23. Guarigione

Mi sveglio in un letto comodo. Quanto tempo è passato? Sul comodino, accanto alla mia testa, ci sono una sveglia che ticchetta piano e una bacinella. Sono le undici. La stanza è piacevolmente assolata. La pioggia ha lasciato il posto ad un tiepido sole. Mi fa bene vedere i raggi caldi che entrano filtrati dalle tende candide. I colori della stanza vanno dal bianco al panna. Mi sembra di essere in una nuvola.
Mi guardo attorno. Sono a casa di Irene? Si. È stata lei a portarmi qui? Provo a mettermi a sedere. Mi sento leggero. Un fazzoletto mi cade dalla fronte. Doveva essere bagnato ma ora si è seccato. Sento che la fronte scotta ancora. Facendo leva sul gomito mi sporgo verso l'acqua e inumidisco la pezza che mi rimetto in fronte. Ahh. Molto meglio. Chiudo di nuovo gli occhi. Mi sento riposato. Anche le articolazioni non mi fanno più male. Vedo che dietro la bacinella c'è anche un termometro. Mi misuro la temperatura: 37 e 4. Meglio, molto meglio.
Qualcuno mi ha cambiato. Sono in pigiama e ci sono dei vestiti puliti sulla ancora fame. Mi guardo il braccio destro e mi rendo conto che è legato da una flebo. Qualcuno si è preso molta cura di me, davvero. Da Irene non me lo sarei mai aspettato. L'unica cosa che mi domando ora è perché abbia esitato così tanto al telefono.
Con delicatezza mi stacco il tubo e cerco di alzarmi. Sono ancora debole per la forzata immobilità ma riesco a mettermi in piedi. Vicino al letto qualcuno ha appoggiato una stampella, come quella che aveva John quando ancora zoppicava. Scopro di non averne bisogno.
Con passi lenti mi avvio verso la cucina. Non c'è nessuno in casa. Tutto questo silenzio mi opprime. Apro il frigo in cerca di qualcosa da mangiare. C'è un pentolino con un po' di zuppa di verdura. Guardo il tavolo. È già apparecchiato per uno. In fianco al bicchiere c'è anche il mio cellulare. Lo guardo. Non ci sono né messaggi né chiamate. Irene deve aver avvisato John di dove mi trovo. Un particolare, però, mi spaventa. La data! Ho passato qui quattro giorni! Non me ne sono reso conto! Ho dormito così tanto o sono semplicemente caduto in coma? Probabile. L'importante è che adesso sia sveglio e cosciente e che la febbre stia passando. Chissà se sono venuti a trovarmi mentre ero incosciente?
Scaldo la zuppa sul fornello e abbrustolisco anche qualche pezzo di pane. Non ho mai avuto così tanta fame in vita mia. Divoro letteralmente la zuppa e noto un altro pentolino con dello spezzatino. Scaldo anche quello e me lo mangio di gusto.
Pulisco pentole e piatti. Non mi va di stare inattivo. Ho bisogno di movimento, di azione. Sono solo, non ho nulla da fare. Potrei andarmene, ma ho ancora la temperatura troppo alta. È meglio che stia a riposo e poi … voglio incontrare lei. Non voglio che ritorni e non mi trovi.
Esploro la casa. Così, tanto per passare il tempo. Non ho sonno e mi annoio. Se almeno avessi il mio violino! Come se l'universo avesse ascoltato il mio desiderio, noto che sul tavolo in salotto c'è un violino. Non è il mio ma può andare bene comunque.
Lo accordo e comincio a suonarlo. Ah, che piacere! Mi sento in vena di musica allegra, oggi. Suono e mi muovo a tempo con la musica.
Ora che sto meglio, anche fisicamente, mi sembra che niente possa andare storto. Vorrei uscire ma è meglio che mi trattenga.
Suono per buone due ore. Non mi sento stanco. La musica sembra darmi nuova energia, tanto che il mio ballo acquista sempre più vigore. Sono al massimo della mia performance quando mi blocco di colpo. C'è un biglietto per me sopra un tavolino. Non l'avevo notato. Appoggio il violino e mi dirigo lì come un automa. Lo afferro e con malagrazia lo squarcio. È un semplice biglietto di cartoncino su cui spicca la grafia seducente di Irene.
Ho pensato molto a noi due, insieme. Non nego di provare qualcosa per te, ma temo che non possa funzionare. Ho bisogno della mia libertà. Non posso restare legata ad un uomo per sempre. Non cercarmi più. Se lo farai, anche solo una volta, cambierò numero di cellulare. Ti ho avvertito.
