I'll love you 'til the day that I die'Til the day that I die'Til the light leaves my eyes'Til the day that I die
Birds of a feather
Billie Eilish
Il primo amore
6 novembre 2012, martedì…
La porta si chiuse alle spalle.
Lo sguardo si alzò per riprendere la via della classe.
Impassibile come al solito.
"Ehi! Ka-ge-ya-ma-aa-aa!".
Il richiamo molesto giunse dal fondo del corridoio.
Il nome riecheggiato, che gli altri studenti si voltarono alla ricerca del volto del ricercato.
Idiota…
Glielo disse, muto, mentre il gamberetto gli balzava davanti, con il suo solito fare da pagliaccio.
"Cosa ti è successo?" – domandò Hinata, occhi adoranti ma spiritati, piantati a quelli dell'altro – "Hai preso una nota?".
"No".
"Dormivi in classe e sei stato mandato dal vicepreside?" – ridacchiando…
"No!".
"Non hai fatto i compiti?" – sguardo acuto, come a scansare la pedata del compagno, più che la sfuriata…
"No!".
"L'interrogazione è andata male?! Ci scommetto! I tuoi voti hanno sempre fatto schifo!".
Nooo!
Era arrivato il momento esatto di gridarglielo in faccia…
Tobio Kageyama si limitò a poggiare con forza la mano sulla testa di tangerine e a strattonare con delicatezza i capelli.
Era il segnale convenuto ch'era ora di piantarla, sul serio.
"Ahi! Smettila!".
"Finiscila tu allora".
"Davvero…" – imperterrito Hinata, come sempre – "Perché sei andato in sala professori?".
Un respiro fondo - "Ho portato una richiesta di giustificazione per il prossimo giovedì. Al pomeriggio andrò a casa".
"E salti gli allenamenti?" – stavolta fu Hinata ad allungare la mano verso la faccia del compagno, arrivava tranquillamente al viso pur essendo più basso, e trovava divertente affondargli l'indice nella guancia, per punzecchiarlo, sapeva l'avrebbe fatto arrabbiare ma non ne aveva paura – "Stai male?".
Gli piaceva stropicciarlo, come del resto il compagno era solito fare con lui – "Hai la febbre?".
"Hinata, davvero, che tu sia stupido l'ho sempre pensato. Ma alle volte penso tu sia irrimediabilmente stupido! Come potrei sapere se giovedì avrò o non avrò la febbre!? Non è per questo che vado a casa!".
"Ohh…hai ragione…" – innocente, gli occhi spalancati e innocenti, sin quasi a immaginarsi di riuscire a prendere per i fondelli l'altro – "E allora…".
"Andrò al mare".
"Al-ma-re?! Salti la scuola e gli allenamenti per andare al ma-re? Vai in vacanza?".
"Non proprio. Da quando ero bambino, andavo con mio nonno al mare e mi allenavo sulla sabbia. Solo un paio di giorni. È abbastanza faticoso" – le parole andarono via via scemando, la voce assottigliata, come inghiottita dal ricordo - "Dormirò in una piccola pensione. Ci resterò fino a domenica. I proprietari mi conoscono e non fanno storie per il fatto che non sono maggiorenne".
"Ohhh!" – stavolta lo stupore eruppe sincero, Shoyo ebbe un brivido, lo sguardo brillò, immaginando l'ebrezza di vedere il mare, correre sulla sabbia, saltare a sfidare il vento con l'odore salmastro delle onde su per le narici – "Dev'essere fantastico! Mi piacerebbe".
"Perché…" – la voce schiarita un poco, l'esitazione minima, come a lanciare la solita occhiata rapida a controllare che il muro non avesse letto troppo in fretta l'alzata del setter – "Perché non vieni anche tu? I proprietari della pensione mi conoscono, non ci sarebbero problemi se portassi un compagno di scuola".
Lo sguardo blu scansò imbarazzato quello inebriato di tangerine, estasiato dell'invito.
Per un istante ci fu silenzio, come se in quell'istante fosse uscita muta e splendente, la risposta affermativa.
"Sarebbe fichissimo…" – balbettò Hinata, che non era abile con le parole, come con le veloci C.
"E allora, porta la richiesta di permesso a scuola. Come ho fatto io. Prenderò l'autobus del pomeriggio. Ci impiegheremo un paio d'ore e da venerdì potremo allenarci".
"Ah, davvero, mi piacerebbe davvero!" – tremava la voce, alla ricerca di una soluzione, la proposta era strabiliante – "Ma vedi…mia mamma…nel fine settimana lavora e io devo stare con Nat-chan. Non posso lasciarla da sola".
"Nat-chan?".
"Ti ho già detto di quella peste di mia sorella minore Natsu?! Questo fine settimana mi toccherà stare con lei".
Di nuovo qualche istante di silenzio…
Sarebbe stata una proposta azzardata ma Tobio la buttò lì lo stesso…
In fondo gli attacchi di seconda erano la specialità del setter!
"Può venire con noi" – un poco sibilato, che in effetti non era questione da poco accollarsi la responsabilità di una bambina così piccola, dato che tutti e due erano mocciosi e…
"Ehhh!? Ma ci darebbe fastidio tutto il tempo!" – tremò Hinata, diviso tra la succulenta proposta e la crudele realtà che anche un idiota come lui non poteva scansare – "E poi mia madre non mi darebbe mai il permesso. Siamo…siamo…".
Due mocciosi!
Non era necessario ripeterlo!
Il cervello aveva preso a lavorare.
Hinata osservava un po' svanito la faccia dell'altro, dapprima impassibile, poi corrucciata dal guaio di non riuscire a trovare una soluzione a una proposta che lui stesso aveva buttato là.
Gli scocciava perdere, come avesse fatto un'alzata sporca, come fosse stato letto dai centrali avversari...
Un'impercettibile contrattura evidenziò le vene le tempie.
Non era mai un buon segnale quello.
Shoyo aveva preso a vantarsi - nemmeno a pensarlo, ma proprio a darlo per certo, come ammissione sgorgata dal cuore - d'aver imparato a riconoscere le più piccole inespressività del compare di gioco.
A tutti, quello sarebbe sembrato sempre impassibile, ma a lui no!
Per quanto fossero diventati un poco più amici e per quanto avessero imparato a sopportarsi senza prendersi a calci e a pugni e a non insultarsi tutto il giorno, lui, Shoyo Hinata aveva giurato a se stesso che un giorno sarebbe riuscito a vincere contro Tobio Kageyama!
In quel rettangolo di nove metri per diciotto s'intendeva!
E lui, Shoyo Hinata, aveva giurato a se stesso che mai avrebbe dimenticato quella promessa fatta a se stesso!
Ma perché ciò accadesse, avrebbe dovuto per forza imparare a riconoscere ogni minimo dettaglio, ogni espressione stupida o severa, ogni sguardo sbieco di quella faccia che a tutti gli effetti appariva statica e terribile alla pari del muso d'un cinghiale.
Sì, perché era accaduto che una sera - lui non riusciva proprio a prendere sonno - s'era infilato la tuta da ginnastica e stava per allacciarsi la seconda scarpa e stava per uscire fuori a correre, quando sua mamma l'aveva afferrato per il cappuccio, trascinandolo indietro…
Se esci a correre a quest'ora rischi di incontrare un cinghiale!
La mamma aveva ragione, dato che loro abitavano in montagna, ed era possibile che sarebbe accaduto d'incontrarlo davvero - un cinghiale!
Solo che la mamma non sapeva che lui, Shoyo, un cinghiale lo incontrava pressoché tutti i giorni, a scuola.
