- Ne sei proprio sicuro? -.

Saga si accigliò, ciò che Aiolos gli stava riferendo non gli piaceva per niente. Aveva sperato in un periodo di pace più lungo, anzi, ci aveva creduto, dato che aveva avuto la possibilità di tornare a casa dopo tanto tempo, ma le parole di Aiolos avevano appena demolito la piccola oasi di felicità che aveva da poco costruito. Ad essere sinceri, non erano tanto le notizie che arrivavano dai confini esterni a preoccuparlo... a quelle in fondo era già abituato... ma l'idea di dover partire di nuovo, stavolta lasciando Mu. Gli faceva male ora e gli avrebbe fatto ancora più male nel momento in cui Mu lo avesse saputo. Se fosse stato da solo non avrebbe avuto alcuna remora, anzi, con tutta probabilità sarebbe partito prima ancora che Aiolos avesse finito di parlare, ma ora?

Sentì una fitta trapassargli le costole al pensiero di lasciare Mu. Era la sua forza e la sua debolezza. Davanti ai sui occhi si materializzò l'immagine della giovane nel momento in cui avrebbe dovuto darle la notizia, e un tonfo sordo si piantò nel suo stomaco come un macigno. Non avrebbe mai voluto darle quel dolore e forse non era stato corretto legarla a sé considerando i pericoli che correva, tuttavia, tornando indietro, la sceglierebbe ancora altre mille volte... a dispetto degli ostacoli che avrebbero potuto incontrare, una vita senza Mu ora sarebbe inimmaginabile.

- La missiva che mi è arrivata porta il sigillo di mio fratello, quindi sì, ne sono più che certo - Aiolos annuì stancamente - hanno anche mandato alcuni uomini in avanscoperta... ricordi quei tre che ti hanno aggredito? - vide Saga annuire con prudenza, ormai sapeva tutto perché Milo e Kanon gli avevano raccontato ogni dettaglio - Sono fuggiti ma sono finiti nella nostra missione, e Aiolia li ha inviati in incognito nelle terre di Hades per capire cosa stia accadendo -.

Saga sorrise impercettibilmente. Quella sembrava più un'idea di Dohko, ma non disse nulla, lasciando Aiolos libero di credere che fosse stata un'idea di Aiolia.

- E quali notizie hanno portato? -.

Aiolos scosse la testa - Quelle che già sapevamo, Hades ha sguarnito completamente il suo attacco ai confini, e questo può avere solo due significati - fece segno con le dita - il primo, che si sta ritirando e non ha più alcuna intenzione di investire risorse e uomini in una disputa che dura da sempre - la smorfia di Saga lasciò intendere quanto fosse ottimistica quell'idea - il secondo, che abbia ritirato i suoi contingenti per preparare un attacco imponente -.

- Mi sembra la spiegazione più logica - disse Saga annuendo e vedendo Aiolos fare altrettanto.

- Sì, anche a me, il punto è che non sappiamo nulla, quindi non sappiamo come proteggerci e soprattutto... - Aiolos prese un respiro profondo per farlo uscire con un sonoro sbuffo - siamo pochi, dannatamente pochi -.

- Siamo anche notevolmente più forti - gli fece notare Saga.

- Sì certo, ma siamo comunque pochi -.

- Vieni al dunque... - Saga sospirò chiudendo gli occhi - mi stai dicendo che devo nuovamente prepararmi alla partenza? -.

Nei secondi di scomodo silenzio che seguirono alle parole di Saga, l'aria divenne talmente pesante da poter essere toccata e sentita.

Aiolos chiuse gli occhi - Saga... lo so che ti sei sposato da poco e l'ultima cosa che vorresti è ripartire per la missione, però... -.

- Devo prepararmi... giusto? - Saga lo tagliò venendo al dunque.

- Sì, devi prepararti a partire - Aiolos annuì, abbandonandosi stancamente contro lo schienale della poltrona - e non solo tu... devo prepararmi anch'io, perché stavolta non potrò rimanere qui a guardare -.

- Anche tu? - Saga aprì la bocca per la sorpresa - Ma... Aiolos... è da tanto tempo che tu... - si fermò prima di dire qualcosa che avrebbe potuto offendere il suo amico.

- Continua pure - Aiolos fece un gesto di noncuranza con la mano - so di essere un pò arrugginito, ma, se non ricordo male, ai tempi ero piuttosto bravo -.

- Soprattutto con arco e frecce - gli fece notare Saga.

- Esatto - Aiolos annuì - a dirti il vero è già da un po' che ho ricominciato ad allenarmi, mi sta aiutando mio suocero -.

- Tuo suocero? - Saga lo guardò sorpreso - Non sapevo che fosse stato un cavaliere -.

- Neanche io a dire il vero - Aiolos alzò le spalle. E, in tutta onestà, è troppo abile nel combattimento per essere un semplice proprietario terriero pensò tra sé.

- Hai ripreso ad allenarti da quando sono cominciate ad arrivare notizie poco rassicuranti? - domandò Saga, vedendo Aiolos negare energicamente con il capo.

- No, è da quando è partito Aiolia, e... non guardarmi così - puntò l'indice verso Saga, che alzò le mani in segno di resa - sai meglio di me che Aiolia non è la persona più adatta a guidare il contingente della missione -.

- Non è esattamente così - Saga mosse il capo da un lato all'altro - potrebbe anche essere la persona giusta, se solo avesse più esperienza -.

- Per l'appunto... non ne ha, e se l'ho lasciato partire per mettersi al comando al posto tuo, è solo perché c'è Dohko pronto a prendere le redini in qualunque momento - vide Saga annuire - e a questo proposito... - puntò nuovamente l'indice verso Saga, che alzò un sopracciglio - non credere che non sappia che l'idea di inviare quei tre in avanscoperta sia opera del vecchietto - sorrise vedendo Saga fare altrettanto - il fatto che io sia chiuso da qualche anno in questo palazzo non significa che sia completamente fuori dal mondo -.

- Non ne dubito, d'altronde, prima di sposarti, venivi spesso al confine -.

- Sì, ed è ora di tornarci - annuì sconfortato - tra un paio di giorni partiremo, l'unico problema è... -.

- Dirlo a Mu -.

- Dirlo a Shura -.

Dissero contemporaneamente, e, se la situazione non fosse stata scoraggiante, probabilmente avrebbero anche trovato la forza di ridere.


- Sei proprio certo che questa sia la direzione giusta? -.

- Non sono certo di niente, dannazione... -.

Era passata una buona ora da quando Kanon e Milo avevano lasciato le loro stanze per avventurarsi al di fuori del paese. Avevano approfittato del favore delle tenebre per non dare nell'occhio e non allertare i compagni, ma sebbene fossero cavalieri preparati e ben organizzati, dovettero ammettere la grande difficoltà nell'allontanarsi dalle loro terre.

Nessuno dei due era mai andato oltre il fiume che scorreva lungo il confine esterno che circondava il paese, e ora che si trovavano già ad una certa distanza da esso nessuno dei due nascondeva la propria difficoltà. Il bosco che stavano percorrendo era praticabile e ben segnato, ma il buio rendeva tutto più difficile.

