita sua d'affidarsi alla volontà di Shoyo Hinata?
L'idiota Shoyo Hinata?
Shoyo credeva d'aver trovato più di un compagno di squadra…
Più di un amico…
Chi è lui per te?
E tu…
Chi sei davvero per lui?
D'improvviso, un leggero scostamento d'aria. Scorse le dita di una mano venire verso di sé.
Quella mano che lui osservava sempre, quando i polpastrelli accarezzavano con decisione millimetrica la rotondità della palla, per guidare la sfera verso di lui, come fosse la cosa più naturale, come se loro due potessero davvero toccarsi, non direttamente, ma solo a mezzo di quella.
Come se loro due si parlassero, muti, senza nemmeno guardarsi.
Se Tobio non gli avesse più fatto alzate, per via della testardaggine del più idiota dei middle blocker, Shoyo non avrebbe più potuto toccare…
Tobio…
Shoyo si riebbe, il viso un po' rosso di vergogna non accennò a dare segni di resa alla mano che s'allungava verso di sé.
"Esci da lì, idiota! Devi tornare a casa. In bici ti ci vorrà almeno mezz'ora e ormai è buio" – prese a blaterare Kageyama furioso – "Se ti ammalassi o ti accadesse altro? Che direbbero i senpai!? Come farai ad allenarti?!".
Discorso degno di Kageyama. In testa solo la preoccupazione per gli allenamenti, per la partita…
Che gl'importava del resto?
Uno scemo violento! Ecco chi era Tobio Kageyama!
Parole indegne d'una qualsiasi risposta.
Proprio per niente!
Hinata incassò un poco la faccia nelle ginocchia. Non lo voleva guardare l'altro, non lo voleva ascoltare.
Era arrabbiato, con lui e con sé stesso.
"Vuoi uscire da lì!?" – incalzò Tobio, cercando di afferrare una qualsiasi parte del gamberetto che invece si stringeva sempre di più indietro, come una lepre presa in trappola che non ha alcuna intenzione d'arrendersi, anzi…
Ce la mette tutta per dare del filo da torcere al cacciatore, assolutamente molesto.
"Vai via!" - sputò tangerine, timbro fiero ma affranto– "Sto qui perché mi va di stare qui. E non sei tenuto a farmi da babysitter! Idiota d'un setter!".
"Ma bravo! Sei anche capace di far lavorare il cervello e tirare fuori queste battute cretine! Esci!" – gridato…
"No!".
La mano s'allungò ancora di più…
D'istinto Hinata sollevò il piede per calciare via l'altro…
La rabbia di ricacciare indietro il compagno che lo stava davvero superando in fatto di arroganza e idiozia, svettava infernale.
Che diavolo voleva da lui?
Avrebbe voluto picchiarlo, davvero…
Fargli male…
Sul serio!
No, la rabbia non avrebbe mai potuto azzerare stima e logica, non al punto da rischiare di colpire la mano del primo setter della squadra.
La sua mano…
La osservava sempre…
Le mani di Tobio Kageyama erano sacre.
Mano e piede s'arrestarono a pochi millimetri di distanza l'una dall'altro.
L'espressione, già di per sé spaventosa di Kageyama, virò in gelido sprezzo.
Come si permette il gamberetto idiota di rischiare fino a quel punto?
Se non aveva stima dell'alzatore, per lo meno poteva immaginare cosa sarebbe accaduto se la squadra fosse rimasta senza.
Certo, c'era Sugawara-senpai.
Avrebbe dovuto lasciarlo lì, l'altro, tanto prima o poi gli sarebbe venuta una tale fame, che se ne sarebbe uscito per pedalare sfinito fino a casa.
"L'unica cosa che voglio è saltare e schiacciare la palla!" – le parole uscirono tremanti di rabbia – "E devo farlo a modo mio!".
"Te l'ho già detto e te lo ripeterò altre cento volte! Non basta! Se già un'esca perfetta!".