Non ce l'aveva nella stessa classe per fortuna, ma agli allenamenti se lo ritrovava davanti, e ogni volta che commetteva un errore, l'altro era lì per caricarlo, la faccia s'incupiva e non c'era verso di togliergli di dosso quell'aura spaventosa.
Tobio indietreggiò, la sinistra impose sul terreno un magnifico passo pesante, come fosse pronto ad alzare una altrettanto millimetrica e magnifica palla.
La distanza dall'altro gli permise d'allungare il braccio e puntargli contro l'indice.
Sempre il solito esagerato re arrogante!
"Che ti prende adesso?" – domandò Hinata sulle spine.
"C'impieghi mezz'ora a tornare a casa dopo gli allenamenti, giusto?".
"Sì…".
"Bene…arriverai all'incirca alle diciannove e trenta?".
"Senti…sto cominciando a non capirci niente!?".
"È normale! Sei stupido!".
"E tu mi stai stancando. Possibile che dalla tua bocca esca sempre e solo quel certo complimento? Non moriresti mica se fossi più gentile?!".
"Ti chiamerò alle otto! Alle venti insomma! Vedi di rispondere. Forse ho trovato una soluzione ma non ne sarò sicuro finché non arriverò a casa".
Il mistero s'infittiva ma Hinata intuì che Kageyama stava elaborando una strategia per consentigli di andare al mare con lui per allenarsi assieme.
Era un despota, era un cinghiale, era un idiota…
Ma c'era da ammettere che quello non lo lasciava mai indietro, nemmeno d'un millimetro.
Era stato così da quando se l'era ritrovato nella stessa scuola e soprattutto nello stesso club.
Il fatto di non sopportarsi non era un problema.
Era molto più importante non farsi superare.
Lo sapevano tutti e due, così, neanche tanto tacitamente, e quasi per assurdo, mai si sarebbero messi i bastoni tra le ruote, mai avrebbero fatto nulla che avesse impedito all'altro di raggiungere lo stesso traguardo.
Dovevano vincere contro l'altro, le armi dovevano necessariamente essere pari!
E quella era una certezza ormai pressoché assoluta.
Non se l'erano mai detto.
Non parlavano quasi mai, se non discutibili screzi sul perché l'alzata fosse troppo bassa o la ricezione troppo sporca…
Per il resto, nemmeno si dovevano chiamare per nome quando accadeva d'essere in campo.
Semplicemente si fidavano a tal punto…
Terribile e alquanto faticoso…
La fiducia non era esibita o richiesta, c'era e basta.
"Posso almeno sapere di che si tratta?" – azzardò Shoyo col cuore in gola, vista l'aria misteriosa del compagno.
"No, però devi fidarti! Puoi parlare a tua madre della questione, se tutto va come penso, potrai portare anche tu la richiesta di permesso a scuola. Sempre che tu non abbia qualche verifica da recuperare!".
Severissimo…
Tobio Kageyama allungò di nuovo il passo verso l'altro, poggiò la mano sulla testa, affondando le dita nei capelli, come a tener lì, ferma, quella testa che volava sempre sopra le nuvole – "Vedi di non fare idiozie da qui a giovedì. Studia e non prendere brutti voti!".
"Senti chi parla!" – gridò l'altro di rimando, tentando di liberarsi dalla presa – "Vale anche per te! Sei scarso tanto quanto il sottoscritto!".
Hinata vide l'altro allungare il passo verso la sua classe, le ultime parole nelle orecchie.
Non preoccuparti per tua sorella, potrà venire con noi, non ci saranno problemi…
§§§
Seguilo…
Seguilo…
Gli occhioni nocciola di Nat-chan erano incollati, sbarrati e fissi, a quelli del fratello, che erano a loro volta puntati al cellulare appoggiato sul tavolo.
I due fratelli erano seduti in ginocchio, nella cucina di casa, i pugni chiusi appoggiati alle rotule.
In attesa…
Erano quasi le venti di sera.
Shoyo era letteralmente volato via da scuola, divorando l'irta salita in un tempo decisamente inferiore rispetto al solito.
S'era scaraventato in casa, la faccia rossa, senza fiato, gli faceva persino male la milza, la pancia era vuota ma non aveva accettato di mangiare, sino a quando non avesse udito trillare il cellulare.
Prese a lampeggiare quello…
Alle venti…
Puntuale, come lo erano le alzate perfette e pulite di Tobio Kageyama.
"So…sono…io" – balbettò Shoyo accettando la chiamata, in viva voce.
"Oi?".
Mandò giù Hinata, nell'udire la voce di Tobio – "Ciao".
"Dunque, ho trovato una soluzione. Se ti interessa venire con me e portare anche Natsu…".
La mocciosa era sussultata….
Finora, di quel compagno di scuola di nii-chan, conosceva solo il nome, le gesta, i rimproveri, un certo qual timore che nii-chan aveva per l'altro.
Timore sì…
All'inizio era proprio rabbia, quasi avversione…
Ma poi, era accaduto che l'altro, quel compagno di squadra misterioso e arrogante, l'avesse preso sul serio, il suo nii-chan.
Magnifiche alzate…
La palla servita non solo nel punto esatto…
Ma persino nell'istante perfetto!
La stessa percezione del gioco…
Rimproveri puntuali…
Sfuriate degne d'un Re!
Quando una porta si apre e di là da quella s'intuisce una sensazione nuova, diversa da tutto ciò che si è provato fino a quel momento, la rabbia a poco a poco svanisce, e muta forse in timore.
Deludere l'altro, commettere un errore, dispiacere per qualche mancanza…
Ma al tempo stesso, sorge, oscuro e tagliente, lo stupore di non ritrovarsi più soli.
Non solo uno più uno…
Ma qualcosa di più!
Ora Natsu ascoltava la voce di Tobio Kageyama.
In effetti pareva alquanto imperiosa e fonda, di contro a quella argentina e ancora un poco infantile del fratello.
Era una mocciosa di dieci anni Natsu e tutto quel che ascoltava, lo sentiva e basta, senza ancora poterlo comprendere ed elaborare appieno, o dargli un nome, che non fosse quello semplice del nome proprio
"Mia sorella verrà con noi" – prese a spiegare Tobio – "Ha ventidue anni, è maggiorenne. Così potremo allenarci".
"Tua so-rel-la?" – scandì Hinata.
Tobio Kageyama aveva una sorella più grande…
"Sì" - Tobio si trattenne dall'insultare per l'ennesima volta l'altro, immaginando non fosse solo.
Shoyo mandò giù di nuovo, alzò gli occhi, incontrando quelli docili e lievi di sua madre e poi quelli quasi in lacrime di Natsu.
Tobio dovette staccare il telefono dall'orecchio, mentre udiva un grido di esaltata disperazione, una voce davvero infantile che supplicava la mamma di dare il consenso, verso l'insperata e stupefacente fortuna.
"Non vorrei che tu li disturbassi" – disse timida la mamma di Shoyo verso la mocciosa che gridava la sua supplica.
I frammenti concitati della frantumata conversazione esplodevano dall'altro capo della chiamata, Tobio tentò di tranquillizzare il compagno di squadra - "Hinata, non c'è alcun problema. Miwa ha detto che verrà volentieri".
"Mi-wa?".
"Sì, lei non potrà accompagnarci nel viaggio di andata ma ci raggiungerà verso sera. Lavora e potrà assentarsi solo alla chiusura del suo negozio".
"Ma sarà giovedì…" – intervenne la mamma di Shoyo – "E per venerdì?".
"Hinata, posso parlarci io?".
Shoyo annullò il viva voce e allungò il telefono, tremava la mano…
"Prego, sei il compagno di scuola di Shoyo?" – sussurrò piano la madre.
"Chiedo scusa per il disturbo. Ho chiesto a mia sorella se poteva accompagnarci e lei ha accettato volentieri. È contenta di tornare dove andavamo in vacanza da bambini. Quindi…".