- Forse avremmo dovuto aspettare l'alba - fece notare Milo voltandosi leggermente verso Kanon, tenendo ben salde tra le mani le redini del suo cavallo.

- Sarebbe stato meglio, senz'altro - gli fece eco Kanon - ma non volevo dare a nessuno, soprattutto a quell'idiota di Shaka, la soddisfazione di vederci andare via -.

- Kanon... -.

- Non dirmi che difendi ancora quel mascalzone? - Kanon tirò le redini per rallentare e guardarlo negli occhi inorridito.

- Non lo difendo affatto - Milo scosse la testa - è solo che mi fa ancora male, io... - prese un respiro - gli ho sempre voluto bene e non credevo che mi avrebbe venduto solo per una stupida vendetta - disse con un filo di voce.

- Ti ho sempre detto di fare attenzione... e di stargli alla larga -.

- Sì, è vero, me lo hai sempre detto, ma per me Shaka è sempre stato come un fratello, e fino alla fine ho sperato che ti sbagliassi -.

Kanon stava per rispondere, quando qualcosa attirò la sua attenzione. Non avrebbe saputo spiegare di cosa si trattasse, ma fermò completamente il suo trotto per guardarsi intorno in assoluto silenzio.

- Ma cosa... - l'indice che Kanon portò alle labbra zittì Milo in un secondo.

La visuale ormai abituata al buio fece un giro di trecentosessanta gradi, cercando tra i profili degli alberi cosa lo avesse messo all'erta, ma dopo aver perlustrato fin dove lo sguardo poteva arrivare, dovette, suo malgrado, concludere che lì non ci fosse nessuno. A parte gli attutiti suoni della fauna boschiva notturna.

- Niente - Kanon si rivolse a Milo - mi era sembrato di sentire qualcosa, ma probabilmente si trattava solo di qualche animale nottambulo - disse mentendo. In realtà non aveva sentito assolutamente nulla, solo... la sensazione di essere spiato era così forte da metterlo a disagio. Tuttavia, decise di non dire nulla a Milo, anche perché non sapeva se quella sensazione così forte fosse reale, oppure frutto della profonda suggestione che gli provocava il dover attraversare un posto che di notte assumeva sembianze piuttosto tetre.

- Allora proseguiamo - Milo cercò di essere pragmatico - o, quando arriverà l'alba, saremo ancora qui a girare a vuoto -.

Kanon fece una smorfia per non ammettere che Milo avesse ragione; senza aggiungere altro portò leggermente in avanti il cavallo per fare strada, o almeno provarci, nel tentativo di uscire dal cuore della boscaglia per raggiungere una delle strade principali.

Non era affatto facile, Kanon dovette ammetterlo senza mezzi termini; quantomeno a se stesso. Il percorso sconosciuto e fitto non lasciava passare neanche una stretta lama di luce lunare, per di più, la persistente sensazione di essere osservato lo teneva costantemente in guardia, per la paura che potessero imbattersi da un momento all'altro in qualcosa di poco piacevole. Razionalmente si costrinse a pensare alla possibilità che qualche animale stesse silenziosamente osservando la loro inattesa passeggiata notturna, anche se... il suo istinto gli diceva altro, ma preferiva non ascoltarlo e pensare di avere torto.

Erano passati meno di dieci minuti, la boscaglia stava gradualmente diradando dando la possibilità ad una timida luce di attraversarla, quando una figura imponente, e di cui era visibile solo il contorno a cavallo, sbarrò la strada ai due cavalieri erranti.

Kanon sussultò, portandosi istintivamente davanti a Milo per proteggerlo, provocando nell'inatteso visitatore un sorriso nascosto dal buio.

- Chi siete? - domandò, facendo risuonare la sua voce grave nel silenzio del bosco - E soprattutto, cosa ci fate nelle mie terre? -.

Milo stava per rispondere, ma un gesto di Kanon fermò qualunque sua intenzione.

- Non sapevamo che fossero le vostre terre, signore - Kanon fronteggiò l'uomo alzando il mento - mi scuso per il disturbo, ma le stiamo semplicemente attraversando per raggiungere la strada maestra più vicina -.

- Non mi piace che degli sconosciuti passino per le mie proprietà senza il mio permesso -.

- Vi ho chiesto scusa - Kanon indurì la sua voce - da parte di entrambi, e ora, se non avete altro da dirci, togliamo il disturbo -.

- Non andrete da nessuna parte - la voce dell'uomo suonò ancora più dura - e non raggiungete la strada maestra, non questa notte... -.

Kanon strinse gli occhi, cercando di mettere a fuoco il profilo che lo stava minacciando; istintivamente portò una mano al fianco, dove era custodita la sua spada, tuttavia, prima che potesse anche solo sfiorare il fodero, sentì un taglio netto sulla cinghia e la spada cadere sul terreno con un tonfo secco, preceduto da un movimento talmente repentino da averlo lasciato di sasso. Se avesse potuto parlare avrebbe certamente imprecato, ma lo stupore lo zittì completamente.

Tuttavia, il suo stupore non era niente in confronto a quello che lo bloccò qualche istante dopo, quando, vedendo avanzare l'uomo misterioso sotto alla pallida luce, riconobbe perfettamente il suo volto.

- El Cid... - le due sillabe scivolarono dalle sue labbra con sorpresa.

Il padre di Shura? domandò Milo tra sé.

El Cid sorrise leggermente, rimettendo la spada nel fodero e scendendo dal cavallo per riprendere quella di Kanon e restituirgliela.

- Non andrete da nessuna parte perché verrete a casa mia - disse El Cid rispondendo alle domande silenziose dei due cavalieri.

- A casa vostra?! - domandarono Kanon e Milo contemporaneamente, vedendolo annuire.

- Non è possibile - Kanon scosse il capo - stiamo abbandonando queste terre e siamo attesi altrove -.

- Il posto in cui siete attesi non è casa vostra - gli fece notare El Cid, e sebbene Milo fosse parzialmente coperto da Kanon, lo vide annuire acconsentendo - questa è casa vostra -.

- Senza offesa El Cid, ma voi non sapete niente... - Kanon controbatté arrabbiato ma si zittì quando vide la mano sollevata di El Cid.

- So tutto quello che c'è da sapere - poi, addolcendo lievemente la voce aggiunse - ne parleremo con calma a casa - disse scostandosi di lato per permettere ai due giovani di passare.

Devono averlo avvisato Shura e Mu... concluse senza difficoltà Kanon, che non si mosse, continuando ad osservare l'uomo di fronte a sé, pensando rapidamente a cosa fare; quando, però, sentì su una spalla il lieve tocco di Milo che annuì silenziosamente in segno di accordo con quanto suggerito da El Cid, sospirò sconfitto, rendendosi conto che forse... forse, quella fosse la soluzione migliore. Almeno per il momento.