"Le esche non sono fighe!" – gridò l'altro, il timbro idiota, perché sapeva di dire un'idiozia, perché aveva già ammesso con sé stesso che quello dell'esca era uno dei ruoli più complicati e incredibilmente faticosi.
"Senti…mi stai davvero facendo incazzare! Se vuoi combattere a modo tuo, devi accettare il fatto che non tutto dipende da te" – tenore delle parole e voce inspiegabilmente ammorbidite, divergevano – "Io per primo devo capire come…come…".
Una leggera iperbole…
Non diretta…
Lenta…
La palla alzata piano…
La palla si ferma…
A mezz'aria…
E in quell'istante che non c'è, lo schiacciatore decide…
Ma si sa che nella pallavolo, la palla non può mai stare ferma, figuriamoci fermarsi a mezz'aria…
Così come un'amicizia non è immobile…
L'amicizia vive della vita di coloro che l'hanno impressa sulla pelle, non è come un tatuaggio impossibile da cancellare.
L'amicizia muta…
"Non è facile nemmeno per me" – disse piano Tobio, allungando la mano…
Intuì d'improvviso la caviglia dell'altro, che s'era dimenticato, come inebetito, la gamba un poco sollevata.
L'afferrò d'istinto, prese a tirare.
Hinata era una specie di peso piuma.
O forse non oppose resistenza, Kageyama riuscì a trascinarlo un poco fuori dal pertugio.
Non appena se lo ritrovò dinnanzi, spiaccicato a terra, scorse i grandi occhi nocciola, spaventati, furiosi e un po' lucidi.
Shoyo Hinata era un moccioso davvero patetico. S'infervorava per un nonnulla, faceva schifo a servizio e in ricezione.
Era un pagliaccio, uno stupido idiota, perdeva la testa come niente.
Era un casinista nato…
Ma non era un debole.
Eppure, adesso vedeva le lacrime rigare le guance…
Forse non era solo una questione tra setter e middle blocker.
In una sorta di giro di danza, Tobio si sedette a terra, tirandosi addosso Shoyo.
"Resta qui…se non ti va di andare via subito" – poche parole, mentre gli chiudeva addosso la propria giacca, stringendolo piano, come se in realtà volesse lui stesso, essere stretto e tenuto lì.
Senza parlare…
Resta qui…
Tangerine non si divincolò, non emise fiato, s'ammutolì addosso all'altro, i piedi appoggiati a terra, le gambe piegate, intrecciate a quelle dell'altro, strette a chiudere i fianchi dell'odiato compagno di squadra.
Il respiro si calmò, seppur innalzandosi, come se fino a quel momento lui non avesse respirato e adesso invece poteva tornare a farlo.
Kageyama – lo scemo violento - gli aveva parlato finalmente, era addirittura venuto a cercarlo.
La testa si chinò un poco, la fronte s'appoggiò alla spalla, mentre le lacrime scendevano silenziose.
Tobio rimase zitto, un po' compassionevole, un po' scocciato per via delle frigne moleste, ma non insolite – Hinata era davvero un moccioso frignone - mentre ascoltava strani singhiozzi colmare il silenzio.
Il pianto mutava in disperazione.
Tangerine mosse il capo, la fronte si scostò dalla spalla, strisciando in avanti.
Era la bocca adesso a poggiare sul muscolo…
Tobio sentì una leggera fitta al trapezio…
Quello era…
Un morso…
Vergogna…
Rabbia…
Desiderio…
Nessuno dei due era abile con le parole…
A ceffoni sì, erano bravissimi…
Ma a parole no!
La bocca adagiata mordeva il muscolo libero, accanendosi con sorprendente delicatezza.
Le mani stringevano la stoffa della maglia, senza strattonarla, semplicemente aggrappandosi ad essa.