"E per il suo lavoro?".
"Miwa mi ha detto che non ci sono problemi. Mi fido di lei".
"Io ti ringrazio. Siete entrambi molto gentili".
"Mia sorella verrà in auto, al ritorno riporterà a casa…Hin…insomma…".
"Va bene…ancora grazie…davvero…".
Grida d'entusiasmo spiccarono il volo per la stanza…
"Kageyama…" – balbettò Hinata riprendendosi il cellulare – "Grazie…".
"Vedi di rigare dritto fino a giovedì e ricordati di portare la richiesta del permesso a scuola".
Ecco che ricominciava…
La stoffa del dittatore non gliel'avrebbe mai levata di dosso nessuno.
Però…
Era tutto così sorprendente, che Shoyo non ebbe istinto di scontrarsi di nuovo – "Grazie".
Tobio chiuse il cellulare, mentre sentiva una fitta nel cervello e nel petto. Il cuore batteva furioso, inaudito, gli pareva d'avercelo stretto tra le dita.
Non gli pareva vero nemmeno a lui d'essere riuscito a trovare il modo di ritrovarsi tra i piedi il gamberetto.
E il punto era proprio quello.
Non era mai accaduto che altri compagni si fossero intromessi nella sua vita.
Non da quando suo nonno era morto, non da quando lui era diventato un irascibile despota, un ragazzo arrogante e idiota, incapace di parlare e confrontarsi con chiunque.
Non da quando aveva ammesso di non avere amici, di non aver mai avuto desiderio di avere una Playstation o un qualsiasi altro videogioco.
E nemmeno di aver mai desiderato avere una fidanzata.
Si era sempre e solo nutrito della pallavolo, gli era sempre bastato allenarsi ed elevare i propri limiti in funzione di quella.
Seduto a terra, appoggiato al letto, le mani si strinsero, come per afferrare quel tempo in cui si era ritrovato solo, per stringerlo tra le dita, e provare ad ascoltare la nostalgia fonda che gli consentiva adesso di accettare la sconfitta dettata dalla solitudine, e in mezzo al vuoto della sconfitta, quel suono nuovo e fondo.
S'affacciava un limite nuovo…
La voce di Shoyo, la sua molesta allegra arroganza, l'ignoranza fatta persona.
La faccia e i movimenti di Shoyo, stabile e imperterrito, come il sole che splende stabile e imperterrito in cielo.
Non era qualcosa che avesse stabilito a priori, anzi, della felicità di tangerine non gliene importava nulla.
Proprio un accidente di niente.
Eppure…
Era davvero così?
Era solo per via di ritrovarsi tra i piedi quell'idiota?
Era solo perché gli avrebbe insegnato qualche altro rudimento di gioco?
L'insperato risultato – ossia quella felicità – lo rendeva a propria volta felice.
Rendere felice qualcuno…
Non lasciarlo indietro…
Accettare il confronto…
Era felice per sé.
Non sapeva se fosse semplice egoismo o qualcosa di più.
Era la prima volta dopo tanto tempo.
§§§
8 novembre 2012, giovedì pomeriggio…
La strategia del viaggio si articolò puntuale, il giovedì successivo.
Hinata era solito arrivare al Karasuno alle sei e trenta del mattino.
Lui sarebbe partito da scuola, mentre Natsu sarebbe stata accompagnata dalla madre.
Al ritorno, la più piccola sarebbe stata lasciata a casa, mentre Shoyo sarebbe tornato giù, in città, a riprendersi la sua benedetta bicicletta.
La mano stretta nella mano della mamma, gli occhi sbarrati…
Natsu li vide arrivare.
Erano le quattordici e quindici del pomeriggio. L'autobus li avrebbe raccolti alla fermata, alle quindici.
Si doveva essere puntuali…
La bambina pestava i piedi, le pareva d'essere andata in bagno ormai cento volte, ma l'emozione si sa, gioca brutti scherzi.
Eppure…
Un gigante…
Persino da lontano…
Un moto di stupore, assieme ad un timoroso sussulto, spensero l'istintiva impazienza.
Camminavano appaiati, Shoyo portando con sé la bicicletta, e l'altro accanto, il borsone a tracolla, le mani in tasca e…
Il gigante, altro e magro, pareva un poco ripiegato verso il basso.
Lo sguardo altrettanto basso, un poco coperto dalla frangia nera, a controllare il percorso, oppure…
Il gigante ascoltava Shoyo…
Natsu ne era davvero sicura.
Anche se Shoyo avesse detto una stupidaggine dietro l'altra – e suo fratello era davvero bravo a inanellare una stupidaggine dietro l'altra - pareva davvero che il gigante lo stesse ascoltando con sorprendente pazienza.
Così almeno pareva da lontano.
A poco a poco i due si avvicinarono.
A Natsu quasi venne male al collo, alzando la testa su, fin sulla faccia del ragazzo alto.
Si ritrovò quasi schiacciata dall'espressione asciutta e tagliente e per niente accogliente, e un poco iniziò a comprendere tutte le fantasiose storie che Shoyo le raccontava su quel re despota che però alzava la palla come se Dio gli avesse concesso in prestito le Sue mani.
Un inchino di ringraziamento per la disponibilità ad accompagnare la bambina sin lì.
Natsu non la smetteva di guardare il gigante.
E il gigante non sapeva più dove guardare, si sentiva osservato, gli occhioni nocciola, aggraziati da lunghe ciglia castane, erano decisamente meno molesti di quelli del fratello, ma non si poteva certo adottare gli stessi sistemi per far desistere la mocciosa, come bloccarle la testa o stringerle le guance, o sferrarle un calcio sul sedere.
"Natsu!?" – ci pensò Shoyo a riprendere in mano la situazione – "Adesso l'hai visto".
Lo sguardo di Tobio era rivolto in avanti ma gli occhi s'erano abbassati a guardare la bambina, come a confermarle…
Appunto, adesso mi hai visto, non sono proprio così spaventoso come pensi!
La mocciosa offrì un sorriso sincero.
Tobio perse di nuovo un battito…
Lo stesso sorriso di Shoyo…
"Tu sei Tobio. Nii-chan mi ha detto tante cose di te…e…".
Dunque, in famiglia Shoyo lo chiamava per nome. Non era mai accaduto che l'avesse fatto dinnanzi a lui.
Chissà come sarebbe suonato il suo nome di battesimo sulla bocca di Shoyo? Con la voce di Shoyo?
Chissà che intonazione aveva usato?
Stavolta l'occhiataccia andò a segno nella direzione giusta, che Shoyo prese a ridacchiare – "Tutte bellissime! Vero Natsu!?" – balbettato.
"Eh?" – Natsu era ancora una bambina e l'ironia non era propriamente affinità avvezza alle menti più giovani – "Sì".
Natsu scostò il viso – mentire non era una specialità che si potesse usare sfrontatamente, a viso aperto, contro colui ch'era destinatario della bugia - andando a osservare il paesaggio fuori dal finestrino dell'autobus.
Sono salvo… - pensò Hinata, sudando freddo, gli occhi imploranti al compare.
Sei salvo! – gli rispose con la solita occhiataccia muta, Kageyama…
Uno sbadiglio, Natsu prese ad agitarsi ch'era già stanca.
"Avanti, adesso dormi un poco, ti sveglio quando saremo arrivati" – la cullò Shoyo prendendosi la sorella addosso, così che quella sarebbe stata al sicuro tra le sue braccia.
Tobio sfilò una grande giacca scura dalla propria borsa e la porse a Hinata – "Con questa non prenderà freddo".
Hinata sbarrò gli occhi, il respiro si perse per qualche secondo.