- Prego - li esortò El Cid, indicando il sentiero che era dietro alle sue spalle, e che portava dritto alla sua magione.

- Non ci fate strada? - domandò Kanon socchiudendo gli occhi, insospettito dall'atteggiamento dell'uomo.

- Vi seguo - rispose El Cid con tranquillità - la strada è comoda quindi potrete precedermi senza alcun problema, io mi prendo qualche altro minuto per controllare che qui sia tutto a posto e vi raggiungo -.

Kanon non disse nulla, limitandosi a seguire Milo che si avviò senza esitazione lungo il sentiero indicato da El Cid e che, al contrario del bosco circostante, era ben illuminato. Tuttavia, la sua espressione sospettosa non mutò di un millimetro... non aveva ancora capito cosa stesse accadendo, ma non avrebbe abbassato la guardia.

Dopo pochi minuti, El Cid rimase solo nella radura, e quando fu certo che Kanon e Milo avessero raggiunto una buona distanza, tirò un sospiro di sollievo rilassando le spalle.

- Tuo nipote è più testardo di te -.

Ad orecchie esterne, El Cid sarebbe potuto sembrare un po' strambo... un signore benestante che si attarda nel bosco parlando da solo... tuttavia, dopo alcuni minuti di totale silenzio, una figura imponente scivolò nell'ombra, lasciando dietro di sé gli alberi che lo avevano abilmente nascosto per diverse ore, per mostrarsi a qualcuno che sembrava conoscerlo bene.

- In effetti sì, però Kanon è ineguagliabile... -.

- Ti somiglia -.

- Non troppo... fortunatamente per lui -.

El Cid si accigliò - Perché parli così? - domandò piegando leggermente la testa di lato.

- Perché Kanon ha avuto una vita migliore e poi... - si prese qualche momento, sotto gli occhi comprensivi di El Cid - lui e Saga si amano proprio come dovrebbero amarsi due fratelli -.

- Anche Aspros ti amava - gli fece notare El Cid.

- Non quanto amava se stesso - Defteros alzò le spalle come se non gli importasse, anche se El Cid sapeva bene quanto avesse sofferto per aver vissuto all'ombra del suo gemello.

Passarono diversi minuti in cui i due non dissero nulla, ma per quanto potesse sembrare strano, non era un silenzio scomodo; entrambi erano abituati a soppesare le parole, conoscendone il peso e l'importanza.

El Cid si preparò a tornare a casa ma, dopo aver salutato Defteros, sentì un chiaro Grazie alle spalle, che lo portò a voltarsi nuovamente.

- Grazie... per prenderti cura di Kanon -.

- È un onore - El Cid chinò leggermente il capo.

- E... mi dispiace -.

El Cid si accigliò, non comprendendo il senso delle ultime parole di Defteros, e avrebbe voluto chiederglielo, ma purtroppo riuscì solo ad intravedere il suo profilo scivolare nuovamente tra le ombre e sentire la sua voce affidare al vento leggero un ultimo sussurro. Qualcosa che lo toccò profondamente, riaprendo nel suo cuore una vecchissima ferita che non aveva mai smesso di sanguinare, e che portò rapidamente ai suoi occhi le lacrime perennemente in agguato.

Mi dispiace per Sisifo.


- Saga! -.

Quando Saga sentì il suo nome affiorare alle labbra ansimanti di Mu, aumentò la velocità dei suoi movimenti finché non la colmò del suo piacere, trattenendosi nel suo corpo accogliente affinché nulla andasse sprecato.

Non era un caso. Da quando aveva saputo di dover partire a breve, non c'era stata occasione che avesse mancato per essere intimo con sua moglie, ed in tutti i loro incontri appassionati aveva impresso la sua essenza con impeto e con la speranza che tutto il suo amore potesse dare a breve i suoi frutti.

Quella a cui stava per andare incontro non era una semplice battaglia, ma una guerra vera e propria contro Hades e se, malauguratamente, le cose fossero andate male, non voleva che Mu restasse da sola. Ed il modo in cui Mu aveva risposto alla sua passione aveva reso superflua qualunque spiegazione. Aveva le stesse paure, se non di più; la sola idea di perdere il suo uomo le rendeva doloroso persino respirare, e in cuor suo sperava che il loro sentimento si fondesse nel regalo più bello che Saga potesse darle.

Ansimando nel tentativo di regolarizzare il respiro, Saga appoggiò la fronte sulla spalla di Mu, che era ancora a cavalcioni su di lui, abbracciandola ancora più forte e sentendo le sue mani delicate farsi largo tra le sue ciocche disordinate per stringerlo a sé. Quando il suo cuore riprese a battere con più calma, si lasciò cadere sul letto, portando con sé Mu stretta al suo petto.

- Ti amo - glielo aveva detto mille volte, e non se ne sarebbe stancato, ma l'importanza che le due parole avevano assunto negli ultimi giorni pesavano come macigni.

- Io ti amo - rispose Mu accarezzando il suo petto, lasciandovi sopra leggeri baci.

- Non fare così - Saga alzò gli occhi al cielo, facendo viaggiare la sua mano sulla pelle morbida di Mu - per favore... -.

Mu sorrise, ma la sua fugace felicità fu presto inghiottita dalla realtà, che trasformò il suo sorriso in una smorfia quasi dolorosa.

- Posso farti una domanda? - chiese alzando lo sguardo e portandolo in quello di Saga, che annuì stringendola ancora di più contro il suo corpo e facendola accomodare tra le sue braccia - Se fossi incinta partiresti ugualmente? -.

Saga sorrise tristemente, portando una mano al mento di Mu per accarezzarlo dolcemente - Sì -.

- Davvero? -.

- La sola idea di lasciarti mi addolora Mu - Saga sospirò rilasciando parte della sua sofferenza - non ti amo perché sei la donna che potrebbe darmi dei figli, ti amo perché sei tu... ti amo e basta... -.

Mu sentì le lacrime salire rapidamente, ma si rifiutò di lasciarle andare. Ora più che mai Saga aveva bisogno di vita, di forza, di leggerezza, non di tormento e pena, quindi ricacciò indietro il dispiacere, riponendolo in un angolo del suo cuore e sperando che non dovesse uscire mai.

Si accomodò sul corpo caldo di Saga, spostando le carezze sul suo volto e lasciando un dito libero di vagare sul suo profilo.

- Sono più che sicura che non ti accadrà niente di brutto - disse Mu accarezzandogli le labbra con la punta dell'indice.

- Se lo dici tu, che sei la mia strega, non posso far altro che crederti - rispose Saga guardandola con tenerezza.

- Davvero - Mu annuì - non può accaderti niente, perché mio padre si sta occupando personalmente della tua spada - vide Saga sorridere - anzi, a dire il vero la sta riforgiando, rinforzandola con parti di spade antiche e molto più robuste della tua -.