Non abbiamo ancora perso…
Giusto…è semplice…
Non importa quanto difficile sia la palla…
C'è un solo motivo per inseguirla…
La palla non ha ancora toccato terra…
I denti affondarono nella carne…
Il morso prese a battere nelle orecchie, la stretta innalzava il rimbombo del sangue che scorreva veloce, ogni altro rumore inghiottito e divorato.
Stavolta il morso avanzava senza pudore, mentre il pianto soffiato e soffocato bagnava le guance, le labbra, i denti…
Il muscolo afferrato e stretto, come a voler tenere lì, stretto, il compagno, per punirlo, recandogli dolore, risvegliandolo dalla ferrea ma idiota supremazia che quello voleva mantenere.
In campo certo!
Ma fuori da quel rettangolo di nove metri per diciotto?
L'amicizia non lega, non incatena…
L'amicizia libera…
Il respiro si bloccò, via via inebriato al pensiero di volare e restare sospeso lassù, in alto, in attesa dell'affondo drammatico e vincente.
Tobio intuì un leggero dolore, sopportabile, inciso nel muscolo, e poi via via espanso nello stomaco.
Udì a poco a poco il respiro di tangerine fermarsi, la stretta dei denti stringeva…
Di colpo la bocca mollò la presa.
Il corpo prese a divincolarsi, nel tentativo di sfuggire, rifiutare quella presa tenera.
Shoyo voleva staccarsi, spiccare il volo, saltare e…
Tobio lo tenne lì, la mano grande e lieve s'appoggiò alla testa, una carezza ferma, le dita affondarono un poco nei capelli morbidi, come li rammentava, per ogni volta che li aveva afferrati e stretti e strapazzati, mentre tentava d'inculcare al gamberetto una pseudo millimetrica educazione allo stile di gioco.
E Shoyo rimase lì, la faccia scostata un poco e sollevata, a scorgere di sbieco lo sguardo blu che non mostrava più alcuna ferocia.
Gli parve d'improvviso che gli occhi Tobio fossero divenuti innocenti, come quelli di un bambino che non sa nulla e interroga l'avversario, altrettanto stupito e ignorante…
Era tutto vero?
Sei davvero tu, quell'avversario così forte che un giorno avresti incontrato, se anche tu fossi diventato forte?
E' davvero questo che serve al tuo avversario per diventare più forte!?
Perch'era questo che voleva Tobio. Che Shoyo diventasse più forte, così che un giorno tutti e due avrebbero potuto sfidarsi.
La rabbia non serviva a nulla, allora…
Shoyo si sentì attraversato, trapassato, letto, come se lui fosse stato lassù, a mala pena capace di vedere uno spiraglio tra le mani assolute di un muro impenetrabile, e la palla gli fosse giunta sul palmo, millimetrica e perfetta, dalle mani del suo straordinario setter.
Il migliore che avesse mai conosciuto.
Tobio era lì, poco distante, l'alzata perfetta della veloce perfetta che spaccava tutto.
Tobio non gli aveva chiesto nulla e stava lì, semplicemente c'era.
Tobio gli diceva ch'era giusto così, anche se nessuno dei due sapeva cosa fosse giusto o sbagliato.
D'improvviso, Shoyo non provò più rabbia, né vergogna.
La paura scemò via, abbandonando il corpo piccolo che si tese, il respiro si spense di nuovo…
C'è un solo motivo per cui continuiamo a lottare…
Non abbiamo ancora perso!
Senza respiro, annientato dalla colpa di non aver fatto abbastanza, di non sapersi perdonare, di non saper perdonare l'altro…
Tobio si spaventò davvero, perch'era come se l'altro non respirasse più.
"Oi!?".