Da quando in qua, questo qui è così gentile?
La domanda, l'effetto sorprendente ch'essa recava con sé, cullarono i pensieri, l'andatura costante e lieve dell'autobus indusse i sensi ad arrendersi.
Si addormentarono i due fratelli, che Tobio li scorse e pensò di tirar su la giacca a coprire i due gamberetti abbracciati.
Li osservò per un po', mentre i ricordi viaggiavano all'indietro, e il passato si mescolava al presente e la dolcezza del secondo ammansiva la durezza del primo.
§§§
"Oi!" – il richiamo abbastanza dolce riscosse tangerine dal suo torpore – "Siamo arrivati".
"Di già?" – pigolò Hinata assonnato.
"Hai dormito della grossa per tutto il viaggio".
"Scusami…non sono stato di compagnia".
Tobio alzò le spalle, non era importante. Ammise che la vicinanza di Hinata era sufficiente.
Saperlo lì, seduto accanto a sé, anche se addormentato come un sasso, in braccio la sorella più piccola, gli dava la certezza di una presenza vera.
Era da tanto tempo che non viaggiava in compagnia, e anche lui era solito dormire durante il tragitto, soprattutto perché il giorno volgeva alla sera, e quell'ora era mesta e fonda, perché gli occhi non potevano più spaziare fuori dal finestrino e tutto ciò che osservavano era l'immagine di sé riflessa nel vetro.
Conosceva già la propria faccia.
Da quando il nonno se n'era andato, e Miwa era diventata adulta, ormai da tanto tempo c'era solo e soltanto la sua faccia, riflessa nel vetro.
Il gigante s'incaricò di portare le borse, Hinata si stringeva addosso Natsu che in realtà dormiva della grossa e a svegliarla ci sarebbe voluto un po'.
L'accoglienza fu festosa ma silenziosa.
Gli anziani proprietari si stupirono nel vedere i compagni di viaggio, anche s'erano stati avvertiti che Tobio non sarebbe venuto solo.
"Mia sorella arriverà più tardi" – si scusò il gigante, per via che la presenza di tre ragazzini soli avrebbe potuto recare disturbo alla quiete della pensione.
"Mi fido di te, ragazzo mio" - disse piano la donna facendo loro strada – "Fate pure. Lo sai che sei sempre il benvenuto. Tuo nonno era nostro amico e lo sarai sempre anche tu e lo saranno anche tutti i tuoi amici".
"Grazie nonna" – sussurrò piano Natsu che si era svegliata e se ne stava con la testa appoggiata alla spalla del fratello.
"Natsu!" – la rimproverò Shoyo – "Non è cortese".
"Non fa niente!" – rise la vecchia – "Potrebbe essere mia nipote, anzi, in un certo senso lo siete tutti e tre".
La strategia di gioco si snodò un poco più tranquilla a chiudere la giornata. Natsu era davvero stanca e a mala pena mangiò il riso con le verdure e i panini caldi.
"Devo portarla a dormire" – ammise Shoyo, gli occhi stanchi ma davvero splendenti.
"Vai pure, qui sistemo io".
L'accordo con i proprietari della locanda era che vitto e alloggio erano offerti, in nome della vecchia amicizia con i Kageyama, in cambio i ragazzi si sarebbero arrangiati a cucinare e a tenere in ordine le stanze.
Hinata scorse ai gesti veloci e puliti del compagno.
"Sei bravo…" – prese a lodarlo sincero – "Sembra quasi che tu sia abituato".
Il tasto era un poco dolente, l'idea di condividere la sua solitudine lo tormentava e lo impauriva un poco.
Ma Tobio stava imparando a fidarsi e ad ammettere che non c'era nulla di male ad affidare all'amico quel senso di vuoto che aveva spesso intessuto le giornate della sua vita.
La solitudine era tessuto oscuro, non tutti sarebbero stati capaci di comprenderne il senso e di accettarla come parte della vita.
Hinata era solare, amico di tutti, cadeva sempre in piedi. Era anche un po' sregolato nel mangiare e nel prendersi cura di sé, segno che forse in casa c'era qualcuno che pensava a lui.
Se invece si è soli, è necessario fare attenzione a tutto.
"I miei genitori sono spesso via per lavoro. E anche Miwa ormai non passa più molto tempo a casa, sempre per via del suo lavoro. Eccetto qualche fine settimana, la casa è praticamente sempre vuota. Mi arrangio a pulire e a riordinare. È stato mio nonno a insegnarmi a prendermi cura di me, a imparare a mantenermi se volevo raggiungere i miei obiettivi".
"A man-te-ner-ti?".
"Sì, sai che cosa significa manutenzione di sé?".
Negò Shoyo, incuriosito – "Voglio aiutarti!" – ribatté, tentando di rimboccarsi le maniche.
"Se vuoi farlo, prenditi cura di tua sorella. La mia lo ha sempre fatto con me".
"Va bene" – Hinata arrossì, nel sentirsi dare ordini un poco scontati ma corretti - "Mi spiace non aspettare tua sorella, ma non credo che Natsu avrebbe il coraggio di dormire da sola".
Natsu sgranò lo sguardo verso il gigante, immaginando che quello avrebbe protestato, le stanze erano due, e le ragazze avrebbero dormito assieme, ma lei non conosceva la sorella di Tobio e proprio proprio non se ne parlava di separarsi da Shoyo.
Tobio annuì, la considerazione di Hinata era giusta – "Sai quando ero piccolo, dormivo spesso con Miwa".
"Ah…davvero?" – s'incuriosì Natsu – "E lei…".
"Eravamo noi due. Lei era più grande ma come ho detto si è sempre presa cura di me. Però mi hanno raccontato che quando ho preso a morsi il suo pallone da pallavolo preferito…non era proprio contenta!".
"Tu hai preso a morsi il pallone da pallavolo di tua sorella?" – Hinata era al settimo cielo, aveva scoperto un deplorevole errore del re del campo, lo spaventoso Kageyama – "Pfff".
Prese a ridacchiare, quasi soffocato, tangerine…
"Hinata" – ruggì il gigante, piano però, che c'era da salvare la faccia – "Non avevo ancora un anno! E nemmeno un dente!".
"Ah!" – Natsu sgranò lo sguardo – "Eri una peste allora!?".
"Andiamo andiamo!" – s'affrettò a sgusciare via Hinata, tirandosi dietro la mocciosa – "Sennò qui si mette male!"
§§§
"Ehi…".
La mano un poco fredda scorse alla fronte.
"Ciao piccolo impiastro!" – la voce accarezzò lo sguardo, la mano sfiorò i capelli a strapazzarli un po' – "Ti sono già cresciuti. Prima di domenica te li aggiusto, va bene?".
"Miwa…" – fece per alzarsi Tobio, un poco assonnato.
"Sono qui! Visto che ho mantenuto la promessa?!" – sorrise l'altra, il profilo appena illuminato dalla fioca luce alle spalle, i capelli neri e lucenti, scostati dalla mano, dietro l'orecchio – "Così domani potrai allenarti con il tuo amico".
"Mi dispiace di avertelo chiesto così all'improvviso" – sorrise Tobio un po' mesto, per via che forse quella promessa aveva creato qualche problema alla sorella e al suo lavoro - "Ma…volevo…ecco…".
Tobio era un impiastro davvero, con le parole e con le persone.
E Miwa aveva faticato a credere alle sue orecchie quando aveva ascoltato la richiesta del fratello, di accompagnarlo al mare, dove andavano spesso da bambini, così che l'amico e la sorella più piccola sarebbero potuti venire in tutta sicurezza.
Una richiesta sorprendente, se si pensava che Tobio non aveva praticamente alcun amico. La pallavolo come unica e sola passione.