Saga allargò il sorriso, non potendo evitare di godere dello sguardo sicuro e limpido di Mu. Per tutti gli dei... quanto era bella... e lo era ancora di più quando parlava di cose che la appassionavano. I suoi occhi si illuminavano e la sua voce diventava sempre più entusiasta; se fosse dipeso da lui, sarebbe rimasto ore a guardarla, senza far altro che ammirarla e ascoltarla.

- Allora non potrà accadermi nulla - le fece eco, sperando in cuor suo che quell'augurio si realizzasse.

Mu sorrise leggermente, e quando un pensiero raggiunse la sua lingua con tutta l'intenzione di uscire, lo mandò indietro, mordendosi un labbro per fermare quella tentazione. Aveva giurato a se stessa che non l'avrebbe detto a nessuno, e così si ripromise di fare; anche se si trattava di Saga, non avrebbe dovuto sapere ciò che aveva fatto. In realtà non c'era nulla di male solo... era strano, e non sapeva come gli altri avrebbero potuto interpretare le sue azioni. Tant'è che persino Shion non si era accorto di nulla.

Il giorno prima, Mu aveva passato tutto il pomeriggio nella fucina di suo padre, con l'intenzione di aiutarlo nel mare di lavoro che aveva da fare. Erano giorni concitati anche, e soprattutto, per il fabbro del villaggio; tra poco quasi tutto l'esercito sarebbe dovuto partire e tutti i cavalieri avrebbero dovuto avere le loro dotazioni perfettamente a posto. Per fortuna Shion si prendeva quotidianamente cura degli armamenti, dunque non c'erano situazioni particolarmente critiche, tuttavia, bisognava prestare la massima attenzione affinché nulla gli sfuggisse.

Naturalmente l'attenzione di Mu si era concentrata sulle armi di Saga; avrebbe voluto sistemare anche quelle di Kanon e Milo, ma purtroppo non avevano portato niente... segno inequivocabile del fatto che non avrebbero preso parte alla guerra, o almeno non per conto di Atena. Inutile dire come si fosse dedicata anima e corpo a fare in modo che fossero impeccabili, e infatti l'armatura di Saga non era mai stata così perfetta, senza un graffio a comprometterne nemmeno l'estetica.

Era da un po' che ci pensava... un ricordo che era affiorato alla sua mente da lontano, molto, molto lontano, talmente distante da renderla dubbiosa sul fatto che fosse effettivamente un ricordo o piuttosto un sogno...

- Mamma, che fai? Cosa è successo?! -.

In una delle sue abituali scorribande pomeridiane, la piccola Mu entrò nella fucina della torre del Jamir, e, abituata a vedervi Shion lavorare giorno e notte, rimase piuttosto stupita nel vedere Yuzuriha alle prese con la forgia. I tilak si erano contratti sul suo viso rotondo e luminoso in un'espressione interrogativa e preoccupata, a maggior ragione quando vide un piccolo rivolo di sangue scorrere dal polso di sua madre.

Yuzuriha sorrise, preoccupandosi di chiudere la ferita con una benda prima di avvicinarsi alla sua piccola.

- Non è niente - disse dolcemente - volevo solo aiutare tuo padre portando avanti il suo lavoro mentre è fuori -.

- Quella è la sua spada - le fece notare Mu puntando il piccolo dito indice verso l'oggetto sul quale sua madre stava lavorando, poi, aggrottando i tilak perplessa, aggiunse - perché c'è il tuo sangue sopra? -.

Yuzuriha rimase un po' sorpresa, non immaginava che Mu avesse visto tutto, e ora aveva due possibilità... inventare una storia convincente oppure dirle la verità. Si avvicinò furtivamente alla piccola finestra della fucina, cercando di scorgere il ritorno di Shion e, non vedendolo neanche in lontananza, tornò vicino a Mu, abbassandosi fino ad arrivare al suo livello per guardarla negli occhi.

- Ti dirò un segreto piccola mia - le disse accarezzandole la punta del naso con un dito - e mi raccomando... ricorda che meno persone ne sono a conoscenza, meglio è per tutti... -.

Mu non disse nulla, limitandosi ad annuire con serietà.

- Tu sai che il nostro popolo forgia armature dalla notte dei tempi - disse Yuzuriha attirando Mu in abbraccio - bene, questa abilità ci permette anche di essere i migliori riparatori di armi, riuscendo persino a riforgiare da capo un'arma distrutta, tuttavia... - prese una pausa cercando le parole più adatte - alcuni di noi utilizzano metodi... diciamo... non convenzionali per darle una nuova vita -.

- È per questo che hai versato il tuo sangue sulla spada di papà? - domandò Mu guardando Yuzuriha con i suoi grandi occhi e vedendola annuire.

- Sì, ma non è una pratica comune Mu - rispose con serietà - affinché sia efficace deve esserci un legame molto forte tra chi dona il suo sangue e il possessore dell'arma -.

- Per proteggerlo? -.

- Esatto, devi volerlo proteggere... devi tenere più alla sua vita che alla tua -.

Quella era stata l'unica spiegazione che aveva ricevuto da sua madre, un po' vaga forse, ma probabilmente l'unica che potesse recepire alla sua giovanissima età. Non l'aveva mai fatto per nessuno, non aveva mai tenuto alla vita di qualcuno come a quella di Saga.

Quando il suo liquido vitale uscì dalla piccola ferita che si era procurata sulla mano per scorrere sulla lama della spada di Saga, Mu sentì che era la cosa giusta da fare. Non c'era una ragione logica, né un perché, ma quel ricordo, apparentemente dimenticato, era riaffiorato per guidarla in ciò che stava facendo, come se dovesse accadere. Lì ed in quel momento.

- Sei ferita? - domandò Saga notando il taglio sul palmo della mano e prendendola in una delle sue, guardando Mu accigliato.

- Non è niente - Mu minimizzò alzando le spalle - sto dando una mano a mio padre, sai quanto lavoro ha in questi giorni - vide Saga annuire, portando la sua mano alle labbra per lasciarvi sopra un bacio leggero - un piccolo taglio può capitare quando si maneggiano armi tutto il giorno -.

- Devi fare attenzione - disse Saga spostando la mano sulla guancia pallida di Mu, muovendola teneramente - vorrei che non ti accadesse mai niente di brutto - aggiunse accarezzando con il pollice le sue labbra morbide.

Mu si mosse, arrampicandosi sul corpo di Saga per avvicinarsi al suo viso e baciargli la bocca, affondando le mani nella sua chioma per approfondire il bacio e sentendolo reagire immediatamente. Con un movimento rapido, Saga invertì le posizioni allontanandosi dal corpo di Mu lo spazio necessario ad accarezzarla, a sfiorare la sua pelle morbida che non smetteva mai di dargli scosse di piacere, a sentirla reagire ai suoi tocchi dolci e sfrontati... a sentirla fremere con la sua stessa impazienza. Come effettivamente accadde.

Mu non avrebbe saputo spiegare perché, ma così come non aveva mai rivelato nulla a suo padre, fece lo stesso con Saga, tacendogli, almeno per ora, il modo peculiare con cui aveva ridato vita alla sua spada opaca. Come se in quel lontano pomeriggio, non ricordava se di vita insieme o di immaginazione, lei e Yuzuriha avessero stretto un patto... quello di proteggere sempre ed in qualunque modo la vita di coloro che amavano.