L'apostrofò sussurrando, mentre ascoltava l'istante sospeso, come avesse davvero intuito il salto d'impeto, il volo così in alto, sospeso quasi in aria, il braccio a mirare alla palla, l'estasi di recare il colpo ferale e inafferrabile…
Il respiro riprese a poco a poco a inondare i polmoni…
Il corpo stretto addosso adesso si andava rammollendo, come si stesse sciogliendo, che lui dovette tenerlo su, davvero, stavolta…
"Che-ti-prende!?" – scandì impaurito, senza parole…
Stava accadendo di nuovo…
Mi ha completamente sopraffatto…
Come in quella partita…
Tangerine, insignificante, goffo e idiota…
Un pagliaccio incapace di fermarsi e…
Come un raggio di sole tra le nuvole del cielo…
Il mio raggio di sole…
"Te l'ho già detto…se sei davvero il re che regna in campo, allora un giorno ti sconfiggerò!" – la frase uscì piano, la stessa dell'unica partita disputata contro l'altro, la testa di nuovo appoggiata alla spalla – "Ma prima devo riuscire a vincere questa tua ostinata idea che nulla può essere cambiato. E sarò io a vincere, perché io voglio cambiare, così che sarò l'ultimo a restare in campo".
"Gli ultimi che restano in campo sono i vincitori" – ribatté Tobio calmo – "Questo credo tu lo abbia imparato. E solo i più forti restano in campo".
"Se vuoi essere l'ultimo in campo, diventa più forte. Me l'hai detto tu. Sto cercando di fare questo".
"Lo so…".
Si ritrovarono sospesi e senza respiro.
Tobio sgusciò piano piano fuori dal pertugio, tirandosi dietro l'altro, che gli stava addosso.
Shoyo si slacciò dalla presa.
Se ne stava ora in ginocchio, testa bassa, occhi chiusi, un poco instupidito, a cercare di comprendere che diavolo fosse accaduto.
Sentiva la pancia calda, il viso in fiamme, le orecchie gli parevano come immerse nell'acqua bollente.
Che idiota…
Anche lo spaventoso Kageyama era inginocchiato davanti a lui, la faccia buia e accusatoria, la testa bassa – "Stai zitto!" – l'ordine perentorio – "Non dire niente!".
Annuì Hinata, mentre il moccio gli colava dal naso.
Il gesto lento, Tobio estrasse dalla tasca un fazzoletto, allungandolo al naso dell'altro, la presa delicata.
"Soffia!" – impose con fare amorevole ma distaccato.
Non aveva senso chiedere spiegazioni, nessuno dei due l'avrebbe compreso o avrebbe avuto la capacità di trovare le parole o comprendere la risposta.
O forse la risposta c'era, ma nessuno dei due avrebbe avuto il coraggio di sopportarne il peso, loro troppo immaturi e distratti, e quel nastro rosso, ancora invisibile ma già silenziosamente insidioso, a legare i destini.
Erano davvero due libri bianchi, due tele vuote, due stupidi senza speranza.
Shoyo pareva davvero un moccioso sperduto nel mondo.
Tobio sapeva solo che era rimasto lì, in attesa. Sapeva solo che doveva farlo.
E Shoyo sapeva solo che Tobio era rimasto lì. Andava fatto e basta. Era tutto ciò che serviva fare.
Tangerine soffiò con vigore, una smorfia di disappunto si sollevò sulla faccia dell'insperato salvatore, che ripiegò la stoffa e gli ripulì la faccia, strofinando le guance.
Poi fu la volta della giacca buttata in un angolo.
"Sei davvero uno sconsiderato!" - Tobio la raccolse andando a ficcarla sulle spalle del moccioso – "Vuoi diventare più forte così? Andando a frignare in un angolo al buio!?".
Ineccepibile!
"Fila a casa!" – gridato stavolta, il vecchio orribile e disastroso Kageyama tornava a mostrare i denti!
"Il tuo fazzoletto…" – abbozzò Shoyo, mormorando e poi tirando su col naso.
"Che vuoi dal mio fazzoletto?".
"Non mi pare il caso che tu te lo riprenda in quelle condizioni" – sussurrò quasi impaurito, infilandosi le maniche della giacca, agganciando la cerniera e tirandola su – "Lasciamelo, lo faccio lavare da mia mamma e te lo riporto pulito".