Miwa aveva accettato, per nulla al mondo avrebbe mai rifiutato un tale favore al fratello.
Un'altra carezza, la mano fredda punse la guancia.
Tobio chiuse gli occhi – "Sua sorella era troppo piccola per dormire da sola, così lui è di là con lei".
"Sì" – sorrise Miwa – "Lo immagino. Vorrà dire che per questa notte faremo come ai vecchi tempi. Dai! Fammi posto, piccolo impiastro!".
Il corpo scorse accanto, Tobio socchiuse gli occhi, ascoltando le coperte scostarsi, per ritrovarsi abbracciato all'altra.
Non accadeva da tanto tempo.
In fondo era tutto merito di Shoyo e di Natsu, se, anche solo per quella notte, fratello e sorella si erano ritrovati al di fuori delle caotiche giornate lavorative.
La testa cacciata nell'abbraccio, come quando era un bambino.
Miwa baciò il fratello, sulla fronte – "Domani mi presenterò come si deve al tuo amico e alla sua sorellina. Dimmi un po', come sono?".
"E'…" – gli occhi chiusi, il battito perso – "Sono come due raggi di sole. Lei osserva tutto. Forse è gelosa di suo fratello".
"Oh…" – l'appellativo procurò uno strano brivido nella mente della ragazza – "Beh, come darle torto? Anch'io sono gelosa di te!".
"Lui invece è…un…id…".
"Ehi!" – Miwa saltò su, il tono basso ma accusatorio – "Sii cortese! Non starai per dirmi che è un idiota? Se fosse davvero così, non gli avresti chiesto di venire sin qui per allenarsi con te!?".
"Ha un discreto equilibrio, ma non sa ricevere e non sa neppure battere servizi decenti. Anzi…" – bisbigliava il fratello, che Miwa si mise a ridere in silenzio – "Fa schifo quasi in tutto".
Veramente io avrei voluto sapere del loro carattere! Resti sempre un piccolo impiastro! Fa niente…lo capirò da sola!
"E dunque? Come avrebbe fatto a spingerti a invitarlo sin qua!? Non hai mai chiesto a nessuno di farlo. A lui si?! In cosa non farebbe schifo?".
"Non è ancora abbastanza forte. Ma non è debole! E se saprà allenarsi nel modo giusto, credo che un giorno lo diventerà! Forte intendo!".
Miwa colse l'appiglio, la eco di parole ormai lontane nel tempo.
Tobio era stato cresciuto dal nonno, gli aveva insegnato i fondamentali della pallavolo, non solo del gioco, ma dell'assetto mentale, della progressione emotiva, della sfida ai propri limiti, della ricerca del consenso, dell'umiltà di affidarsi ai compagni.
Non aveva fatto in tempo a completare la solitaria educazione, perché era morto, e Tobio si era ritrovato da solo.
"Lui dice…" – riprese Tobio.
"Cosa dice?" – Miwa s'era rimessa giù e ascoltava divertita il fratello – "Sentiamo?".
"Slow-motion".
Si sollevò davvero l'altra, scorgendo gli occhi del fratello che si aprirono, severi.
"Dice che riesce a vedere di là dal muro, come in slow-motion".
"Scherzi? Davvero può farlo?".
"Credo di sì. Con le mie alzate, sta imparando a piazzare la palla dove vuole. Vede…oltre la vetta, oltre le mani degli avversari. E questo è sorprendente, se pensi che è alto un metro e sessantadue".
"Ehhh?" – Miwa si ritrovò seduta, lo sguardo sgranato, nella testa le discrete nozioni di quel gioco che anche lei aveva praticato sin da bambina, sino a quando la sua scelta era ricaduta sui suoi lunghi capelli corvini, che s'era rifiutata di tagliare, per via di quella idiota regola non scritta che imponeva alle giocatrici di pallavolo delle scuole superiori, di tenere i capelli corti – "Un metro e sessantadue? Non è un libero!?".
Miwa aveva amato la pallavolo, ma non fino a quel punto. Ma sapeva cosa significava slow-motion.
Termine preso in prestito dall'arte cinematografica, messo in pratica da una telecamera. L'occhio umano difficilmente avrebbe potuto disciplinare la vista in slow-motion durante il salto, il corpo sospeso a mezz'aria, fermo, la percezione di una scelta snodata in pressoché infinitesimi millesimi di secondo.
Tobio chiuse gli occhi – "No! Te l'ho detto che a ricevere fa davvero schifo. Per ora gioca come middle blocker".
Un brivido corse lungo la schiena della giovane…
Un middle blocker alto un metro e sessantadue….
Sorprendente e folle al tempo stesso!
"Ma chi gli ha scelto quel ruolo?!" – Miwa tentava di capire.
"In un certo senso, sono stato io".
Silenzio…
"Per la prima partita di allenamento, il capitano Sawamura mi chiese quale sarebbe stato il ruolo più adatto per Hinata e io avevo proposto l'esca!".
"Esca…ma di solito le esche sono…".
"Più alte! Certo! Ma proprio per questo ho pensato che Hinata potesse essere un'esca perfetta! Con la sua statura e la sua elevazione, ha fatto impazzire non pochi muri avversari. Nessuno si aspetta di vederlo saltare così in alto e allo stesso tempo nessuno si aspetta di trovarlo lì, dove prima non c'era nessuno. Ha fregato anche me in questo modo!".
"Ti ha fregato? Quando?".
"In terza media, l'ho incontrato allora…".
Miwa si riavvicinò al fratello, rammentando quanto fosse stato terribile quell'anno.
Nonno Kazuyo era stato il migliore amico di suo fratello Tobio.
Nonno Kazuyo era morto proprio nei mesi che avevano preceduto la conclusione degli studi delle medie inferiori.
Miwa rammentò quando, da quel giorno, la luce nello sguardo di Tobio fosse diventata nera, oscura.
Nessuno poteva farci niente.
"Abbiamo vinto noi, ma lui, ad un certo punto, è riuscito a eludere il nostro muro, dopo un'alzata sporca che l'arbitro non aveva fischiato, è saltato così in alto che non sono riuscito a fermarlo. Ma ha buttato la palla fuori! Un vero spreco!".
"Non essere così severo. Immagino sia stato sorprendente".
"Insomma…" – ammise Tobio senza girarci attorno, che Miwa si ritrovò quasi impietrita, che era rarissimo da parte del fratello pronunciare un simile apprezzamento – "Ma non basta. Lui è troppo impaziente! Vuole solo schiacciare. Siamo riusciti a reimpostare il timing delle schiacciate, ora è soddisfatto perché può fare da sé".
"Fare da sé…" – Miwa si arrese, non tanto per via del linguaggio tecnico, quanto perché era stupita dinnanzi a quel racconto, Tobio si era impegnato per consentire a un compagno di squadra di alzare il proprio limite, quando in passato si era sempre dimostrato egocentrico e irreprensibile con i limiti altrui – "Va bene…adesso dormi! Domani sarà una giornata faticosa".
Adesso era tutto un poco più chiaro.
Suo fratello aveva incontrato una persona che possedeva limiti molto superiori, ma soprattutto la capacità di non accontentarsi semplicemente di raggiungerli.
Osare oltre l'impossibile…
Perché niente è impossibile. Forse, solo molto difficile!
Era così che forse quel compagno di squadra era riuscito a trascinare il fratello fuori dal suo guscio.
Ed era così che forse Tobio aveva deciso di fare altrettanto con quello sconosciuto compagno.
Sfidarsi l'un l'altro, come rivali…
In tutto!
§§§
In punta di piedi e scarpe in mano, Shoyo chiuse lentamente la porta della stanzetta dove Natsu dormiva, come una principessa che non ha ancora ricevuto il bacio del principe.