Il piccolo fuoco nel camino stiepidiva l'aria leggermente pungente di inizio autunno, rendendo più confortevole l'attesa dell'inaspettato visitatore.

In piedi, nel salotto che antistava lo studio di Aiolos, El Cid aspettava di essere ricevuto, e sebbene la pendola scandisse lentamente e con precisione il tempo che passava, le sue orecchie sembravano sorde, assorbito nella contemplazione del quadro che si trovava sul camino.

- Ti piace molto quel quadro papà - disse Shura dopo vari minuti passati ad osservarlo dall'uscio della stanza, senza che El Cid se ne accorgesse. O almeno così credeva.

Non era una domanda. Ormai Shura aveva capito quanto quel semplice ritratto attirasse magneticamente l'attenzione di suo padre.

- È molto bello - furono le laconiche parole di El Cid. Pesanti come macigni.

Shura si avvicinò, portandosi accanto a suo padre senza staccare gli occhi dal dipinto.

- Sì è vero, chi lo ha dipinto ha impresso con maestria i lineamenti di Sisifo - si voltò a guardare El Cid - anche se non ho potuto conoscerlo di persona questi tratti sembrano perfetti, quindi credo che somigli molto all'originale -.

- Immagino di sì - rispose El Cid sospirando in modo che sua figlia non sentisse.

- È un vero peccato che se ne sia andato così presto - continuò Shura riportando lo sguardo sul dipinto - non trovi che somigli molto ad Aiolos? -.

Una risata amara rimbombò nel cuore di El Cid. Aspro e fatale era il destino che aveva unito Shura e Aiolos senza che fossero a conoscenza di quanto accaduto molto tempo prima, ma il destino è così. Inevitabile, ed è inutile tentare di porvi rimedio, né tantomeno comprenderlo.

- Sì, Aiolos gli somiglia molto - le fece eco El Cid - ed è un peccato che sia morto così giovane -. Non avrebbe aggiunto altro, perché non c'era altro da aggiungere, e soprattutto, quel poco che già gli era uscito a fatica gli aveva appesantito il cuore.

Shura si voltò, guardando El Cid e annuendo tristemente. Aprì la bocca per dire qualcosa, ma il movimento alla sua sinistra attirò l'attenzione di entrambi, lasciando che le sue parole morissero in gola.

- El Cid! - proprio in quel momento Aiolos aprì la porta - Ma... perché nessuno mi ha annunciato che stavi aspettando? -.

El Cid minimizzò con un cenno della mano - Non c'è problema, non ho alcuna fretta -. In realtà era stato proprio lui a chiedere di non essere annunciato, per poter passare nell'anticamera più tempo possibile.

- Perdonami, forse sono distratto ma... dovevamo allenarci oggi? - domandò Aiolos perplesso. In effetti, se avesse davvero dimenticato un appuntamento con El Cid avrebbe dovuto cominciare a preoccuparsi.

- No - El Cid scosse il capo - oggi non sono venuto per allenarci, ma per parlare con te -.

Shura non disse nulla, limitandosi a spostare lo sguardo dall'espressione decisa e pacata di suo padre a quella confusa di Aiolos, tuttavia, poteva ben immaginare di cosa volesse parlare El Cid con suo marito, e non si sarebbe di certo messa in mezzo.

- Entra - disse Aiolos spostandosi di lato per far passare El Cid, seguito subito dopo da Shura. - Di cosa vuoi parlare? - domandò facendo cenno a El Cid di sedersi e spostando una delle poltroncine per far accomodare Shura.

Lo studio di Aiolos era piccolo e piuttosto confortevole, con al centro della stanza una bella scrivania in legno intagliato e due poltroncine di velluto per gli ospiti, e librerie tutt'intorno a coprire completamente le pareti; la tappezzeria e i tappeti rendevano il tutto più intimo, e non a caso questo era uno dei luoghi in cui il sovrintendente amava di più passare il suo tempo.

- Vorrei parlare di quanto accaduto qualche giorno fa - la voce grave di El Cid catturò l'attenzione di Aiolos - e del perché due dei tuoi uomini migliori ora sono a casa mia -.

Aiolos sgranò gli occhi; fortunatamente era già seduto, altrimenti solo i tappeti avrebbero attutito la sua caduta.

- Come... - balbettò, senza riuscire a formulare la domanda.

Come faceva El Cid a sapere di Kanon e Milo? E perché erano a casa sua?

Istintivamente si voltò verso Shura, vedendola annuire in silenzio. Sì, quella non poteva essere altri che opera sua... tuttavia, per quanto rispetto nutrisse nei confronti di suo suocero, non gli avrebbe permesso di sindacare il suo operato.

- Non sono venuto a recriminarti nulla - El Cid sembrò leggerlo nel pensiero - voglio solo sapere perché, in un momento delicato come questo, hai lasciato che i tuoi uomini migliori ti abbandonassero - fece una breve pausa riflettendo - lo sai che stanno per unirsi a Poseidone? -.

- Eh?! - Aiolos rimase di sasso - Unirsi a Poseidone? Ma perché? -.

- Perché? - gli fece eco El Cid - Perché Poseidone non permetterebbe mai a nessuno di cacciare due cavalieri dal suo esercito solo perché si amano -.

Per alcuni istanti il tempo sembrò fermarsi, Aiolos abbassò gli occhi, sotto il peso dello sguardo grave di El Cid. Aveva ragione, su questo non c'erano dubbi, peraltro lui la pensava allo stesso modo, ma quello che più lo aveva colpito era sapere che Kanon e Milo non avevano rinunciato a combattere, bensì che lo avrebbero fatto da un'altra parte. Certo, Poseidone era un loro alleato, ma l'idea che avessero abbandonato la causa di Atena sentendosi traditi lo faceva stare male, portandolo a mettere in dubbio la sua stessa capacità di governare il loro paese.

Coprì il viso con le mani, facendole scorrere lentamente mentre rielaborava i suoi pensieri, e dopo alcuni minuti passati a riflettere, si piegò portando i gomiti sulle ginocchia, fissando lo sguardo in quello di El Cid, con l'evidente intenzione di riferirgli quanto accaduto negli ultimi giorni.

Man mano che le parole di Aiolos raccontavano quello che era successo, dalle velate minacce di Shaka all'infelice confronto avuto con Kanon, l'espressione di El Cid si accigliava sempre di più, fino a diventare visibilmente contrariata quando suo genero finì.

- Aiolos - la voce dello spagnolo suonò pesante nel silenzio ovattato dello studio - come puoi permettere ad uno dei tuoi uomini di dirti cosa fare? Tu sei il sovrintendente... qualunque cosa accada è una tua responsabilità -.

- Non posso permettermi che i miei soldati si agitino El Cid, in questo momento meno che mai - rispose Aiolos con franchezza.