Irene Adler
Quelle parole mi giungono come frecce incandescenti. Un addio piuttosto brutale, non c'è che dire! Maledetta! Dovevo aspettarmelo! Mi ha sfruttato e poi se ne è andata? Meglio così. Meglio adesso, che non sono ancora totalmente attaccato a lei. Nonostante questo, però, mi ha fatto male. Accartoccio con rabbia il foglio e lo scaglio lontano. Addirittura cambiare numero di cellulare? Una misura alquanto drastica, considerando tutti i contatti che ha!
Si è addirittura firmata per esteso! Quanta formalità! Mi ha ingannato! Lo sapevo! Lo sapevo! Eppure mi sono fidato lo stesso! Mi ha fregato per l'ultima volta, però! Non ho intenzione di correrle dietro. Mi ha obbligato a non farlo, tra le altre cose. Fantastico! Perché quando le cose sembrano andare bene, poi finisce sempre di merda?
Eppure la amo così tanto! Perché mi ha respinto senza darmi nemmeno la possibilità di difendermi? Lei è la sola che avrei potuto amare e mi ha respinto. Forse perché siamo troppo simili. Così simili che avevo sperato di riuscire a costruire con lei un rapporto nel quale saremmo riusciti a comprenderci!
Riprendo il biglietto e lo stendo di nuovo. Esamino l'inchiostro. È molto fresco. Stamattina, poco prima di svegliarmi, mi è sembrato di sentire un'ombra su di me. Era lei, dunque! Lo strappo in pezzetti piccoli e lo getto nel camino, in attesa che prima o poi venga bruciato.
Respiro profondamente una, due, tre volte. Cerco di placare la rabbia, ma sento che sale sempre di più. Comincio ad andare avanti e indietro per la stanza ma nulla sembra calmarmi.
Un rumore inatteso mi blocca. Impossibile. Non c'è nessuno in casa tranne me. È il rumore di una chiave che gira in una serratura. Sarà lei? La vigliacca si è degnata di dirmi addio dignitosamente? Mi nascondo dietro un mobile e, cercando di fare meno rumore possibile, cerco un rifugio più sicuro. Non mi fido della Donna, dopo quello che mi ha fatto non si merita un briciolo della mia fiducia.
Avrà mandato qualcuno a farmi del male? A minacciarmi? Non si può mai sapere, con lei. Cerco un oggetto che possa essere usato come arma di difesa. Niente. Maledizione. Se riesco ad arrivare in cucina posso prendere un coltello …
L'intruso, intanto, è entrato. Dalla corporatura deve essere un uomo ma non riesco a capire altro perché è completamente coperto da un cappotto nero e un cappello che gli oscura il viso. Dalla mia posizione, in cima alle scale, riesco a vederlo. Si guarda attorno con circospezione. Gli suona il cellulare. Cerca nelle tasche e risponde alla chiamata con una voce familiare. Evidentemente deve avermi drogato la Donna. È impossibile che possa sentire questa voce. Provo a fare qualche veloce ragionamento a mente e mi riesce. Bene. Sono sempre lucido. Allora … chi è quell'uomo?
"Si, sono arrivato … non ancora … si sarà svegliato, ormai … non lo so … dici? … lo spero, lo spero … ah, grazie ancora!"
Chiude la telefonata con un colpo secco della mano e si infila di nuovo il cellulare in tasca. Vedo che si dirige verso le scale. Non ho via d'uscita. Non posso raggiungere la cucina senza che mi veda, per ora. Se riesco a nascondermi e a scendere quando lui sarà passato oltre, forse riesco addirittura a raggiungere la porta e a scappare. Cerco di mantenere i nervi saldi. Non devo fare rumore. Intanto lui, inesorabile, sale i gradini che ci dividono. Mi sembra di essere protagonista di una di quelle fiabe che si raccontano ai bambini per farli addormentare. Questa non è una fiaba, però. Qui c'è la mia pelle a rischio. Non posso commettere errori.
Ormai la rabbia nei confronti della Donna ha lasciato posto al freddo ragionamento. L'istinto di sopravvivenza ha avuto la meglio sui sentimenti. Sono quasi certo che voglia farmi del male, così come sono quasi certo che la Donna la persona con cui parlava al telefono. Cosa vorrà farmi? Posso capire le minacce, perfino quell'insulso bigliettino di addio, ma questo! Chi sarà? Uno dei suo tanti amanti che le ripaga un favore?
Arretro fino alla stanza da letto. Sono in trappola. Si sta dirigendo proprio qui. Dannazione! Dove posso nascondermi, ora? Vedo la sua ombra avvicinarsi. Quando arriva davanti alla soglia si ferma. Sta esitando. Perché? Vuole farmi prendere ancora più paura? Sta pensando a cosa farmi? Approfitto di questo suo tentennamento e mi guardo attorno, in cerca di un nascondiglio. Sono di spalle rispetto alla porta, quando lui entra. La sua voce mi arriva come un colpo di pistola al cuore. È davvero lui.
"Sherlock!"