Erano quasi le sei del mattino, l'orario convenuto per la prima corsa.
Si voltò…
Sussultò, l'istinto di mettersi sull'attenti, che le scarpe finirono a terra.
"Signorina…Miwa…gentile…sorellona di Ka-ge-ya-ma…pia…" – balbettò mentre la faccia avvampava – "Piacere di conoscerla! So-no-Sho-yo-Hi-na-ta-com-pa-gno-di-scu-ola…no…di squadra…si…ecco…di Kageyama. Grazie per la sua disposizione…disponib…insomma…".
Un inchino, paonazzo, il respiro trattenuto, a Shoyo pareva d'essere davanti a un plotone d'esecuzione.
In generale ammirava le ragazze, ma quelle molto più grandi di lui lo mettevano in una soggezione assoluta.
Con Yachi-chan, la comparsa del villaggio B, ci andava d'accordo…
Con senpai-Shimizu…
Non c'era verso che non si ritrovasse rosso in faccia, proprio come un gamberetto cotto alla brace, ogni volta che l'altra gli rivolgeva la parola o si occupava di lui!
Avanti a sé fratello e sorella Kageyama, il primo con la solita faccia da cinghiale, già pronto per uscire a correre, la seconda sfoderava un sorriso lieve e una lucida felicità nello sguardo.
Miwa ora comprendeva le parole di Tobio.
Quel ragazzino era un metro sessantadue di pura e sconclusionata gioia! Anche se ancora non lo conosceva per nulla!
Shoyo si rimise sull'attenti, guardò meglio, scorse la giovane, gli occhi scuri, quasi neri, di contro al blu del fratello più piccolo, contornati da lunghe ciglia nere, folte e ben curate.
I capelli neri, come quelli di Tobio, graziosamente acconciati con una spilla che li tratteneva dal solo lato sinistro.
"Il piacere è mio" – la mano delicata si allungò verso di lui, non era solito che una ragazza salutasse a quel modo confidenziale e Shoyo si ritrovò un poco spiazzato.
Fece per allungare a sua volta la destra, ma non osava stringere quella della sorellona Miwa, che l'altra spezzò il ghiaccio e fece per prendere la mano del gamberetto, con entrambe le proprie mani, tenendola delicatamente stretta.
"Grazie per aver accettato la proposta di Tobio!" – disse piano – "Sei stato…anzi…siete stati davvero gentili!".
Shoyo stava per sciogliersi, si riebbe d'improvviso, quando comprese lo spunto alla geometria ribaltata, dunque, era lui l'artefice di quella sorta di piccola vacanza.
Lui aveva accettato ma a quel modo aveva permesso ai fratelli Kageyama di ritrovarsi dopo tanto tempo.
"Ecco…veramente…".
"E' tutto a posto. Sono davvero felice di conoscerti. Ora andate, penserò io alla tua sorellina. Aspetterò che si svegli e mi presenterò anche a lei. Spero non si spaventerà, non conoscendomi".
"No…ecco…".
"Ho portato a Hinata una tua foto" – bofonchiò il cinghiale alle spalle – "Gli ho detto di farla vedere a sua sorella. Lo hai fatto?" – inquietante e indagatore.
"Sssi…certo" – Shoyo continuava a balbettare, sotto la grandinata di ordini che aveva ricevuto in quei giorni, perché nulla fosse lasciato al caso.
Natsu non conosceva Miwa, e sarebbe potuto accadere che gli allenamenti sarebbero iniziati prima ancora delle presentazioni.
"Quindi lei conosce la tua faccia, sorellona!" – sospirò il fratello, che si stava facendo tardi – "Direi che non dovrebbero esserci problemi".
Miwa si voltò, la mano destra andò a pizzicare la guancia del re del campo.
Shoyo sussultò, non aveva mai incontrato nessuno capace di mettere in riga il re, se si escludevano forse il capitano Sawamura e ovviamente il coach Ukai e il professor Takeda.
"Mi hai promesso che saresti stato gentile!" – ruggì severa e bassa Miwa – "Hai la fortuna di avere questo adorabile compagno di squadra che si allenerà con te e che evidentemente ha la straordinaria capacità di sopportarti. Vedi di non tirare troppo la corda!".
Tobio Kageyama annuì, la coda fra le gambe e il muso incassato nelle spalle.
Shoyo Hinata gongolava…
Adorabile?
Si sentiva importante…
Lui era davvero capace di sopportare il re!? Ma quando mai!
Era davvero tutto sorprendente e incredibile.
La sorellona Miwa era davvero in gamba, una vera forza della natura.
§§§
La sabbia…
Maledetta sabbia!
Correre sulla sabbia era davvero difficile. Non c'era ritorno, non c'era spinta, non c'era nessuna base stabile, ovunque si fossero piazzati i piedi.
La corsa mattutina s'era snodata lungo la rena bagnata, più soda e compatta.
Ma poi, i passi avevano ripercorso, sempre in corsa, la rena asciutta, lungo la spiaggia, verso i boschetti di pini e querce sbattuti dalla salsedine, spazzati dal vento che spargeva granelli ovunque.
Il respiro annebbiava la vista e dopo un po' Shoyo sentì che i polmoni prendevano a bruciare, come in fiamme, per via dello sforzo, per via dell'estenuante lotta contro la strana e insidiosa gravità, così diversa persino dagli sterrati di campagna, ove aveva sempre impostato i suoi allenamenti solitari.
Di solito chiacchierava anche quando gli pareva d'essere a corto di fiato, ma davvero adesso l'aria mancava e l'unica certezza era la sagoma di Kageyama che correva avanti a sé, imperterrito e sicuro, a fendere l'aria fredda e gonfia di umidità.
Non si sarebbe fatto battere da quell'idiota e così prese a stargli dietro, la falcata per nulla minata dal fondo insidioso.
L'ossigeno iniziava a scarseggiare e la fame d'aria non riusciva a compensare il serrato consumo di energia da parte dei muscoli.
Non l'avrebbe lasciato vincere l'altro!
Dannazione!
Uno scatto, il cervello iniziò a comprendere come servirsi dello sbilenco impatto contro la sabbia, l'equilibrio della corsa a poco a poco reimpostato per raggiungere una velocità che non avrebbe potuto essere quella di un campo di atletica o di una strada di cemento, ma che poteva comunque avanzare in una progressione, seppur meno incisiva.
L'equilibrio…
L'equilibrio era tutto!
Bruciava la gola, bruciava il naso…
Bruciavano i muscoli…
Lacrimavano gli occhi…
Si ritrovò accanto a Kageyama…
Di sbieco scorse lo sguardo dell'altro, talmente concentrato da sembrare del tutto solo.
Eppure gli pareva d'essere quasi trascinato dal passo costante ma leggero, entro una sorta di silenziosa gara.
Shoyo spinse ancora, per qualche istante rimasero appaiati.
Il passo ancora allungato…
Intuì che stava per superare il compagno, sferzò fino allo spasmo, ancora e ancora, fino a passare oltre.
Ora sembrava tutto più facile, immaginando che l'altro alle spalle avrebbe avuto la stessa assurda reazione di continuare a correre non più in solitaria avanzata, ma sulla sua scia, per superarlo.
Sentiva il passo dietro a sé…
Sentiva quasi il fiato sul collo…
Quel respiro gli perforava il cervello, ma a poco a poco ascoltava la simbiosi delle inspirazioni e poi dell'aria scaraventata fuori, come avanzassero in sincrona cadenza, un unico battito, come fossero quasi un'unica persona.
Bruciava tutto…
La testa scoppiava…
Respira…
Respira…
L'adrenalina non riusciva più a spingere i muscoli.