"Non importa".
Shoyo era davvero testardo…
Un sospiro…
Era bene assecondare quello scemo di tangerine…
Tobio scorse alla cerniera della giacchetta, gliela tirò su fino in cima, fin quasi a coprire la bocca e il naso con il colletto issato al massimo.
"Tieni…" – fece per allungare il fazzoletto – "Frignare per un fazzoletto!? Se dovessi star male persino per questa idiozia…sei noioso! Fa' ciò che vuoi. Magari ti servirà ancora per la strada. Con quel moccio al naso sei davvero patetico!".
Lo sguardo di Hinata prese a brillare, tremavano le pupille, forse di emozione, forse di un certo qual brivido di freddo, per via che aveva caldo e allora l'aria fresca solleticava la pelle e i capelli fin sulla punta.
Kageyama non riuscì a scostare lo sguardo, galleggiò nelle piccole pozze castano chiaro, dai riflessi morbidi e sensuali.
Erano quasi una specie di arma di distruzione!
Rimase folgorato dal pensiero che gli fosse impossibile non restarne ammaliati.
Tremavano le gambe, la tensione accumulata si disperdeva sulle lastre di cemento del camminamento della scuola.
Il cemento è incapace di assorbire lacrime e dolore. Ma in qualche fessura, forse un piccolo fiore giallo potrebbe sempre sbocciare.
Era ormai buio, la luna non aveva pregio di gareggiare con la folta e rossa capigliatura, ma gli occhi di tangerine s'incastrarono agli occhi blu dell'altro.
Kageyama tornò ad essere il solito stronzo, sfoderando il suo miglior ghigno, sinistro e sgradevole.
Non si capacitava d'essere davvero così, non ci aveva mai fatto caso, fino a quando la sua ostinata e pervicace cattiveria non si erano riversate su quella specie di pulcino scemo di Shoyo Hinata.
Non lo reggeva, così frignone e disarmato, forse voleva solo distogliersi dallo sguardo di quel moccioso.
"Non ti farò altre alzate!" – precisò acido, col rischio di ricacciare tangerine dentro il suo buco di ragnatele – "Alzerò solo a chi sarà in grado di vincere!".
Ossia, adesso come adesso, tu non sei in grado di vincere!
Il cuore d'improvviso spaccato di nuovo…
Un istante…
Comprese d'aver fatto male…
Comprese che all'altro avrebbe fatto male…
Faceva male davvero, anche a lui, non poter essergli utile.
Rammentava quando, dopo decine e decine di schifose ricezioni, gli aveva rovesciato addosso una palla davvero imprendibile, gonfia di rabbia e frustrazione, e Hinata era corso fin quasi a schiantarsi contro la parete della palestra, per evitare che quella cadesse a terra.
Il patto era che solo migliorando in ricezione, il setter avrebbe accettato di fare alzate degne!
Shoyo l'aveva presa…
Un miracolo…
La gravità è forza estrema e invincibile…
Forse solo il sole ha forza sufficiente per prendersi gioco di una tale forza…
O forse chi è abbastanza veloce da sfidare la gravità, ma sulla Terra!
Così quella palla restituita a dovere era diventata un'alzata degna del re. Tangerine liberato dalla gravità, s'era librato a volare su, corvetto famelico, a prendersi la sua rivincita.
"Per adesso!" – sussurrò Tobio, aggiustando il tiro, come per salvare una palla insalvabile, appena raccolta da terra dalla carezza della mano che si frappone allo schianto, perché non voleva proprio perdere la faccia con l'altro.
Shoyo sorrise, del sorriso splendente del sole che sorge – "Lo so! Stupido d'un Kageyama!".
Corse via, alla svelta, immaginando che stavolta un calcio nel sedere non sarebbe riuscito a schivarlo.
"Scemo! Fila a casa!".
"Sì, o mio re idiota!".
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