- In questo momento meno che mai - gli fece eco El Cid - hai bisogno che i cavalieri migliori ti abbandonino... non avresti dovuto mandarli via -.

- Non li ho mandati via -.

- Li hai retrocessi, è come se li avessi invitati ad andare via, e loro lo hanno fatto, scegliendo di servire un altro dio -.

- Ma non... -.

- Aiolos! - El Cid si alzò sorprendendo sia Aiolos che Shura, che era rimasta saggiamente in silenzio tutto il tempo - Tu rappresenti l'autorità di Atena sulle terre che abitiamo... sei la sua mano e i tuoi ordini sono i suoi... come credi che si sentano i tuoi compagni dopo essere stati rifiutati dalla dea alla quale hanno votato la loro vita? Come credi che possano affrontare una guerra per difendere la stessa gente che li ripudia? E per cosa?! Per il fatto di amarsi... quella è la loro colpa - terminò con amarezza.

- Non essere ingiusto El Cid - Aiolos scosse il capo, sentendo gli occhi riempirsi di lacrime - amo Kanon come un fratello e non mi importa chi lo rende felice, mi importa solo che lo faccia -.

- Allora perché hai permesso che accadesse tutto questo? -.

- Io... -.

- Tuo padre sarebbe molto deluso Aiolos - il rammarico era evidente nella voce di El Cid - sono certo che non avrebbe mai permesso che due giovani fossero puniti per il fatto di amarsi -.

Aiolos lo guardò stupito. Dispiaciuto per ciò che aveva sentito ma anche stupito, soprattutto perché si chiedeva come facesse El Cid a sapere cosa avrebbe fatto suo padre. Era vero, aveva ragione, Sisifo non avrebbe mai permesso ciò che stava accadendo ma... lui come faceva a saperlo? Stava per chiederlo, quando ciò che aggiunse El Cid lo lasciò attonito.

- Di sicuro si starà rivoltando nella tomba per il dispiacere -.

Per un attimo Aiolos dimenticò di cosa stessero parlando e si accigliò, rivolgendo l'attenzione a Shura che lo guardò preoccupata.

- El Cid - Aiolos si alzò dalla poltrona, avvicinandosi cautamente - di cosa stai parlando? - domandò inclinando leggermente la testa di lato.

El Cid si voltò verso suo genero senza dire nulla, guardandolo confuso.

- Mio padre non è morto... non lo avete conosciuto perché è partito prima che vi stabiliste qui - chiarì Aiolos guardando sia El Cid che Shura - in effetti se n'è andato molto presto, appena ho raggiunto l'età per sostituirlo mi ha affidato il suo incarico ed è andato via, dopo solo qualche anno da sovrintendente - concluse tradendo un discreto disappunto.

- Perché non me lo hai mai detto? - domandò Shura ancora sorpresa - Ero convinta che fosse morto -.

- Non te l'ho detto perché non mi piace parlare di mio padre e beh... - Aiolos mosse il capo da una parte all'altra - in effetti ammetto di avercela ancora un po' con lui per avermi lasciato in mezzo a questo caos - guardò Shura - ma ti ho detto che se n'era andato, non che fosse morto... -.

- Non proprio così chiaramente - Shura scosse il capo guardando suo marito con una chiara espressione di rimprovero, e proprio mentre stava per aggiungere qualcos'altro, la sua attenzione fu richiamata da un gemito alle sue spalle.

Il viso improvvisamente esangue di El Cid allarmò i due giovani, che lo presero prontamente per le spalle temendo che, da un momento all'altro, potesse perdere conoscenza.

- Dov'è? - domandò El Cid con un filo di voce mentre Aiolos e Shura lo aiutavano a sedersi. Ovviamente nessuno dei due avrebbe saputo spiegare la reazione di El Cid, né perché fosse così interessato ad una persona che non conosceva, tuttavia, non osarono fare domande. Sebbene ne avessero parecchie. Non era il caso ed El Cid non sembrava in condizioni di poter rispondere con coerenza.

- Non lo so - rispose Aiolos scuotendo dolcemente il capo - mi ha solo detto che doveva cercare una persona per lui molto importante, ma non mi ha dato altre spiegazioni -.

- Nessuno sa dove sia? - domandò Shura ad Aiolos mentre allargava leggermente il colletto della camicia di suo padre per permettergli di respirare meglio.

- L'ultima volta che mi ha fatto avere sue notizie era in Spagna, poi non ho saputo più nulla - Aiolos scosse il capo con rammarico - ma so per certo che è vivo, io e mio padre abbiamo una connessione speciale e sento che sta bene, così come posso dire con certezza che si trova ancora in Spagna -.

- Aiolos! -.

Terrorizzata, Shura guardò suo padre perdere i sensi tra le sue braccia, mentre Aiolos si affrettava a distenderlo perché tornasse in sé.

Buio. Buio e nient'altro. Una strana dimensione in cui fluttuava sentendosi leggero e lontano da tutto. Da quasi tutto, perché quando un puntino squarciò la profonda oscurità rendendosi via via più riconoscibile e mostrandosi con le fattezze che conosceva alla perfezione, El Cid sentì la vita scorrergli prepotentemente nelle vene, chiamandolo a sé come ormai non accadeva da tanto tempo.

Sisifo era vivo.


Il giorno della partenza era infine arrivato. Le scuderie brulicavano di soldati intenti a mettere a punto gli ultimi preparativi in vista della partenza, mentre madri, mogli, sorelle, si preoccupavano di dare gli ultimi avvertimenti e di affidare il loro destino nelle mani di Atena.

Tra loro c'era anche il vice Comandante Camus, in disparte, come sua abitudine, ma più defilato e stranito del solito. Sebbene, infatti, fosse schivo già di suo, non poteva negare che la partenza del suo amico Milo lo avesse lasciato con l'amaro in bocca. E non per la cosa in sé, perché se l'avesse saputo felice da qualche parte con Kanon, lo sarebbe stato altrettanto, ma per il modo in cui era dovuto andare via, anzi... erano dovuti andare via, perché anche se non aveva alcuna confidenza con il vice Capitano, aveva sempre nutrito nei suoi confronti una grande stima ed un sincero rispetto. Inoltre, e non era cosa da poco, aveva reso felice il suo amico, e questo per lui era più che sufficiente per meritare la sua considerazione. Ciò che più lo feriva era il fatto che fossero andati via per il timore del disonore, e questo per lui era intollerabile, perché sia Kanon che Milo erano due cavalieri eccezionali, ai quali gli altri non sarebbero stati degni di lustrare neanche gli stivali...

E nel mentre il vice Comandante si crogiolava nei suoi amari pensieri, non aveva notato i leggeri movimenti di chi si stava avvicinando a lui in maniera discreta...

- Buongiorno vice Comandante -.

Camus si voltò di scatto, più che altro sorpreso del fatto che qualcuno fosse venuto a salutarlo, tuttavia, quando vide il volto delicato della fanciulla che gli stava di fronte, la sua espressione seria si ammorbidì leggermente, lasciando persino intravedere un piccolo sorriso.