Un altro passo…
Le mani in tuffo a sbattere, toccandola, contro una specie di struttura in legno, forse una torretta di avvistamento usata durante la stagione estiva.
Il grido sghembo e liberatorio a sovrastare i muscoli frantumati, i polmoni in fiamme, il mare in burrasca…
Shoyo cadde a terra, in realtà rovinò sulla sabbia, come una stella marina buttata in secca da un'onda più intensa.
Non riusciva più a respirare…
Gli occhi lacrimavano dal freddo…
Le orecchie erano bollenti per il freddo…
Come diavolo si fa a vivere senza respirare…
"Respira idiota!" – alle spalle Kageyama si era fermato, piegato, le mani appoggiate alle ginocchia, anche lui a corto di forze e ossigeno – "Ma che diavolo t'è preso di correre a quel modo?".
"Che…" – masticato, senza riuscire a proseguire…
Per due minuti buoni nessuno dei due fu in grado di spiccicare una parola, mentre la milza, inondata di sangue, pulsava al fianco, le gambe bollenti pativano la frescura del gelido vento oceanico, e la bocca chiedeva aria, i respiri si susseguivano a pieni polmoni, la mano passata sulla faccia, la lingua sulle labbra secche, a restituire un briciolo di calore.
"Idiota sarai tu!" – rimbeccò Hinata quando fu di nuovo capace di articolare due parole sensate – "Non mi hai mica detto fin dove dovevamo arrivare!? Io ti ho seguito! Sei tu che sei arrivato fino a qui! E comunque…ho vinto io!" – pugno al petto, trionfante.
"Non hai vinto proprio niente!" – respirò asmatico l'altro, incapace di alzare la testa, mentre piegava le gambe per mantenere l'elasticità dei muscoli ed evitare un qualsiasi fastidiosissimo crampo.
"Come sarebbe a dire!? Ho toccato la torretta prima di te! Sono arrivato primo!" – sbraitò Hinata che adesso s'era seduto a terra, gambe incrociate e uno strano formicolio alle mani, s'era dimenticato i guanti e quelle erano mezze congelate, anche se bollivano per la corsa.
"Niente affatto!" – ribatté Kageyama schifato, sollevando il braccio destro, l'indice puntava una torretta all'incirca un kilometro e mezzo più indietro – "Quello era il traguardo e io l'ho tagliato per primo! Tu eri dietro a me, quindi non hai vinto proprio un bel niente!".
"Scherzi vero!?" – quasi con la schiuma alla bocca mentre la rabbia prendeva a salire – "Ti stai inventando un traguardo del cavolo, perché ti scoccia che io sia arrivato qui per primo! Bugiardo e idiota!".
"Sei tu che hai continuato a correre" – stizzito – "Mi hai superato dopo che io avevo già oltrepassato il traguardo e io ti sono venuto dietro".
"Senti…bastardo d'un Kageyama…non mi freghi!" – prese a gridare Hinata, gattonando sulla sabbia, senza forze per rialzarsi in piedi, gli occhi stralunati e il moccio al naso - "Sei proprio stupido! Ho vinto io!".
"No io…".
"Io!".
Si afferrarono prendendo a strattonarsi come due idioti!
"Tu sei stato zitto!" - continuò a obiettare tangerine – "Quindi quel traguardo laggiù non vale un accidente! Stai facendo tutte queste storie perché ti brucia che io sia arrivato per primo!".
"Sei tu che hai continuato a correre!".
"Dovevi dirlo che quello era il traguardo!".
"Davvero? Sei tu invece che non hai chiesto niente. Se ti andava di correre ancora potevi dirlo! Perché non ti sei fermato!?"
"Se mi fossi fermato avresti vinto tu! Col cavolo che mi fermavo! Non ti lascerò mai vincere. Lo sai o no questo?!".
"Peggio per te!".
"Brutto scemo!".
"Scemo sarai tu…".
S'erano rialzati ma restavano appiccicati, le giacche a vento strette tra le dita, le sciarpe scomposte, e gli occhi in lacrime per il freddo, ficcati agli occhi dell'altro.
"Piuttosto…" – sputò Kageyama…
"Che altro c'è? Vuoi litigare davvero?" – digrignò tangerine all'erta – "Vuoi fare a botte? Guarda che io non mi tiro indietro!".
"I guanti…" – accennò l'altro feroce, abbassando gli occhi alle mani del gamberetto - "Non mi dire che non li hai portati? Sei sempre il solito sconsiderato!".
Da lontano…
Il bisticcio seguito con una certa apprensione…
"Hai freddo?".
"Uh…no".
"Stai calda?".
"Sì".
Le due ragazze s'erano sedute sulla sabbia.
Miwa si era presa Natsu addosso, abbracciandola per tenerla calda, mentre un pallido sole bucava la coltre di nuvole autunnali.
Le sparring partner avevano eseguito il loro lavoro, ossia ripulire un piccolo spiazzo aperto di cemento, liberandolo da foglie secche e rametti.
Ai lati erano piazzati due canestri da basket, stracciati dal vento salato, mentre all'occorrenza si poteva issare su una sbrindellata rete da pallavolo, per allenarsi meglio.
Tirava troppo vento in quel momento, quindi non restava da fare altro che attendere che i due idioti fossero rientrati per fare colazione tutti assieme.
Da lontano…
"Ma li vedi?" – chiese Miwa – Ma che stanno facendo!?".
"Sì…" – rispose Natsu curiosa – "E cosa si staranno dicendo?"
"Non lo so, ma sembra stiano litigando" – continuò la maggiore, un poco perplessa.
"Allora è tutto a posto!" – confermò Natsu, con una punta d'orgoglio, perché lei già lo sapeva che non passava giorno che suo fratello non le avesse raccontato d'un qualche battibecco con il compagno di squadra.
Quei due, in sostanza, passavano più tempo a ingiuriarsi, stuzzicarsi, strattonarsi, prendersi per i fondelli, che non ad allenarsi. Ma era proprio quando litigavano che si poteva quasi toccare con mano la loro stramba alleanza.
"Davvero? Ne sei sicura?".
"Ah…ah…" – annuì Natsu con un sorriso, che Miwa la strinse ancora un po', per proteggerla da una folata di vento un poco più pungente.
"Sorellona Miwa…".
"Dimmi pure…".
Natsu girò la testa all'indietro per scorgere allo sguardo dell'altra – "Tu ce l'hai il fidanzato?".
Sorrise Miwa, ripensando alle parole di Tobio.
Natsu era proprio curiosa e sembrava non avere paura di nulla, nemmeno d'essere un poco invadente, persino con gli sconosciuti.
Si erano presentate da un'ora nemmeno.
Natsu s'era svegliata da sola e Miwa, in ginocchio davanti a lei, le aveva sorriso, che la bambina l'aveva riconosciuta, l'idea della fotografia era stata utile.
Natsu si era tranquillizzata, anche senza avere il fratello maggiore alle spalle.
E ancora di più era stato utile l'amorevole aiuto di Miwa che l'aveva aitata a vestirsi, per proteggerla dal vento e le aveva spalmato sulla faccia una crema contro il freddo e poi acconciato i capelli in maniera graziosissima.
Natsu era rimasta folgorata dalla bellezza lieve e autoritaria della sorellona Miwa. Niente a che vedere con la stramba freddezza del fratello.
"Un tempo sì" – disse Miwa, senza sottrarsi alla domanda un poco personale.
"Oh…e ti voleva bene?".
"No, alla fine ho compreso di no".
"Ehh?!" – sussultò la bambina che forse aveva in mente solo favole e principi azzurri – "E come hai fatto a capirlo? Come si fa a capire se un fidanzato non ti vuole bene?".