-Buongiorno signorina Hilda - Camus inchinò il capo in segno di saluto - come mai vi siete alzata così presto per venire qui? -.

Camus sapeva che Hilda non aveva un marito, né un fratello, né tantomeno un fidanzato da salutare; suo padre era piuttosto anziano e non avrebbe mai potuto essere ingaggiato come cavaliere, e, oltre a lei e ai suoi genitori, in famiglia c'era soltanto una sorella più piccola. Dunque cosa ci faceva, di mattina presto, nelle scuderie del palazzo? Non starà ancora cercando il Capitano...

Come se un sottilissimo ago si fosse infilato tra le sue scapole, Camus sentì un leggero ma insidioso fastidio pungergli la carne; istintivamente portò lo sguardo dove Saga e Mu si stavano salutando, e, quando vide il Capitano totalmente dedito a baciare le labbra di sua moglie, sentì un inconsueto sollievo alleggerirgli il fastidio.

- Io... - Hilda abbassò lo sguardo, sentendo le guance colorirsi senza poter fare nulla per impedirlo - veramente io... sono venuta per salutarvi - disse continuando a tenere gli occhi bassi - e.… e per darvi questo - aggiunse allungando la mano che teneva una piccola collana protetta dalle dita - appartiene alla mia famiglia ed è un portafortuna e.… e io prego che funzioni perché vorrei tanto che voi tornaste -.

Se per un istante, un solo istante, la giovane avesse alzato gli occhi, avrebbe visto non solo il volto sorpreso di Camus, ma anche uno dei suoi rari, rarissimi sorrisi; uno di quelli che concedeva solo in poche, fortunate circostanze, o a se stesso quando era certo che nessuno fosse nei paraggi.

Dopo diversi istanti di silenzio, Hilda sentì una mano prendere la sua e quello che vi era custodito con grande delicatezza, e finalmente sollevò lo sguardo, incrociando quello di Camus che la guardava con tenerezza.

- Mi auguro di cuore che la nostra dea ascolti le vostre preghiere signorina Hilda - il tono sommesso dette alla voce di Camus una sfumatura insolitamente morbida - perché anch'io spero tanto di tornare -.

Hilda sgranò gli occhi, sentendo i battiti del suo cuore andare completamente fuori controllo e le sue guance diventare ancora più calde, e stavolta non per l'imbarazzo; quell'uomo che le stava di fronte aveva il sorriso e lo sguardo più belli che avesse mai visto...

In un altro angolo delle scuderie, un'altra coppia era alle prese con i saluti, e, per quanto fossero tenuti a mantenere il contegno in qualunque occasione ufficiale, stavolta non poterono fare a meno di comportarsi come la coppia che, fortunatamente per loro, erano.

- Sei sicuro Aiolos? - stavolta la preoccupazione era evidente sul volto di Shura, che aveva mandato all'inferno la sua proverbiale impassibilità per comportarsi da donna innamorata quale era - Puoi sempre rimanere qui -.

Aiolos sorrise per la premura di sua moglie - Potrei rimanere, è vero - allungò una mano per accarezzarle il viso - ma con quale faccia oserei mai guardare i miei uomini dopo averli mandati in guerra mentre io sono qui? -.

Shura non rispose, limitandosi ad assecondare le carezze sul suo viso.

- Devi stare tranquilla - disse abbassando la voce - perché ho tutta l'intenzione di tornare - finalmente vide un piccolo sorriso rischiarare l'espressione tesa di Shura.

- Non ti perdonerei mai se non lo facessi - rispose risoluta - anzi... se ti azzardassi a morire, Sagittario Aiolos... ti giuro che ti verrei dietro solo per fartela pagare per tutta l'eternità! -.

Aiolos non poté trattenere un sorriso; sebbene le circostanze fossero tutto fuorché felici, un sorriso gli rasserenò l'animo, almeno per il momento. Solo Shura poteva minacciare di perseguitarlo nella dannazione eterna e renderlo, al contempo, felice.


Mu sbuffò sonoramente quando si rese conto di aver messo un'erba sbagliata nell'unguento che stava preparando. Era del tutto inusuale che accadesse e certamente non era da lei fare degli errori così sciocchi.

- Ma che mi prende... ahi! - stava borbottando tra sé quando tentò di prendere la piccola pentola di rame sul fuoco, dimenticando il piccolo particolare che fosse rovente - Non è possibile, non so dove ho la testa stamattina! -.

Dopo aver tolto la pignatta dal fuoco aiutandosi con un telo di stoffa, lasciò quello che stava facendo per uscire dalla cucina e andare in soggiorno; come sempre faceva quando era sovrappensiero, si avvicinò alla finestra, appoggiando delicatamente i palmi delle mani sui vetri e lasciando lo sguardo libero di vagare.

Due settimane. Quello era il tempo trascorso da quando i cavalieri erano partiti, da quando il suo Saga era partito. Sentì una stilettata attraversarle il petto, la mancanza di Saga era una cosa che aveva sperato di non dover provare tanto presto e invece, dopo poche settimane di matrimonio, si trovava a sospirare dietro ad una finestra, perdendo il suo sguardo oltre i boschi che circondavano il paese.

Un sospiro troppo vicino al vetro creò un piccolo alone, sul quale Mu incise scioccamente un minuscolo cuore. Il suo. Era così che lo sentiva... ristretto, angusto, malridotto. Ormai non provava più gusto per niente, viveva le giornate meccanicamente, più per fare piacere agli altri che a se stessa; sbagliando, di questo era consapevole, ma non poteva farci nulla. L'ansia latente che qualcuno sciaguratamente tornasse portando cattive notizie era la sua compagna più fidata. Sgradita, molesta, odiosa, ma sempre al suo fianco. Fedele come solo le paure sanno essere.

Il tempo passava, e non avrebbe neanche saputo quantificare da quanto tempo fosse ferma nella stessa posizione, quando, fortunatamente, un insistente bussare alla porta la destò dalla sua apatica inerzia.

Dopo essersi voltata ed aver passato diversi istanti a fissare il legno, si mosse alla scoperta del tenace scocciatore senza alcun entusiasmo; c'era solo una cosa che avrebbe potuto riportarla alla vita in una frazione di secondo, ma si trovava a molti chilometri di distanza, ed era più che sicura che chiunque stesse bussando alla sua porta non potesse provocarle alcun tipo di interesse.

Con una flemma inusuale, Mu girò la chiave per sbloccare la serratura e, quando vide di fronte a sé una giovane servitrice del palazzo, si sforzò di mostrare un impercettibile sorriso. Per quanto male stesse, non avrebbe mai permesso a se stessa di essere scortese.

- Buongiorno signora Gemini - disse la giovane chinando leggermente il capo in segno di rispetto. Non sapendo quanto quelle poche parole potessero provocare gioia e dolore alla persona alla quale erano dirette.

- Buongiorno - rispose Mu laconica - è accaduto qualcosa? -.

La ragazza, alla quale non era sfuggito il tono di Mu, scosse dolcemente il capo negando, preparandosi a riportare il messaggio che le era stato affidato.

- La moglie del sovrintendente vi manda a chiamare - la voce dolce della giovane suscitò in Mu un moto di tenerezza - mi ha chiesto di riferirvi di andare da lei appena potete, perché deve dirvi una cosa molto importante -.

Mu annuì - Grazie, puoi riferire alla signora che andrò da lei quanto prima - disse prima di salutare cortesemente la fanciulla e richiudere la porta dopo averla vista andare via.

Di nuovo sola, per alcuni istanti Mu non si mosse, estraniandosi fino a percepire l'ambiente intorno completamente ovattato. Perché Shura voleva vederla? Era la moglie del sovrintendente, se fosse accaduto qualcosa lei sarebbe stata sicuramente la prima a saperlo. Forse erano arrivate notizie dal fronte? Notizie che la riguardavano? Belle o brutte?

Se fossero state belle notizie certamente Shura si sarebbe precipitata di persona per comunicargliele. Dunque...

Appoggiò la schiena alla porta sollevando gli occhi e fissandoli sul soffitto, ascoltando il suo cuore battere furiosamente nel petto e contro il legno caldo, e sentendo la sua gola serrarsi alla sola idea che i pensieri che le attraversavano la mente fossero reali.

Sospirò, nel tentativo di tornare alla realtà e riconquistare almeno un po' di quella ragione che, ormai da un paio di settimane, sembrava averla abbandonata per lasciarla in balìa di se stessa. Continuando a sentire il suo cuore tentare di uscire dalla sua sede naturale si diresse verso il bagno per sistemarsi prima di uscire. Spazzolò i suoi capelli, dopo aver rimosso lungo il tragitto il laccio che li teneva legati, e, quando fu pronta, uscì dalla sua casa per recarsi nelle stanze di Shura, percorrendo i corridoi che le dividevano quasi ad occhi chiusi.

Due colpi secchi e decisi annunciarono a Shura l'arrivo di Mu, facendola scattare in piedi dalla sedia per andare ad accoglierla nell'anticamera.

- Entra Mu, è aperto - le disse nel frattempo, sentendo la porta aprirsi con discrezione.

- È permesso? -.

- È ovvio che sia permesso - rispose Shura, sorridendo per l'eccessiva discrezione della sua amica. Tuttavia, il sorriso morì sul suo viso, quando vide l'espressione angosciata che Mu non riusciva a nascondere, e sulla quale il sonno, evidentemente, non faceva il suo lavoro da tempo.

- Per favore Mu, non fare quella faccia -.

- Scusami, è solo che... - Mu si torse nervosamente le mani - se mi hai chiamata devi avere qualche notizia e io... -.

- Mu, ragiona - l'espressione di Shura divenne seria - se avessi ricevuto qualche notizia, bella o brutta che fosse, avrei mandato una delle ragazze ad avvisarti? È ovvio che mi sarei precipitata da te -.

Mu alzò gli occhi al cielo, portando le mani al viso per farle scivolare dolcemente.

- Perdonami, hai ragione - le disse guardandola con angoscia - non so più neanche quello che dico, è solo che... -.

- È solo che ti manca Saga - Shura alzò il pollice - sei preoccupata per lui - poi toccò all'indice - e temi qualunque rumore possa somigliare allo zoccolo di un cavallo che provenga dal di fuori del palazzo - e infine fu il turno del medio.

- E se portasse brutte notizie? Se mi dicessero che Saga... -.

- Ti stai torturando Mu e questo ti fa male - Shura la guardò comprensiva - sono nelle tue stesse condizioni, così come tutte le altre donne del paese, ed è normale... ma stai rischiando di consumarti come una candela e credo che sarebbe l'ultima cosa che Saga vorrebbe -.

Mu annuì, tentando di recuperare un po' di sangue freddo - Hai ragione, mi comporto in maniera egoistica, senza pensare a quello che state provando anche voi -.

- Ed è normale - le fece notare Shura - è normale che tu sia in ansia per il tuo uomo e l'angoscia delle altre persone non mitighi affatto le tue paure, ma devi uscire dalla crisi, devi farlo per te e anche per Saga -.

Passarono diversi istanti di silenzio, il tempo di assimilare le parole di Shura, prima che una flebile voce uscisse dalla bocca di Mu.

- Ci proverò -.

- Mi fa piacere - rispose Shura sorridendo - e comunque, se ti ho fatta chiamare, è per darti una notizia... una notizia che spero possa risolvere anche i tuoi problemi, o almeno alleviarli -.

- Di cosa stai parlando? - domandò Mu aggrottando i tilak, ritrovando un piccolo, seppur lieve, entusiasmo - Cosa è successo? -.

Shura prese un bel respiro, prima di afferrare Mu per le spalle e guardarla raggiante.

- Sono incinta Mu! Aspetto un bambino! - urlò scuotendola leggermente.

E dopo settimane di angoscia evidente sul suo volto e sul suo corpo, per la prima volta dopo tanti giorni, il viso di Mu tornò al suo normale splendore non appena il significato di quelle poche parole arrivò al suo cervello.

- Dici davvero?! Un bambino? Sei sicura? - domandò sorpresa, sentendo il suo cuore rianimarsi, vedendo Shura annuire con piccoli e veloci movimenti del capo.

- È meraviglioso Shura, è... - non finì la frase, troppo impegnata a stringerla in un abbraccio di gioia, di felicità, di speranza... sì, la speranza era decisamente la sensazione più forte che entrambe le donne provavano.

- E non è finita qui Mu - disse Shura quando finalmente si ricompose - voglio che Aiolos lo sappia il prima possibile! -.

- Aiolos? E come intendi dirglielo? - domandò Mu sgranando i suoi grandi occhi verdi - Vuoi mandare qualcuno... - tuttavia, la domanda le morì sulle labbra.

Il volto malizioso di Shura fu più eloquente di qualunque risposta potesse darle.

Mu mise rapidamente insieme le cose, e la conclusione alla quale giunse poteva essere soltanto una; e non poteva essere diversamente, altrimenti Shura non si sarebbe presa la briga di convocarla con premura. E soprattutto non sarebbe al settimo cielo come di fatto era.

Ragionò. Era una follia? Completa, totale, una pazzia che nessuno, sano di mente, avrebbe fatto. Ma ormai la sanità l'aveva abbandonata da tempo, dal momento in cui i piedi di Saga avevano oltrepassato l'uscio di casa e, a ben pensarci, ora che intravedeva quella possibilità le sembrava la cosa migliore da fare. L'unica.

Ricambiò lo sguardo di Shura con uno strano luccichio, quello di chi sta per fare qualcosa che chiunque avrebbe bollato come folle, con uno spirito che non aveva da giorni e la determinazione che le apparteneva da sempre.

- Ci vediamo stasera alle scuderie, non appena il sole sarà calato -.

- All'ora in cui tutti cenano - Shura sorrise annuendo - così nessuno si accorgerà della nostra partenza -.