"Sai, a quel tempo portavo i capelli molto più lunghi di oggi. Erano bellissimi, neri come la notte".
"Davvero? E al tuo ragazzo piacevano?".
"Nostro nonno allenava una squadra di pallavolo di ragazze e quando ero più piccola, e andavo ancora alle scuole elementari, una sera mi aveva invitato ad andare a vedere gli allenamenti. Quella sera i nostri genitori avrebbero fatto molto tardi e così c'eravamo portati dietro anche mio fratello. Tobio aveva solo tre anni".
"Davvero…" – Natsu tentò di immaginarsi come doveva essere all'età di tre anni, quel gigante che adesso osservava da lontano strapazzare e sbraitare contro suo fratello, e suo fratello non era certo da meno, che anche Shoyo gli stava sbraitando dietro, gli occhi spiritati e sul punto di saltargli addosso e spingerlo in acqua.
"Decisi di imparare a giocare a pallavolo. Andavo agli allenamenti, sia a scuola, sia con la squadra che allenava mio nonno. Siccome Tobio non poteva essere lasciato solo…".
"Come me?".
"Esatto! Dovevo badare a lui. Insomma io stavo con mio fratello e nostro nonno mi aveva insegnato a giocare con lui in modo semplice. Una delle prime cose che Tobio ha messo sotto i denti…".
"E' stata la tua palla da pallavolo!" – saltò su Natsu orgogliosa.
Miwa si sorprese - "Come lo sai?".
"Ce lo ha detto lui ieri. Ci ha detto che tu ti sei sempre presa cura di lui, anche se quando era piccolo ha preso a morsi la tua palla!".
"Sì…è vero" – rise l'altra, al tempo stesso stupita che il fratello avesse iniziato a parlare di sé con persone diverse dalla propria famiglia – "Mi ero arrabbiata un bel po', ma in fondo, mica lo poteva sapere mio fratello che quella era la mia palla da pallavolo! Sai i bambini così piccoli vogliono assaggiare tutto! Comunque io giocavo a pallavolo ma un giorno presi la decisione di smettere. Ero in terza media e sarei dovuta andare al liceo. Avrei potuto giocare altri tre anni, ma decisi che non l'avrei più fatto".
"Perché? Non ti piaceva più?".
"Non era per quello. Ma era per via di una strana regola, che non era scritta da nessuna parte, secondo cui le ragazze che fanno parte del club di pallavolo, devono portare i capelli corti. Insomma, avrei dovuto tagliare i miei capelli e allora decisi che non l'avrei mai fatto".
"Oh…che strana regola. Però hai dei bellissimi capelli, anche se adesso sono corti. Se li avessi anch'io così…ma allora…non li hai tagliati e hai smesso di giocare a pallavolo?".
"Sì, anche se il motivo poteva essere banale, era comunque una mia scelta. E fu allora che quello che era il mio ragazzo mi disse che era una cosa stupida, che ero brava e che anche se mi fossi tagliata i capelli, poi sarebbero ricresciuti. Ma per me, a quel tempo, non era una cosa stupida!".
Natsu rimase in silenzio, la spiegazione era semplice, ma per lei era più complicata del previsto.
"Anche tuo nonno ti ha detto che era stupido?" – domandò Natsu, più che altro per comprendere se quello era stato il giudizio di tutti – "E Tobio?".
In fondo anche lei, per qualche secondo, avrebbe detto fosse una scelta stupida.
"Mio nonno mi disse che dovevo fare ciò che era meglio per me e che solo io avrei sempre saputo cosa sarebbe stato meglio per me. Se quella era la mia scelta, allora quella sarebbe stata la cosa migliore per me. Adesso, posso dirti che forse anche lui era dispiaciuto, forse anche Tobio era triste, anche se era ancora troppo piccolo per dirmi la sua opinione. Ma da quel giorno io e lui non abbiamo più giocato assieme. L'ho lasciato solo. Me ne sono resa conto solo dopo. Comunque, le parole di mio nonno mi fecero riflettere su una cosa molto importante".
Natsu si sciolse dall'abbraccio per andare a osservare Miwa.
"Vedi…quando qualcuno ti vuole bene davvero, non ti costringe a fare ciò che vuole, non trova stupida una tua scelta, nemmeno se quella scelta è davvero stupida! Se qualcuno ti vuole davvero bene, accetta ciò che vuoi fare. Il mio ragazzo aveva giudicato stupida la mia scelta. Ma anche se lo fosse stata, se anche fosse stato stupido lasciare la pallavolo solo per non tagliarmi i capelli, se mi avesse davvero voluto bene, avrebbe accettato la mia decisione, perché era solo mia".
"Non so se ho capito…".
"E' giusto! Sei ancora piccola. Ricordati che nessuno, soprattutto i ragazzi, potranno mai costringerti a scegliere la loro opinione. Tu avrai la tua, e dovrai fare sempre ciò che è meglio per te".
"Sì, forse adesso ho capito. Ma allora…quel ragazzo…".
"Alla fine l'ho mollato!" – ammise Miwa, con un sorriso un po' malizioso – "Troppo invadente!"
"Allora non era il tuo primo amore?" – sorrise altrettanto solare Natsu.
Stavolta Miwa negò – "No, non lo era".
"Perché ha detto che la tua scelta era stupida?".
"No, non è per quello".
Miwa guardò verso la strana coppia di sconsiderati che adesso camminava a passi lenti verso di loro.
Intuì che il bisticcio era ancora in corso, ma scorse i due idioti appaiati, Tobio teneva per mano Shoyo, strattonandolo, sbraitandogli addosso qualcosa, il vento riportava la eco di un rimprovero sul fatto che un giocatore di pallavolo deve avere sempre cura delle sue mani, soprattutto contro il freddo.
Miwa s'immaginò d'essere percorsa da uno strano brivido, suo fratello si preoccupava per qualcuno.
Qualcuno che, chissà come, era riuscito a intaccare la teca di granito ove l'altro abitava fin da bambino.
Miwa sollevò il braccio destro, l'indice puntò verso i due idioti che continuavano a rimbeccarsi stupide ripicche sulla reciproca sconfitta.
"Vedi quell'impiastro laggiù?" – ridacchiò divertita, tirando poi un sospiro fondo – "Quello che fa la voce grossa con tuo fratello, quello con i capelli neri come i miei?".
"Ehhh" – che Natsu non capiva, anche se aveva compreso che Miwa indicava Tobio.
"Lui…lui è stato il mio primo amore…" – lo disse piano Miwa, mentre le labbra si stringevano in un sorriso più dolce – "Lui è sempre stato dalla mia parte, e lui per me sarà sempre il mio primo amore. Nessuno potrà mai cambiare questo".
Natsu non disse nulla. Era una mocciosa di soli dieci anni, ma adesso iniziava a comprendere. Ascoltava le parole di Miwa, il significato era lo stesso che per lei.
"Sì…" – ammise piano, un sorriso smagliante illuminò il viso – "Si…lo so…".
Anche la bambina sollevò la destra e l'indice puntò sempre agli stessi due idioti che continuavano a camminare.
Le mani di Shoyo erano saldamente chiuse in quelle guantate di Tobio.
"E tu lo vedi quello sciocco con i capelli rossi e la faccia da matto, che si dimentica sempre tutto, e cammina come un granchio appiccicato a tuo fratello?".
Rise davvero Miwa, al perfetto ritratto di Shoyo Hinata.
"Ecco, quello è il mio primo amore!" – disse forte Natsu, prendendo a correre verso i due scemi, prima che davvero i due si strappassero i capelli e gli occhi.
Si…sono d'accordo…
Anche Miwa si alzò e prese a camminare verso i due fratelli.
"Corri Natsu! Corri a metterli in riga prima che si prendano a calci!".
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